mercoledì 27 dicembre 2023

Afghanistan, l’ultimo prigioniero

Non è Assange e neppure Navalny, ma è considerato egualmente pericoloso. Pericoloso e ostinato. Gli Stati Uniti lo detengono a Guantanamo è l’ultimo afghano considerato un affiliato di Al Qaeda. L’accusa proviene dalla Cia che lo prese in consegna dall’Isi pakistana nel 2007. In realtà Muhammad Rahim, oggi cinquantasettenne alquanto malandato, faceva l’interprete, anche per attivisti arabi. L’addebito, mai provato, dell’Intelligence statunitense è che lo facesse anche per Osama bin Laden che, fatto fuori dalla stessa agenzia di Langley, non può confermare né smentire. Eppure tanto è bastato perché un’extraordinary rendition conducesse Rahim nel supercarcere per terroristi gestito dai reparti speciali americani e lì subisse l’intera trafila di torture, interrogatori, abusi, finte esecuzioni, nuovi interrogatori dove gli si chiedeva di confessare quel che aveva e non aveva commesso. Nel suo caso tradurre. Periodicamente il cosiddetto ‘Comitato di revisione periodica’ formato da graduati dell’Us Army, agenti della stessa Cia e funzionari dei governi che si sono succeduti, hanno valutato la posizione del detenuto afghano, uno dei tre su trenta prigionieri ancora bloccati a tempo indeterminato. Sedici di loro sono in attesa di trasferimento e una decina hanno processi in corso. Rahim che in quella galera speciale ha visto passare oltre duecento connazionali, di cui solo un certo numero erano talebani dichiarati, altri risultavano pastori, contadini, ragazzi in età scolare che non andavano a scuola, qualche noleggiatore di auto e lui, praticamente unico lavoratore di concetto conoscitore di lingue e interprete. La padronanza dell’arabo lo rendeva sospetto d’essere “un facilitatore” per i miliziani qaedisti. Di fatto il detenuto non è accusato di attacchi e violenza contro la nazione americana, i suoi militari o funzionari, ma oltre a resistere caparbiamente a sedute di tortura si è sempre rifiutato di mostrare rimorsi. Nonostante la segregazione in cella d’isolamento durata anni, Muhammad rigetta le frasi di rito sottoposte obbligatoriamente ai carcerati, una formula di condiscendenza verso gli Stati Uniti. Questo fa di lui un “duro jihadista”, come affermano le schede che ne illustrano l’orientamento, esaminate da legali dei diritti. E tale valutazione blocca qualsiasi evoluzione del caso, nonostante l’esercito americano si sia ritirato dall’Afghanistan dall’agosto 2021. Peraltro prevìo accordo coi vertici taliban. Nonostante non possa costituire un pericolo diretto, seppure basato su valutazioni ipotetiche, Rahim resta un ostaggio per la sua ferrea convinzione di non colpevolezza e la conseguente ostinazione a non inchinarsi ai propri carcerieri-torturatori. A poco servono gli appelli lanciati dai quattro figli ormai diventati uomini e dalla vecchia madre, nessuno li ascolta e soprattutto non c’è opinione pubblica che sappia di lui. Per Rahim prosegue il fine pena mai, anche senza condanne né ergastolo. 

 


 

 

martedì 26 dicembre 2023

L’abominio di Israele

 


Quando si esauriranno anche i teli bianchi l’unica celebrazione tollerata a Gaza - i funerali delle vittime - mostrerà a chi piange quei morti, l’ulteriore orrore che neppure un sudario potrà celare. Ma forse chi fa scempio del nemico continuando a triturarlo sotto le bombe troverà il modo di acconsentire il passaggio di quel cotone. Cibo e medicine no. Oppure sì, un poco, a singhiozzo, così da poter rivelare la bestialità di chi assalta i camion, ruba gli alimenti, rende impossibile ai più miserabili e debilitati di nutrirsi in un abbrutimento totale. Morte e fame. E morte per fame, per infezione, per dolore come i cuori che esplodono quando occorre tranciare senza anestesia un arto maciullato. Mentre l’assediante osserva col cupo cinismo della sua ragione di Stato assassino. Cresce il numero dei giorni d’assedio che spinge in alto la pira di cadaveri e ingombra l’orizzonte di case polverizzate. Aumentano feriti, sfollati, senzaniente e senzasperanze, compresi i prigionieri da liberare che restano ostaggi. Trascinati tutti nell’agonia d’un Paese che trova nel suo fallimento la ragione per continuare a coniugare i verbi pilastro della propria missione: occupare, sopraffare, cancellare. Quella stessa memoria di cui un popolo perseguitato si ritiene custode, è stracciata da un presente incapace di guardare in faccia la mostruosa via intrapresa. Sempre più sanguinaria, abominevole, mostruosa.

lunedì 18 dicembre 2023

Egitto, ancora sei anni di Sisi

 


L’Egitto conferma Adbel Fattah al Sisi presidente per un terzo mandato. La regola se l’era fatta da sé nel 2019 modificando la Costituzione e prolungando da quattro a sei anni l’incarico. Ma il successo che stavolta “scende” all’89,6% rispetto ai precedenti picchi d’un unanimismo quasi totale, mostra come novità una crescita esponenziale dei votanti: 66,8% afferma l’Autorità Elettorale, Hazem Badawi. Dati credibili? Al momento non si può dimostrare il contrario. Dati probabilmente gonfiati, come lo erano nel 2014 e 2018 quando il 97% presidenziale era frutto d’una partecipazione al voto rispettivamente del 30% e del 20% dell’elettorato, non del 45% dichiarato. Con una quota di elettori che sale ben oltre il 50% il regime può vantare una conferma più solida, seguendo la linea che caratterizza tutti i populisti più o meno autocratici del mondo, fedeli al motto: è il popolo che mi vuole. Eppure c’è un’ampia fetta di popolo, talvolta maggioritario, che non vuole e non vota. L’altra riconferma nel panorama egiziano è la drammatica assenza di alternative e di prospettive. I restanti candidati presidenziali non potevano essere ascritti né fra gli oppositori, né fra gli outsiders. Senza offesa si trattava di figure talmente deboli e fittizie da risultare evanescenti per tutti, dagli elettori ai commentatori. Eppure ogni sigla: Partito socialdemocratico egiziano di sinistra per Farid Zahran, Wafd per Sanad Yamama, Partito popolare repubblicano per Hazem Omar (per la cronaca quest’ultimo è andato meglio degli altri raccogliendo il 4,5%.) vanta un passato e una storia. Però si tratta di storie sbiadite, tutt’uno con lo scialo e la negazione delle origini compiute dal nasserismo terzomondista già all’epoca di Sadat, per tacere dello sciagurato trentennio di Hosni Mubarak. La novità a questa tendenza politica scaturiva dal diffuso desiderio di ribellione sbocciata nel gennaio 2011. Ma s’è trattato d’un lampo. Incendiario di per sé e presto bruciato dalla repressione poliziesca. Un pezzo di tale novità, che non era affatto nuova perché s’appoggiava alla tradizione della Fratellanza Musulmana duramente perseguitata negli anni Sessanta, ha trovato per alcuni mesi consenso, denaro e voto da milioni di elettori. Quando Morsi batté un membro della dinastia delle Forze Armate - Ahmad Shafiq - le schede furono milioni, lo scarto fra i due alcune centinaia di migliaia. 

 

Quelle furono le uniche votazioni ampiamente partecipate, con intrusioni e forzature limitate dai tempi della “rivolta dei liberi ufficiali”. Sappiamo com’è andata a finire: gli islamisti, che non brillavano per efficienza e lungimiranza di pianificazione, vennero scalzati con un referendum di sfiducia promosso dai partiti laici, dai liberali ai comunisti comprese frange dei rivoluzionari di Tahrir. Ma chi salì al potere fu l’ennesimo militare, colui che tuttora comanda a suon di consensi dell’urna più o meno anabolizzati.  La costante che il Paese conserva è, appunto, la strabordante forza della “lobby delle stellette”, molto apprezzata dalle democrazie europee, dai padrini d’Oltreoceano e dal nemico d’un tempo: Israele. Che da anni con Sisi ripete la pantomima istituzionale con consensi assoluti in assenza di avversari veri. Perché per via, nei posti di lavoro, nella società tutta nessun dissenso è ammesso. Soltanto provare a esibirlo è costato, e continua a costare, mesi o anni di galera. Mentre chi tenta la via parlamentare deve rinunciare, com’è accaduto stavolta ad Ahmed Tantawi e Gamela Ismail, entrambi ritirati per timori di ritorsioni. In quest’ultima tornata l’opposizione era rimasta immobile. Lacerata, autoafflitta da beghe interne e dall’impossibilità d’una politica normale. Si tratta dei gruppi associati nel cosiddetto Movimento Democratico Civile - fra cui l’Alleanza socialista, Karama, Comunisti, Nasseristi, Dostour, Conservatori - che già a settembre, prima che Tantawi si proponesse, si spintonavano a vicenda. Per cosa? Non si capiva. Dai non numerosi incontri neppure gli addetti ai lavori tiravano fuori questioni pregnanti. Era apparsa una spaccatura interna con accuse di ‘autoritarismo e fascismo’ lanciate addosso da alcune componenti. Alla vigilia delle elezioni la testata Mada Masr aveva raccolto qualche nota degli scontenti che rinunciavano al voto, dissentivano da chi crede ancora possibile un dialogo con l’apparato di Sisi. 

 

Il ‘Dialogo nazionale per democrazia interna’ (piano da lui lanciato nel 2021) è fallito, così il nasserista Sabahi criticava la scelta di Zahran di presentare la candidatura. Eppure nel 2014 l’aveva presentata lui stesso, ma a detta dei fedelissimi allora si poteva sperare in un’alternativa. Ora non più. Allora non si comprende la disponibilità di nasseristi e sodali di far passerella politica. Una cruda realtà non rivelata è che dietro la volontà, propria e di qualche fan, questi leader sono nullità. Presiedono partiti diventati gusci vuoti, sicuramente anche per il terrore diffuso dalla repressione di regime. Che tollera un pluralismo di facciata, prosciugato di valore e valori, di programmi e progetti, spesso di aderenti e attivisti, lasciando i capi e qualche collaboratore a testimoniare una vitalità. Ma è una vitalità millantata. Così Sisi ha campo libero. Stravince alle urne, accresce il consenso per la tendenza popolare a schierarsi col più forte. Ed è sempre il Sisi dei 60.000 prigionieri politici. Degli omicidi a tappeto nel triennio 2014-2016 fra cui l’assassinio di Regeni. Dell’omertosa copertura ai quattro mukhabarat assassini. Ma questo lo rammentano solo le coscienze critiche di certi oppositori, incarcerati oppure esuli. Chi li sostiene ha boicottato senza mezzi termini la presunta “parata di democrazia” elettorale. Sono gli attivisti del Movimento socialista rivoluzionario che hanno invitato gli elettori a non recarsi alle urne. Hanno accusato di collaborazionismo i tre candidati e anche i loro partiti, sostenendo come i tre anni di ‘dialogo nazionale’ hanno dipinto una falsa realtà. Sono fra i pochi a denunciare una povertà interna senza precedenti, una crisi economica tempestosa, tassi d’inflazione che mettono in ginocchio la maggioranza dei cittadini, compresi larghi strati d’un ceto medio ormai azzerato. Parlano di resilienza alla quale aggrapparsi per resistere, mettendo nello stomaco ormai non si sa cosa. L’arte dell’arrangiarsi incombe sempre più nella quotidianità egiziana. 

 

Proprio il disastro economico doveva rappresentare il fulcro d’una contestazione al ‘decennio sisiano’ da parte del trio che ambiva di oscurare il presidente. Nessuno ha trattato questa nota dolentissima per milioni di cittadini che si privano di carne (la mangiamo ogni quindici giorni, di più non possiamo permettercelo dichiarava una donna del ceto medio intervistata dalla Bbc). Addirittura la frutta, di cui i terreni egiziani sul Delta e attorno al Nilo sono ricchissimi, giunge al mercato a prezzi esorbitanti, diventando un lusso. Voto o non voto, a inizio dicembre, l’inflazione attestata al 40% era destinata a crescere. Il Paese, che ha un debito estero di 165 miliardi di dollari, cerca di attirare capitali stranieri, sebbene il governo abbia sperperato fondi nei progetti faraonici della New Cairo, utili solo a ristrette élite vicine al ceto politico. Lì sono finiti miliardi raccolti per l’emergenza Covid, anziché costruire ospedali sono serviti per uffici e abitazioni di lusso. Una parte dei finanziamenti per la magnificenza della nuova sede amministrativo-politica giungono dalle petromonarchie, ma tante strutture pubbliche (uffici, servizi, scuole) versano in stato d’abbandono senza che il governo ne risponda o si crei scrupoli. Insieme a salari bloccati, prezzi alle stelle, inflazione galoppante ci sarebbero ottimi motivi per rilanciare proteste. Eppure tutto tace. Molti media internazionali hanno archiviato notizie sulla repressione, che ha raggiunto picchi sanguinosissimi e poi è riparata nella rimozione di responsabilità. Nella pratica degli arresti ‘stop and go’ che prevedono ingressi, uscite e rientri nelle galere all’infinito, e processi altrettanto eterni. Così per un Patrick Zaki che riacquista la definitiva libertà, Sisi lascia in prigione migliaia di casi simili. Di questo non si parla. Anche talune Ong dei diritti non appaiono così puntuali nella denuncia. All’interno del Paese nulla si muove perché un’intera generazione di attivisti, oggi trentenni e quarantenni, laici e islamici, marcisce nelle carceri speciali e nei bracci della morte. Le pratiche repressive hanno stroncato ogni rilancio di democrazia.

 

Del resto il ruolo di sicurezza nella geopolitica mediterranea che l’Egitto ricopre su indicazione statunitense ed europea, coi finanziamenti di Emirati Arabi e Arabia Saudita, lega il governo cairota agli ‘Accordi di Abramo’, seppure al momento congelati dalla guerra Israele-Hamas. L’Egitto non era direttamente coinvolto in quel patto, che prevede uno scambio di energia e tecnologia fra Tel Aviv da un lato e Riyad-Dubai dall’altro. Per quanto il ministro del commercio emiratino dica di non voler mescolare affari e politica, gli affari sono di per sé politica. Le grandi potenze non praticherebbero embarghi e boicottaggi economici se si guardasse esclusivamente ai capitali. Infatti gli ‘Accordi di Abramo’ rappresentano il nuovo capitolo di normalizzazione delle relazioni di Israele col mondo arabo, dopo l’avvicinamento del secolo scorso avvenuto con Egitto e Giordania. Con la crisi degli ostaggi sequestrati da Hamas e le conseguenti trattative in cui primeggia un altro potentissimo emiro smanioso di protagonismo, il qatariota Al Thani, anche Sisi s’è ritagliato  uno spazio. L’aiuta il fattore geografico: Rafah rappresenta l’unica porta da cui far transitare soccorsi alla popolazione di Gaza, bombardata giorno e notte dall’8 ottobre. Le aperture del valico sono state limitatissime, assolutamente insufficienti a detta di agenzie Onu, strutture umanitarie e sanitarie internazionali che parlano di condizione apocalittica nella Striscia, con rischi di ulteriori decessi (quelli inferti da Tsahal a oggi sono ventimila) per infezioni, freddo, fame. I due statisti arabi che conducono patteggiamenti, solo in alcuni casi fruttuosi, coi rappresentanti di Israele e del Movimento Islamico di Resistenza, sono stati scelti per interesse delle parti in causa. Netanyahu accetta di ampliare la cerchia delle amicizie fra le petromonarchie, come ha fatto coi protagonisti dell’accordo del 2020 (Arabia, Emirati Arabi, Bahrein). Haniyeh, da tempo trasferitosi nella capitale qatariota, trova lì un sicuro rifugio e finanziamenti per il mantenimento degli apparati del partito nella Striscia e in Cisgiordania. Entrambi non pongono veti sull’uomo forte egiziano proposto dagli americani. Al Thani e Sisi, in poco tempo hanno addirittura scalzato il presidente turco Erdoğan, negli ultimi anni pilastro dell’azione e della mediazione, dal Mashreq libico al Medioriente siriano. Washington - protettore pur se in qualche caso critico di Tel Aviv ma mai suo oppositore, come dimostra il veto posto al Consiglio dell’Onu alla mozione d’interruzione dei bombardamenti sui civili della Striscia - non vuole offrire ad Ankara un posto chiave nella crisi. Memore forse degli attriti d’una dozzina d’anni addietro per l’arrembaggio a Mavi Marmara. E se quel momento è roba passata, ora nel Mediterraneo orientale ci sono in ballo lo sfruttamento delle Zone economiche esclusive, da cui proprio la Turchia è esclusa a vantaggio di Grecia e Cipro, e conseguenti pattugliamenti armati. Insomma l’odierna Mavi Vatan, la Patria blu turca, può diventare più ingombrante, dunque è meglio limitare. Sebbene quel ch’è tenuto fuori dalla porta di Gaza potrà rientrare dalla finestra libica, dove il balletto dei presidenti mattatori può spingere nell’angolo il Sisi mediatore mondiale.  


 

sabato 9 dicembre 2023

Beit Lahia, la nuova Abu Ghraib

 


La cattura e l’umiliazione di più d’un centinaio di palestinesi a Beit Lahia cammina di pari passo con la desertificazione d’ogni presenza umana e materiale nella Striscia di Gaza. S’intreccia in sordida assonanza alla unilaterale, totale, criminale, bestiale desertificazione con cui il governo Netanyahu e il braccio armato dell’Israel Defence Forces affermano di voler sradicare Hamas dall’intera area, mirando invece ad alleggerirla dalla presenza di due milioni di gazesi. Eppure il gesto di questa prigionìa che a detta dello Shin Bet è indirizzata a miliziani del Movimento di Resistenza Islamico, è più d’un abuso di soggettivi codici militari e di guerra. Non solo perché, come già accaduto in altre occasioni (le operazioni condotte nell’estate 2014) Tsahal stesso ammise che fra i parecchi catturati durante rastrellamenti di terra solo una quota minima risultavano combattenti. Ma ammesso che tutti i catturati di Beit Lahia fossero miliziani, gli si applica un trattamento che definire subumano è un eufemismo. Denudati, bendati, inginocchiati - l’Intelligence israeliana sostiene per ragioni di sicurezza affinché non si dileguino in un’area ormai totalmente controllata dallo stesso esercito di Tel Aviv - quegli uomini, fra cui sono stati già riconosciuti un giornalista, un operatore umanitario, appaiono prostrati non solo per la postura imposta ma per la vessazione subìta. Che potrebbe proseguire altrove, immaginiamo nelle carceri alla maniera dei lager del Terzo Millennio, già sperimentati dagli alleati della Cia e dell’Us Army a Guantanamo e Abu Ghraib. Il fine è terrorizzare il nemico, anche quello presunto, semplicemente ostaggio d’una guerra che se ha per contendenti Hamas e l’Idf va a colpire soggetti inermi, prima i frequentatori del rave party e i kibbutzim israeliani, e da due mesi l’intero popolo della Striscia. La falsità dell’intervento d’Israele per liberare i concittadini rapiti è dimostrata dalla totale incapacità di compiere quest’operazione e dalla primaria volontà di portare morte e squallore su quel territorio. Fino al punto di assassinare, accanto a migliaia di gazesi, alcuni ostaggi stessi, l’ultimo Sahar Baruch, stritolato sotto le macerie d’una moschea bombardata. Cecità assoluta d’un delinquente che continua a guidare un Paese spaccato, ma impotente e bloccato nella volontà di liberarsene, mentre l’unica via per affrancare gli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi resta la trattativa. Che è quanto è accaduto giorni addietro e che solo i sanguinari non vogliono ripetere. Coi suoi abusi il governo d’Israele riporta la storia giuridica internazionale indietro di secoli, vanificando non solo qualsiasi diritto per presunti detenuti, ma lo stesso habeas corpus. 


 

venerdì 8 dicembre 2023

Modi, dalle elezioni locali alla riconferma

 


Quando parlano le urne la lunga marcia di Rahul Gandhi e il rapporto cercato un anno fa con l’India profonda percorsa a piedi da nord a sud in preparazione delle presidenziali, sembrano svanire. Nelle recenti elezioni tenute in tre Stati del Paese (Rajasthan, Chhattisgarh, Madhya Pradesh) il governativo Bharatiya Janata Party fa il pieno, strappando le prime due amministrazioni al Partito del Congresso e ribadendo per la quinta volta consecutiva la supremazia sul  Madhya Pradesh. Certo, ancor’oggi il meridione indiano non è tutto schierato col nazionalismo hindu, i laici del Congresso hanno vinto nella regione del Telangana, governano quella del Karnataka dove sorge la cosiddetta Silicon Valley di Bangalore. Eppure il cammino verso il terzo mandato per Narendra Modi appare inarrestabile. Dalla fase della pandemia di Covid, che accanto agli incontrollati decessi fra gli strati meno protetti e più promiscui della popolazione aveva fatto oscillare la popolarità del governo, il Bjp ha puntato su un recupero di consensi attraverso il sostegno a dalit, diseredati e soggetti più poveri. Il piano di distribuzione di milioni di pasti giornalieri, di bombole di gas a prezzi accessibili accrescono sensibilmente il consenso. Una storia vecchia nella ricerca del voto di scambio che ogni regime, palese e occulto, mette in atto sicuro dell’efficacia. Il populismo crescente del Bjp rende sempre più interclassista la linea del partito. Gli anni del lancio ne sottolineavano l’orientamento affaristico e urbano, ora lo sguardo si abbassa ai sempre numerosissimi bisognosi, al mondo rurale, a quegli agricoltori che tre anni fa avevano marciato su Delhi contro una riforma dell’esecutivo che li sfavoriva a vantaggio delle multinazionali del settore. Si guarda alle donne cui sono destinati finanziamenti per iniziative d’impresa, anche di piccolo cabotaggio. Propaganda? Non c’è dubbio. Ma è ciò che conta nella politica mondiale: creare illusioni e promesse, mantenerle solo in qualche caso e perversamente deludere e ingannare l’elettore. 

 

Ciò nonostante la macchina elettorale procede, chi s’assenta non conta nulla mentre il potere continua a lanciare mancette e prebende alla massa dei fedeli. L’altra fedeltà richiesta dal Bharatiya Janata Party passa per la religione hindu. Modi e gli arancioni vogliono esaltare questo credo non solo nel gruppo politico d’appartenenza, ma nel Paese. Fare dell’India la nazione degli hindu è il programma che sta rendendo il clima insopportabile per non piccole minoranze religiose: 170 milioni di islamici, 70 milioni di cristiani e milioni di altre confessioni. Tale processo produce effetti incresciosamente violenti per assalti a luoghi di culto e direttamente alle abitazioni e alle attività commerciali degli ‘infedeli’, stabilendo un rapporto sempre più stretto fra oltranzisti del Bjp e i gruppi paramilitari sostenitori dell’hindutva. Che è appunto il fondamentalismo che esalta etnìa, fede, cultura dei veri indiani: gli hindu. Lo scempio razzista di questa visione, rimasto per decenni ai margini del pensiero anticoloniale e democratico su cui nasceva l’india di Gandhi e Nehru, ha trovato accoglienza ed enfasi nel Bjp e costituisce uno dei pilastri dell’intolleranza governativa in un Paese polarizzato. Come accade in varie situazioni internazionali, è anche il frazionamento dell’opposizione a facilitare il compito a Modi. Partito del Congresso, socialisti, comunisti, formazioni regionali magari riescono a prevalere in talune amministrazioni locali, ma restando divisi non reggono il confronto alle consultazioni nazionali e alle presidenziali. Poi c’è il crescente personalismo della politica-spettacolo, al quale mirano un po’ tutti procurandosi il soggetto carismatico, originale o costruito che sia. Chi lo trova o lo crea fa Bingo. Il ‘figlio del popolo’ Modi ha ottenuto da  quest’immagine conforto e successo. Ultimamente riceve sostegno dalla tecnologia, stravince sui social, ottiene finanziamenti dai maggiori magnati di casa, compresi quelli chiacchierati per frode come Adani Group, colosso della gestione dell’energia d’ogni tipo anche rinnovabili, estrazione mineraria (soprattutto carbone), attività portuali e aeree, alimentari. E, nonostante l’adesione ai Brics, in virtù del suo occidentalismo Modi riceve anche l’assist dalla Casa Bianca perché il nemico comune è la Cina.


 

lunedì 4 dicembre 2023

Diplomazia in Medioriente, chi sale chi salta un giro

 


Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, lo sceicco qatariota spesso vestito all’occidentale, è assieme al potente monarca Tamin bin Hamad al Thani, coetaneo e parente, l’artefice delle trattative per lo scambio fra ostaggi israeliani in mano a Hamas e alla Jihad islamica e prigionieri palestinesi nelle carceri di Tel Aviv. Già ministro degli Esteri, è dallo scorso marzo primo ministro della piccola e ricchissima monarchia del Golfo. Nome e casato lo collocano nella famosa “Home of Thani”, la casta con cui la famiglia divide e condivide il potere nazionale e accresce la propria centralità geopolitica mondiale. Diversamente formati - il sovrano nella contea britannica del Dorset, direttamente a Doha il premier - i due hanno nel comune denominatore di servire gli interessi dell’Emirato l’elemento che almeno finora li unisce, visto che le petromonarchie non sono esenti da congiure e abiure dentro e fuori i Palazzi. Famoso il repulisti avvenuto in casa Saud, che ha spianato la strada a bin Salman a danno d’un cugino cui toccava la successione al trono. Quindi l’ostracismo patito proprio dal Qatar, dal 2017 per circa un quinquennio isolato dalle monarchie sorelle di Arabia Saudita, Yemen, Bahrein, cui furono solidali Egitto, Giordania e Mauritania, con parziali conseguenze relazionali, affaristiche, geopolitiche sino al disgelo del 2022. 

 

Alla testa dell’attacco ai qatarioti c’era appunto Mbs, il più rampante, vanitoso, furbissimo, cinico dei rampolli dell’Islam multiforme delle petromonarchie trasformatesi nelle teste di ponte del capitalismo transnazionale, intercontinentale, iperaffaristico e modernista tanto da organizzare a ritmo serrato campagne finanziarie, mercantili, scientifiche, culturali, mondane. Quindi eventi fieristici e sportivi secondo il modello che fa del denaro la leva per fantasmagorici moti d’impresa, così da diventare sede e riferimento d’ogni forma del cosiddetto soft power, il potere che convince. E poi conviene un po’ a tutti, compresi i contendenti. In fatto di trattative geopolitiche i potenti di Doha s’erano fatti le ossa con la delegazione talebana di cui sono stati mediatori nell’accordo per l’uscita statunitense dall’Afghanistan, dopo le reiterate ‘missioni di pace’  di Us Army e Nato. Rapporti e vicinanze possono anche invertirsi: gli al Thani hanno mediato per conto americano un patto perché quest’ultimi uscissero dal pantano, passando il testimone a un nuovo governo, guidato dai ventennali nemici. Simili operazioni - più o meno losche, più o meno imbarazzanti - necessitano oltreché di fredda indifferenza anche di tatto e abilità diplomatiche, di cui i due emiri sono ben dotati, sebbene è noto come la loro carta più convincente non è quella inseguita dai Paesi che reclamano i diritti, bensì le più banali carte di credito, anzi direttamente le filiali bancarie con cui distribuiscono copiosi finanziamenti a parecchi interlocutori. 

 

Talvolta si tratta di mazzette (al Marocco in occasione dei Mondiali di calcio ospitati non a caso nella penisola sul Mar Arabico); in genere si tratta di finanziamenti, fiumi di denaro che sorreggono cause politiche (quella di Hamas a Gaza e di gruppi islamisti combattenti in alcuni angoli del mondo) e un gran numero di affari con amici o presunti nemici, ad esempio lo stesso Stato d’Israele. Per la crisi di Gaza e la scottante trattativa su: scambio di prigionieri, cessate il fuoco definitivo, restringimento dello spazio geografico per i gazesi e possibile evacuazione di centinaia di migliaia di abitanti in altri luoghi, Washington consigliere e protettore di Israele ha scelto i fidati al Thani, accompagnati dall’egiziano al Sisi. Si tratta alleati della Casa Bianca che le consentono di stare accanto al riottoso Netanyahu permettendogli le spietate ritorsioni su civili della Striscia, evitando di offrire spazio diplomatico a ‘elementi ideologici’ come Erdoğan. Il presidente turco, propostosi nei primi giorni dei bombardamenti sui civili, come mediatore è stato snobbato e aggirato. Né americani, né israeliani lo vogliono fra i piedi conoscendone capacità e doti speculative. Anche i vertici di Hamas hanno tenuto le distanze, preferendogli islamisti solventi come gli emiri, poiché quel che seguirà a uccisioni e distruzioni saranno ricollocazioni e ricostruzioni. Le casse di Doha, e magari di Washington, promettono assai più di quelle in rosso di Ankara. In questa fase l’ombra turca non s’allunga sul Mediterraneo orientale.

 

domenica 3 dicembre 2023

Israele-Palestina, la vita in ostaggio

 


L’arma più efficace delle armi - gli ostaggi israeliani trattenuti nella Striscia di Gaza - sembra non bastare più al confronto che ridiventa scontro. Netanyahu ha fatto rientrare da Doha gli agenti del Mossad che sotto la supervisione qatar-egizio-statunitense trattavano con Hamas i termini di nuove reciproche restituzioni. La formazione islamica alza la posta sulle donne-soldato e riserviste e Tel Aviv stacca la spina della parola e riattacca quella delle bombe. Riprendono l’abbattimento di edifici, l’ammazzamento di civili (trecento e forse più in un giorno), sebbene Israel Defence Forces ora comunichi un meticoloso e razionale programma di distruzione di case palestinesi, provando a non far vittime. Mostra le piantine dei palazzi da radere al suolo e l’avviso di evacuazione rivolto agli abitanti, affinché non restino sotto le macerie. Un piano che sostituisce il precedente di martellamento a tappeto, responsabile di oltre 15.000 morti, ma che non ne esclude  ulteriori. Anche perché l’esecutivo Netanyahu procede a tentoni, volendo imporre il proprio volere al nemico da distruggere, il Movimento di Resistenza Islamico, mentre la realtà dice altro. Tsahal può continuare a vendicarsi, uccidere, occupare a tempo indeterminato, può compiere per mesi ciò che Hamas ha fatto nei kibbutz attigui al suo filo spinato nella giornata del 7 ottobre, strage su strage, sangue su sangue, senza risolvere nulla. E soprattutto mostrando chiaramente di non riuscire a riportare a casa i concittadini rapiti, né per ora annientare il labirinto dei tunnel nel quale sono custoditi i restanti 137 ostaggi, e neppure disintegrare militarmente e politicamente il partito verde che vive fra i palestinesi di Gaza e sempre più anche di Cisgiordania. Non tutti i palestinesi sostengono Hamas, è vero. Ma è anche vero che questa formazione non è estranea al comune sentire delle ragioni palestinesi, per quanto possa usarle a proprio vantaggio. 

 

L’unico effetto vantaggioso per gli angosciati familiari dei prigionieri israeliani e per uno straniato Israele è la trattativa in corso, con cui ridimensionando la certezza e il mito della propria supremazia si raccolgono i sorrisi e gli abbracci dei liberati che inconsapevolmente, a due o ottant’anni, si son ritrovati oppressi da logiche di guerra. Tragiche logiche fondanti per Israele e Hamas. La giustezza o l’infamia di quest’ultima guerra non è assoluta per entrambi i contendenti, che proprio dal tavolo su cui barattano vite possono cogliere elementi di riflessione per riorientare il reciproco domani. Senza futuro appaiono i venti di guerra permanente di chi dice: distruggiamo Hamas o distruggiamo Israele, i falchi dell’una e l’altra sponda ancorati a logiche inattuabili. Da parte palestinese sembrerebbe ostico sradicare il fondamentalismo che oggi più che nel partito di Haniyeh e Sinwar risiede nella galassia jihadista, nata e accresciuta a seguito di ciò che Tel Aviv, Washington e l’occidentalismo pro israeliano continuano a permettere: un sistema di occupazione-colonizzazione-segregazione-uccisione della gente di Palestina. Mentre il coraggio di chi vuol proporre un diverso Stato di Israele può consistere nell’abbandonare il fallimentare sionismo e ancor più il confessionalismo di ritorno sancito dalla recente scelta di decretare Israele nazione ebraica. Le menti aperte di questo popolo, gli intellettuali passati e attuali, sempre presenti nei dibattiti che riconducono alla piaga dell’antisemitismo, per difendere presente e futuro da questo genere di attacchi riattualizzati dal neofascismo mondiale assai più che da organizzazioni arabe, potrebbero suggerire ai politici israeliani di valutare diversi orizzonti. Lo Stato unico di Palestina dove israeliani e palestinesi hanno pari dignità, opportunità, rispetto, fede. Un Paese della vita contro quello della morte quotidiana.