martedì 2 ottobre 2018

Usa-Pakistan, l’alleanza disamorata


All’amore mai sbocciato fra l’amministrazione Trump e il cangiante vertice pakistano - passato dal capo del governo incarcerato Nawaz Sharif della Lega Musulmana, al rampante neo premier Khan del Pakistan Tehreek-e Insaf - sono seguite le vendette economiche americane. La Casa Bianca ha decurtato e continua a farlo (gli ultimi tagli ammontano a 300 milioni di dollari) svariati fondi all’importante alleato del Grande Medio Oriente, reo di non sostenere a dovere il piano regionale statunitense. Un piano in verità altalenante, spesso latitante, che conserva come unica costanza la vendita di armi ai soci. Una vendita mascherata da appoggio economico, di fatto un sostegno al programma geostrategico del Pentagono. Certo il Pakistan, Paese islamico popolatissimo e denso di contraddizioni interne, ci mette del suo quando sancisce accordi senza mantenerli, così se l’interlocutore è un peso massimo della politica mondiale, presunti “sgarbi” diventano roventi.
La realtà pakistana è variegata, contrassegnata da contrasti sanguinosi fra i partiti o fra poteri forti come sono l’esercito e l’Intelligence locale, da un nazionalismo desideroso di primeggiare al cospetto di competitori altrettanto determinati (Iran, Arabia Saudita, Turchia), dal magma talebano ribollente che s’autoalimenta nelle aree tribali denominate Fata. Proprio la questione talebana coinvolge l’establishment del Paese,  che nella campagna elettorale dello scorso luglio ha essa stessa ricevuto colpi da turbanti irriducibili come i Tehreek-e Taliban, persecutori di avversari politici e di semplici cittadini sventrati da  kamikaze suicidi. Le misure antiterroristiche riescono a frenare solo in parte l’ostinazione omicida di talune frange fondamentaliste con cui settori dell’Inter-Services Intelligence familiarizzano e si scambiano detonanti favori. Ma quando gli Stati Uniti, in più occasioni sostenitori e difensori di queste losche ambiguità, accusano Islamabad d’incoerenza, ecco che pure gli ultimi rappresentati del potere, come il neo ministro degli Esteri pakistano Qureshi, alzano la guardia.
Lui dice che il suo Paese lavora per la pace regionale, non protegge la destabilizzazione, opera per una normalizzazione del vicino Afghanistan e una cooperazione con esso. Questa posizione, l’ha ribadita in un recente viaggio a Kabul, forse convincendo il locale presidente Ghani, tutto preso nella campagna di offrire all’Afghanistan una maschera di democrazia, non lo staff trumpiano. Quest’ultimo parla fuori dai denti esclude buone maniere, ordina e trae conclusioni che se non si confanno ai propri disegni assumono i drastici contorni della sfida. E ora fra Washington e Islamabad l’aria è pesante. Intanto oltre confine, nelle province afghane che predispongono i seggi, chi lavora sulla conservazione di tensione e terrore prosegue l’opera. E’ di oggi pomeriggio l’ennesimo attentato dissuasivo nei confronti d’una partecipazione elettorale: 13 morti, 30 feriti a Kama nella provincia del Nangarhar, area orientale, del Paese. Un’altra zona dove chi vota mette a repentaglio l’incolumità.

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