giovedì 25 gennaio 2024

Pakistan, censure e colpi elettorali

 


Candidati sì, candidati no. Il caos nella campagna elettorale pakistana è galoppante, come lo sono accuse e smentite fra il partito dell’ex premier Imran Khan - Tehreek-e Insaf Party - e gli organismi elettorali e di comunicazione ufficiale di Islamabad. Murtaza Solangi, ministro delle Informazioni ad interim, ha sconfessato le dichiarazioni di parecchi giornalisti locali che denunciavano l’ingerenza con cui esponenti delle Forze Armate li ‘invitavano’ a non offrire copertura mediatica ai candidati di quel partito. I cronisti affermano d’essere sottoposti a pressanti richieste di evitare di parlare, intervistare o semplicemente indicare come appartenenti al Pti questi candidati, così da disorientare gli elettori. Si vuol far passare come indipendenti i nuovi politici del partito di Khan cosicché non ottengano il quorum per l’entrata in Parlamento. Stavolta non è il ‘vittimismo’ dell’ex campione di cricket a denunciare i fatti,  lui da circa due anni lancia accuse di complotto internazionale e di persecuzione personale. Ora sono i reporter a mostrare i WhatsApp ricevuti, di cui il governo in carica sostiene la falsità. Chi ha ragione? L’elettore medio, chiamato alle urne il prossimo 8 febbraio, è confuso. Il caos, sostengono gli analisti pakistani, potrebbe avvantaggiare la Lega Musulmana N, il partito degli Sharif, uno dei clan familiari che da decenni condizionano la “democrazia parlamentare” pakistana. Che ha visto il fratello minore Shehbaz guidare l’esecutivo, dopo la rimozione di Khan (attualmente è incaricato un premier ad interim) e il maggiore Nawaz rientrare dall’esilio londinese, dov’era riparato dopo le condanne per corruzione. Se non s’infileranno nella tenzone elettorale, i due fratelli certamente agiranno dietro le quinte. Sebbene le eminenze grigie dello Stato restino generali e agenti dell’Inter-Services Intelligence, in molti casi provenienti dall’esercito. 

 

 


La presunta censura del Movimento per la Giustizia di Khan e lo scompiglio dell’elettorato, soprattutto quello del proprio bacino elettorale, hanno conosciuto passi concreti. Come la cancellazione del simbolo (una mazza da cricket) non più presente sul logo del Pti sulla scheda elettorale. “C’è chi crede che il partito non sia più lo stesso. E’ un tranello simile all’impedimento alla candidatura subìto da Imran” dichiarano esponenti Tehreek. A detta di Human Rights Watch preoccupa il generalizzato clima repressivo che si respira nel Paese. Al di là delle tensioni di confine con l’India  e le  recenti con l’Iran, oltre la presunta lotta al terrorismo internazionale e al fondamentalismo interno, verso cui le Istituzioni oscillano fra sanguinari blitz e tolleranza, c’è sempre più la tendenza ad attaccare gli operatori dell’informazione. Si registrano parecchi fermi di giornalisti senza reali motivazioni, con arresti che oscillano da giorni a mesi. Ai loro avvocati vengono offerti vaghi sospetti di “sedizione”. Nelle ultime settimane, a ridosso delle elezioni, si sono verificate continue interruzioni Internet. Ne risultano penalizzati i cronisti che dalla rete ricevono informazioni e le trasmettono, ma ne sono colpiti gli stessi cittadini. Proprio i potenziali elettori più giovani, abituati a fruire dei contatti sul web, hanno manifestato i disagi per l’impossibilità di connessione. L’isolamento è funzionale alla conservazione dello status quo, rappresenta una specie di controllo indiretto della popolazione, soprattutto la più giovane, attiva e motivata. Ma i blocchi informatici, che per il governo rispondono solo a ragioni tecniche, hanno riportato alla mente l’avvìo delle anomalìe sin dai primi giorni di maggio. Allora gli attivisti del Pti attaccarono i reparti antisommossa per contestare le accuse al proprio leader, che è finito agli arresti nell’agosto scorso. Negli scontri ci furono morti e feriti. Da quel momento la disputa fra il suo partito e pezzi dello Stato pakistano non ha escluso ogni genere di colpi.

martedì 23 gennaio 2024

Rombodituono, come te nessuno mai

 


Resta sospeso in aria con quel sinistro che esplode sulla palla a gonfiare una rete neanche mirata, solo fiutata. Lui sapeva dove far schioccare il dardo anche quando volava senza guardare. Etereo ed eterno come un dio. La rovesciata alla Riva era l’inarrivabile per i calciatori in erba che l’erba la incontravano al più su un pratone metropolitano, dove pascolavano anche le pecore. Finivano i Sessanta e Riva era un gigante per le giovani gambe allampanate e sbucciate sui campetti di pozzolana. Prima di quel baleno, la rovesciata-spettacolo la riportava l’album Panini. Era d’un difensore, Carlo Parola. Squadrone blasonato e gesto immortalato, poi ripetuto quasi da copione a favore d’un pubblico plaudente. Azzardo temerario, certo, ma spesso confezionato, utile a spazzar via l’area, a liberarsi dagli attaccanti predatori. Ci perdoni la buonanima del capitano juventino, era una mossa atletica eppure appariva posticcia. Saperla fare era altra cosa. Niente da eccepire. Tu alzavi il pallone e nel saltare all’indietro magari lo mancavi. Figura barbina, accidenti dei compagni, risa avversarie. Occorreva ripetere, ripetere, ripetere per un’esecuzione passabile. Ma a quel punto quello non era più calcio. O almeno il calcio inteso all’epoca, tutto improvvisazione, mica recita a soggetto. A qualche sparuto schema di mister visionario, si opponeva e caparbiamente si praticava la folgorazione della fantasia. La rovesciata di Vicenza appartiene a quest’idea del pallone: creatività, funambolismo, rischio gioioso. Dunque: cross dal fondo, appoggio di testa e volo del più diabolico fra gli angeli delle aree di rigore, il breriano Rombodituono, unico nell’agguantare la palma dell’arte pura. La sua rovesciata non era Parola, aveva la forza del Verbo. Perentorio, schioccante, inimitabile. Un’esplosiva ascesa in cielo che deflagrava in un colpo devastante, inatteso per chi guardava ancor più per chi provava a fermarlo. E nessuno poteva né studiarlo né ripeterlo, forse neppure lui che perciò inventava capolavori acrobatici sempre diversi. Questo era il cagliaritano Luigi Riva detto Gigi da Leggiuno, paese cercato inutilmente sugli atlanti. Giocatore spettacolare, fantasioso, misterioso. Così in un pomeriggio assolato quei micro calciatori da periferia urbana frenavano la fregola del dribbling e discutevano sul perché il campione preferisse l’isola e la Barbagia, in barba ai milioni della Juve più degli Agnelli che di Parola. Chissà. Forse l’amore per la squadra, il piacere del posto e del mare, il senso morale dell’uomo. Seppero dopo ch’era così. In quel momento pensavano che Gigi dov’era poteva librarsi in aria come voleva, come poteva e come la sua potenza dispensava. Giocava in serie A come loro giocavano su un campetto sgarrupato. Era questa la differenza. Lui era un campione libero.

 

lunedì 22 gennaio 2024

Modi prega Ram e prepara la rielezione

 


Tutti in posa davanti al tempio, per mostrare e mostrarsi più che celebrare. E se oggi una celebrazione c’è stata ad Ayodhya, cittadina sulle sponde del fiume Gaghra nel popoloso Uttar Pradesh, è quella della forza del nazionalismo religioso hindu sempre più potente, invasivo, partecipato. Dagli strati umili ai ricchi industriali, fino alle star di Bollywood che hanno prenotato un posto in prima fila nell’appuntamento caro al premier Modi, al suo governo, al suo partito. Un vero preludio della campagna elettorale per il primo ministro “venuto dalla strada” che insegue un terzo mandato. Nell’India della tradizione e delle radici Bharat (il termine sanscrito con cui il ceto dirigente che rinomina le città vuole chiamare d’ora in poi il Paese) e nel nazionalismo esasperato del Bharatiya Janata Party, che da tempo va a braccetto con la fanatica, razzista, fascistoide ideologia dell’hindutva, non c’è spazio per altre fedi. E neppure per altri gruppi etnici estranei o interni allo Stato. Tempi durissimi, dunque, per islamici e cristiani, che finiscono derisi, vessati, perseguitati, uccisi dai fondamentalisti hindu senza che polizia e ancor più le Forze Armate muovano un dito. Le aggressioni sono diventate pressoché quotidiane in tante, troppe aree della Federazione. Eppure oggi davanti al tempio della divinità Ram Mandir, costruito a tempo di record e costato 217 milioni di dollari, la folla dei fedeli è parsa festante e coloratissima. Il colore giallo che vira all’arancio di drappi e festoni risplendeva di suo e si rifletteva sui volti noti e sulla gente comune, offrendo una cornice lucente e dorata all’insieme delle forme umane e di quelle plasmate nelle varie statue delle decorazioni. Ma la memoria d’una cronaca tragica, che anno dopo anno sedimenta in storia, riporta alla mente la macabra violenza del 1992 quando il declivio su cui ora sorge questo tempio, fu luogo di follìa collettiva e distruzione. 

 

Rivolte contro una moschea del XVI secolo, Babri Majid, ridotta in macerie da quel fondamentalismo hindu che l’attuale partito di governo prese ad accarezzare, difendere e diffondere. Inserendo esso stesso, i suoi politici - laici e chierici - nel progetto di trasformare l’India pluralista e democratica, ereditata da Gandhi e Nehru nell’attuale Paese della discriminazione etno-religiosa. All’epoca il Partito del Congresso, erede di quella tradizione tollerante, iniziava un declino elettorale per le accuse di clanismo e affarismo accompagnate ad atti di terrorismo rivolte contro i Gandhi. Nel 1984 e nel 1989 furono uccisi prima Indira quindi il figlio Rajiv rispettivamente per mano di estremisti sikh e separatisti Tamil. Ma il veleno che s’insinuava nella quotidianità riguardava solo parzialmente le rivendicazioni separatiste di minoranze. Ben più corposo risultava  l’assolutismo totalizzante della maggioranza hindu capace di creare vere persecuzioni e saccheggi verso persone, cose finanche luoghi di culto. Anzi gli altrui templi vengono malvisti dagli arancioni, fedeli ai propri lavacri, ai riti, alle ricorrenze, alle preghiere e alle adunate collettive. Nel fatale dicembre 1992 la diceria che sotto il Babri Majid ci fossero vestigia d’un precedente tempio hindu, edificato dove si diceva fosse nato il dio Ram - tutte voci risultate infondate - portò gruppi induisti a incendiare e demolire la moschea d’epoca Moghul e uccidere duemila musulmani. Del resto certe diffuse teorizzazioni vogliono cancellare ogni traccia di passati ‘impuri’ così l’epoca Moghul viene stigmatizzata alla stregua della dominazione coloniale britannica. Ormai il sito di Ayodhya è assegnato all’orgoglio hindu, sebbene cinque anni fa la Corte Suprema abbia sentenziato che la distruzione del Babri Majid fu una grave violazione. Ma il nazionalismo religioso, con cui fanno i conti oltre 900 milioni di hindu, è ferocemente attrattivo. Scalda anime e corpi, consente di vivere felicità comuni, non importa se a discapito di altri indiani che, pregando differenti divinità, risultano ben poco indiani. Lo dicono Ram e Modi, il dio in cui credere e l’uomo per cui votare. 

giovedì 18 gennaio 2024

Iran-Pakistan, frontiere calde

 


Non è l’India ma l’Iran l’oggetto delle attenzioni belliche delle Forze Armate pakistane a loro volta prese di mira dai missili di Teheran. L’intreccio aggiunge fuoco su un medioriente già in fiamme per il conflitto nella Striscia di Gaza fra Idf e Hamas, con l’indiscriminato massacro dei civili palestinesi da parte israeliana. E due fronti incandescenti: nel sud del Libano, sempre fra lsrael Defence Forces ed Hezbollah e nel golfo di Aden, dove agli assalti alla navigazione mercantile lanciati dagli Houthi si alternano i bombardamenti sul suolo yemenita delle aviazioni statunitense e britannica. L’ennesima tensione è deflagrata e si è ampliata in quarantott’ore, il tempo seguito a un attacco missilistico scagliato sul territorio pakistano. Nella versione iraniana contro una base del gruppo separatista Jaish al-Adl che agisce in Balochistan, ma secondo l’ottica pakistana con un’aperta violazione del proprio spazio aereo e territoriale. Per tutta risposta i droni di Islamabad hanno colpito presunti nascondigli di miliziani dell’Esercito di Liberazione del Balochistan entro il confine iraniano, restituendo insomma l’incursione bellica al Paese confinante. I due vicini dicono di attaccare terroristi, di fatto i rispettivi missili fanno fuori anche civili. Due bambini martedì a Panjgur, nove persone oggi presso Saravan. La realtà si somma alla strategia. L’area del Balochistan si estende fra i due Paesi - e come il cosiddetto Pashtunistan compreso fra l’afghana Jalalabad e la pakistana Peshawar - costituisce un territorio fantasma che alligna nei sogni dei separatisti, in genere guerriglieri sunniti. Così dal 2012 i Jaish, sotto la direzione dei leader Farooqui e Naroui, lanciano attacchi periodici a militari iraniani, pasdaran e le loro caserme. Un anno via l’altro. Ovviamente vengono anch’essi colpiti ma nella desertica regione meridionale rappresentano un’ulteriore spina per il governo degli ayatollah già messo in allarme dalle contestazioni e dal crescente malcontento popolare. Cui si sono aggiunti attentati di varia matrice, opera del Mossad che colpisce gli ingegneri del piano nucleare, di ‘mujaheddin del popolo’ foraggiati dalle  Intelligence occidentali, quindi l’Isis che si attribuisce stragi come la recente di Kerman.

 

Il Pakistan non sta meglio. Un numero ben più numeroso di sigle rivendicano separazioni e autonomie - nel Waziristan, nei Territori federati (Fata) - a suon di sanguinosissimi attentati. I Tehereek-e Taliban sono tristemente noti anche per stragi di civili inermi, cui s’aggiungono formazioni di un’intransigenza assoluta (Laskar-e Tayyiba, Jamat-ul Da’awa, Jaish-e Muhammad) intente più a destabilizzare che a proporre progetti politici. Costoro differiscono sia dal nazionalismo dei taliban afghani, sia dai ridisegni ideali del Califfato propugnato dallo Stato Islamico. Alcuni gruppi sono intenzionati a convivere con governi più o meno filo occidentali come quelli delle dinastie Bhutto e Sharif, pur di gestire aree in proprio la quotidianità come accade nelle Fata o svolgere indisturbati personali interessi economico-strategici oppure proseguire una presenza armata all’ombra dei governatori ufficiali. Haq Katar, l’attuale premier di un Paese che aspetta da diciotto mesi le elezioni, guidava in precedenza quel Balochistan dove i saramchar (combattenti) del BLA “convivono” coi militari ufficiali. Eppure talune convivenze non hanno virgolette. Seguono accordi ufficiali o ufficiosi imposti dai notissimi gruppi di potere (la lobby militare e l’Inter-Service-Intelligence) a partiti e governi. Talvolta col benestare di quest’ultimi, in altri casi contro di loro con conseguenze simili a quelle vissute dall’ex premier Khan, portato sugli scudi e poi scaricato proprio dai generali.  Nel Paese del fondamentalismo deobandi, delle madrase come Darul Uloom Haqqania dove si predica una jihad intesa unicamente come guerra santa, non come sforzo per conseguire obiettivi, s’è formata la stirpe degli Haqqani, Jalaluddin e Sirajuddin. E il mullah Omar, che non completò gli sudi ma ebbe un dottorato a onore, e Mansour e Khalis. Insomma combattenti di Allah. Ma negli ultimi tempi il Pakistan ha conosciuto anche movimenti come i Tehreek-e Labbaik che praticano il doppio e triplo binario: attentati, manifestazioni di piazza (peraltro partecipatissime), dialoghi coi vertici politici. Khan parlava con loro, Sharif pure. 

 


Diversamente da Teheran, rigida nel contrastare il nemico separatista e fondamentalista, i vertici di Islamabad coi terroristi di casa alternano bombardamenti  e strette di mano. Dopo i missili gli offesi a distanza si dicono di "rispettare pienamente la reciproca sovranità e l'integrità territoriale” (sic). Si definiscono pure Paesi fraterni e rinnovano il rispetto, sebbene i rispettivi ambasciatori risultano richiamati in patria. Fra le diplomazie scosse dall’incidente, che si fa fatica ad archiviare, finora l’unica a muoversi è la Cina, immediatamente propostasi nel ruolo di mediatrice. Pechino fa affari con entrambi e ricorda loro d’essere membri dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai, dove fra i colossi mondiali sono presenti anche Russia e India. Però il lavoro di ricomposizione non risulta semplice perché i venti globali di guerra non aiutano, né soprattutto aiuta chi con le guerre riempie arsenali e casseforti. Che in prima battuta non sono i gruppi terroristi, ma i loro fornitori e fomentatori.

lunedì 15 gennaio 2024

Dopo un decennio il mondo scopre gli Houthi

 

Ora che la merce internazionale torna a circumnavigare l’Africa come ai tempi della Compagnìa delle Indie, con l’aumento di tempi e costi che incidono sul suo affarismo, certa mediologia a orologeria scopre i ribelli Houthi, i loro attacchi, la conseguente pericolosità e in coda, molto in coda, la guerra che costoro combattono da un decennio contro le truppe governative e contro le petromonarchie più potenti foraggiate dagli Usa, sauditi ed Emirati arabi. Così uno dei conflitti irrisolti nel patchwork della guerra frazionata in Medioriente che ha prodotto 380.000 vittime, soprattutto fra la popolazione civile bombardata dagli F16, come in questi giorni sono colpite dai Tomahawk le piattaforme di lancio Houthi. Si tratta degli attacchi-difensivi (sic) americano e britannico per placare gli assalti alle navi mercantili e l’uso di razzi iraniani e cinesi da parte dei miliziani sciiti che vogliono fermare Israele e i suoi alleati dai massacri di gazesi. E’ un alibi dei guerriglieri sciiti per entrare in scena da protagonisti in un’area di crisi sempre più ampia? Sì. Per quanto questa componente stia praticando la propria guerra, fra il disinteresse del mondo, appunto da un decennio. E’ un impegno di prossimità a favore dell’Iran? Sicuramente. Poiché l’Occidente statunitense ed europeo lo ‘scontro economico’ con Teheran lo attua da tempo usando l’arma dell’embargo che impoverisce i consumatori iraniani ma pure quelli del vecchio continente, cioè tutti noi. Un esempio inconfutabile riguarda il costo del gas, che avremmo potuto e potremmo ricevere dall’Iran a prezzi decisamente inferiori di quelli conosciuti, anche prima della crisi ucraina, col metano russo. E’ la strategia - politica e militare - a influenzare l’economia o è quest’ultima a determinare la geopolitica? Lo sono entrambi, visto che il legame è storicamente strettissimo. Ma in epoca di globalizzazione tutto è diventato accelerato, pericoloso, tragico. E le guerre scatenano mattanze causate dalla deflagrazione delle bombe e dei mercati che colpiscono la popolazione, mentre al solito i ceti dirigenti e finanziari s’ingrassano.   

 

Lo scontro in Yemen è modulato all’interno fra componenti tribal-religioso-politiche che hanno visto i ribelli Houthi contrapposti al governo centrale, dopo l’abbandono del presidente Saleh messo alle stratte dalle rivolte della Primavera 2012. Dall’esterno l’Arabia Saudita è intervenuta fornendo armi al governo presieduto dal Mansur Hadi e lanciando raid aerei sulle zone settentrionali del Paese, dove vive la comunità sciita zaidita. Questi bombardamenti periodici che dal 2015 causavano migliaia di morti fra i civili, un po’ come fa ora Israele sugli abitanti della Striscia, non scuotevano coscienze morali, né politiche. Qualche organismo umanitario lanciava appelli contro le stragi, poco ascoltate dalle Nazioni Unite, perché il “Grande Satana” iraniano si poneva in appoggio al gruppo ribelle. Una vicinanza religiosa, visto che lo zaydismo  rappresenta uno dei tre rami dell'islam sciita. Per precisione gli studiosi lo indicano come un orientamento che s’avvicina al sunnismo, sebbene si tratti di un’evoluzione sviluppatasi nei secoli solo in terra yemenita. Più consistente è l’interesse iraniano, nel contrastare a distanza il desiderio egemonico regionale saudita, di trovare un alleato tattico anche nella punta estrema della penisola arabica che nella strettoia marina del Golfo di Aden, l’imbuto in cui il traffico mercantile mondiale usufruisce del passaggio attraverso il mar Rosso e il canale di Suez, risulta strategica. Qualsiasi politico, qualsiasi stratega militare metterebbe in connessione le vicende yemenite e i lucrosi commerci internazionali che transitano lungo quelle coste per posizionare se stesso su un palcoscenico seppure bellico. Netanyahu e Sinwar lo fanno. Biden e la diplomazia mondiale a loro modo pure. Perché non dovrebbe farlo Abdul Malik al-Houthi che dalla vicenda ha poco da perdere e abbastanza da guadagnare almeno in notorietà?

 

 


Chi è costui? Quarantaquattro anni al-Houthi viene da una famiglia presente nella vita pubblica nazionale con un padre teologo e un fratello maggiore parlamentare e oppositore di  Saleh. Proprio il fratello Hussein ha fondato il movimento Houthi per promuovere servizi educativi e sociali in contrasto con un operato nullo del governo. Alla sua uccisione Abdul Malik ha preso il testimone del gruppo. Dichiarato ferito e successivamente ucciso, secondo voci messe su ad arte dagli avversari, Abdul Malik ha continuato a guidare i ribelli che negli anni hanno raggiunto alcune migliaia di adepti, allargando gli orizzonti politici. Il conflitto interno già a fine 2015 aveva conosciuto il defilarsi del presidente Hadi e il proseguimento degli scontri unicamente per il sostegno dei sauditi che impiegano in loco proprie truppe e mercenari. E mentre le istituzioni della sedicente Repubblica presidenziale conoscono la conduzione di leader fantoccio - come accade negli Stati falliti conosciuti in questi anni dall’Afghanistan alla Libia - quel che dovrebbe inquietare una silente comunità internazionale è la profusione di finanziamenti bellici da parte delle democrazie occidentali. Il Regno Unito ha finora venduto armi ai sauditi impegnati in questo conflitto per sei miliardi di sterline. Eppure la scorsa primavera c’erano stati scambi di prigionieri fra Ryadh e Sana’a, in quella circostanza la mediazione dell’Onu risultava utile a tenere in equilibrio una trattativa che ruotava sul rilascio d’un migliaio di prigionieri. Ne è seguita la liberazione di pochi uomini di entrambe le parti, col mantenimento del controllo della capitale e del nord del Paese degli Houthi e dello Yemen del sud della coalizione delle petromonarchie, mentre nelle aree desertiche orientali si riscontravano infiltrazioni di milizie jihadiste di varia tendenza. Tutto è rimasto fermo per mesi sino alla fiammata del 7 ottobre scorso. E all’interesse diretto degli Houthi, solidali con la popolazione palestinese, con la novità degli assalti alle navi containers dei signori Musk, Bezos, Kamprad, soci Stellantis e via andare.  

 

giovedì 11 gennaio 2024

Modi-Meloni, sregolata passione

 


Questo non è più il Paese per cui i nostri padri fondatori hanno combattuto e sono morti”. Nell’ascoltare le odierne riflessioni dei politologi indiani sulle smanie del primo ministro Modi, viene alla mente l’allarme di taluni giuristi nostrani davanti al disegno di Riforma costituzionale dell’attuale premier Meloni, peraltro silente sul riconoscimento dell’antifascismo quale valore fondante della Repubblica Italiana. L’India plasmata dal Bharatiya Janata Party stravolge il modello laico della nazione indiana che si emancipava dal colonialismo britannico. Al di là dell’orientamento socialisteggiante di Nehru scomparso con lui, è quel senso di giustizia, libertà, uguaglianza che appare abbandonato a vantaggio d’un fondamentalismo religioso in salsa hindu. E poi d’un liberismo economico e di un individualismo biecamente classista, cui s’aggiunge l’esaltazione d’un nazionalismo che lascia ampie zone d’ombra sui risvolti fascisti, xenofobi, razzisti dei propri sostenitori. Sarà stato quest’ultimo comune denominatore a far scoppiare la passione fra le due Emme, definita ‘Melodimania’?  E’ al G20 di Nuova Delhi che il gigante e la bambina dell’attuale geopolitica mondiale - in rappresentanza della ciclopica India dalle mille contraddizioni e di un’Italietta lanciata sul proscenio internazionale - si sono incontrati e infatuati. In realtà è più la nostra leader a sedurre con selfie comuni l’omologo indiano e corteggiarlo, politicamente s’intende, per il bene del Pil italico. Eppure questo serve a poco se i rispettivi Paesi proprio in questi giorni si misurano attorno all’annosa questione dell’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia, da cui il socio di maggioranza, la multinazionale indiana AncelorMittal, vuole smarcarsi. In barba agli accordi sottoscritti e al futuro dei ventimila lavoratori dell’azienda. Urso, il melonissimo ministro delle Imprese (e del mady in Italy, sic), in queste ore parla di “momento decisivo” della trattativa. Fantasiosa e manipolante retorica, visto che gli esperti la definiscono morta e sepolta, almeno per volontà dei manager indiani. Costoro seguono l’impronta del fondatore della società, attiva finora in una dozzina di nazioni. E’ Lakshmi Mittal, un Paperone senza scrupoli.

 

Nato nel Rajastan e da molto tempo residente a Londra in base a un portafogli spropositato messo su seguendo per un periodo le orme paterne, quindi lanciandosi in rampanti operazioni di economia finanziaria in giro per il mondo. Fortune acquisite anche portando dolori e lacrime fra i lavoratori dell’acciaio, incensati e poi abbandonati davanti agli altiforni spenti in casa loro e accesi altrove. Un capitano d’industria del Terzo millennio non diverso da altri, cui la politica italiana avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione, quando cinque anni or sono ne accolse l’interessamento. Certo su crisi che coinvolgono imprenditori spregiudicati i vertici nazionali possono poco. Ma i precedenti governi italiani (Gentiloni, Conte, Draghi), pur accettando una partnership, avrebbero dovuto investire in proprio e acquisire il pacchetto di maggioranza, mossa che attende anche l’attuale esecutivo che probabilmente farà come chi l’ha preceduto: cercare nuovi azionisti e tirare a campare. Davanti a una fabbrica da rinnovare attraverso tecnologie non inquinanti e a un territorio da salvare da pericolosissimi malanni e da un’occupazione da preservare. Governance come l’attuale indiana in casa propria favoriscono comportamenti di assoluta libertà per produzioni senza regole sia riguardo al lavoro delle maestranze sottopagate e non tutelate sul fronte della salute, sia a quel che si fa nelle aree industriali. Quest’assenza di norme e di controlli il magnate Mittal va a cercarle in Kazakistan e in Bosnia dove investe. Sarebbe interessante sapere se anche i governi Ue di Spagna, Repubblica Ceca, Romania, dove AncelorMittal produce acciaio, riescono a lasciar fare e incartarsi com’è accaduto all’Italia. Perché lo scaltro Lakshmi nella sua capitalizzazione a tempo limitato nell’ex Ilva non pensava certo a bonificare i 15 km quadrati dell’Inferno prodotto dalla gestione degli italianissimi Riva, complici e assenti i governi dell’epoca. Ora il miliardario indiano saluta e se ne va. Non saranno i premier Meloni e Modi a trattenerlo, in base al liberismo comune, al nazionalismo spensierato e sregolato che si autocelebra oltre confine e pure in patria. Per la propria gioia elettorale e i guai dei cittadini.

martedì 9 gennaio 2024

Istanbul, un comunista come sindaco

 


C’è un comunista che corre per le amministrative del prossimo marzo in Turchia nella piazza-vetrina di Istanbul. E’ Fatih Mehmet Maçoğlu, nome da sultano ma orientamento tutto rivolto a interessi sociali, almeno per quanto ha mostrato in un decennio nell’area d’origine, Tunceli, dove ha guidato la comunità di Ovacık. In quella zona prossima alla Turchia orientale, dove la comunità kurda e le sue rappresentanze costituiscono la spina nel fianco del governo dell’Akp, Maçoğlu, cinquantasei anni, moglie e due figli, è straconosciuto. Sotto baffoni d’altri tempi il suo sorriso è accattivante, com’è affabile l’approccio con la popolazione. Però gli analisti non credono possa rompere gli schemi che nel 2019 nella metropoli più illustre del Paese hanno visto prevalere il repubblicano İmamoğlu sul politico del Partito della Giustizia e Sviluppo designato da Erdoğan. In quell’elezione la compagine di governo, pur confermando una supremazia nazionale col 45% delle preferenze, perse oltre a Istanbul, la gestione della capitale, di Izmir, Adana, Antalya. Insomma i maggiori centri del Paese. Per il sultano fu uno smacco e ci fu chi ne decretò una prossima fine politica, sbagliando di grosso. Probabilmente lo sbaglio maggiore l’ha fatto alle presidenziali del maggio scorso il Partito repubblicano designando nella sfida del secolo, intesa come confronto del centenario della Turchia moderna, il proprio segretario Kılıçdaroğlu contro l’uscente Erdoğan, che ha vinto di nuovo. Forse il più giovane İmamoğlu avrebbe avuto più possibilità. Ma antiche dichiarazioni polemiche sono costate al sindaco un’interdizione per due anni a partecipare a consultazioni, è rimasto fuori dalle presidenziali e sarà bloccato pure per le amministrative. I suoi sostenitori hanno definito la condanna un esplicito boicottaggio. Eppure nel quinquennio da sindaco le aspettative della gente del Bosforo risultano parzialmente deluse. I giovani speravano in un esponente della nuova leva politica vicino alle loro esigenze, invece ne hanno notato la farraginosità burocratica. Queste le lamentele. Comunque la partita sulla municipalità è aperta. Il presidente in carica, che della città simbolo della Turchia è stato a sua volta sindaco ed è originario dell’ormai delimitato ma sempre popolare distretto di Kasımpaşa, tiene particolarmente a una riconquista della municipalità da parte del suo partito. I repubblicani non vogliono mollare la presa e cercano un candidato di rango. Mentre i commenti che accompagnano in queste ore il “rosso” proveniente dall’est affermano: avrebbe possibilità se fosse presentato da un’ampia coalizione comprendente anche il Chp. Ipotesi o sogni? Maçoğlu corre in uno dei distretti più prestigiosi, Kadıköy, l’antica Calcedonia, dove passarono greci e fenici. Dunque sponda asiatica dove attualmente vive la metà dei 14 milioni di istanbulioti. Un’area dove i laici del Chp raccolgono amplissimi consensi rispetto alla conservatrice Üsküdar che gli sta a settentrione,  dove dagli anni Novanta  prevale l’Akp

 



 

 

lunedì 8 gennaio 2024

Gaza, tiro al cronista palestinese

 


Nel ricordo funebre di un paio di settimane fa erano settanta. Tutti giornalisti assassinati volontariamente dall'esercito di Israele, come gli abitanti della Striscia. Tsahal ne ha aggiunti quaranta al suo criminale tiro al bersaglio e ora il numero delle voci spezzate supera il centinaio. Centonove. E può non finire qui, perché scientemente il governo Netanyahu ha inserito nel piano di rioccupazione della Striscia lo sterminio di quanti più palestinesi sia possibile. In attesa della cacciata dell’intera popolazione, da deportare altrove, col consenso anche forzato di Paesi amici d’Israele quali Egitto e Giordania. Le cui eventuali ritrosie verranno ammorbidite dalla diplomazia statunitense che osserva, ammonisce e di fatto lascia fare al premier sionista ciò che gli occorre per restare in sella. E dunque allungare sine die il massacro di civili (le vittime gazesi sono più di ventitremila) visto che dentro Israele nessuno può sgambettarlo, neppure le imploranti famiglie dei prigionieri trattenuti da Hamas che inscenano proteste dolorose e clamorose quanto inascoltate dal governo. In questo mattatoio - avviato secondo Netanyahu per “annientare Hamas” di cui lui stesso dichiara l’uccisione di ottomila miliziani accanto all’esecuzione d’importanti leader politici e militari all’estero - far scorrere il sangue di chi racconta la criminale guerra israeliana, è l’ennesimo obiettivo da perseguire. Tirando addosso - non importa se col fucile del militare-cecchino, col missile del raid aereo o con l’ordigno del drone - al cronista palestinese che sta fra la sua gente e ne descrive la mattanza. Cosa che a Sabra e Shatila risultò impossibile, gli scrivani entrati giorni e giorni dopo il massacro coglievano il puzzo dei poveri cadaveri fra i mosconi che ronzavano sopra, ma mai poterono dire con certezza chi aveva sgozzato e mitragliato. Falangisti di Hobeika, militari di Sharon, tutte ipotesi che restituirono costoro agli anni successivi alla strage. Impunemente impuniti.

 


L’attuale tecnologia rende più semplice un resoconto, perché anche un cellulare può filmare, registrare, elaborare un testo minimo da spedire via etere a un’emittente che lo diffonde. Basta poterlo realizzare. L’esercito d’Israele ha l’ordine di non fare prigionieri fra chi è impegnato a testimoniare quel che accade sotto il fuoco con cui sta “purificando” la terra che intende rioccupare. Stabilmente, con le armi in pugno, come del resto fa in Cisgiordania e non ora ch’è riesplosa la crisi. Così i giornalisti palestinesi, la totalità dei cronisti che stanno raccontando Gaza da Gaza, diventano bersagli. La loro eliminazione se sarà celebrata con un martirologio da parenti, amici, lettori e spettatori di qualche emittente nota, Al Jazeera soprattutto, non lascerà strascichi. Anzi farà avanzare la versione univoca dell’operazione anti Hamas, che è quella di Netanyahu e del Biden che gli tiene bordone poiché le elezioni del prossimo novembre sono dietro l’angolo e il voto degli ebrei d’America risulta prezioso per il candidato democratico claudicante in ogni senso. E’ vero che qualcosa di quanto accade nella Striscia è testimoniato da altri giornalisti, che per incolumità sono nei pressi e non diventano esplicito bersaglio anche perché un loro decesso creerebbe, forse e ancora forse, qualche problema pure all’insolente diplomazia di Tel Aviv. Il cui governo prosegue imperterrito i suoi interessi: applicare la legge della forza sul terreno d’una guerra senza regole; sostenerla in politica interna al cospetto dei propri elettori guerrafondai; giustificarla in campo internazionale con la logica secolare del popolo perseguitato e quella dello Stato aggredito che si “difende”; informare a senso unico contro lo stesso pluralismo mediatico che sostiene di garantire; adattare cronaca e storia recente alla propria volontà di cancellazione di soggetti altrui. Cosicché i giornalisti, principalmente se palestinesi, e gli storici sono di troppo. Senza pensieri, un colpo dal drone e via.  

venerdì 5 gennaio 2024

Elezioni pakistane, la denuncia del grande escluso

 


Stropicciato, un po’ invecchiato nonostante la postura da ex atleta e un’età ancora agevole per un politico (72 anni) Imran Khan, il primo ministro pakistano disarcionato nell’aprile 2022, lancia l’allarme per le elezioni che dovrebbero tenersi a febbraio prossimo. Lo fa da detenuto, condizione cui è ridotto dall’agosto scorso per una condanna di corruzione, che lui contesta e lega al ‘grande complotto’, a suo dire ordito dagli Stati Uniti, e motivo della sua esclusione dal governo. Gli ultimi diciotto mesi sono risultati agitatissimi per l’ex premier rincorso da tentativi di arresto con blitz polizieschi presso la lussuosa villa di Lahore, operazioni d’Intelligence volte a prelevarlo, interventi di massa di suoi sostenitori che hanno fatto recedere da bellicose intenzioni i reparti antisommossa dopo sanguinosissimi scontri attorno alla sua abitazione. Lì era rimasto rinchiuso, prima perché ferito in un attentato nel novembre 2022, quindi per una reclusione tramutata in arresto domiciliare, fino all’estate 2023 quando Khan ha accettato il processo. L’attuale condanna lo tiene lontano da una partecipazione elettorale, ma l’ex premier reclama anche un ostracismo al suo partito (Pakistan Tehreek-e Insaf) e ai potenziali candidati che certo non ne rimpiazzano popolarità e carisma. Però, sostiene il leader, costoro potrebbero partecipare a elezioni sulle quali incombe il rischio di ulteriori rinvii perché i partiti avversari - la Lega Musulmana (N), cui appartiene l’attuale premier Sharif e il Partito Popolare, controllato dalla dinastia Bhutto - non navigano in buone acque. Slittata nei novanta giorni seguenti alla sostituzione di Khan con Shehbaz Sharif, e poi nei mesi successivi, la scadenza elettorale fissata per i primi di febbraio potrebbe ricevere ulteriori proroghe. E se si andasse alle urne con questo clima “le elezioni potrebbero risultare una farsa” scrive l’ex premier in un recente articolo ospitato dal settimanale britannico The Economist. Nell’intervento ricorda la cancellazione delle consultazioni nelle province del Punjab e Khyber Pakhtunkhwa, dove il PTI ha un seguito amplissimo, quale ennesimo strappo alla democrazia.

 

A suo dire l’attuale esecutivo, con l’appoggio dell’esercito, starebbe forzando la mano per tenere congelata la rappresentanza del Paese. Khan torna sull’ombra dell’ingerenza straniera: nel marzo 2022 un funzionario del Dipartimento di Stato americano incontrò l'ambasciatore pakistano a Washington. Ne seguì un messaggio cifrato al governo che lui presiedeva e che a un certo punto non controllò più per il ritiro d’un manipolo di alleati che fecero mancare i voti di sostegno. La prova di quel messaggio venne successivamente fornita dal ministro degli esteri Qureshi. Così lui rinnova la denuncia d’una manipolazione del ceto politico pakistano prodotta dalla manona della Casa Bianca che si è avvalsa dei vertici delle Forze Armate, dal generale Bajwa, poi pensionato, ai successori Munir e Mirza. Al di là dell’animosità personale, una verità Khan la dice: la lobby militare ha un peso indiscutibile sulle scelte interne. E’ accaduto dalla nascita dello Stato e spesso contro il suo orientamento laico e parlamentare, visto quel che fecero alcuni generali diventati politici, da Zia-ul Haq nel decennio 1978-88 a Musharraf all’avvìo del Terzo Millennio. In tempi recenti i militari non si sono più esposti in prima persona, però perpetuano l’ingerenza sulla politica gareggiando coi servizi dell’Intelligence interna nel ruolo di guastatori. Al momento del successo elettorale (2018) lo stesso Khan godeva della “fiducia” della lobby che poi col potentissimo Bajwa gli ha voltato le spalle. Comunque il sospetto dell’ingerenza esterna non è campato in aria. Le amministrazioni, Repubblicane o Democratiche, che occupano lo Studio Ovale hanno per decenni rivolto particolare attenzione all’alleato asiatico contrapposto all’India, poiché avere in loco governanti amici rappresenta un beneficio da non perdere. Certe aperture internazionali di Khan verso Mosca e Teheran piacevano poco, da lì potrebbe essere partito il rigetto del suo premierato. Frattanto un’ultimora dice che il più noto fratello Sharif, Nawaz, altro ex premier pluricorrotto e condannato, potrebbe rientrare in corsa. A tal punto i lamenti del grande escluso avrebbero ulteriori ragioni.  

mercoledì 3 gennaio 2024

Kerman, lacrime e sangue

 


Mentre piangevano Soleimani nella sua città natale di Kerman, seicento chilometri a oriente della più nota Shiraz, lacrime e sangue sono diventate una tragica pioggia. Due esplosioni in successione si sono portate via 180 iraniani in un devastante attentato modello Isis la cui mano sconosciuta - e tale potrebbe rimanere - lancia i sospetti su chi attualmente teorizza di allargare la guerra contro Hamas: il governo Netanyahu. Appena una settimana fa i vertici di Teheran avevano subìto un attacco al cuore della propria gerarchia militare, Razi Mousavi vicinissimo al capo delle Forze Al Quds finché era rimasto in vita, veniva freddato a Damasco con l’ausilio d’un missile. Prodromo di un’azione simile compiuta due giorni fa nel fortino sciita di Beirut, quella Dahieh che non preserva dai droni e ha visto macellato il vice di Haniyeh Saleh Al Arouri. Colpire il Movimento di Resistenza Islamico ovunque, è il piano del premier d’Israele, ma com’è evidente non si vuole stroncare soltanto quella formazione. Usare la fauda per incrementare il disordine nell’intera regione diventa la ragione con cui l’attuale governo di Tel Aviv, che nessun altro orientamento politico interno vuole o riesce a scalzare, prova a salvare se stesso. Senza curarsi di diventare un novello Sansone orientato a distruggere e autodistruggersi, poiché l’allargamento del conflitto questo può significare per lo stesso Stato ebraico. Finora i nemici vicini, Hezbollah, e lontani, Pasdaran, sono stati fermi. Troppo disastrato è il Libano per nuovi venti di guerra, troppo lacerato dall’anno di proteste interne oltreché dalla rovinosa economia, è l’Iran. Su entrambi quei reparti militari pesa il logorante quinquennio di guerra siriana. Però esistono realtà e limiti al di là dei quali entrano in gioco non tanto l’immagine e la fedeltà al proprio orizzonte politico, ma l’integrità territoriale su cui s’insinua l’assalto sionista.

 

Dentro il limes del sud del Libano non si combatte da diciotto anni, certo volano missili e droni che portano morte in casa e fuori. Ma quanto potrà durare questa deterrenza? Dopo il tiro a bersaglio sul cielo di Dahieh neppure Nasrallah è al sicuro, dovrà riparare sottoterra come le talpe di Hamas nella Striscia? Le strade rossosangue di Kerman hanno di enorme il numero delle vittime, eppure non sono le prime. Anni addietro altri attentati colpivano l’entourage degli ayatollah, principalmente il gruppo degli ingegneri impegnati nell’arricchimento dell’uranio che guarda al nucleare, non solo civile. Dal 2010 c’è stato uno stillicidio di agguati mortali e ardimentose esecuzioni mirate che l’Intelligence interna non è riuscita né a sventare, né a rivelare. I sospetti rivolti al Mossad restano, mancano quelle prove che difficilmente agenti efficienti lasciano sul terreno. Si è supposto il possibile coinvolgimento anche di oppositori armati, soprattutto quei ‘mujaheddin del popolo’, sostenuti dall’Occidente, che fuori tempo massimo millantano grandi capacità militari. Qualche esperto dei Servizi ritiene che sofisticati oppositori al regime possano fungere da trojan e spie interne, rischiando ovviamente molto, ma risultando preziosi basisti per le imprevedibili e spettacolari operazioni degli 007 d’Israele. Probabilmente del lacerantissimo agguato mortale di Kerman non si conoscerà la matrice, ma la deriva proiettata su questa fase geopolitica è ampiamente preoccupante. Soprattutto se l’impotenza della comunità internazionale verrà ribadita dalla volontà di fregarsene di tutto: di decine di migliaia di palestinesi massacrati, cui s’aggiungono cittadini d’altri Paesi diventati bersaglio d’un disegno criminale che calpesta il genere umano prim’ancora di qualsiasi diritto internazionale, della facoltà di avere una patria, una casa,  un’esistenza minimamente dignitosa. Di poter svegliarsi mangiare e dormire senza morire.  

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Nb Le vittime accertate della strage sono 84, sebbene ci siano feriti in condizioni assai gravi. L'attentato è stato rivendicato dall'Iskp, lo Stato Islamico del Khorasan.

martedì 2 gennaio 2024

Israele, guerra di spie

 


Dopo ottantasette giorni il fulcro del massacro e della distruzione messi in atto da Israele si concentrano sulla Striscia di Gaza e la sua gente. La conta di vittime e feriti è in continuo, tragico divenire, assieme alle spettrali sequenze dell’azzeramento sistematico delle abitazioni e della vita, prodromo dello sgombero forzoso di quel territorio che l’intero Stato ebraico (non solo il governo Netanyahu)  prevede di attuare. Visto che il mondo guarda e lascia fare,   il piano dell’inamovibile premier proiettato su sei mesi o un anno, presenta anche altri risvolti. Riguardano il settore di cui Israele è specialista, assieme alle tecniche d’aggressione militare: lo spionaggio. Le indubbie capacità di NSO Group Technologies - che nell’acronimo riporta in nomi (Niv, Shalev, Omri) dei fondatori dell'azienda sorta nel 2010 e diventata dopo un quinquennio leader nella cybersicurezza mondiale - hanno avuto nello spyware Pegasus un gioiellino fruttuosissimo e applicatissimo. Dai primi clienti (Messico, Panama, Ghana) la società israeliana ha ricevuto commesse sempre più importanti e lucrose, come quella proveniente dalla polizia di San Diego. In contemporanea proprio lo statunitense New York Times sosteneva che il prodotto era usato contro giornalisti e attivisti dei diritti. Amnesty International confermò i sospetti, poiché alcuni suoi membri venivano spiati in Arabia Saudita con le stesse forme di controllo subìte da Jamal Khashoggi nel periodo precedente il suo sequestro e omicidio. Denunce successive rivelarono l’inserimento del sistema Pegasus nella messaggistica WhatsApp per soggetti da tenere sotto controllo: ancora reporter, difensori dei diritti umani, presunti oppositori politici. Gli affari societari di NSO crescevano con clienti dislocati in vari continenti (India, Ungheria, Azerbaijan) spesso visitati dalle massime autorità di Tel Aviv intenzionate - così accusava il quotidiano Haaretz - a promuovere alleanze geopolitiche suggellate dalla sicurezza informatica.

 

L’orientamento dei vertici politico-militari-securitari israeliani non muta, anzi la fase della guerra aperta ad Hamas riversata sui due milioni di inermi civili della Striscia, introduce angolature maggiori che riguardano chi rientra nella cerchia delle alleanze d’Israele e delle sue inimicizie antiche e recenti. Con la Turchia e il governo Erdoğan le fasi sono state alterne e a tratti contraddittorie, sebbene nel 2022 una quasi distensione sembrava prevalere. In queste ore l’agenzia governativa Anadolu ha diffuso la notizia d’un arresto di massa (oltre trenta persone) di cittadini sospettati di collaborare col Mossad. Il comunicato non fornisce indicazione sui sospettati che sono di nazionalità turca e straniera. L’operazione, che coinvolge sicuramente il Mıt, segue un comunicato dello Shin Bet di alcune settimane or sono che intendeva colpire aderenti al Movimento di Resistenza Islamico nei territori palestinesi e all’estero. L’Intelligence israeliana utilizzerebbe agenti e infiltrati per dare la caccia ai miliziani islamici dov’essi trovano appoggio e rifugio, dunque Libano, Qatar, Turchia. Il ministro dell’Interno di Ankara s’è fatto sentire sui social, lanciando anatemi contro possibili attività di spionaggio considerate una minaccia per il Paese. Certo è che l’iniziale posizione defilata e collaborativa di Erdoğan, propostosi in veste di mediatore per la delicatissima vicenda delle trattative sullo scambio dei prigionieri, è stata quasi subito archiviata. Washington gli ha preferito la coppia egitto-qatariota Sisi-al Thani, decisamente meno autonomi del volpone turco e acquiescenti verso Israele. Ciò nonostante colloqui e scambi sono fermi perché su tutto Netanyahu antepone lo sgombero della Striscia. Convincere Egitto e Giordania, destinatari dell’esodo di massa dei gazesi continua a non esser semplice. Frattanto il presidente turco ha lanciato dichiarazioni sempre più dure sull’operazione militare a Gaza, parlando di pulizia etnica contro i palestinesi. Se il rischio di un’escalation regionale con ulteriori conflitti, per ora, riguardano i botta e risposta missilistici con Hezbollah nel sud del Libano e raid mirati, come l’eliminazione del capo pasdaran Razi Mousavi a Damasco, i colpi a distanza che coinvolgono spie e sistemi di spionaggio rappresentano un fronte a sé.