giovedì 11 giugno 2026

Terrorista

  


Né venduto né cornuto, direttamente terrorista. Il somalo Omar Abdulkadir Artan, il miglior arbitro d’Africa della passata stagione, pronto per il Mondiale d’America è finito in galera e poi espulso con quell’accusa rivoltagli dalla Customs and Border Protection, il filtro anti immigrazione dell’amministrazione trumpiana. Questo nonostante visti, documenti, immagini e curricula offerti dal suo Paese e dalla Federazione Internazionale organizzatrice del ventitreesimo Campionato mondiale di calcio. L’ennesima manifestazione agonistica totalmente asservita all’affarismo, inficiata da un esclusivismo geopolitico che discrimina e accoglie secondo parametri soggettivi, in questo caso quelli dell’attuale sovrano della democrazia statunitense. Incensato sino al servilismo dal presidente-fantoccio dell’internazionale del pallone, l’italo-svizzero Gianni Infantino che in un atto d’imbarazzante fantozziana piaggeria avanzò, non si sa a quale titolo, la proposta di Nobel per la pace al tycoon americano. Così, come accade a tanti altri organismi dello sport, la Fifa anziché difendere a denti stretti un suo tesserato investito dell’importante  funzione di giudice, l’ha abbandonato a sé stesso lasciandolo nelle nerborute mani degli inquisitori di frontiera che gli contestavano un nome, simile a quello d’un membro di al-Shabaab, un gruppo locale affiliato ad al-Qaeda. E per i funzionari dell’Ufficio immigrazione imbeccati dalla Cia, la somma fra i due nomi e cognomi è stata semplice, terrorista o presunto tale pure l’arbitro, che poteva tornarsene da dove veniva. Consolazione per il fischietto, l’essere accolto a Mogadiscio come un eroe fra abbracci dei concittadini, non solo sportivi, e dichiarazioni ufficiali delle autorità. E poi incontri col primo Ministro Hassan Hamza Abdi Barre, col presidente Hassan Sheikh Mohamud, mentre alcuni membri dell'opposizione somala, l'ex presidente Farmaajo e l'ex primo ministro Hassan Ali Khaire, sostenendolo hanno lanciato proteste per quella che considerano una chiara discriminazione. Eppure dalla Casa Bianca Trump se ne infischia. Da tempo ha bollato la Somalia e la comunità somala interna quale gente indesiderata, imponendo di fatto un divieto d’ingresso tramite sospetti e illazioni che hanno fermato anche il miglior fischietto africano. Lui, ventiquattrenne, spera in nuove occasioni, sebbene la vetrina dei Mondiali resti la più significativa. In realtà nella Storia del calcio, seppure non giocato e giudicato, ci entra egualmente con quest’esclusione. Un provvedimento ch’è una vergognosa impostura, pretestuoso, falso, razzista. Per ora è meglio essere ricordato così piuttosto che nel ruolo d’un giudice in odor di corruzione come Byron Aldemar Moreno, nei Mondiali 2002. Oppure d’un arbitro talmente svagato e cieco, Ali Bin Nasser, nella celebre Inghilterra-Argentina dei Mondiali 1986 che sdoganò la cosiddetta “mano de dios”.

mercoledì 10 giugno 2026

Primati

  


Nella corsa ai primati di durata al potere il primo ministro indiano Narendra Modi smania per conseguire traguardi universali. Ovviamente non s’incensa in prima persona. Delega alleati e adulatori. Uno di questi Ram Madhav è particolarmente attivo, innanzitutto per motivi di fedeltà politica, avendo militato ed essendo tuttora membro dell’Esecutivo del Rashtriya Swayamsevak Sangh, il braccio armato razzista e paramilitare dell’attuale gruppo di maggioranza governativa Bharatiya Janata Party, di cui è stato anche Segretario generale.  Insomma questo Ram è un personaggio organico ai citati raggruppamenti e allo stesso premier. La sua seconda caratteristica è quella del  comunicatore; s’è fatto le ossa come redattore di riviste di partito, è dunque espertissimo della più mistificante propaganda e tuttora rappresenta una voce parlante, seppure non ufficiale, del Bjp. Da questo pulpito ha lanciato la notizia: oggi, 10 giugno 2026, il governo Modi coi propri 4.699 giorni di mandato ininterrotto, attraversando tre legislature, supera il record di governabilità di Jawaharlal Nehru. Dunque una tacca più avanti del padre dell’India moderna in carica per 4.398 giorni prima di soccombere alla morte il 27 maggio 1964. In realtà il ‘velinaro di Modi’ lancia una manipolata falsità, visto che Nehru conservò il potere per più di 6.000 giorni. Volutamente Madhav sottrae circa duemila giornate di mandato allo storico premier, annullandone una fase difficile e travagliata inserita negli anni 1947-1952. Perché fa questo? Piaggeria, revisionismo? L’uno e l’altro. Si tratta d’un comunicatore di parte. La piaggeria apparterrà alla sua indole, lo può testimoniare meglio chi ne conosce le gesta quotidiane. Il revisionismo  concerne le strategie dell’attuale staff modiano e soprattutto la linea di partito hindu, spinta a cancellare le altre realtà indiane in ambito storico, sociale, confessionale. In futuro Modi, oggi settantacinquenne, potrà proseguire nel suo ruolo, sebbene già due anni or sono il Bjp ponesse alcuni rappresentanti locali in vetrina per una successione. Fra i più gettonati l’ex premier dell’Uttar Pradesh, il monaco cinquantaquattrenne, sorridente e fondamentalista, Yogi Adityanath. Certo, le elezioni politiche del 2024 hanno introdotto un brivido nelle certezze degli arancioni: l’assolutezza con cui nel decennio precedente avevano primeggiato. Per realizzare un terzo mandato Modi ha ricevuto il sostegno di due partiti, minori ma indispensabili, campioni nei rispettivi Stati: Telugu Desam nell’Andhra Pradesh e Janata Dal nel Bihar. Mentre i residuati d’un passato glorioso ma all’inizio del nuovo millennio decadente, il National Congress Party, risollevati dalle disfatte decennali hanno occupato il doppio dei seggi nella Lok Sabha, offrendo un soffio di vitalità. Questo gruppo non ha l’impatto degli anni d’oro di Indira Gandhi, però il nipote Raul, che ha guidato dell’ultima campagna elettorale, perdendola comunque incrinando lo strapotere del Bjp, proprio in questi giorni ha lanciato il rapporto “Promesse contro realtà” un titolo esplicitamente critico verso il governo di Delhi. Uno dei pilastri delle contestazioni è la crisi energetica, sicuramente mondiale, scaturita dalla chiusura dello Stretto Hormuz ma che in queste settimane vede il gigante indiano letteralmente boccheggiare per le carenze scaturite dalla crisi geopolitica. Tutto ciò può spiazzare gli ambiziosi progetti economici lanciati verso il terzo Pil mondiale, il proprio, che s’inserisce nell’agone sino-americano. Il documento ricorda come negli ultimi anni gli esecutivi indiani hanno beneficiato di prezzi assai contenuti per il greggio, cui non sono seguiti sgravi per i consumatori, subissati invece da ripetuti aumenti fiscali.  Insomma un indice di squilibrio, non solo fra la sempre corposa massa dei poveri ma nello stesso ceto medio lavorativo. Da cui scaturiscono dissapori e contestazioni che nessuna ambizione nazionalista, il Bharat lanciato da Modi, riesce a contenere se non con armi di distrazione di massa legate alla continua ricerca di avversari interni (minoranze religiose) o esterne (il nemico pakistano).  Fin qui le frecciate dell’opposizione cui il premier, cacciatore di primati, può rispondere nel segno d’un preconfezionato carisma. Per eguagliare davvero il bisnonno di Raul Gandhi, dovrà restare in sella per altri cinque anni, rintuzzando critiche e proponendosi almeno per un’altra legislatura. Un sogno che nei Paesi dove i leader inseguono "Guinness" vendendo fumo, non è escluso.

venerdì 5 giugno 2026

Parole e fatti

  


Le parole dei mesi scorsi a sostegno d’un ipotetico piano di transizione per la Striscia di Gaza hanno introdotto il trumpiano Board of Peace; quindi l’idea d’una Forza Internazionale di Stabilizzazione cui potevano fornire truppe Indonesia e Marocco, Kazakistan e Albania, mentre quelle di Turchia e Azerbajan non erano ben viste da Israele. Le parole hanno pure indicato un Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza con rappresentanti di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte democratico per la liberazione della Palestina, Comitati di resistenza popolare, alcuni dei quali più sigle che sostanza, e perfino d’una ‘Corrente di riforma democratica’ affiliata a Fatah. I fatti dicono altro. Affermano drammaticamente che Israele impone un controllo militare di due terzi dei 365 km quadrati originari della Striscia. Ha ridotto lo spazio disponibile per i due milioni di gazawi a 140 chilometri quadrati, un lembo ristretto dalla famigerata ‘linea gialla’ segnata coi blocchi di cemento dipinti con quel colore che i bulldozer dell’esercito hanno posizionato attorno ai cumuli di macerie in cui è ridotto più dell’85% degli ex edifici del luogo. Quei blocchi possono decretare la morte per chi li supera anche per errore o semplicemente avvicinandosi troppo a quell’ennesimo confine imposto. I fatti dicono che dal presunto ‘cessate il fuoco’ dello scorso ottobre i cecchini e i reparti di Israel Defence Forces hanno ucciso 933 abitanti della Striscia e ne hanno ferito circa tremila. Dall’8 ottobre 2023 la tragica conta possibile sui cadaveri palestinesi ritrovati li porta a 72.942, se ne stimano altrettanti sotto macerie per ora non rimosse. I feriti sono ad oggi 173.000. Di fatto nel piano americano tutto o quasi resta bloccato dalla desiderata di Israele di disarmare Hamas, e quest’ultimo, che secondo i proclami multipli di Netanyahu doveva essere cancellato, non ci sta. Le armi, anche le più relative come i kalashnikov, non compariranno più nelle mani dei militanti. Saranno appannaggio solo delle forze di polizia che si darà il Comitato per l’amministrazione di Gaza, dunque non solo Hamas. Lo sostiene un funzionario del gruppo, mostrando la volontà di proseguire quei colloqui più volte interrotti al cospetto di rappresentanti israeliani e di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante del Board of Peace trumpiano. Ma non è detto che al Cairo, dove Egitto e Giordania vestono i panni dei mediatori, una riapertura del tavolo s’avvierà a breve. All’ostacolo del loro disarmo totale i palestinesi oppongono il ritiro totale delle truppe d’occupazione di Tel Aviv. Per vari osservatori l’impuntatura di Israele sul disarmo totale di Hamas, quello che non ha conseguito neppure con trentadue mesi di caccia al nemico e di stragismo rivolto ai civili, è l’ennesima tattica di attendismo col tempo che scorre per un’assenza di soluzioni nei confronti di chi soffre. E’ la linea di sfiancamento della popolazione locale, sfollata e ammassata nelle tende, stressata da fame e malattie che procede accanto alle uccisioni con le armi. Dei seicento camion giornalieri di aiuti umanitari, in alcuni periodi delle imposture sioniste completamente bloccati ai varchi d’ingresso, tuttora Tsahal consente l’accesso a centocinquanta che risultano assolutamente insufficienti per un sostegno anche minimo a famiglie e singoli. E i decessi di neonati, di bambini per fame, sottonutrizione, infezioni ne sono una riprova inascoltata dalla stessa Comunità Internazionale, indignata a parole mentre i fatti non cambiano.  

mercoledì 3 giugno 2026

Repubblica del fuoco


  

Sarebbe stata una Repubblica vera e sana se nel giorno della gloria e della festa tutti, e primo fra tutti il Presidente, avessero spento microfoni e riflettori. Non per scorno, per provare a riflettere. Su quello che la Repubblica Italiana nei suoi ottanta anni non è stata e non è. Una comunità dove la giustizia, i sentimenti, il decoro, la civiltà hanno la meglio sulla sopraffazione, il cinismo, l’indecenza, il crimine. Ennesima occasione perduta davanti a un rogo umano che ha sgomentato ma non ha scosso il cartellone celebrante con militari in tiro, pubblico plaudente, cantanti e vip abbracciati al Presidente perché l’anniversario non ammette interruzioni e lutti. Così due spettacoli, quello istituzionale profumato e lucido e quello marginale intriso di sudore e benzina, si sono incrociati senza guardarsi. E l’esecuzione mafiosa, certo, ma non di mafia esclusivamente pakistana, viene accettata e rubricata come cronaca nera aggregabile a talune punizioni che nelle carni arse e nel fuoco hanno forgiato nei secoli una purificata tradizione di fede. Del resto le Istituzioni,  pur comprendendo e magari indagando, hanno davanti una coppia assassina, pakistana, e le carcasse riarse delle vittime afghane, tutta gente venuta da fuori, un Terzo mondo che ci nutre con la propria fatica, che però non è italiana. E merita al più la riprovazione, non il cordoglio. Nelle regole non scritte, che nella vita reale d’una Repubblica inferiore, sono le uniche a contare costoro non hanno diritti, né di paga né d’inserimento restando un corpo estraneo non italiano, passibile di pira. Se questo accade, e i cadaveri combusti o mutilati questo dicono, la macchina della festa si sarebbe dovuta fermare e discutere dell’inumanità che - ahinoi - alberga nella nostra Repubblica, nata da una Resistenza, esistita solo per breve tempo dopo i sorrisi capaci d’allontanare le angosce belliche. Invece, no. Ecco la patria che ha riunito tutti, subito, senza ripensamenti e pentimenti. Una patria di latifondisti e mazzieri, industriali guerrafondai per lucrosi capitali con o senza conflitti, la civile distribuzione di lavoro iper sfruttato fino alla schiavitù, ieri di carusi oggi di afghani, l’incremento di un’indole parassita fra evasori fiscali, faccendieri, trafficanti di uomini e di clientele politiche in una società ridotta a caste nella quale una maggioranza di cittadini s’affanna, si vende per occupare piani terra o attici sociali secondo appartenenze a clan familiari, amicali, partitici, lobbies, tribù da circoli e dopolavoro. Viva l’Italia che tira avanti e dimentica le radici, ovvero le rammenta ma con ipocrisia fa finta che il suo marciume non esista e ci convive in Parlamento, nei residences e pure in condominio. Mentre il fumo degli omicidi o delle terre nel fuoco avvampano e si spengono. Avvampano e si spengono. Avvampano e … A discrezione. 


 

lunedì 1 giugno 2026

Non solo Netanyahu

  


Nato politicamente socialista (Hashomer Hatzair, il gruppo del sionismo che ispirava i kubbutzim) ma diventato presto un sionista dell’oltranzismo reazionario dettato dalle teorie di Žabotinskij, l’ebreo bielorusso Menachem Begin era il primo ministro che il 5 giugno 1982 ordinò l’occupazione del Libano, ben oltre il fiume Litani dove Israel Defence Forces s’era piazzata nel 1978. Così il ‘falco’ che sembrava ammansito dall’accordo di Camp David con cui, su regia dell’America morbida di Jimmy Carter, il leader di Israele restituiva il Sinai occupato dal 1967 all’Egitto di Sadat, rilanciava la voglia di guerra e d’occupazione insita nel sionismo che scorreva nelle sue vene. Fare del proprio Paese uno Stato coloniale che rappresenta il dna israeliano. L’accoppiata d’acciaio in quell’occupazione definita con la solita mendacità “pace in Galilea” univa il premier Begin al ministro della Difesa Ariel Sharon con tutte le stragi del caso di cittadini libanesi e di profughi palestinesi. L’orrore del campo di Sabra e Chatila (un chilometro o poco più a nord di Dahiyet) dove nel settembre dell’82 mentre Beirut conosceva ulteriore guerra innescata sullo scontro civile in atto soprattutto fra milizie dell’Olp palestinese e fazioni cristiano-maronite, vide l’esecuzione all’arma bianca e con piccole armi da fuoco di tremila donne e bambini, più i vecchi rimasti nl campo. Casa per casa, baracca per baracca, anfratto per anfratto. La Falange fascistoide che eseguiva la carneficina era protetta dall’Idf che Sharon aveva posto a “difesa” del campo. Memorie pur orrende che gruppi di attivisti internazionali, continuano da decenni a rilanciare in loco, pur fra mille difficoltà legate all’instabilità politica del Libano, della sua capitale, della sua gente resa ondivaga dalle mire espansioniste di Israele. E’ l’idea d’un falso protezionismo occidentale (di cui le missioni Unifil sono la foglia di fico) prim’ancora dell’insignificanza d’un ceto locale, ancor’oggi promosso non caso dalle capitali europee per impedire una sistematizzazione interna pur fra divisioni confessionali ed etniche. Così il Libano - un non dichiarato Stato fallito nell’amministrazione, puntellato dai capitali d’investimento delle petromonarchie, come negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso lo era coi denari francesi ed europei - resta l’incompiuta. Un boccone appetitoso per nutrire il disegno del Grande Israele, che è sempre stato l’intento di tutti i premierati, i governi e parlamenti sionisti. 

 

Certo, a maggioranza non assoluta, ma con le maggioranze pure parziali le nazioni stabiliscono cammini e strategie. Perché le minoranze non hanno la forza e la voglia di opporsi. Anche perché la strategia coloniale, supportata da guerre perenni, da una cittadinanza in servizio militare continuato ed effettivo, da finanziamenti bellici e tecnologici per attuare tutto ciò, rappresenta la sostanza dei settantotto anni di storia di Israele. Come nel giugno 1982, l’attuale premier Netanyahu vuole assediare la capitale libanese, riprendere a bombardarla come ha già fatto lo scorso anno, portando a oltre tremila le vittime locali. E per la popolazione nella Knesset c’è chi vagheggia il metodo destabilizzante attuato a Gaza, morte e fuga. Una fuga senza alternative se non quella d’una impraticabile deportazione di massa che proprio per la problematica realizzazione lascia le famiglie in bilico. Senza un tetto, senza un lavoro da proseguire o ricercare, senza risorse se non ipotetici aiuti umanitari di cui Israele stabilisce le sorti, con il timore di perire sotto il fuoco incrociato con l’unica entità posta a difesa d’una nazione a brandelli: Hezbollah.  Era stato così anche in un’ennesima aggressione dell’esercito di Tel Aviv, nel luglio 2006, la milizia con lo stendardo giallo aveva rintuzzato quegli assalti, ne era addirittura uscita vincente e rafforzata nel morale. Non è durato a lungo perché il Libano in vent’anni ha proseguito la disastrosa via della separazione interna e chi lo “stimolava” dall’esterno ha lavorato per la divisione del Paese e la conservazione delle tribù. Israele non ha mai cessato di puntare su tale debolezza a terrorizzare il confinante Sud bollando come terrorista il Partito di Dio, dicendo di volerlo seppellire, e seppellendo dopo averli triturati col tritolo molti suoi capi. Assieme a loro anche molti libanesi, sciiti e sostenitori di Hezbollah, oggi sotto minaccia di sfratto, a Dahiyeh come a Beirut. Ma questa gente originaria dei luoghi e convinta delle sue ragioni di vita non volta le spalle alla propria storia. Pur rischiando evacuazioni o esecuzioni di massa. Dahiyeh e Gaza City continuano a esistere nella testa di quegli abitanti privati dei luoghi e sempre più della vita.  

venerdì 29 maggio 2026

Deir el-Balah

   

Restano ignoti. Non militi perché non combattevano, la guerra la subivano e sono stati massacrati. Erano solo cittadini finiti sotto le macerie di abitazioni bombardate dall’esercito di Israele. E’ l’emittente Al Jazeera a divulgare la storia di Lina, moglie d’una delle migliaia di vittime scomparse e mai più trovate perché il loro corpo è stato disintegrato dalla gragnuola di missili lanciati l’8 ottobre 2023 nell’area Shuyajea di Gaza City. Dopo la sfuriata assassina dell’Idf, nelle settimane seguenti familiari e abitanti hanno cercato gli scomparsi fra ruderi e calcinacci, scostando come potevano le macerie. Grattando la terra, scavando, ma le vertiginose buche aperte dalle bombe, la frantumazione delle strutture in cemento armato lasciavano poche speranze. Lina e altre donne si sono rivolte alla Croce RossaSenza nessun risultato - ribadisce sconsolata - nessuno sapeva niente e poi sono finiti anche loro sotto il tiro dei caccia e dell’artiglieria”. Lei è rimasta a curare i due figli, spostandosi come decine migliaia di abitanti trasformati in profughi, avviliti e affamati, perseguitati dalla perfidia criminale del governo di Tel Aviv. Potevano solo provare a sopravvivere, a non finire maciullati come chi non c’era più neppure come cadavere. Quindi dall’ottobre 2025 con la tregua, peraltro continuamente violata da Israele, e dunque col rischio di finire sventrati da esplosioni, quasi trecento salme sono state restituite ai parenti. Ma il dolore diventava addirittura peggiore per chi osservando le carni straziate, i cadaveri sfigurati e bruciati, cercava di carpire qualche segnale, una cicatrice pregressa e identificare il proprio caro. Lina rammenta le sensazioni di quei momenti, divise fra la speranza, seppure aleatoria, di non avere certezza del decesso del marito e il pensiero di non saperlo ridotto in nulla da un ordigno. Osservare cadaveri in decomposizione accanto alla durezza della condizione fisica comporta un profondo trasporto ideale, il desiderio di dare dignità alla morte, già di per sé matrigna e nel caso di vittime di vili bombardamenti espressione di estrema crudeltà non solo bellica. Poi fra i pensieri sovrapposti avanza un’ipotesi: forse fra le decine di povere spoglie osservate nei giorni precedenti, una poteva essere quella del suo uomo. Però il riferimento arrivava troppo tardi, quei cadaveri per ragioni di sanità erano stati tutti seppelliti, senza nome, a Deir el-Balah, il cimitero dei dispersi. Tombe catalogate con un numero progressivo che rientrano nella testimonianza di morte diffusa nella Storia dallo Stato d’Israele. Quel luogo delle lacrime palestinesi continua a espandersi, sia per il crescente numero di defunti privati dell’identità, sia perché le condizioni di chi riesce a sopravvivere davanti a un genocidio che prosegue il suo macabro percorso diventano sempre più precarie. Si muore di bombe, fame, malattie, abbandono, inerzia, perfidia del cinismo d’una geopolitica alleata e sguaiata e di quella silente e complice del sionismo. I sanitari della Croce Rossa affermano che gli stessi cadaveri inviati ai pochi ospedali della Striscia ancora operativi, non possono essere identificati poiché manca la procedura più volte richiesta d’introdurre strutture del DNA o trasferire campioni di tessuto all’estero, utili per le identificazioni. Così Lina e altre sorelle e madri si ritrovano a Deir el-Balah pregano, piangono, ricordano ma su quei cippi vorrebbero un nome.

mercoledì 27 maggio 2026

Eid ristretto

  


In Uttar Pradesh proprio nel giorno di Eid al-Adha, per la Umma mondiale musulmana la ‘Festa del sacrificio’, il rischio preghiera è altissimo. Gli hindu di quello Stato indiano non tollerano riunioni pubbliche anche di semplice ritualità religiosa. “Creano disordine, impediscono il traffico” dicono, per quanto questi momenti si sviluppino in aree richieste dagli imam perché le moschee non riescono a contenere la folla dei fedeli. Gli islamici nel popoloso Uttar Pradesh sfiorano i quaranta milioni di cittadini e i luoghi di culto sono insufficienti ad accogliere una partecipazione numerosa, per questo le preghiere in contemporanea avvengono anche all’aperto. Però anno dopo anno dall’insediamento del governo di Narendra Modi l’intolleranza del fondamentalismo hindu è cresciuta. E  nell’Uttar Pradesh guidato da uno stretto collaboratore del premier, il monaco Yogi Adityanath, la repressione delle preghiere pubbliche musulmane è aumentata esponenzialmente. L’intolleranza è diventata norma, ad applicarla senza tregua, la polizia e le ronde di gruppi armati dell’hindutva, sempre pronti a passare alle vie di fatto che significano pestaggi e nei casi peggiori omicidi, derubricati dalla magistratura in scontri fra fazioni o risse. Del resto i diktat vengono dall’alto, Adityanath propone agli indiani di fede islamica di pregare a turno, “in caso contrario adotteremo un altro metodo” che poi è quello descritto e già sperimentato. Il raggruppamento estremista Vishwa Hindu Parishad ha chiesto un divieto totale del rito religioso, richiesta illecita per la legge indiana che garantisce universalmente il diritto di culto. Ma l’intento del fondamentalismo hindu è impedire anche legalmente lo spazio ad altre fedi, praticando quell’esclusione già insita nel disegno di fare dell’India, anzi del Bharat, la nazione della sola comunità hindu. E’ la medesima linea identitaria e razziata messa in pratica dal Bharatiya Janata Party, da oltre un decennio impossessatosi del governo e desideroso di non mollarlo anche tramite un attacco frontale alla Carta costituzionale voluta dai padri fondatori Gandhi e Nehru. 

 

Per quanto è accaduto negli anni scorsi i timori dei fedeli vanno dal possibile fermo all’abbattimento dell’abitazione, conseguenze d’un tappetino per la preghiera posizionato impropriamente o per un corposo assembramento vicino alle case dove si vive con la famiglia. Una vera disperazione per nuclei poveri e dimessi, rispettosi della legge ma pure attaccati alla tradizione che in ogni caso non vengono tollerati e possono finire nel gorgo della punizione in genere collettiva. Perché “più musulmani si puniscono, più se ne intimoriscono“ sostengono le autorità locali. Si tratta di pene faziose e illecite, ma la legge anche dettata all’impronta è quella del più forte e la nazione di questo genere di hinduismo si mostra inflessibile. Le minoranze straniate e impaurite subiscono questo clima e parecchi fedeli ammettono che il giorno di festa è diventato un momento d’angoscia da passare in fretta, quasi in anonimato. Situazioni analoghe si verificano in altri Stati federali dove la presenza islamica assume una certa consistenza (Delhi, Bengala occidentale). Alcuni momenti che affiancano la preghiera pur regolamentati rigorosamente dalla Umma, ad esempio il sacrificio di animali, diventano ulteriore motivo di divieti e i cittadini islamici, che con tale ritualismo intendono pure sottolineare la propria identità, constatano l’enorme sperequazione praticata delle amministrazioni a vantaggio dei riti hindu cui viene concesso tantissimo. In occasione di Kumbh Mela, Diwali, Holi, Durga Puja e altre celebrazioni spazi, luoghi, tempi sono dilatati. I luoghi pubblici di cui dovrebbero godere anche musulmani, cattolici, buddisti e non credenti risultano a disposizione della comunità hindu ben oltre i permessi concessi dall’autorità. Misure differenti per una discriminazione crescente.