lunedì 31 gennaio 2022

Afghanistan, dal gelo di Kabul a quello di Oslo

Norvegia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e poi Russia, Iran, Qatar, Cina, Pakistan. Nei giorni scorsi la delegazione talebana guidata dal ministro degli Esteri Muttaqi, condotta su un aereo norvegese sino a Oslo, ha discusso con tutti i rappresentanti d’un pezzo di mondo interessato alla crisi umanitaria prima che socio-politica dell’Afghanistan. Alle parole spese bisognerà vedere se seguiranno fatti perché, come in altri colloqui e su altri tavoli, ciascuno avanza propri interessi primari. Che sono: per l’Emirato di Kabul lo scongelamento dei fondi bloccati nei mesi scorsi dagli Stati Uniti; per le delegazioni occidentali garanzie di sicurezza interna nel controllo del territorio da insediamenti terroristici e diritti civili per le donne; per le delegazioni orientali ancora sicurezza rispetto alle formazioni terroristiche che possono trovar riparo sul terreno afghano e insidiare con cellule armate alcune nazioni. Ciascuno avanza suoi intenti, solo i delegati Onu e di certe Ong attive nel Paese, hanno richiamato l’attuale emergenza primaria: la carenza di forniture alimentari in un inverno durissimo, seguìto a due stagioni di siccità spaventosa che ha azzerato la produzione agricola interna, già sotto dimensionata per i conflitti locali. Ma c’è chi ricorda che i taliban, ora vestiti con le mimetiche dell’imploso esercito di Kabul, operano vendette, in questi mesi hanno fatto fuori un centinaio di ex militari fedeli a Ghani nonostante avessero promesso un’amnistia. Hanno compiuto una cinquantina d’esecuzioni a sangue freddo di miliziani, o sospetti tali, dell’Isis Khorasan privandoli di processo; hanno effettuato esecuzioni capitali per impiccagione di persone accusate di furto. Hanno chiuso scuole femminili, sebbene il portavoce governativo Zabihullah dichiari che dal prossimo febbraio verranno riaperte. E ancora: restrizioni al lavoro femminile e alla stessa circolazione per via senza un uomo di famiglia, oltre alle bastonature di manifestanti e dei sempre odiati giornalisti. 
Alcune esponenti afghane ammesse agli incontri norvegesi ribadiscono come la sostanza talebana non sia cambiata, osservatori ne notano l’accresciuta diplomazia e la disponibilità al dialogo, seppure quest’ultima sia legata alla prima che mira a trovare alleanze evitando l’isolamento internazionale. Anche perché alla diffusa ostilità di una parte della popolazione, soprattutto dei centri urbani, che non tollera il reiterato fondamentalismo, s’aggiunge la concorrenza politico-militare dei dissidenti che da anni si propongono con la sigla dello Stato Islamico, insidiandone la supremazia nelle aree rurali e mettendo a nudo la presunta capacità talib di controllare ogni angolo del Paese. Non è stato così durante il tragico quinquennio dei reiterati attentati che dal 2016 hanno tracciato lunghissime strisce di sangue un po’ ovunque. Al Gotha talebano - che col premier Akhund, Sirajuddin Haqqani ministro dell’Interno, Yaqoob della Difesa - s’è spartito il potere incentrato sulla forza, mancano le forze tecniche per condurre economia e amministrazione. Si tratta di due settori resi spettrali dal ventennio dell’occupazione Nato e dai governi fantoccio che ne hanno accondisceso il conseguente vuoto di orizzonti, ma questo non salva i turbanti dal ruolo assunto, anzi ne complica la prassi come dimostrano i sei mesi finora trascorsi. Condurre a una sorta di normalità una popolazione abituata a vivere di promesse e sussidi, resa succube da intenti di dominio interno ed esterno dovrebbe prevedere una rifondazione cui il clan talebano e i vecchi clan che nuovamente si ripropongono, è di questi giorni l’autocandidatura dello spolpatore Karzai, non possono né vogliono praticare. Tacendo i progetti degli stessi interlocutori del tavolo di Oslo, in gran parte interessati solo alla propria agenda.

domenica 30 gennaio 2022

Afghanistan, Karzai parla all’Emirato Islamico

Un po’ imbolsito, evidentemente la crisi alimentare in corso non lo tocca, e ovviamente invecchiato il decano presidente dell’Afghanistan americano, Hamid Karzai, si ripresenta al suo popolo con un’intervista trasmessa da Tolo tv. Rilancia un proprio ruolo di mediatore con l’Emirato di Kabul per la formazione d’un governo inclusivo. I concetti ruotano attorno al processo di pacificazione e riconciliazione del Paese in cui s’era impegnato l’ex presidente Ghani, riparato presso gli Emirati Arabi Uniti all’arrivo delle milizie talebane nella capitale. Quel dialogo inter afghano, presente negli accordi di Doha che aveva visto il vice di Ghani Abdullah nel ruolo di responsabile. Colloqui precedenti all’offensiva finale dei turbanti che un po’ trattavano, un po’ snobbavano l’assise convinti, come poi è stato, di poter giungere al potere per dissolvimento dell’esercito e dell’amministrazione che collaboravano con la Nato. Però la loro voglia di rivincita, le promesse d’una trasformazione di fatto inesistente, l’assenza d’integrazione di altre componenti politiche (sebbene su alcune figure come Ghani o nuove proposte quali Massud junior Baradar e soci avessero posto il veto) e ancora la stretta sulle professioni al femminile e sulla stessa scolarizzazione delle ragazze, oltre alla persecuzione di donne che avevano ricoperto ruoli politici, amministrativi e militari nella vecchia gestione, hanno portato la Comunità internazionale a uniformarsi al blocco degli aiuti lanciato dalla Casa Bianca. Uno stallo che da settembre scorso ha congelato anche i fondi (9.5 miliardi di dollari) destinati alla nazione. Da qui l’isolamento che però non giova all’Emirato. E la ricerca di sponde dalla Cina, vogliosa di proseguire i suoi affari minerari in aree pacificate, ma meno propensa a spendersi per il riconoscimento del governo talebano in consessi geopolitici rispetto a Pakistan e Iran. Quindi per smuovere acque rimaste ferme e congelate nell’inverno in corso, il vecchio Karzai che è pur sempre un capobastone d’un ramo pashtun che conta, si rifà sotto sottolineando la necessità d’uno sblocco dello stallo. Afferma che l’isolamento è sconveniente per tutti: “Il mondo vuole un governo inclusivo? lo vuole l’Onu? Un governo che rappresenti ogni componente, assicuri i diritti delle donne e il loro inserimento nella società?”. Visto che l’Emirato starebbe provando ad accettare un rilancio del confronto inter afghano, la strategia internazionale dovrebbe mutare. Dunque, anche la redistribuzione degli aiuti tramite dipartimenti governativi, Ong, Nazioni Unite. Il nuovo inviato speciale statunitense per gli Affari afghani, Thomas West, indica all’Emirato Islamico la via di questo genere di consultazione interna per una gestione condivisa. La contraddizione è che gli interlocutori sarebbero vecchi e nuovi padroni d’una nazione azzerata. Col popolo che resta a guardare affamato e in affanno.

mercoledì 26 gennaio 2022

Tre milioni e mezzo d’indiani armati

Non sono dieci né piccoli. L’odierna India si discosta dal titolo del celebre giallo di Agatha Christie (Dieci piccoli indiani) e - celebrando il giorno della sua Costituzione (26 gennaio 1950) successiva di tre anni dall’indipendenza dal Raj Britannico - sfoggia orgogliosamente il proprio apparato militare che la fa potenza, addirittura la quarta militare del globo. Senza un grande pubblico, per via della pandemia da Covid che infiamma il mondo, sono sfilati davanti al palazzo presidenziale di New Delhi odierni battaglioni e reparti storici, fra performance acrobatiche e folkloristiche truppe cammellate. Vanto nazionale con cui il governo del premier Modi, naturalmente presente per il saluto delle autorità, concilia tradizione e muscolarità del Paese. Del resto, scrutando le informazioni fornite dal sito Global Firepower che esamina le Forze Armate nel mondo, l’India si colloca al quarto posto dietro Stati Uniti, Russia e Cina. La classifica viene stilata considerando svariati elementi: disponibilità e diversità degli armamenti, numero dei militari, fondi, popolazione totale, tecnologia nazionale, condizioni geografiche, logistiche, industriali, finanziarie, alleanze. L’insieme delle voci determina un punteggio ipotetico, ritoccato dalla combinazione che viene monitorata nel corso dell’anno. Col suo miliardo e trecento milioni di abitanti l’India vanta un personale militare di circa 3,5 milioni di effettivi (il secondo dopo la Russia), oltre duemila aerei di cui 692 da combattimento, 4.184 carri armati, 295 unità navali per un totale di oltre 55 miliardi di dollari destinati alla difesa. Per la cronaca l’Italia ricopre l’11° posizione dietro Brasile, Pakistan, Regno Unito, Francia, Sud Corea, Giappone. I nostri militari sono 357.000, gli aerei 831 (415 da combattimento), 200 i carri armati, 143 le unità navali e il Parlamento destina alla difesa circa 30 miliardi di euro all’anno (nell’anno appena concluso sono stati 25, con aumenti dell’8% e del 15.7% nei confronti del 2020 e del 2019). L’India è anche una delle potenze nucleari del globo, sebbene in fatto di testate nucleari il suo impatto sia minore. Ne possiede 150 (i dati ripresi dall’Osservatorio MilɆx sono del 2020), il dirimpettaio pakistano ne vanta dieci in più, la Cina più del doppio (320), sebbene gli Stranamore restino sempre Russia e Stati Uniti rispettivamente con 6.375 e 5.800 testate. Anche a noi la Nato fornisce la “bomba”. Per la precisione quaranta di vecchia tipologia, ma è in corso d’opera la sostituzione con le più moderne B61-12, collocate nei bunker atomici di Ghedi, in provincia di Brescia e Aviano, nell’area di Pordenone.

 



martedì 25 gennaio 2022

Hariri, un addio che il Libano non rimpiange

Finisce con un ritiro l’eclissi politica dell’ex premier libanese Said Hariri, già oscurato da un quinquennio per volere di bin Salman, ben più cinico e delinquenziale degli interessi di casa Saud da sempre mallevadrice della famiglia Hariri. Ma papà Rafiq riusciva a muoversi fra sceicchi ed emiri, suoi sponsor per tutti gli anni Novanta a sostegno d’una “rinascita” libanese che faceva il verso al Libano coloniale francese un po’ bordello, un po’ paradiso fiscale dei magnati europei o d’Oltreoceano. Così la ricostruzione della bella Beirut avveniva con grattacieli sauditi che soffocavano gli edifici primi Novecento, l’unico fiore ereditato del capitalismo parigino ereditato dalla capitale levantina. Di fronte alla spettrale immagine urbana post guerra civile, ridare alloggio a due milioni di cittadini era esigenza primaria, però la rinascita aveva orizzonti edilizi e bancari, fra le prime diversificazioni dei petrodollari sauditi che viaggiavano anche verso altri lidi. Durò poco più d’un decennio la ricetta con cui Rafiq Hariri curava il suo Libano, cedendo ovviamente a cristiano-maroniti un’altra fetta di affari e spartendo il potere per tre anche con la comunità sciita. L’accordo stipulato a Taif prevedeva riconoscimenti alle tre etnìe più i drusi, poi le periodiche elezioni consegnavano percentuali di seggi nel Majlis. Però la maledizione governativa legava inevitabilmente gli uni agli altri, nessuno schieramento riusciva a fare il pieno di voti e governare fuori da patteggiamenti, compromessi, passi a metà, voltafaccia. In più ogni componente continua a vivere attorno a gruppi di potere più che stagionati: i nomi degli Hariri, Gemayel, Geagea, Aoun, Jumblatt, Nasrallah conservano clan, dinastie o i medesimi protagonisti da oltre un trentennio. Il percorso che doveva cambiare il volto della nazione e non è giunto da nessuna parte. Per interessi, tensioni interne, ingerenze esterne, veti incrociati, fino all’instabilità voluta da terzi - Israele, Siria, Iran - o all’incuria responsabile di “sciagure” come l’esplosione al porto beirutino che ha sotterrato oltre duecento persone e devastato un pezzo di città. 

 

Hariri figlio, prigioniero dell’entourage paterno comprensivo anche di affari familiari, aveva guidato l’esecutivo una prima volta nel 2005 a ridosso dell’attentato a Rafiq, fatto saltare in aria con un camion-bomba, quindi nel 2009. Poi ancora nel 2016 fino al 2019 quando un’economia senza risorse, che non fossero aiuti del Fondo Monetario, al solito subordinati a contropartite politiche, o le sempre meno interessate capitalizzazioni delle petromonarchie che investivano altrove, collassava. I cittadini libanesi si sentivano alla stregua non solo dei palestinesi stanziali da decenni nei campi profughi, ma del milione e passa di siriani parcheggiati per sistemazioni difficilmente contrattabili. Inflazione alle stelle per una lira interna senza valore davanti a un’economia stagnante, imprenditori latitanti o espatriati su altri mercati e un ceto politico disposto a quadrato, più o meno armato, delle proprie enclavi e dei privilegi ereditati.  Dopo il botto del porto il presidente francese Macron apparve per promuovere un soccorso protezionistico dal tanfo neocoloniale. Del resto gli stessi padrini sauditi oltre a tenere in ostaggio, anche fisico, Said non lanciavano progetti, disinteressati a un territorio su cui il Partito di Dio, per una fase difensore della patria dal grinfie israeliane, si trasformava in milizia mercenaria a sostegno della Siria di Asad, quasi smarrendo la memoria di quando Damasco era l’altra faccia di Tel Aviv in fatto di spartizione del cedro libanese ridotto a fuscello. Così al fantasma di suo padre, l’Hariri minore aggiungeva quel disinteresse o, assai probabilmente, l’incapacità di spendere voce per un popolo prim’ancora che diviso in quattro, differenziato fra i pochi che possono e i tanti costretti ad arrangiare le giornate. Sotto lo spettro d’uno Stato fallito, davanti alle proteste d’una gioventù che provava a superare logiche spartitorie cementate da ogni etnìa, l’ex premier si consolava con un’amante sudafricana cui regalava milioni di dollari. Erano suoi, non del disastrato erario, ma l’immagine pubblica e privata era distrutta ben prima dell’attuale ritiro.

domenica 23 gennaio 2022

Insulti a Erdoğan, arresto e rischio galera per una giornalista

Dice un proverbio: ”Un toro non diventa re entrando nel palazzo, è il palazzo che diventa fienile”. E ancora: “Una testa coronata diventa più saggia, vediamo che non è vero”. Tagliente saggezza dei motti che se si trasformano in metafore, come il portavoce del presidente turco Erdoğan sta insinuando per accusare la nota giornalista Sedef Kabaș, possono produrre danni gravi: da uno a quattro anni di reclusione. Per ora la commentatrice televisiva ha negato ogni riferimento al Capo dello Stato, ma Fahrettin Altun, sua voce all’esterno del Palazzo, è tranciante: “Una sedicente giornalista insulta clamorosamente il presidente su un canale televisivo col solo scopo di diffondere odio”. La cosa si fa seria e le registrazioni di Tele1 vanno in mano alla magistratura. Kabaș non è proprio l’ultima arrivata in fatto d’informazione e conduzione televisiva. Dopo un primo periodo alla Cnn International, dalla fine degli anni Novanta ha condotto programmi e interviste per diverse tv turche. Quindi ha intrapreso uno studio e un dottorato presso l’Università di Marmara su un tema delicato: la qualità delle interviste nel contesto giornalistico della stampa turca, mettendo in discussione quella che definisce “l’élite del discorso” nell’orientare le percezioni del pubblico. Nei suoi programmi in video ha dialogato con intellettuali e letterati. Poi s’è infilata nello “scandalo corruttivo del dicembre 2013”, occupandosi ovviamente dei risvolto socio-politici. Si trattò d’indagini su: abuso d’ufficio, corruzione, concussione, tangenti, contrabbando in cui venenro coinvolti ministri (Interno, Economia, Ambiente) del governo Erdoğan, a quell’epoca premier. Indagato anche suo figlio Bilal. La dimissione dai rispettivi dicasteri e un rimpasto governativo attenuarono l’inchiesta giudiziaria. Successivamente il partito di maggioranza Akp accusò i magistrati e i poliziotti coinvolti nello scavo documentario e negli interrogatori, di agire con intento politico, quali aderenti al movimento gülenista, ex alleato con cui Erdoğan era entrato in durissimo conflitto. L’operato giornalistico su quella vicenda di scontri intestini rimasta in buona parte oscura, non giovò alla Kabaș, evidentemente bollata, dal circolo del premier poi presidente, come una voce sgradita. Nel 2019, in un clima autoritario ben più pesante di quello del quinquennio precedente, la conduttrice incappò in una condanna di circa un anno proprio per “insulti al presidente”, pena sospesa e rinviata. Ora, a seguito di quel precedente, la giornalista è agli arresti e rischia fino a  quattro anni di reclusione. La direzione di Tele1 con Merdan Yanardag ha criticato l’iniziativa repressiva: “Questa posizione è un tentativo d’intimidire giornalisti, media e società”.  Reprimende per boutade anche meno esplicite hanno precedenti: nel 2014 l’ex miss Turchia, Merve Buyuksarac, aveva condiviso sul suo profilo social un post satirico sull’inno nazionale che, per le denunce da parte di alcuni cittadini, conduceva chi aveva fatto girare il post davanti ai pubblici ministeri. La modella venne condannata a quattordici mesi di galera, il suo avvocato la difese sostenendo che la parodia non le appartenesse, non era stata elaborata da lei. La pena venne sospesa a condizione che non ci fossero recidive nei cinque anni successivi. Da quella fase la stretta autoritaria è cresciuta: si sono registrate oltre 160.000 indagini per presunti insulti all’autorità statale nella persona del presidente. Se da una parte 35.500 sono state archiviate, quasi 13.000 hanno prodotto arresti.

martedì 18 gennaio 2022

Albertone per sempre

La fisicità di Michelotti ti travolgeva, sempre. Su un campo di calcio averlo come marcatore, poteva essere più ingombrante che come arbitro. Ma la stazza, che sentivi anche quando ti sedeva al fianco per osservare foto dei bei tempi del suo calcio, ch’erano anche i bei tempi d’un certo calcio, era colma di gioia di vivere. L’aveva appresa da ragazzo dietro la mamma, in condizioni che definire popolari era fare un complimento. Decoro tanto, denari non ne vedeva quel popolo inurbato di qua e di là dal ‘Perma’. E chi ricordava che Oltretorrente, quel fiume le camice nere non l’avevano varcato, non viveva sicuro fino a tutto il percorso della guerra. Quella Parma che si ritrova dietro la statua al partigiano è la città proletaria da cui veniva l’Albertone. Forte, roccioso già da giovanotto quando giocava portiere e lavorava da meccanico. Poi la ‘sua’ officina che ricordava orgoglioso da uomo fatto veramente con le sue grandi braccia, e il calcio non più giocato ma diretto, in un mondo dove i fischietti giravano in mano a ragionieri e assicuratori, seppure taluni meritori e impeccabili per il ruolo. Il giovanottone parmigiano dalla faccia aperta, la battuta dialettale in tasca, usata quanto i cartellini del mestiere, sembrava un marziano. Arrivò tardi alla Scala del calcio - San Siro, Comunale, Olimpico - ma ci rimase da re. Quando lasciò al San Paolo lo omaggiarono col Modugno nazionale. E gesti suoi, non stizzosi, però seri e severi come la legge può essere, intaccarono un Totem chiamato Rivera, da lui espulso, contro l’universo mondo, forse con l’unico assenso del Giuàn che non amava gli abatini. A calcio e sport, suoi spazi conosciuti dai più, ai quali ha offerto emozione e passione, sorrisi (ah, quella risata da formidabile canaglia che non era, perché buono e generosissimo) e un’infaticabile dono divulgativo, univa l’altro incommensurabile ardore: la melomanìa. Passione morbosa sì, per la musica che, immagino, i loggionisti del Regio hanno medesima degli altri Olimpi musicali, con la dote geografica d’avere a tiro di schioppo Busseto e Roncole, lì dove il Maestro ha lasciato che il tempo si fermasse. Non si fermava mai Alberto, nei suoi rapporti d’arte canora che l’aveva insignito – onore e onere – del ruolo di Don Carlos, nella prestigiosa istituzione cittadina del “Club dei 27”. E come dimenticare un  giorno d’ancora inverno, quando il giovanotto plurisettantenne ch’era, mi accoglieva fra le braccia vicino alla statua dell’eroe. “E l’altra che amo?” “Certo” e subito passammo per i giardini a salutare il simbolo cittadino col mitra d’ordinanza. Parlare fitto, calcio che fu, calcio del momento, nasi storti, qualche melanconìa, dopo un pasto luculliano in ora quasi da convento, giungeva l’attimo del Rigoletto. S’entrava con Alberto Don Carlos nel Ducale. Un onore da piangerci al ricordo. E gustare le sublimi note, fra Maddalena e Gilda, con commenti e chiacchiere dopo una giornata da leoni. Resti per sempre Alberto, dal pallone al palco. Il calcio non ha mai conosciuto un figlio del popolo così gioiosamente appassionato della vita, dei sentimenti, della gente.    

lunedì 17 gennaio 2022

Uttar Pradesh, un’elezione per limitare l’odio

Akhilesh Yadav è il politico che pedala contro l’odio. Quarantanovenne, col simbolo del suo partito (Samajwadi) che è una bicicletta, contrasta il premier uscente dell’Uttar Pradesh, il più popoloso Stato indiano chiamato alle urne fra un mese. L’avversario, il sacerdote hindu Yogi Adityanath, è un peso massimo dell’intransigenza, un seminatore d’odio pronto a sostituire il leader Modi alla guida del Bharatiya Janata Party e anche del prossimo governo della federazione indiana. Lo scontro che si prospetta nell’Uttar Pradesh può diventare la chiave di lettura per il futuro nazionale del gigante indiano, sempre più al centro degli interessi d’una geopolitica internazionale che concentra a oriente il fulcro della supremazia globale. In quello Stato settentrionale indiano nel 2017 il Bjp ha rilanciato il suo progetto di forza basato su un violento nazionalismo ideologico-confessionale con cui cementa il consenso dell’elettorato anche davanti alle controversie economiche dell’ultimo biennio. Dovute alla pandemia, ma pure all’incapacità del fazioso ceto dirigente di cui Modi si contorna di pianificare e organizzare adeguatamente un processo di redistribuzione di ricchezze, che possono diventare ondivaghe per il Pil del Paese se si concentrano nelle mani di lobby ristrette ed egoisticamente chiuse. Yadav s’è formato in una Scuola militare, poi ha studiato ingegneria ambientale. E’ figlio d’arte, suo padre l’ha preceduto alla guida del gruppo, il giovane è entrato nella Camera bassa (Lok Sabha) nel 2000 e ha assunto la leadership della formazione Samajwadi un decennio fa. Si tratta d’un partito locale, di orientamento socialista tendenzialmente pacifista, con trent’anni di vita, non certo una potenza come il Partito del Congresso e soprattutto l’attuale gigante indiano del nuovo millennio: il partito hindu. Eppure uno sgambetto al Bjp questo raggruppamento lo fece proprio sotto la direzione di Akhilesh Yadav, diventato nel 2012 premier dell’Uttar Pradesh. 

 

Nelle prossime settimane agli elettori del popoloso Stato non potrà chiedere l’impossibile: rovesciare la percentuale che cinque anni fa ha visto il partito di governo far man bassa di seggi: 325 su 403. Però offuscarne una progressione che sembra incontrastata forse sì, com’è accaduto nella primavera 2021 nel Bengala occidentale, dove un gruppo locale, Trinamool Congress, ha fermato un successo dato per scontato dai vertici del Bjp. Nel Pradesh il popolo islamico s’attesta al 20% del totale, dunque 40 milioni di uomini e donne che nell’ultimo biennio, se non sono finiti sulle pire della cremazione dopo il decesso per Covid, hanno visto bruciare dal radicalismo hindu i loro banchetti d’ortaggi e chincaglierie o la propria rivendita di carne. Oppure sono state molestate e assalite da azioni ben peggiori del ‘Bulli Bai’, l’umiliazione sui social subìta da ragazze musulmane da parte di fondamentalisti hindu. Certo, il monaco arancione farà di tutto perché non ci siano intoppi, quest’elezione ha per lui un valore assoluto. Il risultato interno avrà un gran peso nella sua scalata al vertice del partito, che nonostante i malumori di altri esponenti è considerata probabile anche perché quest’ultimi abbandonano il Bjp anziché contrastare l’ala estremista dell’hindutva. Una conduzione di Adityanath traccerebbe solchi assai più profondi di quelli che segnano l’attuale già accesa furia confessionale hindu, scagliata mesi addietro anche contro i cristiani, accanto all’ostracismo anti islamico. Proprio nell’Uttar Pradesh questa comunità mentre pregava all’aperto, pratica consentita dalla legge, era rimasta vittima di aggressioni  di gruppi paramilitari hindu, spesso sotto gli occhi indifferenti della polizia.  E uomini pubblici, come il monaco-premier Yogi, continuano a predicare contro il cosiddetto ‘love jihad’, con cui viene bollata la possibilità d’incontro e relazione fra giovani di fede hindu e musulmana. A suo dire è un subdolo sistema per praticare conversioni religiose forzate. La forza dell’amore è, dunque, schiacciata dal potere. Un potere fazioso che cresce a dismisura. 

  

giovedì 13 gennaio 2022

Coblenza condanna il servitore, non il regime

Presentata per quella che in effetti è, la prima condanna storica di un  carnefice d’un regime tuttora vigente, il Tribunale di Coblenza sentenzia che il cinquantottenne ex colonnello siriano Anwar Raslan dovrà attendere la fine dei suoi giorni in carcere. L’accusa è delle peggiori: crimini contro l’umanità. Oppressore, torturatore, stupratore così affermano vari testimoni, a cominciare dall’avvocato dei diritti Anwar Al-Bunni, sua vittima nel 2006 e detenuto per un biennio. Per altri tre anni l’avvocato era vissuto Siria e aveva incrociato le prime manifestazioni di dissenso contro Bashar Asad nel febbraio 2011. Decise di riparare in Germania dopo il massacro di Houla del maggio 2012, attuato dalla struttura parallela degli Shabiba, il gruppo mercenario di sostegno al regime, usato per reprimere il dissenso. E nel caotico intreccio di quella che è stata una sedicente guerra civile, diventando di fatto una guerra per bande, fino alla tragica realtà della nascita dello Stato Islamico in una buona parte del territorio, la mattanza è proseguita per sette terribili anni. Uno scempio che ha colpito la popolazione, con 400.000 vittime, otto milioni di profughi, piani della follìa assassina jihadista sostenuti con denaro e armamenti dal doppiogiochismo islamico saudita, qatarino, turco e di altri attori d’un Medioriente sempre più strumentalizzato e violentato. Le sorti dell’Iraq non sono state meno tragiche. Eppure l’attuale condannato Raslan, ufficiale dell’Intelligence damascena, capo di dipartimenti numerati: 251, la direzione generale del Khatib, quindi responsabile della struttura 285 che s’occupava, e tuttora s’occupa, dei detenuti politici, anche lui nel 2012 cambia aria. Anzi diserta. Si rifugia in Giordania perché fa qualcosa che non gli era permesso: sceglie d’indagare su un attentato compiuto a inizio di quell’anno nella capitale. Attentato sanguinoso, con vittime civili, che fa crescere l’indignazione contro i ribelli anti regime. Solo che la strage era ordita dall’interno, messa su dai Servizi di Asad. Di colpo Raslan diventa se non un oppositore, un uomo – e che uomo – non più funzionale al sistema repressivo del presidente, così per mettere a sicuro se stesso e la famiglia nel 2014 vola in Germania e chiede l’asilo politico.
I Land tedeschi sono grandi
, ma grande, grandissimo è il numero dei profughi siriani quando nelle province da cui fuggono si combatte ancora ferocemente. Raslan per un periodo riesce a celarsi e passare inosservato, ma un organismo come il Syria Justice and Accountability Center, che lavora sugli scempi perpetrati in Siria da ogni componente, lo scova e lo denuncia. Nel febbraio 2019 l’ex colonnello viene arrestato, un anno dopo è accusato in base alle documentazioni raccolte fra gli oppositori che si son salvati riparando all’estero. Dall’aprile 2020 si è giunti alla sentenza odierna. La condanna personale, di per sé significativa, induce a due riflessioni. Mette in evidenza come la catena criminale di cui Raslan era un capo servitore fosse in atto negli anni del presunto rilancio democratico siriano rivendicato da Asad junior dopo aver ereditato la presidenza. Come hanno evidenziato ricerche realizzate in loco agli inizi del nuovo Millennio il clan Asad, continuava ad attuare un dominio sulla popolazione, con l’assenso d’una minoranza protetta, alawita e cristiana, e l’emarginazione di buona parte della comunità sunnita. Però i veri vertici di questa catena, i mandanti, non sono neppure sfiorati né dalla sentenza né dalla geopolitica,   il clan allargato degli Asad che controlla i fedelissimi reparti militari, i Maḫlūf, braccio finanziario del regime, i Nāṣif Ḫayr Bek dirigenti di quell’Intelligence che ben prima delle manifestazioni della primavera 2011 aveva fatto scomparire migliaia di oppositori. E soprattutto lui l’oftalmologo finito nel Palazzo per decisione del padre-padrone e del destino che s’era portato via anzitempo Basil, il fratello designato alla successione. Dall’insediamento nel 2000 Bashir ha intrapreso il percorso dittatoriale di papà Hafiz, subdolamente ammantato dal teorico socialismo Ba’th, di fatto maschera per una feroce satrapìa. E davanti allo scempio d’uno Stato svuotato d’ogni funzione ha incarnato la difesa dei suoi clan, chiudendosi in una torre d’avorio assediata da ogni sorta di nemici, interni ed esterni, ribelli e mercenari. Mentre la gente di Siria moriva e fuggiva, il presidente pensava a conservare il potere. L’ossigeno glielo hanno fornito due autocrati, più abili e speculativi di lui. Così Putin, dopo averlo protetto manu militari, mantiene i suoi sommergibili nucleari a Latakia, mentre Erdoğan, spazzando via le difese kurde nel Rojava s’è fatto un regalo che accontenta pure Damasco. A Colonia viene condannato un uomo di regime, mentre il regime degli Asad, carezzato anche da molti Paesi occidentali, prosegue la sua cinica esistenza. 

 

mercoledì 12 gennaio 2022

Tehreek-e Taliban, una vittima trasversale

E’ rimasto ucciso più per il suo passato che per il presente Khalid Balti, noto anche come Muhammad Khorasani, nominativo di battaglia poi adottato da altri portavoce talebani. Era un leader dei terribili Tehreek-e Taliban che dal 2007 hanno messo a ferro e fuoco il Pakistan. Una nota dell’Intelligence di Islamabad, ripresa dall’emittente Al Jazeera, sostiene che attualmente Balti non ricoprisse incarichi di vertice nel gruppo, considerato fra i più agguerriti del fondamentalismo islamico. L’agguato s’è svolto nella provincia afghana del Nangarhar, lungo il poroso territorio che la separa dal Paese confinante. Chi abbia sparato non è chiaro, ma negli ultimi tempi più frequenti sono diventati i pattugliamenti dell’esercito pakistano che teme scambi fra nuclei taliban di casa e quelli afghani. Quest’ultimi non sono solo gli attuali governanti di Kabul, bensì i dissidenti del Khorasan con cui i TTP condividono il piano jihadista di seminare violenza e terrore per disarticolare lo Stato. Nello scorso novembre, quando il premier pakistano Imran Khan aveva avviato colloqui coi Tehreek per ricomporre le tensioni che da un quindicennio insanguinano il Paese, il ministro degli Esteri afghano, il turbante Muttaqi, s’era offerto per un’intermediazione. Dopo un mese l’avvicinamento in terra pakistana era naufragato e con esso il cessate il fuoco sottoscritto dai TTP. Il loro capo, mullah Fazlullah, si mostrava scontento, soprattutto per la mancata liberazione d’un centinaio di prigionieri l’unico loro scopo della trattativa. 

 

Dal canto suo il premier cercava di attenuare lo scontro col fondamentalismo che ha contato finora 25.000 vittime fra le varie componenti e la popolazione inerme. E poi rilanciare il sostegno al proprio partito (Movimento del Pakistan per la Giustizia) e a se stesso tramite la potente lobby militare che, a detta dell’opposizione, ne ha decretato l’elezione nel 2018. Almeno la prima parte del piano è saltata e se la popolarità di Khan è in declino, così affermano gli osservatori interni, i militari potrebbero cercare nuovi volti su cui poggiare i propri interessi. Sembra, infatti, tramontata la lunga fase con cui, fra golpe palesi e mascherati, le Forze Armate scegliessero fra le proprie file i leader politici. E accantonate le soluzioni dei clan laici infarciti di corruzione - da Nawaz Sharif ad Ali Zardari, tutti caduti, tutti indagati e condannati - mascherarsi dietro il campione-guascone Khan poteva rappresentare per la lobby delle stellette una strada percorribile. Ma l’attuale governo vede complicarsi la vita. Un po’ per fattori contingenti legati alla pandemia di Covid, apparsa comunque in Pakistan meno drammatica rispetto a quanto accade allo storico nemico indiano, però appaiono le crepe dell’economia. E sono enormi. L’attuale battaglia parlamentare coi partiti storici (Lega Musulmana, Partito Popolare) ruota attorno al progetto di legge denominato ‘minibudget’ proposto dall’esecutivo. Si tratta d’un taglio all’esonero di tasse per merci di consumo, soprattutto alimentari, ma anche farmaci e telefoni portatili che coinvolgono decine di milioni di famiglie e gravano su quelle meno abbienti. Secondo gli analisti proprio queste fasce subiranno ulteriori colpi inflattivi già conosciuti nel 2021. Il guascone Khan, volendosi allontanare dall’interessato abbraccio statunitense, aveva dichiarato di morire piuttosto che chiedere prestiti al Fondo Monetario Internazionale. E’ dovuto tornare sui suoi passi. La contropartita consiste nell’attuare riforme, anche impopolari, su cui il governo di Islamabad sta facendo marcia indietro. Ballano sei miliardi di dollari, previsti nel 2019 e poi bloccati. 

 

Un’altra casseforte cui il vertice pakistano ha guardato è quella cinese. Negli incontri ufficiali avuti con Xi Jinping in persona, i progetti di Pechino erano, come s’usa fare da quelle parti, ciclopici: 60 miliardi di dollari per avviare corridoi economico ed energetico e trasporti elettrificati per i quali le aziende cinesi fornirebbero infrastrutture. Il ricambio riguarda la sicurezza sul pericolo jihadista che vede i Tehreek e altri gruppi del radicalismo pakistano fare comunella coi militanti uiguri. In questi mesi la ricerca di sostegno economico lo spavaldo Khan l’ha condotta anche sul fronte saudita. E l’ancor più spregiudicato Bin Salman non se l’è fatto ripetere, ben contento di ampliare verso un Medioriente più “orientale” l’influenza del regno. Il principe è atterrato a Islamabad, ricevuto con tutti gli onori, ha promesso e lanciato offerte. Pakistan e Arabia Saudita sono due competitori regionali ricchi l’uno demograficamente, l’altro finanziariamente e hanno un comune denominatore: il fanatismo islamico. Non è un segreto che gli emiri sauditi finanzino scuole coraniche d’impianto wahhabita in giro per il mondo. E il Pakistan, su questo fronte abbiente con le sue madrase del radicalismo deobandi, non avrebbe bisogno d’ulteriori scioccanti impulsi. Ma nel Paese dove la sfrontatezza politica è, e non da oggi, costume del potere ci si può attendere ogni mossa. L’esercito pakistano resta un padrone-creatore, però i jihadisti d’ogni sigla possono continuare i loro giochi e ringraziano la politica ufficiale.   


lunedì 10 gennaio 2022

Sohail, figlio d’Afghanistan salvato

Il fagotto tirato su per un braccino, oltre il muro, sopra il filo spinato. Per volare via. Aveva due mesi Sohail il 19 agosto della fuga, giorno assolato, pieno di caos all’aeroporto Hamid Karzai di Kabul, una settima prima della devastante strage di corpi dalle anime in pena. Passò di mano in mano fra chi sperava di partire, iscritto alle liste dell’evacuazione, raccomandato da qualche occidentale pietoso o compiacente coi padroni del Paese che erano già scappati. Suo padre, Mirza Ali Ahmadi, che aveva fatto la guardia all’ambasciata statunitense di Kabul, era nella lista con figli e moglie. Aspettava, come altri, con una certezza in più. Però il sudore, il calore, la ressa, gli spintoni gli fanno temere il peggio e fa scorrere il corpicino di Sohail di braccia in braccia verso la recinzione della salvezza. Una mano di marines lo tirò su, varcò il muro. Fu certamente accudito, da più d’un soldato, lo testimoniano delle immagini. Poi lo smarrimento. I genitori non lo ripresero, probabilmente non fecero in tempo, il decollo non aspettava nessuno, visto l’assedio dei non garantiti al carrello, alle ali dell’aereo. Scene di follìa, prima che di speranza, scene d’umiliazione per elemosinare futuro. Dunque il bebé resta fra i marines che, però, hanno altro da fare. Lo depongono in un angolo, i genitori lo cercheranno… Lo trova il tassista Safi, il piccolo piange, avrà fame. Prova a cercare i parenti senza riuscirci, domanda, poi lo porta con sé, a casa, dalla moglie e tre figlie. La coppia concorda “Se si troveranno i genitori restituiremo il bimbo, altrimenti lo terremo con noi, vogliamo un figlio maschio”. Dopo averlo fatto visitare da un medico e constatata la buona salute Sohail, che la coppia chiama Mohammad Abed, entra a tutti gli effetti nella nuova famiglia.
Una loro foto, tutti riuniti, viene postata sulle pagine di Facebook e il piccolo – di cui molto s’era parlato sui media anche perché immortalato fra le braccia dei militari in uscita – è riconosciuto da alcuni vicini della famiglia Ahmadi. Loro intanto sono volati in Texas. Il suocero di Mirza, rimasto in Afghanistan, pur vivendo a Badakhstan, un’area del nord-est, si reca nella capitale in cerca del nipote e di Safi. Questi rifiuta di riconsegnare Sohail, sostiene di voler essere evacuato anche lui dall’Afghanistan col proprio nucleo familiare. I genitori di Sohail, avvisati dal parente afghano, si rivolgono alla Croce Rossa senza ottenere nulla. Mentre il suocero si reca dalla polizia talebana accusando Safi di rapimento. Safi si giustifica: nessun rapimento, lui s’è preso cura d’un neonato abbandonato in un angolo dell’aeroporto. La polizia raccoglie le impronte digitali dei contendenti e prende tempo per decidere. Intanto il padre legittimo fa sapere di voler compensare il tassista con 100.000 afghani, circa un migliaio di dollari, per le spese intercorse nei cinque mesi di ‘affido’ di Sohail. Con un accordo fra le parti, il capo della polizia acconsente allo scambio. Il nonno ha raccontato all’agenzia Reuters, che ha divulgato la vicenda: “Safi e la moglie erano devastati al distacco, piangevano disperati. Anch’io piangevo, ma ho ricordato loro come fossero ancora giovani, Allah li avrebbe aiutati ad avere un erede maschio. Non uno solo, diversi”. Gli Ahmadi che, dopo un periodo trascorso in una base militare in Texas riceveranno un appartamento nel Michigan, si dichiarano felicissimi d’aver ritrovato il figliolo, Mirza e la moglie Suraya scrivono sui social che daranno una festa. Magari qualche Major ne farà un film a lieto fine. Ma come vivono i Sohail rimasti a Kabul, i sommersi cui proprio la salvifica America sta bloccando i fondi per il cibo?

Egitto, la morte del diritto

E’ la morte del diritto a spingere la rete cairota d’informazione sui diritti umani (Arabic Network Human Rights Information) a interrompere la propria attività. L’annuncia lo stesso gruppo che in questi anni oscuri di omicidi, sparizioni, detenzioni, torture, persecuzioni compiuti dal regime contro cittadini egiziani, ha tenuto accese luce e speranze assistendo chi ne aveva bisogno. Finendo direttamente tormentato e stritolato fra mukhabarat e magistrati compiacenti al presidente al Sisi e al suo piano di feroce repressione che incrimina gli stessi avvocati degli imputati e quelli della citata associazione. Anhri ribadisce d’aver fatto di tutto, proseguendo strenui tentativi di difesa di spazi di libertà ossessivamente violati dal governo non solo verso attivisti e giornalisti, ma nei confronti d’ogni persona che proponga una libera espressione, pur slegata da partiti politici. Altre Ong che s’occupano della questione dei diritti subiscono molestie, però i membri di Anhri sono stati oggetto di furti, attacchi fisici, convocazioni poliziesche illegali, arresti, torture. La cessazione dell’attività, dopo diciotto anni d’instancabili battaglie civili e legali, inseguendo gli spazi che la legislazione della nazione consentiva, è sicuramente uno stop inaccettabile per i sentimenti di democrazia e libertà che l’organismo persegue e difende. Deve, comunque, far riflettere quel mondo libero che osserva e si rapporta all’Egitto sulla caduta agli inferi di questa nazione. “Oggi abbiamo sospeso il nostro impegno istituzionale, ma continueremo a essere avvocati coscienti e come individui indipendenti, difensori dei diritti umani lavoreremo a fianco con altre organizzazioni che curano i diritti umani” ha dichiarato il direttore Gamal Eid.  Ecco un sunto della “cura Sisi” rivolta al network dal 2013: confisca del quartier generale di Anhri che non ha più potuto recuperare forniture e documenti; nel 2015 sequestro della pubblicazione Wasla; nel 2016 divieto di spostamenti al fondatore e direttore dell’organismo più congelamento dei fondi di Anhri e chiusura delle sue biblioteche pubbliche; ancora nel 2016 diffamazione del direttore, di sua moglie e della figlia minore; nel 2017 blocco del sito web Katib; convocazione di due avvocati del gruppo da parte della National Security; nel 2018 arresto e torture a un funzionario Anhri; nel 2019 furti e attacco fisico a Eid; ancora nel 2019 arresto dell’avvocato del gruppo Amr Imam, con una progressione repressiva nell’ultimo biennio volta a imprigionare tutti i legali della struttura così da bloccare qualsiasi iniziativa giuridica.  

 

giovedì 6 gennaio 2022

Kazakistan, caro-gas e dintorni

Non può essere solo una questione di gas, che certo raddoppia di prezzo, in un Paese produttore e da percorrere in lungo e largo solo su gomma con autovetture tutte mosse a Gpl. Anche perché il reddito pro capite (27.000 dollari) è un tesoretto non trascurabile, cresciuto sensibilmente nell’ultimo ventennio, un periodo vissuto sotto l’asfissiante paternalismo dell’odierno ottantunenne Nazarbayev, il vecchio di cui i rivoltosi rovesciano le statue. Uno degli autocrati post-sovietici cui la storia recente ha conservato ruolo di padrone assoluto, come fosse un Ceausescu fuori dal tempo. Ma questa è la geopolitica e dopo lo sgretolamento dell’Urss, l’Occidente brindava e s’inebriava d’affari con gli ex Stati dalla bandiera rossa, mentre ex residuati della burocrazia spadroneggiavano su quei territori e sulle ricchezze del sottosuolo. Il Kazakistan è uno di questi, tanti chilometri quadrati (quanti nove Italie) e riserve a sfinimento: petrolio, metano, uranio e pure vecchio carbone che ha nutrito, e tuttora nutre, le fabbriche asiatiche cinesi. Il Bengodi della finanza energetica che fa business col mondo senza guardare chi lo governa, tranne poi entrarci in conflitto com’è accaduto con l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi, guardava a Nazarbayev e all’attuale fantoccino Tokayev, come ai tenutari di quelle ricchezze con cui ExxonMobil, Chevron e altre immarcescibili sorelle dell’oro nero stipulano contratti miliardari. Non sempre puliti. Ad esempio a Tengiz, verso la costa nordorientale kazaka del Mar Caspio, dove Chevron sfrutta da un trentennio un giacimento di petrolio ad alta concentrazione di zolfo. Procedimenti chimici fissano quest’elemento e l’azienda immette sul mercato un prodotto normalizzato. Ma la lavorazione crea scorie che s’accumulano con conseguenze ambientali di cui non s’occupa né Chevron né i padri-padroni dello Stato kazako. Negli anni la politica ha offerto ai circa venti milioni di abitanti che vivono in spazi enormi, l’immagine di un’economia in espansione e il boom del Prodotto Interno Lordo (179 miliardi di dollari) nel primo quindicennio del Terzo Millennio ha fatto dire alla Banca Mondiale che la nazione ha un reddito medio-alto. Un Pil energetico rivolto prevalentemente all’Europa, dove finisce il 70% del greggio e dei suoi derivati, e di metalli del sottosuolo che per oltre il 50% prendono la via asiatica. Visto che l’agricoltura odierna, che potrebbe estendersi all’80% del territorio, contribuisce solo al 5% del Pil c’è chi pensa di diversificare, ma coltivando cereali, patate, ortaggi, meloni le finanze non girano come estraendo quello che la terra serba in seno. La terza via è il terziario, ed è qui che guardano multinazionali di tecnologia sostenibile, trasporti e ultimamente anche del turismo.

 

Ovviamente la pandemia ha congelato progetti e creato anche squilibri lavorativi con tensioni attorno al reddito che innescano le proteste sugli aumenti dei carburanti. Sebbene voci raccolte in loco da agenzie stampa hanno evidenziato un malcontento, soprattutto giovanile, rivolto all’impaludato quadro socio-politico. Mancano confronto e intermediazione fra la popolazione e i Palazzi, dove circolano parenti di potentati come il nipote di Nazarbayev, che Tokayev in queste ore di fuoco ha fatto dimettere insieme ad altri esponenti del governo per salvare se stesso. Perciò la gente, quella che raccoglie salari ben più bassi (600 dollari mensili) della media, ha di che incazzarsi. Però vertici del Paese accusano forze esterne di fomentare la rivolta e di sostenerla. Ma da parte di chi? La Russia putiniana che già ha conosciuto, e combattuto, sul fronte ucraino allerta i suoi “portatori di pace” per possibili sostegni armati alla leadership kazaka, mentre l’ipotesi di un intervento viene annunciata dal premier armeno Pashinyan. Non è un caso che lo faccia lui, perché in tal modo rientra in gioco lo scontro vissuto nel settembre 2020 fra il suo Paese e l’Azerbaijan attorno al Nagorno-Karabakh, con tanto di eserciti contrapposti e protettori russo e turco al fianco. Allora il temuto coinvolgimento di Mosca e Ankara non ci fu, anzi un intervento diplomatico di Putin determinò la chiusura delle ostilità con lo scorno degli armeni e la soddisfazione di Erdoǧan. I due presidenti-autocrati dopo aver condiviso la ‘pacificazione siriana’ erano impegnati a cogestire l’intricato panorama libico e fra affari e geostrategie si son tenuti bordone. Ora la tensione potrebbe riprendere. Nei mesi scorsi il presidente Tokayev ha compiuto scelte in materia di sicurezza differenti dal passato. Acquistando i temibili droni turchi e guardando a quell’ombrello, commerciale e non solo, di nazioni panturche (Organizzazione degli Stati turchi) proposto da Ankara. Un passo innaturale per il vecchio Nazarbayev, un azzardo per il delfino che appaga la smania erdoǧaniana di supremazia regionale e irrita il Cremlino che ai confini non vuol perdere Stati satelliti o amici. Se le fibrillazioni kazake, oltre alle maldestre liberalizzazioni dei carburanti, siano sostenute anche da fomentatori esterni, occorrerà capirne il colore e l’orientamento dal momento che i presidenti russo e turco, da giocatori incalliti,  sorprendono nelle decisioni e nei bluff.  

martedì 4 gennaio 2022

India, nasce il partito contadino

Se sarà un partito di classe o una formazione politica di categoria, con ricadute corporative, lo si vedrà. Per ora c’è l’ufficializzazione del Samyukta Samaj Morcha gruppo che riunisce 22 associazioni sindacali degli agricoltori pronto a presentarsi alle elezioni indiane. Almeno così sostiene la guida, Balbir Singh Rajewal, uno dei leader indiscussi della lunga marcia partita dai campi nell’estate 2020 e giunta ad assediare anche la cittadella storica di Delhi, oltre ai palazzi del potere. Alla fine ce l’hanno fatta: lo scorso novembre Narendra Modi ha ceduto e rapidissimamente i due rami del Parlamento indiano (Rajya Sabha e Lok Sabha) hanno votato l’abolizione delle sue leggi senza neppure discutere, avallando la retromarcia del premier che sul  tema ha ingoiato un amarissimo rospo. Risultando impopolare fra il ceto agricolo dei suoi stessi elettori hindu di alcuni importanti Stati: Punjab e Uttar Pradesh. Così milioni di contadini e loro familiari, che con la pandemia da Covid e la crisi economica delle micro e medie imprese hanno visto riversarsi nelle province rurali decine di milioni di ex lavoratori urbani, si sono difesi dal rischio d’essere fagocitati dalle multinazionali delle monocolture. 

 

Negli oltre diciotto mesi di lotta, in genere non violenta ma fermissima, gli agricoltori hanno pianto oltre 700 vittime, e ora avanzano richieste di risarcimento economico al governo centrale. Potrebbero spuntarla anche su questo, poiché la scelta di organizzarsi politicamente costituisce un serio problema al sistema di potere messo su dal Bharatiya Janata Party, sistema incentrato sull’esaltazione del nazionalismo confessionale, mirante a polarizzare la nazione su questioni religiose. In tornate elettorali locali svoltesi nel 2021, partiti minori hanno eroso consensi al Bjp che rischia di non calamitare un voto di appartenenza cercato sullo stereotipo della nazione hindu. Una parte del movimento contadino è contraria alla discesa politica, sosteniene che praticarla rappresenta un tradimento all’impegno di lotta, la politica non può che avvelenare l’unità dei lavoratori. Uno dei leader di quest’avviso - Ravi Azad - definisce il passo del collega Rajewal una caduta in disgrazia. E rincara la dose ricordando come sin dall’inizio la protesta rurale si ponesse “l’obiettivo di combattere il neoliberismo che impoverisce l’India, mentre la scelta di formare un partito è personale, verticistica, non discussa dalla base”. Egualmente altre figure di spicco del movimento parlano delle insidie del partitismo, una minaccia al fronte contadino che deve difendere quanto raggiunto finora e rilanciare, perché è in ballo il sistema di produzione nelle campagne. 

 

Un altro leader, Ashish Mital, non trova innaturale guardare al mondo politico perché è questo a decidere le sorti dell’economia del Paese, del resto già in altre fasi le stesse organizzazioni sindacali si sono dovute schierare oppure scontrare con le posizioni dei partiti. Inoltre il recente sviluppo della protesta ha visto una distinzione di tattiche, fra coloro che puntavano a sit-in stanziali e chi ha indicato la più pericolosa strada dell’assedio alla capitale, risultata vincente. Scelte nate dall’evoluzione delle situazioni, facendo così intendere che potrebbe esser giunto il momento del passaggio al ruolo politico. Però c’è un avvertimento: aderire al movimento sindacale è una sorta di linea rossa che impedisce di avvicinarsi, individualmente o come gruppo politico, a quelle forze che l’hanno contrastato: Bharatiya Janata Party, Congress Party, Aam Aadmi Party. Insomma il recente successo degli agricoltori rappresenta un patrimonio significativo che qualsiasi scelta politica non può ignorare. Proprio l’ambiente rurale ha lanciato un segnale contro la passività, pur accusati di passatismo i piccoli contadini indiani stanno indicando una via contro la massificazione produttiva e l’inquinamento del capitalismo agrario. Elementi che nessun partito, anche d’opposizione, sembra aver colto, sostengono i capi della rete sindacale Samyukta Kisan Morcha che, giurano, continuerà a vivere al di là delle scelte partitiche di ciascuno.