mercoledì 31 luglio 2019

Afghanistan, le bombe del sangue e dell'angoscia


Cosa dice la bomba che stamane ha colpito un bus sulla via di scorrimento fra Kandahar ed Herat? Intima a chiunque di restare dov’è, di non viaggiare e neppure transitare, pena la morte. Quella che hanno subìto soprattutto donne e bambini che erano sul mezzo e che sono crepati in trentaquattro. Finora, perché si contano feriti gravissimi sia fra i passeggeri, sia fra i disgraziati che al momento dell’esplosione erano per via. Tutti investiti dalla potentissima deflagrazione, tutti inghiottiti nel buco nero della morte certa che lancia il messaggio di dissuadere decine di migliaia di afghani da qualsivoglia movimento. Chi vuole tutto ciò sono i talebani, i dialoganti di Doha e Mosca, i dissidenti che si firmano Stato Islamico del Levante che non cercano colloqui ma esaltano il terrore. Via ripresa dagli stessi studenti coranici ortodossi il cui credo è rendere impossibile ogni scelta politica senza una propria investitura priva di contropartite. Gli attentati afghani, hanno rilanciato il ritmo sanguinoso e asfissiante di diciotto mesi fa, quando i due schieramenti jihadisti si scontravano a distanza per dimostrare chi fosse il più efficacemente sanguinario. A pagarne le spese i civili, quelli che i turbanti d’ogni tendenza dicono di voler liberare dall’occupazione statunitense e dai soprusi del governo fantoccio di Ghani, per imporre le proprie volontà, né più né meno quelle del quinquennio 1996-2001.
Eppure i taliban sono cambiati; certo sono più efficienti, più tattici, maggiormente pieni del proprio delirio d’onnipotenza perché sanno d’essere apprezzati da molte sponde politiche e della “sicurezza”. Le Intelligence pakistana e americana continuano, secondo le convenienze, a foraggiarli e cacciarli. I turbanti restituiscono la pariglia: parlano e sparlano, combattendo e adattandosi a una guerra sporchissima per il potere. Purtroppo mietono vittime, come ma non più di altre componenti, lo dichiara dati alla mano l’agenzia Onu Unama, che ieri, come ogni anno, ha diffuso il computo dei “danni collaterali” provocati finora. Sono stati uccisi 1.366 civili, il 52% dalle forze filogovernative, il 39% da soggetti che a esse s’oppongono, mentre per un 9% la responsabilità rimbalza dalle une alle altre. I lutti nelle famiglie afghane restano costanti dal 2013 (anche allora un presidente Usa, Obama, parlava di ritiro delle truppe, ma ritiro totale non c’è mai stato). E quindi 1.615, 1.644, 1.672 assassini, col record di 1.729 l’anno scorso. La tendenza attuale può produrre un aumento, come del resto c’è fra i feriti che da tre anni superano le seimila unità. Molti di costoro rimarranno invalidi, anche in tenera età. Potranno forse ricevere il conforto delle protesi che da tre decenni lo staff del dottor Alberto Cairo produce apportando migliorie tecniche sempre più spiccate.  Ma è una consolazione magrissima poiché molti di questi giovani non riusciranno a svolgere un lavoro, ad avere una vita normale, visto che di normale in Afghanistan c’è solo la guerra imposta dalla geopolitica mondiale.

domenica 28 luglio 2019

Kabul, ex ministro di Ghani sopravvive a un attentato


Nel fuoco senza tregua che, nonostante i colloqui di pace, investe Kabul è di queste ore la notizia dell’ex ministro dell’interno Amrullah Saleh rimasto lievemente ferito a un braccio durante un ennesimo attentato. Ha voluto testimoniarlo lui in persona lanciando una foto su Twitter che lo ritrae seduto all’esterno circondato da guardie del corpo. L’esplosione di un’autobomba nei pressi della sede del neonato movimento ‘Green Trend’ ha inizialmente prodotto due decessi, ferendo venticinque persone, ma ora dopo ora i morti sono saliti a venti e sono aumentati anche i feriti. L’obiettivo dell’agguato era certamente Saleh che con questa sigla ha da poco scelto di affiancare il presidente uscente Ashraf Ghani nelle pluri rimandate elezioni, ora fissate per il 28 settembre. Saleh s’era appena dimesso dalla precedente carica e partecipava in qualità di candidato alla vicepresidenza alla campagna che ripartiva oggi, a due mesi dalla scadenza che comunque può slittare ulteriormente. La scelta dell’ex ministro potrebbe essere stata indotta da Ghani stesso per gli stretti legami che Saleh ha con la componente tajika della società afghana. Il presidente uscente sa che quest’etnìa, la seconda componente più numerosa (25%) dopo i pashtun,  non deve essere trascurata nel trend elettorale. Inoltre, se le presidenziali raggiungeranno il traguardo finora avversato a suon di bombe da talebani e da jihadisti del Khorasan, proprio l’elettorato tajiko può costituire un appoggio al piano elettorale.

Nella precaria mappa dell’amministrazione afghana il passato parla chiaro: indimenticati leader tajiki come Rabbani e Massud hanno sempre avversato il fondamentalismo islamista sin dall’epoca del mullah Omar e del connubio con Bin Laden, rapporto sostenuto da Pakistan e Arabia Saudita. Questo filo rosso è proseguito nei decenni e il Saleh in questione, che per ragioni d’età non è stato un signore della guerra e non è un personaggio di spicco del panorama interno, risulta però un integerrimo oppositore dei taliban. Anche per questo chi sta cercando di farlo fuori lo detesta, come detesta l’insistenza di Ghani nel voler rioccupare una presidenza sebbene risulti svuotata di potere. Gli stessi statunitensi, iniziali sponsorizzatori dell’uomo della Banca Mondiale, l’hanno abbandonato a se stesso, avallando negli ultimi mesi il totale diniego posto dai turbanti per una sua presenza al tavolo delle trattative. Il rifiuto della rappresentanza governativa è avallata dai continui rinvii del voto presidenziale che si è prolungato di un anno e che, se si giungesse a un accordo finora mancato fra statunitensi e talebani, vedrebbe quest’ultimi pronti a occupare posti di potere mentre il clan di Ghani dovrebbe fare i bagagli. Sostituito da chi è il gran busillis, ma questa è il diktat dei barbuti presenti a Doha e Mosca. Anche il presidente uscente parla di pacificazione, ma da questo scenario ha tutto da perdere e resta attaccato al piano elettorale che finora la Casa Bianca non ha cancellato, però fa ben poco per sostenerlo. Così in attesa del voto che verrà, chi sopravvive fra candidati ed elettori forse vedrà quel giorno che si prospetta inutile. Mentre la quotidianità afghana incrocia sangue e conta morti.

venerdì 26 luglio 2019

Tunisia, l’ombra degli ex militari dopo la morte di Essebsi


Muore, per un’intossicazione alimentare non sopportata dalla vetusta età (92 anni), il camaleonte della politica tunisina Essebsi e nella settimana di lutto nazionale è già un fremere d’ipotesi future. Il 15 settembre è prevista l’elezione del successore, mentre per la prima settimana d’ottobre erano state calendarizzate le consultazioni politiche alle quali potranno partecipare decine e decine di formazioni dell’atomizzato panorama nazionale. Fra quelle quotate per concrete possibilità di ricevere consensi e formare un esecutivo o alleanze per esso c’è Nidaa Tounes, il partito del defunto Capo di Stato, gruppo laico e sedicente di centro-sinistra come lo sono formazioni liberiste sparse un po’ ovunque nel mondo. Quindi gli islamisti di Ennadha, che sull’incendio delle primavere arabe avviato, nel dicembre 2010, dall’autodafé dell’ambulante Mohamed Bouazizi, portarono la formazione al potere. Per tre anni. Vissuti pericolosamente, e nonostante i consigli di moderazione dello storico leader al Ghannouchi, finiti a scontare le accelerazioni estremiste d’uno jihadismo interno, maculato nel 2013 dall’assassinio di due politici progressisti: Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. L’indignazione popolare e le successive scosse produssero il cambio di orientamento politico a Tunisi e dintorni, assediata nel marzo 2015 dagli attacchi del jihadismo firmato Daesh, con l’attentato al museo del Bardo che fece ventiquattro vittime.
Sulle paure del recente passato, la navigazione a vista degli ultimi cinque anni rattoppati attorno alla figura d’un ottantasettenne pragmatico ma non carismatico, l’irrisolutezza di problemi rimasti intonsi: mancanza d’investimenti e disoccupazione stabilmente in doppia cifra (15% nazionale, che triplica la percentuale se si parla di giovani fino ai 25 anni), vaghezza politica, ora s’affaccia il classico partito d’ordine, formato mesi addietro da ex militari. I seguaci di tal Mustafa Saheb-Ettabaa - omonimo d’un ministro dell’Ottocento quando il Nord-africa maghrebino apparteneva all’Impero Ottomano - è figlio d’un clan benestante che lo spedì a far carriera come ufficiale, un percorso durato sino alla seconda metà degli anni Novanta. Quindi, pensionamento anticipato come s’addice a tutti i militari del mondo, e immersione nella sfera affaristica sino alla folgorazione della politica, appunto nel 2011 all’alba del subbuglio della  nazione. Eppure la velleità d’esporsi in prima persona è recente, giunge alla fine dell’anno scorso, quando assieme ad altri ex ufficiali fonda il gruppo “Agissons pour la Tunisie”. Chi conosce Saheb-Ettabaa afferma che covava quell’idea da tempo, però ora esce allo scoperto presentandosi all’agone che, inevitabilmente, ripartirà nei prossimi mesi. Quello che l’ex ufficiale sottolinea con dichiarazioni pubbliche ed interviste, una recente è stata rilasciata al sito Sputnik, è la voglia d’ordine che aleggia in alcuni strati della società tunisina. Sicuramente quella dei gruppi affamatori della popolazione, passati attraverso le lobbies, cui egli stesso appartiene, e quelle della politica incarnata dall’ex presidente Ben Ali.
Tutt’uno coi potenti clan familiari, un nome per tutti: i Trabelsi della consorte Leila. Accanto all’esempio di ulteriori satrapi mai puniti dalla Storia e dal Fato, com’è il raìs egiziano Mubarak, questa tipologia di dittatori arricchiti sulla pelle dei concittadini, riesce a godersi i beni indebitamente accaparrati, anche perché nessun governo insediato successivamente, nessun Tribunale Internazionale ha promosso azioni legali, seppure su costoro pesino accuse di appropriazione indebita, frode ai beni dello Stato, oltreché crimini come complicità per detenzioni, torture, uccisioni e stragi di oppositori. Ben Ali, tanto per dire, è a Gedda, gode della protezione dei Saud, senza che alcuna democrazia occidentale od orientale eccepisca nulla. E in uno dei Paesi islamici mediterranei, con una popolazione non così strabordante (11 milioni), ma bisognosissima tanto da continuare a migrare, morire in mare e in più morire e far morire per la “guerra santa”, poiché assieme al Marocco è uno dei terreni di reclutamento jihadista, nulla è cambiato dai giorni della cacciata del presidente amico dell’internazionale delle ruberie “socialiste”. E’ in quest’assenza di soluzioni, nel tirare a campare degli umili senza speranza, nel riproporsi di partiti incapaci di elaborare alternative, che gli affamatori rilanciano i travestimenti.  Sostengono di lavorare per programmi inediti, ripropongono solo vecchi privilegi che a lungo ne hanno favorito l’esistenza e provano a occupare il vuoto di potere vagheggiando comandanti e disciplina a senso unico. Una beffa per chi avrebbe bisogno di giustizia.  

venerdì 19 luglio 2019

Kabul: nuovo attentato, nuovi morti


Fra lo studente universitario di Kabul e lo studente coranico (talib) che l’uccide c’è il comune denominatore dell’età: sono entrambi giovani. Seguono corsi differenti. Quelli morti stamane, mentre s’apprestavano ad entrare nelle aule, cercano nella cultura un’arma di riscatto in un Paese condannato all’instabilità eterna proprio da coloro che si vantano di parlare di pace. Quelli che indossano il turbante della tradizione affermano di difendere l’Afghanistan ammazzandone i fratelli. Accade da decenni e in questi mesi di più. Proprio in relazione ai colloqui di pace gli attentati contro i civili hanno avuto un picco, animati dai talebani dissidenti del Khorasan che seguono la via dello Stato Islamico e dalla Shura possibilista a un governo (il proprio),  autrice anch’essa di azioni sanguinose per mostrare la sua forza e determinatezza, per dire a interlocutori e concorrenti: gli irriducibili siamo noi. Per tutto questo stamane son morti prima due poi altri sei studenti, che risultavano feriti gravi dopo  l’esplosione di due Improvised explosive device, i famigerati Ied, che hanno fatto saltare in aria due automobili e causato la carneficina. Si contano altri trenta feriti, alcuni in gravi condizioni. Giorni addietro, chiudendo a Doha l’ennesimo inconcludente faccia a faccia fra le parti statunitense e talebana, con in più la presenza di alcuni sedicenti membri della società civile, ogni dichiarante s’impegnava a: ridurre a ‘zero’ le vittime civili, garantire alla popolazione sicurezza pubblica (sic!) e beni necessari, compresi quell’acqua e quel cibo che in alcune zone mancano, e poi educazione civile e religiosa. Eppure l’unica religione che continua a essere osannata è quella della morte; non del martirio, ricercato o subìto, ma del supplizio inflitto a innocenti, fuori da qualsiasi logica o strategia. Son queste le giornate che si susseguono a Kabul e nelle trentaquattro province afghane, mentre gli strateghi degli accordi fingono di accordarsi su qualcosa.

venerdì 12 luglio 2019

Afghanistan, donne che avversano le donne


Nella commedia dei colloqui per la pace afghana, di cui s’è recentemente concluso a Doha il settimo giro di giostra, erano presenti bene in vista alcune rappresentanti della società civile del martoriato Paese mediorientale. L’onnipresente Fawzia Koofi, Habiba Sarabi e alcune new entry: Asila Wardak, Mary Akrami. La presenza di queste figure che ricoprono incarichi ufficiali - Koofi nella Commissione per i diritti umani, Sarabi da vice presidente delL’Alto Consiglio di pace, mentre Wardak è egualmente rappresentante dell’Alto Consiglio di pace e Akrami dichiara di organizzare rifugi per donne abusate - è stata posta sotto i riflettori sia dal gran cerimoniere del ciclo d’incontri per parte statunitense Zalmay Khalilzad, sia dal sistema mediatico internazionale tutto rivolto a esaltare il grande passo compiuto dai talebani nel sottoscrivere una “road-map” che parla di diritti delle donne in campo politico, sociale, economico, culturale. In realtà, nel testo firmato dalle parti, c’è anche il passaggio che ricorda come tutto debba essere “conforme ai valori islamici”. Chi mastica di geopolitica sa quanto gli stessi studenti coranici ortodossi, cioè coloro che hanno accettato tale dialogo, interpretino la Sh’aria secondo una lettura deobandi, dunque alquanto fondamentalista della questione femminile. Però il realismo politico occidentale e il tatticismo talebano hanno trovato un momento d’incontro, pur minacciato da continue rotture.
Ora, le ottimistiche previsioni sbandierate devono fare i conti con chi conta davvero: i talib pakistani, cui il mullah Baradar, che insieme a Stanikzai guidava la delegazione dei turbanti, dovrà riferire. Ricordiamo a chi non lo sapesse che Baradar, rinchiuso nelle carceri di Islamabad è stato fatto liberare nell’ottobre scorso direttamente dalla Cia proprio per presenziare agli incontri di “pacificazione”. Che durante quasi tutti i mesi della defatigante trattativa la pressione armata jihadista non sia mai venuta meno, per mano di miliziani dissidenti ma c’è da pensare anche di quelli ortodossi, è drammaticamente evidenziato dalla cronaca. Le vittime civili continuano a essere causate da ogni parte, sebbene gli attentati talebani e dello Stato islamico del Khorasan ne a mietono la maggior parte. E mentre si dichiara che l’accordo definitivo è dietro l’angolo, i punti nodali restano lontani, lontanissimi: il cessate il fuoco è solo auspicato e nulla s’è deciso sul rituro delle truppe. Dunque quanto premeva rispettivamente a Stati Uniti e taliban è ben lontano da venire. Delle presunte garanzie per le donne afghane abbiamo detto in apertura, ma è bene che i commentatori nazionali ed esteri prendano atto di quel che cittadini e attivisti afghani raccontano di talune paladine del genere femminile che passano da esponenti della società civile. In collaborazione con le militanti del Revolutionary Association Women of Afghanistan il gruppo di lavoro italiano del Cisda raccoglie informazioni su simili personaggi.
Finora molto s’è detto e scritto dei Signori della guerra riciclati nientemeno come vicepresidenti già dai governi Karzai (Fahim, Khalili) quindi da quello di Ghani (Dostum), ma non s’accendono i riflettori sull’ampio sottobosco della politica presentata nella veste democratica e ahinoi femminile. Nella viscosità dell’amministrazione corrotta che l’occupazione occidentale ha ignorato, e in vari casi implementato, è stato costruito ad arte un tessuto politico femminile che non è affatto quello che si vuol far credere. La citata Fawzia Koofi è uno degli esempi più chiacchierati, ma non l’unico. Su di lei la controinformazione di Rawa ha svelato attività illecite assieme al clan familiare (la sorella Mariam e il cognato Noor Ahmad) legate al traffico internazionale di oppio. Del resto gli stessi parenti di Hamid Karzai sono stati implicati in simili operazioni mafiose, per le quali un fratello è stato ucciso. Eppure non è accaduto nulla di eclatante né in loco né nei parlamenti delle nazioni occupanti. Del resto ricoprire incarichi ufficiali, nascondersi dietro il velo della democrazia assicura a taluni soggetti garanzie per svolgere affari propri e assicurarli a sodali d’ogni risma, visto che taluni si mostrano abili nel trasformismo. Habiba Sarabi ha pugnalato al cuore le attiviste d’una ong, Hawca, tutt’ora impegnatissima nel fornire protezione e rifugio a donne stuprate, maltrattate, minacciate di morte anche da mariti e parenti. Lei ne faceva parte poi nel 2002, a seguito d’una nomina al Ministero per gli Affari femminili ha girato le spalle al movimento delle donne rapportandosi solo a Karzai e fondamentalisti. Oggi continua con Abdullah. Le due storie potete leggerle sul sito dell’Osservatorio Afghanistan (https://www.osservatorioafghanistan.org/archivio-articoli/articoli-2015/1375-come-la-cooperazione-italiana-e-stata-imbrogliata-dalla-parlamentare-fawzia-koofi.html
Anche molti colleghi, quelli che vogliono raccontare cosa davvero accade in Afghanistan, possono trarre vantaggio da tali letture.

Turchia, effetto crisi


Se ne va Ali Babacan non solo dal governo, non aveva più cariche, ma dal partito della Giustizia e dello Sviluppo di cui era cofondatore. Erdoğan lo critica, anche perché insistenti voci, che l’interessato continua a smentire, parlano di piani per formare un nuovo partito. Dice il presidente: “(Quella di andartene) è una tua scelta ma non dimenticare che non hai il diritto di rompere la Umma” e la frase è più d’un avvertimento. Ribadisce il fulcro del pensiero politico del sultano dove comunità, partito e programma sono elementi inscindibili d’un progetto che è una missione. La perdita per l’Akp è grave. Babacan non è un politico qualsiasi, anzi non è proprio un politico, ma quel genere di tecnico di cui la politica necessita. Proprio il suo bagaglio di competenze accresciute in decenni di studio, prima all’Anara College, quindi all’Università tecnica di Ankara dove si laureò in Ingegneria, cui sono seguite borse di studio statunitensi in Management ne hanno impreziosito valore e ruoli. Così nel 2002 s’è prestato a offrire conoscenze economiche al doloroso piano di riforme sostenute dal Fondo Monetario Internazionale i cui prestiti servirono a far decollare gli investimenti interni. Il tecnocrate Ali è stato sempre stimato da Erdoğan che ha avuto bisogno di personalità come la sua che spiccavano nei Forum internazionali, tenendo testa ai potentati della finanza internazionale, comprese certe lobby alla Gruppo Bildelberg.
E quando insistenti dicerie consideravano Babacan vicino ai fethullaçi del movimento Hizmet all’ex ministro non accadde nulla, né finì nelle retate o nelle dismissioni forzate tutte ispirate dalla vendetta erdoğaniana. Ora è lui a dimettersi, sostenendo di non nutrire più quel senso d’appartenenza che aveva condiviso col partito islamista. Su questa scelta il presidente non ha dato vita a quelle reprimende che ne hanno caratterizzato il percorso politico nei confronti di avversari e anche amici diventati ex. Si toglie solo la soddisfazione di sottolineare una certa ingratitudine d’un tecnico che lui ha portato molto in alto in cambio del consistente aiuto fornito in varie occasioni. Se questo passo è l’effetto della destabilizzazione che le elezioni amministrative di marzo hanno prodotto in seno all’alleanza di governo e al partito di regime si vedrà. Certo nell’Akp si spegne un’altra lampadina. La perdita della guida di tutte le maggiori metropoli turche ha avuto contraccolpi in seno a un raggruppamento che aveva retto di fronte a scontri politici, sociali, militari e terroristici interni ed esterni. Era riuscito a digerire anche i forfeit di personaggi come Gül e Davutoğlu, ma che perdita dopo perdita si trova ad avere un ceto politico mediocre. Quasi in contemporanea con l’uscita di scena di Babacan s’è verificato un ennesimo cambio al vertice per la burocrazia di Stato: in questo caso della Banca Centrale. Lascia la carica Murat Çetinkaya, secondo fonti presidenziali colpevole d’aver fallito al cospetto delle norme di mercato, e subentra Murat Uysal, chiamato direttamente da Erdoğan in base ai poteri del presidenzialismo introdotti dalla modifica costituzionale del 2017.  

mercoledì 10 luglio 2019

Sisi-city, la megalomania della città-fortezza


La presentano come moderna e sicura, e durevole e connessa, almeno nelle intenzioni. Il mega spazio desertico di 756 km quadrati che diventa città a sessanta chilometri est dal Cairo (settanta dalla sua piazza Tahrir) vede su un lato i quattro minareti della moschea di Al-Fattah al-Alim e su quello opposto la chiesa copta della Natività, tanto per tenersi buoni i servitori del buon Dio. In mezzo ci sono sedici chilometri di sabbia da riempire con hotel, abitazioni lussuose, un parco, banche, ministeri, servizi. Ma per chi? Certamente per turisti e residenti danarosi, parecchi provenienti da Paesi securitari e amici come le élites delle monarchie di petrodollari. E’ un’idea definita vanitosa, da chi l’aveva vista nei progetti già all’esordio quattro anni addietro. Un retorico dono al presidente golpista che vuol celebrare il suo potere sulla nazione millenaria ancora per molto tempo. Per confezionarlo si ruba terreno al deserto per trasferirvi  una parte della popolazione che si concentra nella metropoli esistente. I numeri, sempre orientativi poiché i censimenti mancano da tempo, calcolano a più di venti milioni gli abitanti nella capitale. Fra vent’anni se ne prospettano quaranta quando gli egiziani supereranno i cento milioni. Il programma di Sisi-city, lanciato con fondi internazionali e investimenti stranieri, dovrebbe costare 40 miliardi di euro. Dentro ci sono megaprogetti, dal raddoppio del Canale di Suez alla creazione di otto nuovi centri urbani, mentre nel perimetro della capitale-bis sarebbero previste duemila scuole, sei università, milleduecento moschee e chiese, quarantamila camere d’albergo, un grosso aeroporto e giardini due volte più ampi di Central Park. E poi grattacieli, ben venti, fra cui il più elevato d’Africa a 345 metri d’altezza. Quindi ministeri collocati in trenta edifici, ambasciate e un nuovo Parlamento a fianco del Palazzo presidenziale, dove Sisi potrà alloggiare sino al 2034, salvo proroghe. Ogni angolo delle strutture sarà sorvegliato da telecamere e vigilanti. Grande sponsor politico dell’iniziativa sono gli Emirati Arabi Uniti, s’è mobilitato in prima persona l’emiro Khalifa. Eppure il piano sembra eccessivamente superbo e soprattutto meno conveniente per le casse del Cairo rispetto alle premesse.
Dall’iniziale partenariato paritario fra chi elargisce capitali e chi ci mette terra e manodopera, ora i “fratelli arabi” del Golfo reclamano il 75% dei profitti sugli investimenti. Così chi si troverebbe spiazzato è l’organismo autoctono, l’ACUD (Administrative Capital Urban Development formato per il 51% dal ministero egiziano della Difesa e il 49% da quello degli Alloggi) impegnatosi a investire dieci miliardi di euro. I fondi sono ricavati dalla vendita dello spazio edificabile alle società immobiliari per prezzi che variano da 210 a 800 euro al metro quadrato. Risulta che già nello scorso dicembre il 70% dei terreni era venduto, però recentemente i vertici dell’ACUD ammettevano che la raccolta di denaro per il ciclopico piano attraversa una fase di stallo, se non proprio di crisi. Gli sceicchi hanno congelato i conti bancari? In assoluto no, ma la liquidità che poi serve per avviare appalti e pagare commesse non fluisce regolarmente come nelle settimane d’avvìo. Nei cantieri in costruzione giganteggia la China State Construction Engineering Corporation, e l’accordo fra l’EDF (Electricité de France che ha rilevato Edison Spa ed è coinvolta nello sfruttamento del giacimento di gas Zohr nel Mediterraneo orientale) e l’ACUD è tutto da confermare. Cosicché il frutto della tanto vagheggiata nuova capitale sembra legato alla quantità di affari che diversi  attori interni e principalmente internazionali riusciranno a portare a casa spartendosi la torta. Alla faccia di quei cittadini d’Egitto che credono alla storiella del rilancio della grandezza del Paese. Tantoché anche il generale Abdine, supervisore dell’apparato dell’ACUD, in una recente nota riportata dall’agenzia Reuters, ammette come le opere necessitino d’un flusso di denaro che l’Egitto non può fornire. Finora risultano completati alcuni hotel accanto alla moschea e alla cattedrale opposte su due lati del quadrilatero, lo sarà anche il Palazzo presidenziale attualmente tenuto lontano da obiettivi e telecamere per ragioni di sicurezza, ma per chiudere i lavori avviati in tanti cantieri si spera nei finanziamenti. Il 2020 è la prima scadenza, ulteriori edificazioni supereranno quella data. Certo, nei progetti c’è l’idea di convogliare in loco il lavoro di decine di migliaia d’impiegati dei ministeri, però le cifre comunicate oscillano e può accadere che la capitale da sogno ospiterà solo l’élite della burocrazia cairota. 
Molto più potranno avere i bancari, sempre che le rispettive aziende sborseranno i dollari per l’edificazione delle sedi in questione. Il vantaggio dell’oasi nel deserto è la super sicurezza che verrebbe garantita in tutta l’area, controllata da terra e chissà se dal cielo. Forse l’iniziale prospettiva di condurre nella capitale-fortezza oltre sei milioni di addetti, accanto a danarosi residenti e turisti altrettanto solventi, dovrà subìre ridimensionamenti, sebbene c’è chi non demorde. I lungimiranti consigliano che per ottenere consenso politico un simile status-symbol dev’essere aperto proprio al ceto medio che vuol fuggire dal caotico traffico e dall’inquinamento della vecchia capitale. Insomma, per non rischiare una bolla speculativa, se si costruisce gli appartamenti bisognerà venderli ai diretti interessati o almeno a benestanti investitori che potranno affittarli agli impiegati. Altrimenti costoro dovrebbero sobbarcarsi un defatigante pendolarismo quotidiano. In previsione c’è anche una monorotaia elettrica da realizzare entro il 2020 (se ne occupa un’altra azienda cinese: China Railway Group) ma senza edifici l’infrastruttura potrebbe non vedere luce. Idem per il treno ad alta velocità previsto sino alle sponde del Mar Rosso. Quest’ultimo è posto in relazione alla creazione di città ancora inesistenti, perciò potrebbe fluttuare nel mare dei desideri. Urbanisti egiziani rammentano come dalla morte di Nasser (1970) in varie occasioni sono state lanciate ipotesi di nuovi centri che decongestionassero la millenaria capitale,  ma né la presidenza di Sadat né tantomeno il trentennio di Mubarak fecero seguire iniziative. Esistono critiche a Sisi-city, ma con l’aria che tira, e come per tante altre questioni egiziane, restano sotterranee. Nulla è stato discusso da un Parlamento ingessato e terrorizzato dalla caccia all’oppositore. Per non parlare delle reali priorità economiche del popolo minuto: lotta alla povertà, occupazione, piano casa per abitazioni dignitose. Si tratta di voci silenziose perché silenziate dall’angoscia della repressione, voci che affermano come agli egiziani non serva la più grande moschea d’Africa, non servono grattacieli per una skyline nel deserto. L’Egitto non è Dubai e deve sfamare milioni e milioni di suoi figli. 

lunedì 8 luglio 2019

Voglia d’Algeria


Non se n’è più parlato, ma venerdì dopo venerdì la gioventù algerina e anche i meno giovani fra loro hanno continuato a riversarsi in piazza e protestare contro un sistema che non sa trovare soluzioni alla crisi che l’attanaglia. Lo scorso venerdì di orgoglio - il ventesimo - ha visto tanti cittadini incontrarsi in un enorme centro commerciale della “Bianca” colorandola coi drappi nazionali, i propri abiti, i veli, i cori di una ribellione permanente, pacifica, testarda. Una rivolta, dopo la dipartita politica di Abdelaziz Bouteflika avvenuta il 2 aprile scorso, contro la lobby militare stretta attorno all’uomo che vuole salvare un sistema soggiogato alle stellette: Ahmed Gaïd Salah. Settantanovenne, elemento della vecchia guardia che sta tenendo in surplace un apparato che non sa dove andare, ma vuol tenere le mani sul potere. L’ultima sua mossa consiste nell’incarcerare chi nei venerdì di protesta scende in strada sventolando la bandiera nazionale che a suo dire verrebbe oltraggiata, come se essa appartenesse solo agli apparati dello Stato. Incurante del ridicolo e ricercatore di pretesti per lanciare colpi repressivi il generale ha fatto fermare decine di ragazzi che appunto agitavano quegli stendardi. Gli arresti sono stati effettuati da poliziotti, mentre a valutare la condotta dei manifestanti saranno dei giudici che hanno risposto e dovranno farlo seguendo un ordine considerato fuorilegge da maggioranza degli algerini. La popolazione lo definisce fuorilegge non solo perché non si riconosce nel ruolo che il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate s’è assegnato, ma perché tutta la procedura attuata dai cascami del regime non è stata ratificata da alcuna istituzione ed è assolutamente illegale.
Insomma, gli algerini reclamano la piena giurisdizione del loro Paese, “Ridateci l’Algeria” è uno degli slogan più ripetuto da settimane. Lo gridano in tanti, sebbene nelle strade, com’è logico, scendano prevalentemente ragazzi del cosiddetto “Hirak” (il Movimento) che poi sono poco meno della metà della gente d’Algeria. Le statistiche indicano come il 45% della popolazione del Paese abbia un’età inferiore ai 25 anni. Costoro ovviamente non hanno conosciuto i momenti gloriosi della Liberazione, che proprio in questi giorni ha segnato il cinquantasettesimo anniversario (5 luglio 1962). Né le repressioni di fine anni Ottanta e soprattutto il decennio nero della guerra civile (1991-2002). Ma sono ragazzi che studiano la Storia, sia per l’elevata scolarizzazione (un giovane su quattro completa il percorso didattico), sia per la fierezza d’appartenere a un popolo che ha duramente lottato per ottenere una libertà, seppure presto scippata dai clan di potere. E questi due fattori rappresentano altrettanti problemi. Al percorso di studi non seguono opportunità di lavoro, tantoché quella gioventù vive la frustrazione della disoccupazione.  Mentre la mancanza di occupazione è accresciuta da una totale assenza di programmazione economica che per un sessantennio ha lasciato la nazione avvinghiata al modello di “Stato redditiere”, foraggiato dalle risorse energetiche del sottosuolo. La casta politica s’è arricchita attorno a tale sistema che, però, non emancipa l’economia del Paese e soprattutto non redistribuisce la ricchezza attraverso una diversificazione e la creazione di posti di lavoro sia in settori produttivi sia nel terziario. I sedicenti padri della patria hanno soffocato quest’ultima, togliendo per decenni il presente ai concittadini e il futuro alle nuove generazioni. L’attuale lotta è fra chi dice basta e chi vuole perpetuare lo scempio. 

lunedì 1 luglio 2019

Afghanistan sempre esplosivo mentre riprendono i colloqui Usa-talebani


Erano le prime ore della mattina oggi a Kabul quando in pieno centro, area di Shah Darak - dov’è il ministero della Difesa oltre a quello degli Affari Esteri e alcune ambasciate occidentali (Germania, Francia) - è esploso l’ennesimo camion-bomba. Le strade risultavano già trafficate da auto e passanti infatti si registrano dieci vittime e una settantina di feriti, fra cui dieci bambini. Subito dopo la deflagrazione, secondo un copione consolidato, tre miliziani armati sono penetrati nell’ingresso dell’edificio governativo ingaggiando un conflitto a fuoco con un reparto dell’esercito afghano posto a guardia della struttura. Nei dintorni, oltre a palazzine abitate da militari e agenti dei servizi ci sono sedi di organismi sportivi come le federazioni afghane di calcio e cricket. Non si sa ancora se l’attentato sia talebano oppure attribuibile allo Stato Islamico del Khorasan. Venerdì scorso i taliban avevano colpito compound governativi nel distratto di Maruf, nel profondo sud del Paese, centocinquanta chilometri a est di Kandahar. Lì auto-bomba e kamikaze s’erano lanciati contro poliziotti uccidendone 11 e ferendone 27. Nei prefabbricati si trovavano anche addetti alla Commissione elettorale (ne sono morti otto) a registrare elettori per le più volte rimandate elezioni presidenziali: la data è ulteriormente slittata al 28 settembre. Altri attacchi talebani sono stati segnalati anche nelle province settentrionali. Tutto ciò in concomitanza della riapertura del tavolo dei “colloqui di pace” a Doha.

S’è avviato infatti il settimo giro di questa giostra senza fine, e probabilmente senza soluzione, viste le posizioni che da mesi sono arroccate su alcuni punti che ciascun fronte considera irrinunciabili. Da parte statunitense fondamentali sono: il cessate il fuoco talebano e il patto di non concedere basi a forze considerate terroriste, com’era accaduto anni addietro con Al Qaeda. Da parte talebana: il ritiro di tutte le truppe d’occupazione Nato e di tutti i soggetti politici che i turbanti considerano fantocci dell’Occidente. In prima fila l’attuale presidente Ghani al quale s’impone la lontananza dai colloqui stessi. Perciò quando il segretario di Stato Usa Pompeo, recentemente in tour a Kabul, dichiara che per l’inizio di settembre sarà raggiunto un accordo che sancirà la fine del conflitto mente sapendo di farlo. Soprattutto se nelle sedute ormai ripetitive e stranianti nessuno degli interlocutori mostrerà di voler cedere qualcosa. I talebani rappresentati a Doha dal mullah Baradar - che la Cia ha fatto liberare nell’ottobre scorso dal Pakistan come cenno pacificatore verso gli interlocutori, sperando peraltro che l’autorità della persona potrà catalizzare i vari clan talebani - hanno accettato d’incontrare a Mosca addirittura l’ex presidente Karzai e alcuni signori della guerra da tempo entrati nell’apparato governativo.

Il fine è strappare l’accordo su un governo di transizione nel quale ci possano essere anche propri rappresentanti. Tutto ciò in alternativa alla leadership di Ghani, ipotesi che la diplomazia di Khalilzad suggerita dal Pentagono tiene tuttora in piedi. Khalilzad sostiene che si procede troppo a rilento, che c’è bisogno di maggior coraggio per attuare uno stabile processo di pace, facendo intendere che le parti (ma dal suo pulpito, soprattutto i talebani) devono rinunciare a qualcosa. A questa tattica, ormai logora, i turbanti stanno rispondendo con gli attentati di cui sopra, e chi vuol intendere deve cambiare passo, pena il fallimento totale del progetto. Anche analisti locali ammettono come il governo locale non ha alcuna presa sulla realtà, resta in balìa dei protettori occidentali che dicono di cercare la pace, ma non dimostrano di voler smobilitare l’apparato bellico costruito in 18 anni, che più della presenza di 15.000 o 20.000 soldati, gode di nove basi aeree strategiche, utili per monitorare l’intera regione si riaffacciano interessi russi e ora anche cinesi. Sulla questione delle basi gli stessi taliban paiono divisi, fra chi chiuderebbe un occhio in cambio dell’opportunità di entrare in un governo di coalizione, mentre gli integerrimi dicono no come per le truppe d’occupazione.