giovedì 30 maggio 2024

India, la verità dell’urna

 


La prolungata consultazione indiana fa tappa a Varanasi, il 1° giugno. E la città sul Gange, antichissima di quattro millenni e fitta di corpi come poche al mondo (gli abitanti sono 3.8 milioni, ma se ne contano tremila per chilometro quadro) è un luogo dal quale Narendra Modi s’aspetta tanto. Da quella folla che definire affollata sa di carenza lessicale, di mancanza di sinonimi. E dunque soffocante, stringente, ingombrante come l’uomo che vuole acclamare e sostenere, a cui ha affidato il presente e ipotecato il futuro d’un Paese sempre più asfissiato dall’omologazione. Fra questa calca, pregando ovviamente nello storico tempio di Kashi Vishwanath, il premier uscente è passato a metà maggio, per ribadire un successo già conosciuto nel 2019. In quella data Modi prevalse con un margine attivo di 600.000 preferenze. Vuole bissarlo e magari ampliarlo. Perché il voto nel popolosissimo Stato dell’Uttar Pradesh vale ottanta seggi, e tredici riguardano appunto Varanasi. Inoltre, avversario diretto in città è Ajay Rai, 55 anni, dal 2012 candidato del National Congress, che  nel passato ha conosciuto un avvìo politico con l’ala studentesca del Bharatiya Janata Party.  Un fedifrago, dunque. O come lo valutano alcuni osservatori, un politico fluido e fluttuante. Perché, forse, alla stregua di colleghi d’Occidente: sta con chi lo tratta meglio. Oppure no. I sostenitori lo giudicano un elemento che ha maturato un percorso ideale, spostandosi prima verso la socialdemocrazia del partito Samajwadi, quindi al riformismo del NC. In un Paese sempre più polarizzato, simili oscillazioni possono più nuocere che giovare. Infatti, pur essendo molto radicato nella città sacra, Rai è già stato sconfitto da Modi. Ora aderendo alla coalizione denominata India, medita riscossa in un confronto-scontro comunque aperto.

 

Lo è perché tanti, troppi concittadini paiono insoddisfatti. Proprio dalle promesse sociali del Bjp spesso disattese. Certo da quando Modi governa, la città-santuario ha registrato una crescita esponenziale del turismo religioso, passato dai 5,5 milioni ai 54 milioni di visitatori-pellegrini. Un formicaio smistato nelle strette viuzze a ridosso dei templi nientemeno che da gruppi paramilitari. Eppure il turismo del culto comprendeva storicamente anche i fedeli poveri e poverissimi che almeno una volta nella vita compivano le abluzioni nel Gange e abbandonavano i corpi sui ghāt. Attualmente vengono soppiantati da una maggiore presenza di hindu appartenenti a strati sociali di medio calibro. E questo sarebbe il minimo, per quanto sull’onda della trasformazione sociale del Paese, ci sia chi plaude e approva. In campagna elettorale l’opposizione ha messo il dito in questa piaga, sottolineando come nell’ultimo decennio la crescita sociale non è stata diffusa e paritaria. Ha favorito una parte e ampliato le criticità, e non solo per i dalit. Colpiti soprattutto i lavoratori di mezza età licenziati o messi ai margini del ciclo produttivo. Addirittura molti giovani, acculturati e laureati, sono costretti ad arrangiarsi perché ultimamente l’occupazione stenta e non vengono impiegati nel settore della propria specializzazione. Uno, intervistato dall’immancabile Al Jazeera, sostiene di fare il barcaiolo trasportando i turisti sulle sponde del fiume sacro. E la città, per tre quarti induista, vanta comunque inserimenti lavorativi anche nei non pochi luoghi di culto islamico presenti. Fra l’altro la locale lavorazione della pregiata ‘seta seree’ è appannaggio delle famiglie di fede musulmana. Nonostante il desiderio del suprematismo hindu d’infiammare i rapporti fra le due comunità, Varanasi persiste come enclave di convivenza. Assolutamente pacifica è difficile da mantenere in un tragitto elettorale che ha ripresentato discorsi d’odio razziale e confessionale per bocca di figure istituzionali del Bharatiya. In ogni caso il 1° giugno s’avvicina, e subito dopo lo spoglio definitivo atteso nei tre giorni seguenti. 


 

venerdì 24 maggio 2024

Propaganda indiana, soldi a senso unico

 


Mica solo l’America. Per essere potenza globale il ceto politico indiano punta su personalizzazione, spettacolarità, mediologia e tanto, tanto denaro. Un po’ ovunque nel mondo la politica è diventata solo una corsa elettorale per un pugno di selezionati dai capi che richiedono fede più affaristica che ideologica, a cui la moltitudine degli elettori offrirebbe col voto la patente di democrazia. E’ stato sempre così? Solo parzialmente. Per ogni popolo il suffragio universale, specie nelle sue classi subalterne, ha rappresentato una fondamentale conquista, svilita epoca  dopo epoca dalla vaghezza dei vertici e dalla  conseguente disillusione della base. E’ proprio per questo cortocircuito che in ogni continente avanza il fenomeno populista incentrato su una guida cui affidarsi, quegli uomini del destino che storicamente hanno prodotto guerre e catastrofi. E stanno proseguendo, imitati pure dal genere femminile. L’India immersa nelle consultazioni elettorali non è priva di questo vizio, anzi con Narendra Modi ne è un esempio numericamente corposo. Da fine 2023, avviando la campagna elettorale, il Bharatyia Janata Party ha lanciato il tormentone della “garanzia Modi”. Cioè il presidente uscente rappresenterebbe una certezza per il miliardo e trecento milioni di indiani, sebbene le libertà individuali, etniche, religiose, culturali si restringono per l’avanzare della razzistica teoria dell’hindutva. Al danno - rappresentato dalle leggi già approvate che discriminano i duecento milioni di islamici presenti sul territorio indiano,  e quelli perseguitati dalla violenza dei picchiatori hindu rivolta e praticata anche contro i sessanta milioni di cattolici o di altre minoranze - s’aggiunge la beffa d’una propaganda pro Modi pagata col denaro di tutti i contribuenti. 

 

In questo periodo l’impatto pubblicitario è stato martellante, in poco meno di quattro mesi il Bjp ha speso 3,7 milioni di dollari, che superano i 3,3 milioni di dollari usati dal National Congress, ma in un lasso temporale di sei anni (2018-2024). Se gli analisti indiani ricordano che un’accusa per uso indebito di macchinari governativi era caduta anche sulla testa di Indira Gandhi, e dunque del NC, ciò che accade in  anni recenti è un’insopportabile ingerenza con tanto di accaparramento dei fondi stanziati per un’agenzia, Central Bureau of Comunication, che funziona a unica trazione filo-governativa. Per l’opposizione è scandaloso, ma i media indiani tacciono e guardano altrove, a dimostrazione della deriva omologatrice imposta dall’esecutivo. Ad esempio c’è stato una sorta di silenzio mediatico sul bilancio della CBC  che è quasi quadruplicato, passando da 24 milioni di dollari a circa 100 milioni di dollari, così si è incrementata la diffusione di notizie soprattutto sulle piattaforme digitali. Il governo, ampiamente avvantaggiato dal fenomeno, s’è difeso sostenendo come l’incremento fosse correlato all’espansione nazionale e alla sua crescita economica, la sesta a livello globale. Solo cinque anni addietro la stessa agenzia aveva speso 140.000 dollari, per la quasi totalità in pubblicità pro Bjp. Nei mesi scorsi la spesa è passata a circa 16 milioni di dollari, cento volte la cifra del 2019, e sempre a favore esclusivo del partito di maggioranza. A fine marzo il National Congress ha presentato una denuncia alla Commissione elettorale dell'India, affermando che gli annunci della CBC violano le regole elettorali e usano i fondi pubblici a senso unico per il partito di governo. Non è accaduto nulla, anche perché il “Comitato per regolare gli annunci governativi” creato nel 2016, è composto da membri nominati dal governo, secondo la classica farsa di chi si “autocontrolla”.

martedì 21 maggio 2024

Arabia, gli ammiratori del nuovo impero arabo

 


Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’impero economico saudita, che vanta fra gli estimatori italiani l’ex premier Matteo Renzi suo ‘conferenziere’ a gettone, aggiunge un altro laudatore dei tempi nuovi, il giornalista Federico Rampini. In un recente ‘spiegone’ televisivo sulle migliori sorti e progressive della dinastia più inquietante del mondo islamico, messa nero su bianco in un libro “Il nuovo impero arabo” edito da Solferino (lo leggeremo e ne riparleremo, restate connessi) Rampini è rapito dal clima che si respira nella terra dei Saud. Seguendo le orme nientemeno che dell’ex cittì del calcio azzurro Roberto Mancini, approdato come altri imprenditori dei propri affari davanti ai petrodollari che si detergono dall’untuoso idrocarburo assumendo forme sportive, culturali, d’intrattenimento o di concreta edificazione in svettante vetrocemento, l’inviato del Corsera illustra cosa c’è dietro la decantata ‘Vision 2030’ lanciata nel 2016 e giunta a oltre la metà del suo percorso. C’è, dice lo scrittore-lodatore, la laicizzazione in corso nel regno saudita, che nonostante la permanenza del bisht (la tradizionale tunica degli emiri) guarda al mondo e, assieme ai sempiterni affari, pone in primo piano i gusti occidentali. Gli affari con l’Occidente piacciono a ogni contraente perché l’epoca di Thomas Edward Lawrence e delle sue contrapposizioni è tramontata da un pezzo. Rampini si dice colpito dalla quantità di imprenditori, ricercatori, studenti, turisti italiani siano attirati dalle fantasmagorìe dei Saud, poi afferma come sia in atto un cambio di rotta della casa regnate, più lontana dal wahhabismo uno dei padri del fondamentalismo islamico e nutrimento delle teorie di Qaeda e dello Stato Islamico. Se tutto ciò si legge sulle veline diffuse dallo staff di MbS risulta normale, in fondo si tratta della propaganda con cui il regime ha già orientato la fondazione nazionale verso il primo Stato saudita del 1727, anticipando di qualche anno i riferimenti celebrativi che dal 1744 poggiavano sull’identificazione del regno con l’Islam wahhabita. Se lo racconta un giornalista dal pensiero libero ci sorge qualche dubbio. Vedremo se nel suo rapporto Rampini offrirà qualche rivelazione a sostegno del presunto cambiamento che altre fonti considerano solo di facciata, poiché a Riyad e dintorni le madrase wahhabite non passano di moda come gli imam che invocano jihad sanguinarie all’ombra dei regnanti locali.  

 

E’ l’ennesimo gioco furbesco con cui il principe sorride a tutti e oggettivamente reinveste e fa fruttare petrodollari in un avanzatissimo terziario di servizi. In questi anni le trasformazioni saudite si son date concretezza edilizia, nella lucida follìa di Neon la “città-linea” larga duecento metri che dovrebbe svilupparsi per 170 km nel deserto. Per recuperare terreno su quel tracciato la polizia sgombera con la forza, senza tralasciare uccisioni verso chi s’oppone all’abbattimento di case o capanne. Oppure l’area denominata New Murabba, infarcita di costosissime (per gli acquirenti) unità residenziali e commerciali, progettate nel lato nord-ovest della capitale. Lì sono previsti anche un museo, un teatro, luoghi d’intrattenimento, ampie zone di verde da tenere in vita con la desalinizzazione dell’acqua marina e un’infinità di piste ciclabili, i cui utenti saranno da tenere in vita per gli oltre 40° presenti in buona parte dell’anno. Non si tiene in vita un discreto numero di condannati a morte che nonostante ‘Vision 2030’ il regno continua conteggiare a ogni anno. Nel 2023 sono stati 171, più del doppio dell’anno precedente. Il laudatore Rampini sicuramente ne è conoscenza. E sui diritti delle donne che da qualche tempo e differentemente da prima, possono guidare, assistere a eventi sportivi, addirittura passeggiare indossando il niqab o in alternativa un abbigliamento da fashion statunitense, resta l’ombra di quel che accade ad attiviste come Manahel al-Otaibi, condannata a undici anni di reclusione nel gennaio scorso. L’accusa è di terrorismo, e come accade sull’altro versante del mar Rosso nel dittatoriale Egitto del laicissimo al Sisi, il reato dell’imputata riguardava la pubblicazione sui social di propri pensieri sull’abbigliamento. Lei rifiutava d’indossare l’abaya, l’abito della tradizionale saudita. Amnesty International ha denunciato le violenze fisiche e psicologiche subìte dalla giovane e il suo non è un caso isolato. “L'Arabia merita di essere studiata più che esorcizzata“ sostiene Rampini. Sicuramente andrebbe raccontata con maggiore amore per un’informazione a tuttotondo. A cominciare dall’essenza del motore del cambiamento, considerato da parecchi media il mandante dell’omicidio del giornalista Khashoggi, trucidato nel 2018 e sezionato con la motosega, in un risvolto sanguinario che supera ogni pulp fantastico. Il principe non ha mai smentito. Ecco cosa andrebbe esorcizzato: la tendenza criminale e autoritaria del visionario MbS e la sua politica che compra l’anima di chi vuol farsi illudere dalle sue cento scintillanti maschere.

lunedì 20 maggio 2024

Raisi, l’ultimo volo

 


Muore il più odiato dagli iraniani, quelli che hanno avuto parenti impiccati, giovani arrestati, donne malmenate e represse. Ebrahim Raisi, dal 2021 era presidente della Repubblica Islamica. Precedentemente magistrato e procuratore di alcune province era già stato presidente della Corte Suprema, incarico ricoperto con rigore e zelo, fin dalle repressioni del 1988 contro prigionieri politici, volute dal ruhollah Khomeini e contestate dal grande ayatollah e marja’a Ali Montazeri. Cade vittima del destino, più che d’un agguato mirato com’era accaduto al generale Soleimani, e di recente ad altri pasdraran di vertice della Forza al Quds assassinati in Siria da Israele. In qualche modo può considerarsi vittima dell’embargo, visto che l’elicottero - mezzo rapido di spostamento in territori impervi, ma sempre infido con avverse condizioni metereologiche - era un residuato delle fornitura statunitense decise dallo scià Palhevi. Un Augusta Bell 212, non solo datato, ma forse arretrato nella manutenzione vista la difficoltà del regime di reperire pezzi di ricambio. Ciononostante le massime autorità si spostano con simili attrezzature in aree difficili da raggiungere, qual è la regione azera del Caspio. Raisi aveva incontrato l’omologo Aliyev, inaugurando dighe utili alla produzione energetica nella zona e puntava su Tabriz. Nebbia e pioggia hanno reso il volo difficoltoso, della delegazione che viaggiava su tre elicotteri, quello col presidente ha perso contatti e non è mai giunto a destinazione. Dispersi, dunque, Raisi e il ministro degli Esteri Amir Abdollahian che l’accompagnava, più l’equipaggio del velivolo. Da ieri sera la Guida Suprema Khamenei invitava i fedeli alla preghiera per la sorte del presidente. Stamane le numerose squadre di soccorso impegnate con difficoltà in un’area boscosa e montagnosa, hanno dato la notizia del ritrovamento dei rottami e dei cadaveri. Allah non ha ascoltato le suppliche. 

 


Raisi era sostenuto e rispettato dal Paese ultraconservatore, dalla nativa Mashhad ai luoghi dove s’era formato come chierico, Qom, e aveva vissuto, Teheran. Nel futuro poteva aspirare addirittura alla carica di Guida Suprema, in concorrenza con uno dei figli di Khamenei, Mojtaba, sebbene il grande vecchio, dato più volte per spacciato, resista e continui a dettare l’orientamento politico interno e internazionale. E’ accaduto nelle recenti elezioni con le candidature nell’Assemblea degli Esperti che hanno escluso, oltre a ogni candidato riformista, una figura di primo piano come l’ex presidente Rohani, considerato troppo moderato e filo occidentale. Ora, secondo la prassi, il Paese dovrà eleggere entro cinquanta giorni un nuovo presidente. Gli osservatori interni ritengono che non ci saranno sorprese, anzi la componente militare di quello Stato nello Stato che sono i Guardiani della Rivoluzione avrà ulteriori spazi nei confronti della nomenclatura  clericale carente di figure di prestigio. Raisi nel suo grigiore era considerato un elemento di rango, la nuova generazione va avanti per filiazione, come appunto nel casato Khamenei. Elemento in scesa è l’attuale speaker del Parlamento il sessantatreenne Mohammad Bagher Ghalibaf, ex militare e già sindaco della capitale, uomo che fa ricordare l’unico presidente laico dell’Iran rivoluzionario, l’altro Mohammad, Ahmadinejad. Emarginato quest’ultimo proprio da Khamenei, dopo lo scandalo d’un secondo mandato conquistato a suon di brogli elettorali. Ma emarginato non per questo motivo, bensì per aver tramato negli anni successivi al 2009 col partito dei pasdaran per mettere all’angolo gli ayatollah a casa loro. In quei centri di potere finanziari che sono le fondazioni religiose (bonyad) atte a controllare la quasi totalità dell’economia interna. L’altra ipotesi presidenziale coinvolge l’attuale reggente Mohammad Mokhber, 69 anni, uomo d’apparato sempre legato ai pasdaran. Ma l’occhio dell’immarcescibile Ali Khamenei magari conterrà ancora una volta il desiderio dei Guardiani della Rivoluzione di tracimare verso un potere totale. La vigilanza clericale è tuttora forte nonostante la ribellione di strada, per contenerla turbanti e militari finora si sono assecondati.

venerdì 17 maggio 2024

Voto indiano, hindu contro

 


Non è il governatorato più popoloso ma centoventi milioni di abitanti rappresentano comunque poco meno d’un decimo della popolazione della Federazione indiana. Per questo le elezioni del Maharashtra, nel centro occidente della nazione-continente, risultano vitali per l’orientamento finale del voto. Nei mesi che precedevano l’apertura dei seggi il premier Modi è andato e venuto più volte in questo territorio, perché la sola presenza della megalopoli di Mumbai con tutto il suo armamentario economico - dalla produzione industriale agli apparati commerciali e finanziari, più il settore mediatico e la produzione cinematografica di Bollywood - ne fa il cuore pulsante di quell’India o Bharat che ha mire di potenza globale. Nella metropoli dai numeri incerti (gli odierni 22 o 25 milioni di abitanti e forse più) trent’anni addietro s’innescava la violenza etnico-religiosa che il Bharatiya Janata Party cavalca da quando è al governo, facendone il proprio vessillo. A innescarla fu il partito locale dell’ultradestra hindu - Shiv Sena - che a lungo ha guidato questo Stato spingendo nel 1995 per l’abbandono della denominazione della capitale (Bombay) considerata un brutto retaggio del colonialismo britannico. Oggi questo gruppo punta a togliere terreno sotto i piedi della volata verso il terzo incarico intrapresa dal premier. E’ Uddhav Thackeray, nipote e figlio d’arte oppure parvenu secondo i detrattori, ad attaccare Modi. Uddahv eredita il movimento dal padre Bal che l’aveva fondato a metà anni Sessanta, il merito dell’erede è quello di aver ampliato lo spettro da una presenza regionale, per quanto in un’area pregiata e privilegiata, ad altre zone  diventando un fenomeno nazionale. Minoritario ma nazionale. E questo conta per la presenza nella Lok Sabha. I 13 seggi che si conquistano fra Mumbai, Thane, Nashik avranno un riscontro dal 20 maggio. 

 

Nei comizi confezionati finora Thackeray è andato giù duro su questioni concrete riguardanti il lavoro. Come fosse un sindacalista ha parlato dei giovani ai giovani, quelli che iniziano la vita adulta a 25 anni e a 35 si trovano per le mani un lavoro precario, che magari li seguirà a vita o fra un licenziamento e l’altro. L’eccessiva deregolarizzazione sostenuta dal governo sull’onda del suo liberismo crea disoccupazione continua e incertezza socio-economica per milioni di lavoratori. In diverse occasioni il capo di Shiv Sena ha attaccato il governo per l’ottusa chiusura verso i diritti. Di recente la stoccata: “Modi parla sempre di mucche (l’animale sacro per l’induismo, ndr), non parla mai d’inflazione” a dimostrazione della comunicazione preconfezionata ideologicamente dal partito di maggioranza, poco attento ai problemi quotidiani. Anche sull’amata (dai reazionari hindu) teoria razzista dell’hindutva Thackeray opera distinguo, i politologi ritengono rievochi le teorie del nonno sulla purezza etnica. Il bello è che Uddhav Thackeray, che non smentisce la tradizione dinastica di famiglia e in queste elezioni lancia suo figlio Aditya, nel Maharashtra conduce l'alleanza India, il cartello degli oppositori al Bjp voluto dal National Congress di Rahul Gandhi e incentrato su forze progressiste e socialiste. Cosa ci faccia lì l’estremista hindu dello Shiv Sena, è un palese controsenso. Passino le tattiche elettorali, ma gli attivisti di questo movimento marciano inquadrati come i ‘volontari nazionali’ del Rashtriya Swayamsevak Sangh, pronti ad aggressioni e violenze contro gli “indiani impuri”. Sono tutte organizzazioni fasciste e razziste del fondamentalismo hindu, da cui proviene anche Narendra Modi. Fratelli d’India per meglio dire del Bharat, la denominazione hindu di quel Paese che i militanti amano. Le immagini delle loro nuove reclute che apprendono il saluto paramilitare, non a braccio teso ma con la mano destra orizzontale sul cuore, parrebbero simili a quelle di boy scout inoffensivi anche un po’ goffi. Poi però gli squadristi maturano, ricevono bastoni, pugnali, pistole, irrobustiscono tecniche d’assalto e assassinio verso gli indiani di altre fedi. Se per guidare la Federazione indiana o un suo Stato i loro leader s’insultano, per liquidare “infedeli”, bruciargli casa o negozio, diventano sodali. 

venerdì 10 maggio 2024

India, una Costituzione di troppo

 

L’ennesimo boccone avvelenato dell’acerrima campagna elettorale indiana, in corso anche durante le settimane di voto, riguarda due temi che potrebbero essere i nostri: redistribuzione della ricchezza e modifica della Costituzione. I due elementi non sono scollegati nell’India ricchissima per alcuni e poverissima per tanti. Il premier e leader Modi non sfugge all’abitudine in voga fra i populisti a ricoprire incarichi istituzionali senza mettere da parte la direzione politica del suo schieramento, e piega le mosse ufficiali agli interessi di parte. Così sostiene che i discorsi lanciati da più d’un partito dell’opposizione, riunita nel cartello India, su un possibile finanziamento sociale ottenuto con parte dei grandi capitali interni (quelli ad esempio della coppia chiacchieratissima dei magnati Adani e Ambani e di un’altra ventina di Paperoni, sono stati calcolati circa duecento miliardi di dollari) favorirebbe un passaggio di ricchezza dalle famiglie hindu a quelle islamiche. E’ ovviamente una boutade, ma fa presa fra chi legge la realtà con gli occhi di una politica malata di fanatismo fondamentalista. La realtà affrontata da studi di settore, ripresi dal Partito del Congresso con l’intento d’intervenire sulle caste e sotto-caste tuttora presenti in quella società, parla di un 1% di cittadini indiani che detengono il 40% della ricchezza nazionale, contro un 50% di popolazione che non raccoglie neppure il 10% di quei beni. Ricercatori di settore sostengono che le odierne diseguaglianze sono più o meno quelle dell’epoca coloniale britannica. In tal senso il Partito del Congresso che ha governato per decenni non è esente da responsabilità, anzi. Eppure Rahul, attuale erede della dinastia Nehru-Gandhi, non demorde. Per lui affrontare la questione alla lunga renderà un servigio ai ceti poveri, al Paese che rilancerà due pilastri della moderna società quali sanità e istruzione, e anche al partito. I critici vedono nello spettro della redistribuzione la fuga di chi sarà disincentivato a investire in un’India più egualitaria, garante di diritti e foriera di un ascensore sociale. Su un punto che ha a che fare coi patrimoni: la proposta d’introdurre una tassa di successione sui beni immobili e non, c’è il dissenso di taluni economisti allarmati dall’attacco alla proprietà. 

 

Infatti la linea para liberista del Bharatiya Janata Party denuncia lo scippo che potrebbe subire chi col sudore della fronte ha messo su un patrimonio piccolo o grande che sia. La progressività nella tassazione è indicata come la strada migliore per non far mancare risorse economiche allo Stato e alle possibili riforme. Ma un ostacolo a eque riforme, dicono Gandhi, Yadav e Singh a nome di National Congress, Samaiwadi Party e Aam Aadmi Party, sono i favori governativi ai colossi miliardari di Mukesh Ambani, mister  90 miliardi di dollari, tanto la rivista Forbes ha calcolato il suo patrimonio, e Gautem Adami. Il primo è anche noto come “re del ferro” per il controllo da maggiore azionista di Reliance Industries Limited colosso siderurgico-meccanico, successivamente affermatosi anche nei settori della raffinazione e della petrolchimica. Settanta miliardi di dollari è stimato l’attuale il patrimonio di Adani Group, che di recente ha conosciuto un crollo azionario di decine di miliardi. Ne quotava 126 miliardi, ma dopo la comparsa del dossier diffuso da Hindenburg Research che accusava l’affarista, originario come Modi del Gujurat, di manipolazioni azionarie e frodi contabili il capitale si è contratto. Le conseguenti indagini predisposte dalla Corte Suprema di Delhi hanno bollato come poco credibile il rapporto della società di ricerca americana, e Modi, di cui Adani è aperto sostenitore, ha difeso a spada tratta il miliardario. Secondo il governo la vicenda non ha rappresentato solo un colpo alla sua impresa ma “un attacco alla nazione indiana”. Comunque il sogno elettorale del Bjp è strapazzare l’opposizione nelle urne e portare nella Camera bassa 400 deputati per cambiare la Costituzione. Un progetto che segue la cancellazione dell’autonomia nel Kashmir, la limitazione dei diritti umani, lo strisciante apartheid introdotto dal Citizenship Amendment Act. Un piano che vuole archiviare l’India tollerante e inclusiva pensata dai padri della patria Rejendra Prasad, Bhimrao Ramji Ambedkar che insieme a Nehru, Ghandi, Patel e alri avevano stilato la Carta entrata in vigore nel gennaio 1950. Ora Modi pensa al colpo di spugna, qualcosa che si respira anche in Italia dove si vogliono mandare in soffitta Calamandrei, Einaudi, Pertini, Parri e i loro princìpi.


giovedì 9 maggio 2024

Gaza, succursale in Sinai

 


Sul futuro dei gazesi della Striscia, ultimo avamposto di palestinesi straziati e perseguitati, non esiste solo l’interessata ‘protezione’ qatarina, turca, saudita, giordana che si rapporta a quanto Tel Aviv dispone e Washington protegge. Non c’è da cadere nella trappola del recente diniego sulle ultime bombe da massacro offerto dalla presidenza statunitense, si tratta dell’ennesima recita d’un candidato dai più dato per spacciato alla scadenza elettorale di novembre. Con o senza Netanyahu, che nella crisi in corso vince solo la palma del massacratore poiché non riesce né a cancellare Hamas né a riportare a casa i restanti prigionieri di Israele, il mondo che conta decide come selezionare e sezionare ulteriormente quella popolazione. Quanta farne restare accampata fra le macerie in attesa d’un prossimo business da ricostruzione, quant’altra trasferire altrove e dove. Il rilanciato progetto Sinai, già esaminato un ventennio addietro “a danno dell’Egitto”, ha ritrovato spazio nonostante la presunta ritrosia di Al Sisi di avere fra le scatole ribelli refrattari alle normalizzazioni. Il presidente-golpista deve ingoiare il rospo e accettare questa soluzione per conservare il posto di gala nella diplomazia internazionale e il riconoscimento di ‘uomo d’ordine’ in base al quale da un decennio ha patteggiato, ripulito e orientato l’area settentrionale di quella penisola. Già infestata dal jihadismo di Qaeda all’epoca di Mubarak e nuovamente visitata, col consenso tribale dei beduini, da gruppi che si rifacevano allo Stato Islamico, fino alla fase d’oro del Daesh siro-iracheno. Poi dal 2016 quelle presenze sono scemate anche perché i loro appoggi locali hanno mutato giro. In queste vicende una figura centrale è un soggetto, diventato imprenditore di successo grazie all’empatia di servizio creata col nuovo regime egiziano al quale arrivava da galeotto. Le sue vicende le ha narrate la testata Middle East Eye che ricordava i traffici da contrabbandiere di Ibrahim Gomaa Salem Hassan al-Organi e della sua tribù, i Tarabin, la più potente del Sinai. Oggi al-Organi ha cinquant’anni e un passato burrascoso. Ha conosciuto la galera per aver vendicato un fratello, come lui trafficante, ucciso dalla polizia. La vendetta consisteva in attacchi armati a poliziotti di frontiera con morti e sequestrati. 

 

Eppure negli antefatti del biennio 2004-2006 i membri del clan Organi si facevano passare per contestatori politici e mediatori con la Stato, addirittura si vantavano d’aver aperto la strada alla rivolta del 2011 che disarcionò Mubarak. Propaganda messa su nella nuova vita alla quale al-Organi era assurto diventando amico di Mahmoud, figlio di al Sisi, infilato dal padre nell’Intelligence delle Forze Armate per controllarla meglio. Facendo leva su relazioni claniste fra i Tarabin al-Organi mise su una propria truppa mercenaria che coadiuvava l’esercito del Cairo nel ripulire la regione dalle forze islamiste armate. A papà Sisi tutto questo andava benone e da lì gli affari d’impresa, che lo scaltro Ibrahim aveva avviato, s’ampliarono sempre più. Una sua società di appalti e costruzioni chiamata Figli del Sinai allargava il raggio d’azione, controllando permessi d’ingresso e d’uscita dalla zona con tanto di “pedaggio”, ovviamente illegale, imposto a merci e persone. E’ una situazione che si perpetua, lo denunciano le Ong che operano sul confine di Rafah verso la Striscia. Del resto avere gli al-Sisi a coprirgli le spalle ha reso l’ambizioso Orani ancora più intraprendente. Da lì l’exploit di diventare presidente della società Misr Sinai for Industrial Development and Investment che ha come azionista di maggioranza, guarda un po’, l’immancabile esercito del Cairo. I gazesi hanno imparato a conoscere gli interventi delle aziende affiliate all’Organi Group già in occasione delle ricostruzioni successive all’attacco israeliano denominato ‘Margine di Protezione’ (estate 2014, duemilatrecento vittime palestinesi e una discreta distruzione logistica). Dopo l’attacco del 2021 (250 vittime palestinesi) Organi s’è garantito un appalto edilizio di  500 milioni di dollari versati dalle casse egiziane. Da volpino del deserto Ibrahim dispone costruzioni e pure demolizioni, secondo i disegni dei suoi sponsor militari. E’ successo sul confine di Rafah, abbattendo case non colpite da bombe ma sventrate dai suoi bulldozer. Ora ci sarà da vedere dove gli recapiteranno decine di migliaia di gazesi sfollati. Intanto l’affarismo di famiglia prosegue con l’erede, il figliolo Essameldin, istradato nell’azienda che si vanta d’investimenti anche nel settore dell’accoglienza. Chissà se risulterà residenziale o semplicemente assistenziale verso i palestinesi strappati alla Striscia. 


martedì 7 maggio 2024

Elezioni indiane, Bharat a senso unico

Un esponente locale del partito Samajwadi durante un comizio che prepara il turno elettorale nell’Uttar Pradesh ha la malaugurata idea di ricordare agli elettori di fede islamica (in quello Stato ce ne sono oltre quaranta milioni) di fare una “jihad elettorale” per scacciare il Bharatiya Janata Party dal governo. Apriti cielo! Al presidente Modi non pare vero. Il suo staff coglie l’occasione e rilancia l’offensiva, per ora verbale ma che monta nella voglia di menar le mani. Dice il premier che quel voto è “pericoloso per la democrazia del Paese” come chi lo propone. La teoria coniata da tempo della corrosione interna della società hindu da parte dei musulmani, più prolifici di quest’ultimi, se non parla esplicitamente di sostituzione etnico-religiosa si collega all’altro cavallo di battaglia anti musulmano: il presunto progetto che conduce giovani islamici a corteggiare ragazze hindu per sposarle e convertirle ad Allah. Anche qui compare il termine jihad, per la precisione “Love jihad”. Sembra un paradosso, eppure la politica indiana è sempre più costellata di tali insinuazioni che raggiungono il parossismo con conseguenti escandescenze delle due comunità, scontri sanguinari in vari casi letali. Il ceto politico di governo cavalca questo tema per accentuare l’emarginazione della pur corposa minoranza islamica che coi suoi duecento milioni di cittadini costituisce poco meno d’un sesto dell’intera popolazione indiana. Finora anche parecchi musulmani hanno scelto di sostenere Modi percepito come uomo del popolo e impegnato a favore della gente. Comunque l’accentuazione delle posizioni su menzionate inizia ad allontanare il voto musulmano dal Bjp, un consenso che regge per l’idiosincrasia di tanti emarginati di ogni confessione nei confronti dello storico Partito del Congresso considerato statalista, familista e corrotto. Questo gruppo, di fatto l’avversario del Bjp più in vista, rimane il nemico da battere e gli strali di Modi e dei suoi soci contro Raul Gandhi si susseguono in ogni manifestazione. Il Congresso - dice il partito hindu - dietro il progetto del ritorno a un’India unitaria e solidale cela il disegno di nazionalizzare ogni cosa finanche il banchetto di vendita nel mercatino, le singole casupole in cui sopravvivono milioni di famiglie d’ogni religione, il moto-carrettino con cui si va a lavorare, la bici usata per spostarsi dall’indianino povero. La loro vittoria sarebbe un passo indietro nella storia e nell’economia, fa intendere il Bjp, proponendo l’ennesima sparata. Ma di esagerazioni ed esasperazioni sono pieni gli incontri pubblici e i dibattiti televisivi con un’accentuazione dei toni meschina e preoccupante perché montata dagli stessi politici, anche da coloro che ricoprono incarichi istituzionali. Ciò che gli odierni commentatori elettorali non ammettono è quando certe drammatizzazioni vengono diffuse da figure che dovrebbero avere il buon gusto di non esporsi perché rappresentano l’intera nazione, e Modi è in cima alla lista. Però il desiderio di polarizzare il clima politico, raccogliere i sostenitori non in base al programma, ma in contrapposizione e in odio agli altri: tutti gli avversari del Bjp, tutti i non hindu e i contestatori dell’hindutva e gli stranieri, porta l’elettorato del Bharat a considerarsi la sola  immagine del Paese che deve sbarazzarsi di quel che ha inquinato le radici, dall’era Moghul all’epoca coloniale, e indicare la via alla quale ogni indiano deve conformarsi. Società monocorde di certezze assolute, dunque, che non ammette diversità e pluralismi, ambiente soffocante che non vuole confronti né alternative. Le urne si muovono a milioni verso quest’orizzonte.

 

domenica 5 maggio 2024

L’omicidio Regeni è politico

 

Nel truce sequestro e sadico omicidio di Giulio Regeni, per il quale è in corso il processo solo italiano con imputati contumaci e governi del Cairo e di Roma latitanti, rivengono a galla molteplici fattori. I conosciuti e svelati depistaggi delle istituzioni egiziane, gli imbarazzati silenzi di quelle italiane, le ambigue presenze attorno allo speranzoso ricercatore: la tutor dell’università di Cambridge, l’amica cairota, un coinquilino avvocato, il losco sindacalista degli ambulanti (sui quali il dottorando raccoglieva dati) che l’avrebbe venduto ai mukhabarat della ‘National Security’. Di tutto si è scritto in questi anni. Da settimane ne dibatte la magistratura di Piazzale Clodio, osservando qualche aggiuntiva prova e reperto che gli inquirenti del nostro Paese sono riusciti, non senza difficoltà, a raccogliere in otto travagliati anni di rincorsa delle indagini. Spuntano anche ulteriori tracce, testimonianze solo di parte italiana di quegli agenti impiegati in trasferte d’investigazione, appunti presunti e/o taroccati perché in quest’omicidio politico dal sapore d’intrigo gli elementi che certamente possono aiutare il dibattimento non sopravanzano le uniche due certezze assolute: lo spietato assassinio del giovane, dopo il suo sequestro e le sevizie infertegli dall’Intelligence al servizio del presidente al Sisi, inseriti nel clima repressivo che già nei tre anni precedenti quel dannato 25 gennaio 2016, aveva prodotto centinaia di assassini di oppositori al regime. Oppositori considerati un pericolo per la sicurezza della nazione. Una sicurezza presunta e suggellata da leggi d’uno Stato che ha azzerato e incarcerato l’opposizione, seminando terrore e morte per le strade delle maggiori città d’Egitto. Questa repressione, proseguita dopo il delitto Regeni e tuttora in atto, impediva e impedisce manifestazioni di piazza, libera informazione, tormentava e tormenta, incarcerava e incarcera attivisti, sindacalisti, giornalisti, docenti, avvocati dei diritti, membri della società civile, funzionari di strutture internazionali addirittura costole delle Nazioni Unite.  

 

Davanti a tale desolante panorama nessuno s’è mosso, né prima né dopo questi omicidi. Che sono potuti  proseguire con sparizioni di giovani come Giulio di cui non s’è chiesto conto, dimenticandone la stessa identità. Riguardano gli scomparsi del Cairo e dintorni. I più “fortunati” fra i perseguitati sono finiti nelle tetre galere, qualcuno come Patrick Zaki ha sofferto ma è uscito dal circolo vizioso di arresto-scarcerazione-nuovo arresto ad libitum. Altri, seppur noti come Alaa Abdel Fattah, scontano anni di reclusione. Il caso Egitto non è certamente l’unico che evidenzia la meticolosa e preordinata criminalità statale. E’ un grave caso politico e geopolitico e mentre il primo elemento viene scansato dal sistema internazionale, il secondo diventa l’alibi per far finta di nulla poiché quel Paese e il suo discusso leader sono protagonisti della cronaca mondiale. Ieri con la creazione del fronte autoritario nel mondo arabo, oggi con le trattative per la crisi di Gaza. Sisi serve alla geopolitica armata e diplomatica, il suo operato interno non può venire né contestato né indagato. Di fronte all’assassinio di Regeni i giudici - solo italiani perché i colleghi del Cairo controllati dal regime si esentano dal procedere e collaborare per quel reato - seguono la via giudiziaria che non può essere politica. Ma la politica italiana, quella internazionale potrebbero indirizzare i propri occhi, le mani, le finanze – come peraltro fanno in altre occasioni – contro chi rompe la convivenza, chi non si presta a rapporti democratici, chi segue unilateralmente suoi disegni più o meno criminali. Eppure guardandosi attorno quest’approccio non esiste da tempo. E i tempi peggiorano. Ai familiari di Giulio, agli attivisti di sostegno alla sua memoria in cerca di giustizia forse il processo offrirà la condanna dei poliziotti sicari (Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahi), ma il regime è destinato a farla franca assieme al presidente al Sisi sorridente e sodale della nomenclatura italiana recente e attuale. 


 


venerdì 3 maggio 2024

Linea Durand, la nuova porta del jihadismo

 


C’è un confine, inventato dalla trascorsa storia coloniale britannica, che ha diviso un territorio finito nel tempo in due Stati. Il neonato regno afghano e la colonia indiana. Un accordo siglato nel 1893 stabilì le dimensioni del territorio diventato Afghanistan mentre a Oriente altra terra rientrava nella giurisdizione dell’India. Per secoli l’immensa area era stata denominata Pashtunistan, la terra del popolo pashtun che l’abitava. Dopo la firma apposta da sir Mortimer Durand, ministro degli esteri britannico per l’India e dal re afghano Abdul Rahman Khan si stabilì l’esistenza d’una frontiera di 2.640 chilometri che metteva varie tribù di pastori, agricoltori e anche guerriglieri al di qua e al di là di quella vergata sulle mappe e definita negli annali “Linea Durand”. Quel segno rappresentò uno strappo, offuscato dalle velleità del nazionalismo (in quel caso afghano) e dall’esistenza del colonialismo (britannico) che terminava la sua corsa due anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, piegato da un altro desiderio di nazione, la ciclopica nazione indiana nata dalla lotta contro l’imperialismo di Londra. Nel 1947 quel gran pezzo dell’India a ridosso dell’Afghanistan diventò Pakistan, Paese a maggioranza musulmano e abitato anche dai discendenti pashtun. Il tracciato divisivo fu rivendicato e riconosciuto ufficialmente più dal Pakistan che dall’Afghanistan, dove sia l’iniziale reggenza monarchica sia il successivo Stato repubblicano e poi Repubblica democratica d’impronta socialista non imponevano chiusure, consentendo ad abitanti, clan, famiglie imparentate e non, che vivevano, lavoravano, trafficavano a ridosso della Linea di attraversarla da est a ovest e viceversa senza formalità di sorta. Talune province afghane: Nangrahar, Khost, Paktika, Kandahar, Helmand risultavano i principali punti di attraversamento. In alcuni momenti storici si sono susseguiti irrigidimenti nei controlli voluti dai governanti di Islamabad per limitare gli andirivieni, specie quelli di combattenti armati.

 

Eppure durante la resistenza alle truppe sovietiche - intervenute dal dicembre 1979 per sedare i contrasti fratricidi delle fazioni del Partito Democratico del Popolo al potere a Kabul - i soldati pakistani tolleravano le ritirate tattiche dei mujaheddin oltre la Linea Durand. Dopo la guerra civile afghana (1992-96) e la nascita del primo Emirato talebano i rapporti fra i due Paesi si sono gradualmente incrinati, nonostante il comune denominatore religioso orientasse la politica da una parte e dall’altra della Linea. Ancor più dopo l’occupazione americana, con la missione militare Enduring Freedom e le successive della Nato (Isaf e Resolute Support), le tensioni fra governi e Paesi confinanti sono cresciute. Kabul accusava Islamabad d’ingerenza e di voler sfruttare a proprio vantaggio l’instabilità del sistema afghano, in quella fase posto sotto tutela statunitense creatrice e protettrice degli esecutivi-fantoccio di Karzai e Ghani. Il Pakistan, nel perenne contrasto con l’India, cercava nella terra di confine una propria profondità strategica, da sfruttare, ad esempio, in campo energetico coi progetti dei gasdotti che dal Turkmenistan avrebbero raggiunto il porto di Karachi,  attraversando varie province afghane senza conceder loro  nulla. Ma c’era anche chi remava contro. La chiacchieratissima Inter-Services Inteligence, l‘agenzia preposta alla sicurezza interna pakistana e al controspionaggio, ha intrapreso e continua a intraprendere doppiogiochismi e trame palesi e occulte sul sistema interno e internazionale. Sin dall’epoca del generale-dittatore Zia Ul-Haq, i militari pakistani rappresentano le eminenze grigie della politica, la condizionano e dettano volontà, se inascoltati e disattesi agiscono. In ogni modo. Con ogni mezzo, compreso il terrorismo praticato direttamente e fomentato. C’è un pezzo di storia recente che vede gruppi del fondamentalismo islamico, i Tehreek-e Taliban, compiere attentati commissionati dall’Isi o gestirli da sé per indebolire  i propri governi, quelli passati del clan Bhutto e pure quelli del premier para islamista Sharif. Insomma da parte pakistana gli attori sono molteplici. 

 

Alle formazioni del radicalismo religioso deobandi che nell’ultimo ventennio hanno fomentato il caos e seminato panico fra la gente senza mostrare un disegno preciso se non quello di difendere la gestione delle enclavi nel Waziristan e nelle Aree tribali di amministrazione federale, si aggiungono le milizie dell’Isis Khorasan attive proprio a cavallo della Linea Durand, la frontiera inesistente. Secondo loro un retaggio dell’imperialismo occidentale che la inventò, un ostacolo alla stregua degli Stati-nazione che aborrono, mentre rivogliono l’unità del Pashtunistan esso stesso nient’altro che un tratto dell’agognato nuovo Califfato in via di creazione. Più orientale e asiatico di quello sperimentato fra Siria e Iraq, ma con ulteriori potenziali protagonisti: i popoli tajiko, uzbeko, kirghizo, oltre a beluchi, afghani, pakistani e quant’altri. Un sogno. Secondo alcuni un delirio. Eppure è un progetto in divenire perlomeno nella propaganda armata a suon di stragi che dal 2016 insanguinano le terre lungo la Linea Durand. Quest’ultima fra l’altro da un po’ di tempo viene sbarrata. Iniziò sempre Islamabad chiedendo ai frontalieri passaporti e visti per passaggi fra est e ovest anche quotidiani. Mentre proseguiva e s’ampliava una struttura divisoria fatta di mura e cancellate. In realtà più dissuasive che separative. Il muro non supera i due metri di altezza, può scavalcarlo anche un bambino, se però i militari, messi a vigilarlo sempre più numerosi, non aprono il fuoco sul trasgressore. Di solito si tratta di soldati pakistani, nessun afghano dei governi filo occidentali voleva ostacoli sul confine, né li vogliono i taliban. La provincia di Khost è tuttora priva di barriere, nell’Helmand sono stati distrutti diversi chilometri costruiti. Il rimpatrio forzato di oltre mezzo milione di migranti e rifugiati afghani dalle zone che per diversi decenni li hanno accolti, come la città di Peshawar dove tuttora insistono enormi campi profughi, pone la scottante questione della chiusura degli spazi di accesso come un tema molto sentito dagli strati più poveri. Son loro a vagare sulla Linea lavorando nei campi un po’ qui un po’ là. Per costoro non esistono governi e Stati, cercano di raggranellare poche rupie per sfamare la famiglia, seguono chi gli offre un lavoro qualsiasi. S’accontenterebbero di quello, ma se il varco si chiude possono seguire chi offre denaro per un altro lavoro: piazzar bombe. L’Isis-K l’ha capito e provvede. Accanto a un reclutamento ideologico, ne attua uno mercenario. Pagare per uccidere. Uccidere per destabilizzare. Mentre il mondo dai falsi confini che cerca di chiudersi, a Oriente e Occidente, offre nuove leve a contraddizioni che si perpetuano.