lunedì 5 ottobre 2026

Sparizioni d’Egitto

  


In Egitto c’è una piattaforma di controinformazione chiamata Matsadaksh, in arabo significa ‘non crederci’. E’ formata da giornalisti indipendenti che prova a continuare a informare la popolazione. Nonostante il clima di terrore instaurato da quei mukhabarat di cui si serve il dittatore-presidente al Sisi, attivi da mane a notte fonda nello spiare direttamente o con l’aiuto di cittadini corrotti a suon di denaro i possibili oppositori. Chi vive sulla strada come i venditori ambulanti del Cairo e di Alessandria, metropoli assai frequentate per ragioni culturali da turisti e stranieri, riesce a osservare e a sapere e costituisce una fonte preziosa per gli agenti della National Security. La vicenda del “sindacalista” degli ambulanti cui Giulio Regeni si rivolgeva per raccogliere dati sulla sua ricerca in quel settore, e che per denaro ha venduto il giovane agli aguzzini di regime, la dice lunga su un fenomeno diffusissimo con cui l’apparato politico-militare tiene sotto il controllo pezzi di Paese grandi come le città, e ancor più località periferiche dove tutto si conosce. Poi ci sono le figure che appaiono pubblicamente per la loro militanza trascorsa, come l’attivista perseguitato Alaa Fattah oppure lo studente Patrick Zaki, rei d’avere espresso punti di vista sui social e per questo di essere finiti nel trappolone dell’ “arresta e rilascia” studiato dal regime per fiaccare la resistenza psico-fisica anche di giovani come i due citati. I magistrati asserviti a Sisi (figurarsi se potevano collaborare col processo avviato dai colleghi italiani sull’omicidio Regeni) emettevano un decreto d’arresto via l’altro, con un’interruzione fra le detenzioni che illudeva il malcapitato, costretto dopo giorni o settimane a tornare in prigione. Così per mesi. Così per anni. E a costoro andava ancora bene, perché altre persone sono da tempo scomparse senza lasciar traccia. Rapite sequestrate, ingabbiate, torturate, parecchie uccise dallo Stato egiziano che non rende conto del proprio operato a nessuno, neppure a quegli organismi internazionali come la Corte penale dell’Aja che in un’illusione di civiltà qualcuno invoca come soluzione d’un problema che è esclusivamente politico. 

 

Beh, nei giorni scorsi sei giornalisti sei di Matsadaksh: Muhammad Mahmoud, Omar Hilal, Muhammad Ashraf, Abdullah Qadri, Islam Barakat, Muhammad Adel, praticamente l’intero gruppo editoriale della struttura, sono stati arrestati e non si conoscono né le ragioni giuridiche della misura, né il luogo di detenzione. Gli avvocati che ne prendono le difese hanno diffuso un comunicato con cui Matsadaksh conferma che “i sei detenuti sono giornalisti che praticano la propria professione in modo pubblico, hanno percorsi professionali distinti avviati in famosi istituti mediatici egiziani, il loro lavoro sulla piattaforma rientra nel quadro d’una pratica professionale pubblica basata sulla preparazione di materiali giornalistici, sulla verifica e pubblicazione d’informazioni in conformità con gli standard professionali”. E ancora: “La detenzione di questi cronisti senza motivi pubblici o accesso alle protezioni legali di cui hanno diritto, è inaccettabile e richiede l'istantanea informazione delle circostanze che motivano la detenzione. Quest’ultima colpisce non solo i giornalisti, minaccia la capacità d’un ufficio stampa indipendente di svolgere il proprio lavoro e priva il pubblico del diritto di conoscenza”. Perché in fatto d’informazione quel che resta sono le veline governative che guidano le notizie del mainstream interno con cui ogni cosa è dipinta a favore del potere militare che ha caratterizzato la Storia dell’Egitto moderno. E che nell’ultimo decennio è risultata ampiamente rafforzata da una geopolitica in cui il grande Paese arabo viene collocato come una pedina autoritaria a controllo d’un ridisegno del Medioriente. E’ il sistema con cui l’Occidente imperialista tuttora in vita designa un alleato capace di fare il lavoro sporco contro le velleità alternative interne e sostiene l’avanzata coloniale d’Israele nel triangolo libanese-siriano e della Cisgiordania. Con quest’Egitto l’Italietta meloniana, e prima quella contiana, gentiloniana e renziana, continua a fare affari vendendo sistemi di aerospazio di Leonardo e Finmeccanica, fregate di Fincantieri e trafficando con Eni sui depositi gasieri nel Mediterraneo orientale. In cambio il “piano Mattei” riceve una stretta sulla migrazione, mentre  della giustizia per un italiano da bene martirizzato nelle stanze di tortura di Sisi, chissenefrega.   

domenica 4 ottobre 2026

Verità senza giustizia

   
   


Fra uno Stato senza diritti qual è l’odierno Egitto e uno con diritti riconosciuti dalla Carta costituzionale e disattesi dal ceto politico che conosciamo in Italia ha camminato il giusto processo per offrire dignità al martire Giulio Regeni. Un processo inseguito con lodevole caparbietà dall’amore genitoriale di mamma e papà Regeni supportati dal rigore professionale dell’avvocato di difesa Alessandra Ballerini e dall’impegno della Procura di Roma, dove prestano servizio i giudici Lo Voi e Colaiocco. Tutto giusto eppure tutto limitato da una serie di vuoti a perdere. La totale mancanza di collaborazione dei giudici egiziani, ossequiosi con la linea omissiva del loro Paese; la prolungata contumacia dei quattro imputati che pur individuati con tanto di generalità, volti, indirizzi, ruoli ricoperti nei servizi d’Intelligence d’appartenenza non hanno presenziato al processo in corso in Italia; la loro mancata estradizione sono risultati determinanti producendo una punizione tutto sommato lieve e soprattutto inapplicabile in assenza di volontà politiche di Roma e del Cairo. Il dibattimento è rimasto azzoppato, limitato da simili carenze e ha condotto al paradosso d’una sentenza a metà che stabilisce e punisce i reati di rapimento e sevizie per tre di loro e non riesce a farlo per il più alto in grado, il generale Sabir. Ma soprattutto non condanna nessuno per l’omicidio di Regeni perché mancherebbero le prove. 

 

Insomma dopo giorni della sua illegale prigionìa, interrogatori a base di ‘posizione del pollo’, bastonature, scariche elettriche, bruciature d’ogni genere inflitte dai colonnelli Helmi, Ibrahim, Sharif e dal generale Sabir, tutti al servizio di Abdel Fattah al-Sisi 5° presidente d’Egitto, su quella che è diventata la soluzione finale mancherebbero le prove? Indecoroso. Certo, la citata impossibilità d’interrogare i mukhabarat mostra sia la difficoltà di condurre un dibattimento efficace, sia l’impianto evanescente del processo ad assassini di fatto latitanti e fantasmi per una reale giustizia. Stupiscono i soddisfatti commenti di taluni sostenitori del risultato processuale che facendo eco a Colaiocco affermano: “E’ una sentenza storica. La Corte ha affermato che quanto è accaduto a Regeni è attribuibile agli apparati di sicurezza egiziani”. Di conseguenza si condannano tre agenti della forza per lo scorticamento del giovane e nessuno per il conseguenziale trapasso? Il corto circuito è palese, poiché se Giulio è morto direttamente per le reiterate torture è stato certamente svilito fino al decesso da quelle pratiche. Allora sul fronte della giustizia proprio non ci siamo. Che poi accanto agli esecutori materiali dell’omicidio vada additato e condannato politicamente l’apparato istituzionale responsabile del paranoide clima repressivo che ha triturato migliaia di attivisti locali prima di Regeni, è un’inconfutabile verità. Fra l’altro per esplicitare la condanna politica e morale al suo regista: il presidente al Sisi, occorrono il coraggio e la volontà che mancano al silente esecutivo Meloni come negli anni precedenti sono mancati ai governi Conte, Gentiloni, Renzi. Tutti uniti nella postura di mani tese all’affarismo italico in terra d’Egitto (oggi giunto a sette miliardi di euro) che salva Sisi e la sua gang aguzzina dallo scontare le proprie infamie. Se qualcosa insegna questo processo definito “storico” è la sostanziale diversità fra una parvenza di giustizia dove assassini e mandanti restano impuniti e inafferrabili e ciò che dev’essere una vera giustizia che conduce a condanne non virtuali e aggirabili con biechi giri di valzer geoeconomici.



giovedì 24 settembre 2026

Parole, parole

  


In quel supermarket della chiacchiera che è diventata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, seconda per inconcludenza solo ai tanti Parlamenti che umiliano la stessa democrazia borghese basata su concetti e confronti cui si contrappongono decisioni univoche a suon di decreti legge, i relatori passano, declamano e vanno via. Più sono vip, più si giustificano con impegni di grado superiore. Può il presidente Trump, intervenuto in apertura d’assise il 22 settembre, restare e ascoltare i pensieri altrui? Ovviamente no. Ne motiva la rapida uscita dal Palazzo di Vetro, la visita ufficiale del leader-rivale Xi Jinping atteso a Washington il giorno seguente. Nei 365 giorni dell’anno in corso non si poteva cercare chessò un week-end o un inizio settimana a data diversa per l’incontro fra ai due? Pare proprio di no. Potevano entrambi i leader d’un mondo in affanno presenziare almeno la metà dei cinque giorni dell’annuale incontro? Ancora una volta no, lanciando in tal modo il segnale che quell’Assemblea per chi conta davvero, conta davvero poco. Certo, tutte le nazioni restano presenti con uomini di punta o con funzionari di rappresentanza ma non è la stessa cosa. In altre epoche quando le Potenze con la maiuscola si minacciavano i loro big, fossero Kennedy o Chruscev, restavano in quella sede dopo aver parlato, per uno spazio temporale limitato ma lo facevano. Al punto che tensioni internazionali, talvolta, mica sempre, si ridimensionavano e si superavano. Ora superati sono quei tempi, e molto di più è la funzione di questo grande incontro, visto che su altri tavoli e scranni si decide cosa fare. Resta, perché così era e così è, la sperequazione fra chi fa di quel mercato degli annunci la passerella della propria foga, in vari casi assassina e impunita, e chi perlomeno prova a mediare. Celebri, anche per lo spessore di coloro che li pronunciavano, sono rimasti i discorsi di Fidel Castro o Arafat a difesa dei propri ideali e dei progetti attuati o sperati, in queste ore il mondo può ascoltare le frasi di Pezeshkian e Netanyahu. Il presidente iraniano ha rivolto le sue riflessioni all’omologo statunitense, minaccioso decisore dell’aggressione al suo Paese che fra schizofrenìa e furbizia alterna proposte di pace e proclami di distruzione. 

 

Ricordando, Pezeshkian, d’essere definito col suo popolo terrorista da chi sta terrorizzando la propria nazione facendo inseguire bombe e morte. Un discorso comunque di disponibilità al dialogo che risulta, invece, sgradito agli ambienti radicali della politica e delle Forze Armate del suo Paese. Un esempio l’ha offerto il deputato intransigente Hossein Sabeti, recente promotore d’una mozione d’impeachment rivolta al ministro degli Esteri Araghchi, con cui sostiene che la linea di trattativa con gli Usa sia stata prematura e non avesse neppure l'autorizzazione della Guida Suprema. Invece Rezaee, capo del Consiglio di sicurezza iraniano e Qalibaf, presente di persona in alcuni incontri specie coi mediatori pakistani, figure di spicco dei Pasdaran, sostengono la disponibilità diplomatica riassunta da Pezeshkian e questo è un punto di speranza e di propositi anti bellicisti. Ma non è detto, poiché a rinfiammare l’Assemblea che oggi discute di Medioriente giunge nel pomeriggio newyorkese, le ore venti italiane, l’intervento lampo di Netanyahu, anch’egli in toccata e fuga dal Palazzo di Vetro, secondo il Mossad per ragioni di sicurezza. Lo scorso anno aveva richiesto i residuali venti ostaggi ancora nelle mani di Hamas che dopo tre settimane ha ottenuto, ponendo poi ogni impedimento a passi anche minimi del famigerato piano del Board of Pace arrangiato con Trump. Cosicché nella trucidata e stremata Striscia di Gaza,  che vede il territorio tuttora soggetto a manovre di guerra dell’Idf, due milioni di cittadini sono accalcati in meno della metà degli originari 360 km quadrati. Chi sopravvive sta rifugiato in tende o fra le macerie oppure sotto gli scheletri di edifici sventrati che crollano facendo ulteriori vittime, com’è accaduto giorni addietro. In attesa delle elezioni interne Netanyahu continua a sostenere di dover “terminare il lavoro”, un lavoro basato sulla vendetta sanguinaria che gran parte del mondo definisce genocidio. Oggi il premier di Tel Aviv difenderà tutte le nefandezze, comprensive di omicidio, che i coloni stanno compiendo in Cisgiordania, e accuserà il mondo di antisemitismo. A fronte delle duecento violazioni del diritto internazionale che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha attribuito a Israele a partire dalla risoluzione 194 comminata nel 1948 con la nascita dello Stato sionista. Ma l’Onu è l’istituzione delle parole alle quali non corrispondono i fatti. E’ l’organismo del diritto di veto. E’ il luogo dove taluni possono dichiarare e applicare la legge del taglione.

martedì 22 settembre 2026

Ceuta dietro l’angolo

  


E’ fra i centoquaranta, e forse più, annegati e gli ottantamila che raggiungendo Ceuta sognavano d’entrare in Europa che si misurano i grandi assenti alle elezioni marocchine di domani. Tanti giovani fra i diciotto e i venticinque anni le snobberanno nonostante la claudicante monarchia cerchi di rilanciare anche con l’urna il buon nome nazionale. E’ previsto un vuoto milionario e a doppia cifra, oltre dodici milioni, visto che la quota dei ragazzi di quell’età iscritta nelle liste dei votanti non supera il 3%. E accanto agli eclatanti e surreali giorni dell’enclave, tuttora contesa alla Spagna nei piani della dinastia alawita, dove esercito e polizia marocchine spingevano una massa giovanile scontenta e rissosa che già da un anno aveva sollevato proteste e rivendicazioni contro il proprio governo, l’agiatissimo re, con oltre due miliardi di dollari di patrimonio ma malato, a causa di una sarcoidosi, cerca un nuovo primo ministro per offrire al principino Moulay Hassan un terreno solido su cui continuare a regnare. Con una benevolenza molto più esterna che interna, visti i rapporti amplissimi e solidissimi sugellati da quest’ennesimo sovrano-affarista col colonialismo di ritorno francese e non solo. Certo, c’è un pezzo di Marocco benestante e molto più, addirittura miliardario come l’attuale primo ministro, il berbero Aziz Achannouch, che in caso di successo del suo partito (Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti) e della coalizione (Partito dell’Autenticità e della Modernità e Partito dell’Istiqlal) difficilmente ripeterà il mandato. Non solo perché chiacchierato per corruzione ma poiché con le sue sessanta aziende fra cui: Afriquia, Tissir Gaz, National Gaz, Ultra Gaz, Mini Brahim, Speedy, Oasis Café, Maghreb Oxygène, Nissa Min Al Maghrib, Femmes du Maroc che gli fruttano un patrimonio stimato lo scorso anno da Forbes in 1,6 miliardi di dollari, rappresenta l’immagine di quella minoranza di Pase che attraverso la commistione fra affarismo e politica ai danni degli strati più deboli della popolazione s’arricchisce e se ne infischia di eguaglianza, stato sociale, redistribuzione della ricchezza. Non una novità nell’Africa e nel Maghreb bistrattati da nuove figure d’antico sfruttamento, ma il fatto non costituisce un’attenuante. Eppure ciò che i marocchini non ottennero con l’immediata adesione alle cosiddette ‘Primavere arabe’, tutte ahiloro fallite e represse, è rimasta un’incompiuta. 

 

Sia per i ceti più arretrati, sempre costretti alla migrazione più o meno accolta da un’Europa matrigna e sanguigna, sia verso i ceti medi, quelli con salari mensili anche di 4000 dirham (mille e cinquanta euro) oggi in difficoltà rispetto a quando, cinque anni or sono, la citata coalizione d’un centro-destra che potremmo definire laico ha sostituito il partito islamico (Partito della Giustizia e Sviluppo) al governo per un decennio. Così fra una migrazione consolidata che non torna più in patria dai suoli francese e pure italiano dove vive, ma invia ai parenti solide rimesse comunque utili alle famiglie e anche allo Stato, c’è quella disperata vista a Ceuta. C’è pure un mondo giovanile che volta totalmente le spalle al sistema plurisecolare dei Mohammad, però può restare sedotto da un classico dell’alienazione seppur legato al gioco più bello del mondo del pallone. Lì la nazionale rossa marocchina è diventata una realtà, non solo quando ha umiliato con un secco 3-0 al Mondiale qatarino del 2022 i più noti rossi di Spagna, in seguito laureatisi campioni continentali e poi iridati. Ma vincendo, seppure a tavolino, la Coppa d’Africa dell’anno in corso e lanciandosi come sede (con Spagna e Portogallo) per il Campionato del Mondo 2030. Questo come si rapporta alle elezioni di domani? Attraverso un politico che si chiama Fouzi Lekjaa, già rodato e inserito nel Palazzo come ministro del Bilancio del governo uscente e soprattutto in qualità di Presidente della Federazione calcistica marocchina, il suo asso nella manica con tutta la notorietà e l’indotto che deriveranno dai futuri Mondiali. E’ lui l’uomo del destino che arriva a Rabat, in perfetta sintonìa con la Casa reale e il suo raggruppamento politico, in cui milita però anche un outsider di lusso: la cinquantenne e attuale sindaco di Marrakech Fatima Ezzahra El Mansouri.  Avvocato di buona famiglia egualmente introdotta nelle sfere affariste del regno, può rappresentare la svolta “femminista” con cui il malandato Mohammed VI vuol consolidare ancor più la presenza di capitali europei nel Maghreb occidentale. Nelle urne, che potrebbero vedere un’affluenza anche peggiore dell’ultima tornata algerina dove ha votato poco più del 20% degli aventi diritto, si prospettano un gioco tutto interno al potere già esistente foriero di ulteriori migrazioni disperate.

lunedì 21 settembre 2026

Crisi iraniana sotto vetro


  

Nei cinque giorni per discutere tutto e decidere nulla che vanno sotto l’81° assise delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro di New York, avviata stamane, ci potrebbe essere spazio anche per un incontro fra i presidenti statunitense e iraniano. Così perlomeno s’annuncia. Se non accadrà i colloqui fra le parti, avviati e stoppati e comunque in corso dovrebbero riprendere a latere coi mediatori qatarino e pakistano in appuntamento costante nel Golfo. Lì mosse e contromosse sono ormai note, l’ultima dell’attuale segretario del Consiglio di sicurezza di Teheran Mohsen Rezaee ribadisce richieste già rivolte in più circostanze: fine della guerra su ogni fronte, non interferenza negli affari interni, revoca del blocco navale americano, scongelamento dei beni iraniani all’estero. La Casa Bianca tende a non rispondere. Segue il proprio copione: lanciare proclami su un ipotetico accordo senza circostanziarne né contorni né punti fermi, mirando a non valutare le richieste avversarie anche perché talune, come quelle che coinvolgono i fronti palestinese e libanese, dipendono solo dalle smanie guerrafondaie e coloniali d’Israele cui Trump lascia carta bianca. Fra l’altro sempre lui apre una porta a una ripresa degli attacchi, l’ipotesi peggiore, che mette in difficoltà i mediatori iraniani, non tanto il presidente Pezeshkian ma l’equilibrato Araghchi e il pragmatico Qalibaf, aperti al negoziato, che potrebbero non contenere le risposte militanti dell’ala dura dei Pasdaran e lo stesso responsabile dei Guardiani, Vahidi, nel ruolo di pontiere fra la voglia di rivalsa del corpo e il realismo politico-militare in atto. Nei giorni corsi la capitale iraniana ha visto sfilare, con intenti ovviamente propagandistici e anche di sfida, decine di migliaia di persone, fra cui gli immancabili volontari basij (in genere calcolati fra le centomila e un milione di unità) accanto a reparti del Sepah. Forse le autorità erano al corrente di quanto s’era tenuto poco tempo prima in Germania. Ne ha parlato di recente l’agenzia Axios: un incontro segreto fra i capi militari dell’alleanza israelo-statunitense e quei comandi militari arabi (Egitto, Bahrein, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabia e pure Qatar in formato bellico anziché diplomatico-pacifista) disposti a fornire sostegno in caso di ripresa delle offensive. Una variante degli umori trumpiani per non smentire la possibilità di nuovi colpi di testa e di mano.  Dunque ogni svolta è possibile, compresa quella egualmente inquietante d’una tensione lasciata vagare e strisciare. Questa da una parte aumenta malumori e preoccupazione alla cittadinanza iraniana stressata da una crisi incistata da oltre un anno e sedimentata sulle pesanti carenze economiche, ma al tempo produce cogenti emergenze energetiche per un terzo della popolazione mondiale, con l’Occidente europeo nel pieno d’un ciclone inflattivo fatto pagare a contribuenti e acquirenti d’ogni mercato nazionale. La souplesse prosegue, la guerra economica pure.  

domenica 20 settembre 2026

A cercar la bella guerra

  



Che ci fanno gli Eurofighter italiani nella base militare King Fahd di Ta’if, presso La Mecca? Già, che ci fanno? La domanda è di Nasr al-Din Amer, vice capo dell’Autorità per i media di Ansar Allah, che ha aggiunto ”Non siamo in guerra con l’Italia e non vogliamo che venga coinvolta in atti ostili verso il nostro Paese o che sostenga atti di aggressione contro la nostra gente”. Ma quei caccia, operativi a tutti gli effetti, su cui Palazzo Chigi ha dato scarse o nulle informazioni, stanno lì dal mese di marzo assieme a ben settecento nostri militari. Politici distratti e vaghi non avevano circonstanziato l’ennesima prostrazione del governo Meloni quando - nel marzo scorso in pieno bombardamento israelo-statunitense sull’Iran - la coppia Tajani-Crosetto, cioè i nostri ministri di Esteri e Defesa, annunciavano in Parlamento un aiuto richiesto dalle petromonarchie che la maggioranza di governo acconsentiva. Quel dispiegamento di Forze Armate tricolori teoricamente doveva proteggere cittadini e interessi nazionali in loco. Invece. Invece la missione, marchiata Arabia con tanto di logo, s’inserisce nel coacervo delle contraddizioni della geopolitica nella regione, quella degli attacchi contro l’Iran voluti da Netanyahu e Trump, con tragici e sanguinosi effetti sulla popolazione. E quella su ferite non sanate attorno a Sanaa e al territorio dove da oltre un decennio si combatte la guerra civile yemenita (240.000 vittime) fra truppe lealiste, sostenute e protette dal regime saudita, e i sempre più vincenti ribelli Houthi. Pare proprio che la nostra missione cerchi un posto all’ombra, accanto ai leader guerrafondai di Tel Aviv e Washington, in quell’Arabia Saudita che ha ripreso a insidiare i nemici Houthi. Nemici di Riyad, mica di Roma. Tant’è che loro lo sottolineano. Eppure a via Venti Settembre passano altri pensieri che conducono il responsabile del dicastero a concentrare nella penisola arabica ulteriori attrezzature d’alta tecnologia bellica spargendo militari in varie basi. Fattore che non sfugge ai non sprovveduti guerriglieri, molto più attrezzati dei gruppi di vecchini armati di pugnale che manifestano a favore di telecamere quando c’è da parlare di loro. Così fra decisioni prese a senso unico fra ministro e Stato Maggiore in tempi più recenti si è giunti ad ammettere davanti a politici, acquiescenti perché di maggioranza e impotenti perché d’opposizione, che i reparti di quella e differenti missioni viaggiavano da una base all’altra nella regione, venendo, ad esempio dal Kuwait e dagli Emirati Arabi Uniti, per rafforzare quel che i sauditi vogliono rafforzare. Mentre droni e missili viaggiavano sui baschi dei reparti italiani, poiché Iran e petromonarchie si scambiavano e scambiano attacchi diretti, per i reparti nostrani non c’è stata guerra. Fino a quando lealisti yemeniti e Ansar Allah hanno ripreso le offensive e un aereo tricolore è stato colpito. Che fare si dicono ora gli strateghi nostrani? Spostare un bel gruppo di avieri lontano dalle infuocate coste centro-meridionali del mar Rosso, sebbene i più arditi nel governo più longevo della Storia della Repubblica e la premier stessa, premano per impelagarsi ancor più nelle acque contese (siamo o non siamo un popolo di post navigatori, combattenti ed eroi?). Per non esser soli c’è stato un assist, sotto forma di missiva, lanciato all’Unione Europea affinché condivida con le fregate dell’operazione Aspides una presenza armata accanto ai mercantili che vogliono transitare nello stretto diventato angusto di Bab al-Mandab. L’Alta rappresentante estera Kaja Kallas ha annuito, ci sarà da discutere di spese da dividere. Oltre alla futura gloria per respingere possibili bersagliamenti degli Houthi. Ma vuoi mettere l’emozione dell’azione pur non essendo in guerra.


 

venerdì 18 settembre 2026

Ribelli mica teppistelli

    

Eravamo ribelli, ma non accoltellavamo i professori. Neppure quelli prevenuti che consideravano una scuola a Centocelle un ghetto da evitare, però il destino e l’incastro del Provveditorato li aveva spediti lì a farsi le ossa o per chissà quale punizione. La punizione nel Millenovecentosessantotto c’era per tutti: scolari, insegnanti, bidelli e genitori coi doppi turni ch’erano già un lusso, davanti ai tripli incrociati qualche anno prima alle elementari. “Centocelle, sogna e stende, è ‘n coro de serande e sulla strada c’è ‘n’orchestra de padelle …” canta oggi Emilio Stella nuovo menestrello di periferia. Una periferia diventata multietnica col kebabbaro a sostituire la drogheria de la sora Adele e i bengalini al posto dell’emigrazione familiare dal sud nostrano. Ma quei ragazzetti dodicenni e tredicenni che un giorno di marzo di quell’anno speciale avvicinandosi a scuola, la media Giovanni Verga, avevano trovato “il bidello Giggino che armeggiava con un tronchese attorno a un lucchetto e una catena giganteschi che tenevano chiuso il cancello, si stupirono solo un po’. C’era anche il preside imbestialito che commentava coi professori un cartello affisso. Gli studenti universitari avevano serrato tutte le scuole cittadine per protestare contro lo sgombero delle aule di architettura a valle Giulia da parte della polizia. A Spartaco e compagni quest’azione era piaciuta. Né Giggino, né i carabinieri accorsi riuscivano a rompere le massicce catene. Il preside sacramentava “Che c’entro io con l’Università?”, mentre il maresciallo proponeva di abbattere il cancello con un’autoblinda fatta arrivare dalla caserma…” (da Leggeri e pungenti. Storie luoghi e volti di periferia, 2017). Quegli scolari presero quel giorno di sciopero forzato, vergato con la vernice rossa sui dazebao, come un’insperata manna dal cielo e, sognatori, inventarono gare sportive di gruppo. Era la strada a instradarli su una via seppure polverosa e irta d’incertezze a seguire un codice di comportamento che il gruppo stesso, magari rissoso, riusciva comunque a darsi. 

 

E le famiglie con loro. E i professori pure. Perché quel metaforico triangolo ad angoli anche acuti, riusciva a comunicare. Con incomprensioni e contraddizioni ma riusciva a farlo, perché ognuno ricopriva fino in fondo il suo ruolo. Dallo studente secchione a quello svogliato, dal maestro non solo di sintassi ma di vita, al padre indaffarato col mestiere ma non indifferente al mestiere di padre, così le madri che potevano pure supplire al ruolo d’un marito talvolta assente ma poi lo supplicavano o lo obbligavano a capire e fare, non a distrarsi e demandare. Era una Centocelle in una Roma e in un’Italia imperfette ma perfettibili e ci credevano tutti. Pure un preside un po’ paranoico e ossessionato dalle scartoffie da seguire e rispettare che comunque organizzava, coi professori più che contro di loro, una scuola utile a migliorare l’esistenza di ragazzetti riottosi e spesso pure disobbedienti. Eppure lontani da quelle oscurità della mente che conducono a dissociazioni emotive e sensoriali. Su cui possono discutere esperti ed educatori, noi invecchiati bene o male possiamo ricordare episodi e gesti addirittura eclatanti, talvolta pungenti senza essere taglienti. Qualcuno il coltellino a scatto in tasca lo portava, poi magari ci giocava a ‘punteruolo’ sui marciapiedi ancora non asfaltati. Quello lungo oltre i cinque centimetri, nessun ferramenta d’un tempo lo vendeva ai minori. Il passare del tempo e del commercio l’hanno sdoganato su qualsiasi sito d’acquisti online dove, figurarsi, si comperano anche armi da fuoco. Ma non è questo il buco nero. Il buio della ragione e del sentimento scaturiscono dall’aria che tira, da Centocelle a tanti incroci del mondo nel trascorre giornate senza apprendere princìpi esistenziali capaci di far svaporare frustrazioni e sostituirle con fantastiche creazioni di adolescenti che crescono e si misurano, senza la paura di cadere, di vergognarsi per questo vedendo nella vendetta un riscatto. Insegnare a fallire meglio conduce alla riuscita d’ogni prova, d’ogni progetto e sogno. Poter continuare a desiderare è quanto di meglio possono fare allievi, prof, il bidello Giggino, madri, padri e l’intera società che ricoprendo a fondo i ruoli si misurano con sé stessi. Così s’accantona l’angoscia e si rilancia il futuro.