
La sorniona
scaltrezza con cui il rampollo Mohammad bin Salman, principe di
diritto, sovrano di fatto della petromonarchia più nota del Golfo, nonostante il
novantunenne genitore Salman bin Abdal Aziz sia tuttora in vita, sta perdendo
colpi. Il quarantunenne regge da un decennio il regno sebbene la corona
toccasse al cugino bin Nayef, più attempato di lui ma secondo gli accordi
interni alla famiglia Saud legittimo successore. Infatti questa monarchia del
Golfo non è stata mai ereditaria e attuava l’alternanza fra i fratelli del
precedente sovrano, il più anziano introduceva il suo primogenito. Dal 2017 non
è stato più così. La rottura di patti e tradizione ha creato non pochi
contrasti in seno alla famiglia e nella tradizionalista cultura saudita. Ma
tant’è. La voglia di primeggiare, i sontuosi progetti del piano di
diversificazione economica del Paese marchiato dalla sigla “Vision 2030”, che
fu lanciato dal supponente Mbs dall’alto della sua strabordante fisicità e
piacioneria, hanno fatto digerire ai membri dello storico clan la regola del
più forte. Anche perché lui non va tanto per il sottile. Sia quando ha fatto
sequestrare nella prigione dorata dell’hotel Ritz-Carlton di Riyad, undici
principi suoi consanguinei e altri trecento fra ministri in carica ed ex
ministri, imprenditori, manager privati tutti accusati (da lui, non da
magistrati) di corruzione e appropriazione indebita di capitali della nazione,
per liberarli gradualmente e dopo averli resi economicamente inoffensivi. Sia mesi
dopo, era l’ottobre 2018, quand’è finito accusato d’essere il mandante della
sparizione omicida del giornalista Jamal Khashoggi, smaterializzatosi nel Consolato
saudita di Istanbul dove s’era recato per ottenere una documentazione utile al
matrimonio con la turca Hatice Cengiz. Nel più classico dei noir, la
vicenda Khashoggi ha contorni sanguinosissimi. Li ha rivelati la Cia che
seguiva l’uomo, l’ha confermato il Mit che controllava, fuori e dentro,
quell’edificio della metropoli sul Bosforo. Il giornalista venne ucciso da una
squadretta di mukhabarat, smembrato con una sega elettrica, messo in
bagagli trasportati all’esterno e volatilizzati, è il caso di dirlo, su un
aereo delle linee Saudia. Un piano, stavolta non economico ma criminale, messo
in piedi dal principone. Ma perché tanta violenza? Perché Khashoggi continuava,
seppure fosse stato avvertito e redarguito, a inanellare articoli critici su un
regno che si trasformava sempre più in regime, e regime non solo autoritario e fondamentalista
con l’appoggio offerto alle posizioni del sunnismo wahhabita, questo
accadeva già ai tempi d’un altro bin, Laden, e della sua creatura Al Qaeda.

Bensì un regno
personalista che non rispettava neppure gli equilibri del suo
clan. Nonostante quel cadavere eccellente avesse doppia cittadinanza,
saudita-statunitense, pubblicasse sul Washington Post, fosse una voce
ascoltata nel mondo arabo, l’omicidio venne messo a tacere. Nella propria “superiorità
dorata” Mbs disse di assumersi personalmente la responsabilità di quel
“mistero” pur di non intralciare il percorso di rilancio del Paese. E già
allora, quando Trump dopo essersi sistemato per la prima volta nello Studio
Ovale e aver partecipato all’Alardah, la tradizionale e machista danza
delle spade, il signore di Riyad si sentì rinfrancato nel passo compiuto un
paio d’anni prima: ficcare il naso nelle faccende yemenite, sostenere
l’esercito lealista e attaccare i ribelli Houthi, per giunta pure infedeli, che
battagliavano in un conflitto civile. La giovane testa coronata si sentiva
potente, aveva messo a tacere i pretendenti di famiglia, giocava alla guerra
col tycoon americano che affermava di diffondere la pace a suon di
riarmo e bombe, questo un bel tratto di strada antecedente gli assalti a
Teheran. Eppure infilarsi in guerre mentre si progetta di continuare a
incassare miliardi col petrolio e rinvestirli in intrattenimenti diplomatici,
sportivi, culturali, turistici sembra una contraddizione che, forse, solo ora il
trono di Riyad riconsidera. Ora che è costretto a chiudere aeroporti e
cancellare voli, cercare nuove strategie belliche per difendere le raffinerie
di casa la realtà appare in tutta la sua drammaticità. Aver rimboccato la via
dello scontro, come Mbs ha deciso da tre mesi fa, dopo che da quattro anni
esercito e aviazione sauditi non s’occupavano più dello strisciante conflitto
yemenita, sta pesando sulla petromonarchia, sulla lucidità del principe
reggente e sul suo progetto di sviluppo. Solo nelle prossime settimane il regno
dovrà/dovrebbe ospitare una grande conferenza sugli investimenti denominata Davos
nel deserto, poi il torneo internazionale di tennis Six Kings Slam.
Per la cronaca quest’ultimo è già stato annullato, le perdite economiche con
gli sponsor non sono affatto minime. Del resto la Borsa di Riyad vive un
ribasso che non conosceva dal 2022. E che ne sarà della Coppa del Mondo Fifa
2030? Quattro anni sono tanti, ci sarà tempo per pacificare medioriente e mondo
afferma l’ottimismo più che del regime del principe dell’azzardo. Finora
neppure i missili su Medina lo inducono a smarcarsi dalla trappola della guerra;
lui va non solo dove lo porta il denaro, insegue l’irrinunciabile vanità
dell’ego.