mercoledì 4 marzo 2026

Nel nome del padre

  


Non doveva essere lui la prossima Guida Suprema, sia in caso di morte naturale del genitore, sia per dipartita emergenziale come quella esplosiva che ha frantumato residenza, uffici e chi li frequentava. Così l’ammonimento e la volontà di Ali Khamenei non sono stati seguiti dall’Assemblea degli Esperti, riunita certo in condizione d’emergenza e semiclandestinità inseguita com’era dai missili israelo-statunitensi e dallo spionaggio elettronico e umano del Mossad. Dunque il cinquantaseinne Motjaba, secondogenito amato dal genitore Ali, ma non al punto di proporlo in qualità di erede, lo rimpiazza con tutte le incertezze e i rischi del tragico momento ora attraversato dalla Repubblica Islamica Iraniana. Il pensiero di Khamenei senior sul tema è presto detto: un passaggio familiare nella carica che maggiormente incarna l’ideale khomeinista non si confà al concetto repubblicano. In più Motjaba ha vissuto nell’ombra lunga dell’importanza di suo padre con pochi o nessun incarico pubblico e conseguenti esperienze politiche di vertice. Quelle militari e teologiche sì, per un passato giovanile presso le Guardie della Rivoluzione nel tumultuoso periodo del conflitto contro l’Iraq. Quindi, dopo un tirocinio nella città santa di Qom, ha lavorato come insegnante. La permanenza nell’IRGC l’ha messo direttamente in contatto con figure di spicco dell’establishment interno al di là di quanto lo potesse collocare il rango familiare. Fra costoro c’è Hossein Taeb, a lungo capo dell’Intelligence dei Pasdaran. E potrebbero essere stati proprio quest’ultimi a influenzare la designazione d’un altro Khamenei per reggere quel simbolo tanto contestato dall’opposizione: la figura teologico-politica che incarna il velayat-e faqih anche contro il gradimento d’un pezzo di clero che mai l’ha digerito o che lo vorrebbe riformare e ridimensionare. Pur senza esperienze dirette di potere Motjaba è totalmente schierato con gli orientamenti più conservatori degli ayatollah e le fasi in cui s’è esposto, nell’appoggio alla rielezione presidenziale di Ahmadinejad, coincisero con le accuse di brogli, i tumulti di piazza dell’Onda Verde, la conseguente dura repressione. Motjaba, fedele al genitore, a Pasdaran e Basij approvava quella linea. 

 

 

E’ un passato che si perpetua, per quanto tempo ancora nessuno può dirlo. Poiché le difficoltà dello schieramento principalista che unisce ayatollah ultraconservatori oggi in posizione di forza (Mohseni-Eje’i, Arafi) a ex pragmatici come il generale Larijani, ultimamente orientato a difesa di quanto costruito nei decenni, ad altri laici e militari (Qalibaf) che, a differenza di ciò che pensano i moderati ex presidente Rohani e l’attuale Capo di Stato Pezeshkian, nulla vogliono concedere alle proteste se esse si trasformano in insurrezioni puntando ad abbattere governo e sistema. Soprattutto adesso che la patria è schiacciata da bombardamenti generalizzati volti alla decapitazione della dirigenza islamica. Questa dirigenza, pur rinfocolata e rattoppata, da tempo vacilla sotto vari colpi. Il più seguito dai media è il malcontento ideologico con ricadute sulla libertà di critica, sostenuta non tanto e non solo dai nostalgici della monarchia, ma dalle nuove generazioni che studiano e sanno e vogliono contare in una società soffocata sì dall’imperialismo occidentale, ma dagli stessi privilegi interni di casta, laica o clericale. Proprio il nuovo eletto Khamenei junior, secondo certi detrattori, è fra coloro che s’avvantaggiano dell’appartenenza al regime cumulando tesori e tesoretti. Bloomberg gli attribuisce proprietà per diverse decine di milioni di dollari nel Regno Unito. Ovviamente se non può gestirli per embargo e simili è come non averli. Però le società fittizie e i prestanome sono nati per aggirare i divieti. Davanti alle ristrettezze economiche, all’inflazione che mette in ginocchio pure consolidati gruppi come i bazari, in genere estranei alle contestazioni, tali notizie o insinuazioni diventano benzina sul fuoco. Accanto alle piazze in rivolta, cui il governo ha contrapposto quelle fedeli e amiche, altrettanto pericoloso per chi sceglie la conservazione è lo scontro interiore negli apparati e fra i suoi uomini. Il citato Taeb, sodale di Motjaba, tre anni or sono fu rimosso dalla potente carica che ricopriva poiché il lavoro d’infiltrazione compiuto dal Mossad sul territorio iraniano e nelle stesse strutture militari, compreso l’integerrimo Corpo delle Guardie della Rivoluzione, proseguiva imperterrito. Una falla sempre più aperta che nell’ultimo anno è diventata la voragine dentro cui è finito addirittura il cadavere di Ali Khamenei. Basterà rivolgersi al figlio per salvare il Paese?

martedì 3 marzo 2026

Corrompere per sbriciolare

  


Nell’assalto che il sionismo religioso sferra allo sciismo militante un ruolo centrale l’assume il denaro. Il mondo ebraico ne ha di più, non da oggi. Lo ha nella casa creata attraverso lo Stato di Israele nel 1948, a danno del popolo che viveva in Palestina. Ne ha nella ramificazione globale, lobby o non lobby, in cui il ‘popolo eletto’ è strutturato. Grazie a tali riserve pecuniarie il governo di Tel Aviv continua a far progredire una spesa militare che proporzionalmente è fra le più elevate al mondo. I dati del 2024 riferiscono un incremento del 65%, raggiungendo quasi il 9% del proprio Pil. Una consistente spinta ai fondi proviene dai cespiti delle comunità sparse nei vari continenti, sebbene Europa e Americhe rappresentino il perno dell’ebraismo. Gli attuali sette milioni di cittadini d’origine ebraica degli Stati Uniti, pur nell’attrazione o nella distonia con taluni successori di Ben Gurion, stabiliscono una vicinanza d’intenti con la creazione sionista sia in politica estera e pure nelle scelte interne, caratterizzate in continuazione da guerre e aggressioni verso palestinesi, libanesi e altre popolazioni mediorientali. Il fiore all’occhiello della difesa del territorio d’Israele, il cosiddetto Iron Dome, ha costi stratosferici: da 50.000 a 150.000 dollari per ogni singolo razzo intercettore. In tal modo l’apparato della forza d’Israele può assaltare e uccidere chi vuole, evitando alla sua gente di subire, almeno nel 90% dei casi, conseguenze letali. In questi tre giorni di scambio di razzi micidiali con l’Iran le vittime civili israeliane sono nove, davanti alle centinaia riscontrate sul territorio nemico. E’ quasi superfluo ricordare come l’arsenale bellico di Tel Aviv sia fra i più attrezzati del globo, dotato da tempo immemore anche di quelle atomiche che ogni governo israeliano, dunque non solo Netanyahu, nega alle velleità persiane.  Il diktat è frutto anche del supporto geopolitico di Stati Uniti e alleati occidentali, quelli che in queste ore accusano il governo di Teheran di responsabilità oggettive nell’aggressione ricevuta. Proprio così, per conferme leggere le dichiarazioni di Kaja Kallas.

 

Tel Aviv, ha almeno novanta testate nucleari, i dati sono datati e le quote potrebbero risultare superiori, però non possiede quegli ordigni che gli hanno consentito di sbriciolare i bunker sotterranei con cui ha reso martire, ultimamente l’odiato Khamenei, e prima di lui altri leader politici e militari sciiti, in Iran, Iraq, Libano. Gli acronimi MOP (Massive Ordnance Penetrator) e RNEP (Robust Nuclear Earth Penetretor) indicano le bombe che attraversano le fortificazioni sotterranee, per ingombro e peso trasportabili solo dal subsonico B2, un super bombardiere creato dalla Northrop Grumman Corporation statunitense. Un gentile omaggio che il Pentagono offre all’alleato, aiutandolo a provocare distruzione, morte e caos. Siamo nella totale pornografia degli ordigni bellici, vanto d’un ceto politico estesissimo, certo non solo sul versante mediorientale, che trova comunque nel duo Trump-Netanyahu compari di stragi. “Li stiamo massacrando” ha detto il tycoon americano in una delle apparizioni televisive di questi giorni. Il riferimento è agli iraniani che oggi contano circa un migliaio di vittime, quasi tutte civili e che prima della dipartita della Guida Suprema, avevano visto disintegrare una scuola elementare con centocinquanta studentesse che erano in classe. Accanto alle armi, acquisite e concesse dall’amico americano, comprese le applicazioni di Antropic Claude di cui s’avvantaggia la sua strategia d’attacco, Israele che sul terreno della cyber-security vanta Graphite e altre perle di spionaggio elettronico, non s’accontenta di colpire i nemici tramite l’esplosione degli apparecchi elettronici come fece coi membri di Hezbollah. L’Intelligence di Israele insinua il denaro fra i suoi avversari. Li studia, ne cerca falle e fragilità, corrompe alcuni soggetti, li compera. Gli prospetta un futuro altrove. L’ha fatto per decenni con una dirigenza piegata dalle sue debolezze come quella della palestinese Fatah, lo sta facendo ormai da oltre un decennio con Basij e Pasdaran. Generazioni agli albori motivate e incorruttibili, nonostante la povertà di certi suoi elementi. Col tempo sempre meno. Alcuni, nonostante taluni privilegi di Corpo, sono stanchi della causa e disillusi? Probabilmente. Senza le delazioni di questi Cavalli di Troia, umiliare il regime degli ayatollah sarebbe più complicato.  

domenica 1 marzo 2026

La coppia del terrore

  


Il piano della coppia criminale della geopolitica brucia vite in Iran, come fa da trenta mesi nella Striscia di Gaza. C’è predilezione per lo sterminio di bambini nell’Erode Netanyahu, regista dei raptus bellici del compare Trump che da due anni s’autoproclama eroe. Della pace o della guerra per lui fa lo stesso. Così nell’atto secondo dell’assalto dai cieli alla Repubblica Islamica aviazione e rampe missilistiche israelo-statunitense fanno piovere missili Tomahawk e ogni diavoleria tecnologica della distruzione anche su una scuola di studentesse-bambine nella provincia costiera di Hormozgan. Un colpo da oltre cento vittime, la metà del totale accumulato dal primo giorno del “Ruggito del leone” come il duo del caos sanguinario ha definito l’operazione del 28 febbraio. Dedicata al simbolo non solo del regime monarchico, fantasma vile e servile dell’imperialismo d’Occidente incarnato dallo Shah padre, ma oggi riversato sotto forma di possibile ritorno sul figlio Ciro. Incredibile. Indicibile. Eppure al momento è questo insignificante parvenu a essere indicato da una parte della diaspora, come lui riparata o svezzata all’estero, possibile artefice d’una ‘normalizzazione’ del Paese. E nelle recenti ore di fuoco su una nazione stremata da cento embarghi e da cento e uno nemici esterni e interni, c’è anche chi plaude alla distruzione che seppellisce sotto le macerie del rifugio-bunker, violato e sbriciolato, il grande vecchio Ali Khamenei. Che risulta colpito e annientato dopo un’esistenza tutto sommato lunga, caratterizzante l’intera Rivoluzione khomeinista, con il Ruhollah e ben oltre i suoi dogmi sul ruolo della Guida Suprema e i gangli di potere trascinati per decenni. Ne risulta piegata la resistenza del simbolo del clero militante capace di condizionare e di guidare, almeno per un periodo, l’intera nazione e il suo popolo. Ne risultano piegate la fedeltà ad Allah e l’imitazione di Hossein, il martire per eccellenza immolato alla causa. 

 

Quell’Iran militante consolidato nella fede e nella lealtà alla rivoluzione antimperialista del Medioriente che resiste è meno presente, meno convinto, meno reattivo a colpi esterni che stanno decimando leader e possibilità di replicare a nemici giurati, resi ruvidamente implacabili dalla forza della tecnologia e dal potere del denaro. Con cui questi nemici addestrano e infiltrano spie, comperano anime della defezione e impartiscono punizioni letali. Le stesse ultime speranze del potere dell’Iran khomeinista - i pasdaran e i basij - vengono attaccati con azioni belliche e d’Intelligence e probabilmente corrotti in alcuni elementi che rivelano luoghi e circostanze in cui gli obiettivi sensibili possono essere liquidati. Gli strikes su diversi uomini-simbolo, ultimi Khamenei e forse Ahmadinejad, e prima Soleimani e i leader amici Haniyeh e Nasrallah, fanno sollevare quest’ipotesi. Resta un presente incertissimo per il Paese che non ha pronta alcuna alternativa all’ormai storica formula clero più Guardiani della Rivoluzione. Oppure una formula sempre interna al sistema, in versione riformista o moderata peraltro già conosciute in altre fasi. E chi sostiene che questo è il passato, un’epoca comunque non difforme dall’impianto statale khomeinista, dunque nulla di nuovo, medita un’alternativa che non potrà che risultare anticlericale. Nonostante ciò le piazze fedeli alla patria, non solo quelle in chador, pur scosse dalle bombe di queste ore hanno solidarizzato con l’attuale governo, pianto l’assassinio di Khamenei, maledetto i due “Satana” assalitori in nome d’una nazione da non svendere né sottomettere. Sono le aspettative di quei cittadini convinti di cambiare un governo che li affama e reprimere, fino a uccidere migliaia di cuori dissidenti come nei giorni dello scorso gennaio, a contrapporsi a loro. Ed è su tutta questa gente, polarizzata fra il passato noto e mitizzato d’una rivoluzione giudicata al tramonto e un futuro indefinito e manipolabile da chi non ama l’Iran, che oscilla la paura del grande vuoto che s’affaccia sui grandi crateri degli edifici sventrati. Come in Libano e nella Striscia dove la coppia del terrore ha allungato le proprie grinfie per piegare e piagare il Medioriente.

martedì 24 febbraio 2026

Gli Iran d’opposizione e di governo

  


Meno ampie, più raccolte in alcuni atenei e soprattutto non represse, nei giorni della riapertura dei corsi universitari sono riapparse contestazioni al governo degli ayatollah. Tutte nelle grandi città (Ishfan, Mashaad, Teheran). Se ne sa poco, quanto hanno divulgato le agenzie statali e ciò che mostrano alcuni video inseriti su quei social non filtrati dal regime. Ma proprio alcuni filmati diffusi da canali come Telegram vengono contestati e non dalle fonti islamiche ufficiali. Già in precedenza certi comunicati, ovviamente dall’estero, degli eredi dei Mujaheddin del popolo (Mek)  parlavano di manipolazione di immagini antiregime nelleproteste di gennaio. Il dito è puntato sulla frangia monarchica pro Reza Pahlavi che per gli accusatori tenta di accreditarsi come punto di riferimento delle contestazioni. In quei video gli slogan a favore d’una salita al potere dell’erede dello Shah risultano aggiunti ad arte sulle vere parole d’ordine della piazza indirizzate contro la Guida Suprema. Nel corto circuito di contestazione e sanguinosa repressione esiste una lotta fra fazioni antagoniste per stabilire una gerarchia dell’opposizione alla Repubblica Islamica. E’ solo la conferma della frammentazione d’un pur ampio fronte di reazione al regime che a fine dello scorso anno partiva dallo scontento economico dei bazari, penalizzati dalle sanzioni internazionali per allargarsi ad ampi strati della cittadinanza piegata da una paurosa inflazione e dall’impoverimento generalizzato. E’ una vasta onda di proteste economiche cui s’aggiungeva quella politica del consolidato versante femminil-femminista denominato ‘Donna-vita-libertà’ che aveva infiammato ampie aree del Paese nel 2022. E tali erano le componenti in genere conosciute che hanno rinnovato la protesta ferma ma, a loro dire, pacifica. A essa s’accompagnava la rabbia spontanea giovanile che ha incendiato e sparato nelle notti dell’8 e 9 gennaio, diventando essa stessa bersaglio della durissima repressione dei Guardiani della Rivoluzione. Tremila secondo il governo, oltre settemila per l’Ong statunitense Hrana. Numeri in ogni caso copiosi nei quarantasette anni di potere para khomeinista. In aggiunta, secondo la versione dei vertici di Teheran, si sono mossi nuclei di professionisti di azioni di guerriglia, autoctoni più che stranieri, autorganizzati o addestrati dall’esterno. E’ la tesi di operazioni dirette da Intelligence straniere che dal 2010 in più occasioni hanno compiuto omicidi mirati (su ingegneri del nucleare e capi dei Pasdaran) e pure attentati nel Paese. 

 

Che un’opposizione addestrata e armata stia operando nel cuore di Teheran, l’affermano recenti comunicati ancora una volta dell’organismo dei Mujaheddin del popolo che riferisce d’un attacco al complesso che funge da residenza di Kamenei avvenuto ieri. Realtà, propaganda? A loro dire realtà, ancora una volta in pieno centro cittadino. Infatti nei dintorni d’un viale della capitale non distante da piazza Azadi sono dislocati luoghi istituzionali come le sedi del Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, l’Ufficio centrale della Magistratura, luoghi presidiatissimi oltreché simbolici del potere attuale. Secondo i Mujaheddin alcuni loro nuclei si sono scontrati con la vigilanza, sono stati respinti lasciando sul terreno decine di propri miliziani. Tutti uccisi. Per quest’ennesimo scontro interno, operazione ben diversa dai pur duri tafferugli di piazza del gennaio scorso, i protagonisti non possono che essere combattenti strutturati per assalti armati. Le ipotesi che siano soggetti da tempo reinseritisi nell’ordinaria quotidianità iraniana o elementi reclutati in loco dall’antico gruppo politico, riparato da decenni fuori dai confini nazionali e mantenuto nei ranghi militari in Iraq. Durante l’occupazione statunitense del 2003 era famoso il campo Ashraf dove cinquemila guerriglieri del Mek godevano della protezione e addestramento della Cia. Dunque sempre più i volti politici dell’attuale Iran sono frazionati in tre, quattro, dieci componenti e se l’opposizione agli ayatollah risulta diversa e divisa, lo stesso Stato filo Kamenei discute d’un futuro orientato su una triade di poteri comprensiva di clero, esercito, milizie Pasdaran e Basij detentrici di forza militare ed economica. Intanto viene a galla quel mondo kurdo-iraniano, organizzato in gruppi politici in genere silenti ma ultimamente più vicini che vanno dallo storico Kurdistan Democratic Party of Iranian, datato 1945, al giovane (2004) Free Life Party of Kurdistan. Taluni sono poco più che sigle, altri dichiarano un corpo militante degno di questo nome, e s’avvicinano per dire la loro sul futuro iraniano. Però il raggruppamento comunista denominato Komala s’è sfilato sostenendo che l’ipotetica alleanza manca d’un progetto, mentre il governo regionale del Kurdistan propriamente detto ha avvertito che non permetterà a nessuno di “utilizzare il territorio per iniziative rivolte contro Paesi vicini”. Con ciò il raggruppamento resta orfano o claudicante. Nella divisione etnica locale la spina del Beluchistan parla da oltre un decennio il linguaggio jihadista del gruppo Jaysh al-Adl che rivendica autonomia regionale. Il loro sunnismo deobandi li pone fuori da qualsiasi rapporto con opposizione d’ogni sponda, laica e confessionale, perché detestano pacifismo progressista, marxismo, progressismo femminista ed egualmente il confessionalismo sciita. Hanno interessi para tribali eppure ci sono anch’essi nella scacchiera iraniana posta sotto scacco dagli eventi e venti di guerra.

 

 

  

domenica 22 febbraio 2026

Mestizia rojava

  


L’amarezza più profonda nel volto del Rojava che non c’è più la esprimono le voci di donne kurde che hanno combattuto e fatto politica di rappresentanza. Non che le altre non siano coscienti del retropasso subìto negli ultimi quattordici mesi che sanno di Shari’a nonostante le promesse di non calcare la mano da parte del governo di al Sharaa, ai loro occhi rimasto al Jolani. Più delle sorelle ventenni gli occhi delle trenta e quarantenni delle Unità di difesa delle donne hanno conosciuto il percorso più lungo, dalla ribellione ad Asad, e pure a Erdoğan, diventata sogno sulla linea di confine che da Afrin, passando per Kobanê, diventava Cizre, cantone dopo cantone. Non un gioco, ma un universo per uscire dal giogo degli autocrati siriano e turco, che aveva profumo di autogestione d’un territorio con fasi di pace armata e poi di guerra aperta soprattutto contro lo Stato Islamico insidiatosi da Mosul a Raqqa. Una vicenda lontana più di dieci anni e quasi sfumata, se non ci fossero le vestigia umane raccolte, dopo la sconfitta dell’Isis, nel campo di al Hol, circa quarantamila fra ex miliziani e loro familiari tenuti sotto controllo e tiro dalle forze kurde. Ora anche questi combattenti (circa settemila e tanti non originari della Siria) con mogli, figli e parenti vengono dislocati altrove, proprio per ordini del governo di Damasco in sintonia con gli accordi internazionali su cui pesano il disimpegno statunitense, l’iper impegno turco a favore della nuova Siria, e il benestare delle petromonarchie. Progetto: un nuovo piccolo ordine in quel tratto di medioriente siriano, che resta precario, ma non vuol essere libertario neppure nel futuro dibattuto dai vertici kurdi. Che avevano dovuto ingoiare il frazionamento dei cantoni del Rojava con tanto di diminuzione del territorio anto controllato a causa la creazione delle aree di tutela turca imposte dall’esercito di Ankara. Quindi anno dopo anno, negli ultimi cinque, un ridimensionamento dei loro spazi politico-militari fino all’inquadramento nelle nuove Forze Armate siriane accettato di recente dal vertice, maschile, delle Forze Democratiche Siriane. Tutto questo è noto, quasi nel dettaglio. Meno spazio hanno avuto le voci femminili ricercate solo ultimamente, a cose fatte, anche da quei media mondiali a cavallo fra il mainstream e l’indagine sul campo che non disdegna le ragioni dei perdenti. Così, ad esempio, giorni fa su Le Monde appare il rammarico d’una di queste risolute donne nel riassumere tutto ciò contro cui hanno lottato e che ora rischia il colpo di spugna: la poligamia (o meglio poliginia), i matrimoni imposti alle minori, il tutore parentale garante per gli spostamenti femminili, le violenze domestiche. Tutto ciò rischia di tornare, almeno nei fantasmi comportamentali ben conosciuti dalle combattenti kurdo-siriane. Cancellando una lotta iniziata nel proprio ambito culturale anche prima dell’idea dell’autogestione nel Rojava, lavorando su fattori comportamentali che, se aiutati da norme rispettate nella comunità, riuscivano a rappresentare l’embrione d’una società paritaria di genere. Aneliti di femminismo che non solo rischiano d’essere schiacciati a vantaggio del sempiterno maschile, ma regressioni verso gli aspetti bui del fondamentalismo islamico in materia di legislazione familiare rispetto a diritti civili come quelli riguardanti il divorzio e la gestione dei figli. E’ soprattutto quest’orizzonte che preoccupa le combattenti kurde, non quanto hanno ascoltato riguardo a un loro futuro nel nuovo esercito solo se accetteranno d’indossare l’hijab. Il velo è un simbolo, la sostanza di perdere la rappresentanza politica che avevano finora è molto, molto più pericolosa. Affermano che la società kurda non accetterà mai leggi ostili alle donne e non lo dicono per scaramanzia ma per convinzione anche dei loro uomini. Che comunque politicamente sotto scacco, hanno creduto alle guarentigie della nuova gestione a Damasco.

mercoledì 18 febbraio 2026

Chiusure e speranze

    


“La prima fase si è conclusa con lo scioglimento dell'organizzazione (Pkk, ndr) e la fine della lotta armata. Passeremo ora all'aspetto dell'integrazione, che è la questione centrale della seconda fase” parole del capo storico del Partito dei lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan dall’isola-prigione di Imrali dov’è tuttora recluso. L’ha ribadito di recente in un colloquio col deputato Mithat Sancar del Partito dell’uguaglianza e della democrazia (Dem), recatosi a visitarlo. Quest’ultimo ne ha reso pubblici i pensieri con un’intervista a un’emittente televisiva. E’ trascorso un anno dal primo pronunciamento anti armatista di ‘Apo’, come i seguaci chiamano affettuosamente il proprio leader. Nella sua ricostruzione politica aveva sottolineato come negli anni Ottanta, in una Turchia erede delle feroci dittature militari, non ci fosse spazio per qualsiasi rivendicazione della pur cospicua minoranza kurda (su quel territorio l’etnia sfiora i trenta milioni di cittadini). Perciò le due voci che il neo formato partito d’ispirazione marxista-leninista si dava, erano: propaganda e azioni armate. Ora il grande capo, che già in altri momenti (2009-2012) aveva aperto trattative col regime di Erdoğan pur nella contrarietà dell’ala militarista del Pkk, ritiene ci sia spazio per una "integrazione democratica". Gli ultimi fedelissimi alla linea originaria del gruppo hanno deciso di abbassare le armi, consegnarle, addirittura bruciarle, tanto per offrire un segnale perentorio ai nemici d’un tempo. Nei mesi scorsi le notizie su una decisione definita storica da parecchi politologi e osservatori, sono state comunque limitate. I gruppi organizzati militarmente in Iraq e Siria hanno seguìto i passi dettati dal Gotha dirigente con ampia ricaduta sugli eventi locali che nella fascia settentrionale siriana denominata Rojava segnava la dolorosa perdita di gran parte delle zone controllate dalle Unità di difesa del popolo. Quella continuità amministrativa nel nord-della Siria non esiste più. 

 

 

La geopolitica l’ha sacrificata a un realismo che ha visto rafforzare le posizioni turche a sostegno del piano nazionale dell’attuale presidente siriano Al Shaara, un piano insidiato da Israele che preme per il frazionamento di quell’intero Paese a proprio vantaggio. Ancora una volta, pur con le armi in pugno, l’etnia kurda è risultata un vaso di coccio rispetto a interessi internazionali. E’ stata utile nella lotta allo Stato Islamico ma non lo è al progetto di ‘pacificazione’ d’un territorio che cerca un nuovo assetto interetnico dopo il regime di Asad. Questa la valutazione degli Usa, sostenitori para bellici delle Forze Democratiche Siriane durante la ‘guerra civile’, diventati, non solo sotto l’amministrazione Trump, assertori d’una stabilizzazione richiesta dal mondo arabo, quello affaristico in primo luogo. I kurdi hanno accettato sotto la supervisione dei clan dei Masoud e Nechirvan Barzani e Bafel Talabani, il ceto della ricchezza petrolifera del Kurdistan, che rischia poco e solidarizza a singhiozzo con le altre comunità. Ma l’assenso è venuto anche dall’occhio lanciato gli ostacoli, quello del citato Öcalan e dei rappresentanti militari delle YPG. La fase nuova in cui credono i sostenitori de “l’integrazione democratica” in Turchia, Siria, Iraq (l’Iran resta ai margini per i subbugli interiori legati alle contestazioni del potere centrale) è un percorso, certamente tutto da scrivere, però diverso dai progetti trascorsi.  "In Siria l'integrazione non è una semplice fusione.  In Turchia il riconoscimento dell'esistenza e dei diritti kurdi, la democrazia e la tutela di tali conquiste sono una parte fondamentale di questo disegno" sostiene Sancar. Incredibile a dirsi oggi le aperture per Öcalan, che chiede di concludere una personale reclusione in atto da ventisette anni, vengono dal capo dei Lupi grigi. Il nazionalista Bahçeli, strettissimo alleato del presidente turco, fa esplicito riferimento al "diritto alla speranza" basato su un principio giuridico della legge turca rivolto agli ergastolani. Costoro, dopo aver scontato una buona parte della pena, devono avere la possibilità di rilascio. Bahçeli aveva già parlato della scarcerazione di Demirtaş (parlamentare del Partito democratico dei popoli recluso dal 2016) e proposto il reintegro dei sindaci rimossi. 


lunedì 16 febbraio 2026

Uomini e topi

   

 


Erano più soli e triturati da un perverso destino i braccianti George Milton e Lennie Small a Hill Country negli anni Trenta del Novecento o lo sono oggi nell’abbandono del mondo i familiari di Fayez al-Jadi? Questo padre palestinese, che sotto le vessazioni perpetuate da Israel Defences Force nei due anni dell’orrore per una dozzina di volte ha fatto avanti e indietro fra il nord e il sud della Striscia di Gaza, racconta in un’intervista all’emittente Al Jazeera la grama condizione esistenziale di moglie e figli. I ratti mangiano le tende dove siamo costretti a vivere. Ci camminano addosso mentre dormiamo. Mia figlia di diciotto mesi se li è trovati sul viso. Ha gastroenterite, vomito, diarrea e malnutrizione”. Ratti, mica il topolino che il gigante Lannie carezza in cerca d’un morbido conforto per mitigare una cronica mancanza d’affetto. Tutto sommato Lennie mangiava, a Gaza si rischia d’essere mangiati dai topi. La gente della Striscia sta molto peggio degli straniati braccianti stagionali nell’America strangolata dalla ‘Grande depressione’ descritta nel romanzo di John Steinbeck. I gazawi conoscono genocidio e oppressione, affamamento e privazione di tutto. La crisi sanitaria predisposta dallo Stato d’Israele, perseguitando le agenzie Onu e le Ong come Médecins sans Frontières dedicate a sostegno e cura di gente già martoriata dalla carneficina dell’Idf, raggiunge uno stadio di non ritorno. Senz’acqua corrente e col sistema fognario distrutto le malattie infettive si diffondono, mietendo ulteriori vittime. Attualmente la scabbia azzanna i bambini più dei cani randagi che vagano in cerca di cibo. Lo cercano anche i ratti descritti dal genitore intervistato che infestano tutto, visto che i militari di Tel Aviv impediscono da settimane l’accesso alla principale discarica di Gaza e l’accampamento di al-Taawun soffoca fra i rifiuti. Le micro discariche sviluppatisi non lontano dalla tendopoli costituiscono un pericolo assoluto per la popolazione, cui comunque non è consentito d’accatastare i rifiuti altrove. Secondo le stesse autorità del luogo i sopravvissuti dalle bombe a fusione sono al cospetto d’un altro ordigno tossico e infettivo. Le aree popolate come Yarmouk risultano egualmente a rischio sanitario. La quotidiana lotta per la sopravvivenza ha raggiunto un punto di rottura “Giuro su Allah - dice una madre - che mangiamo il pane dopo che i topi ne hanno mangiato”. Altrove, a Washington, nei progetti del ‘Bord of Gaza’ inventato da Trump per soddisfare la sua foia di potere e denaro s’inizia a discutere d’un progetto che se ne infischia del futuro palestinese e delle stesse emergenze attuali.  Ventidue Paesi partecipanti (Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaijan, Belgio, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan) e l’Italia aggregata come osservatrice. Promesse d’investimenti: cinque miliardi di dollari. Per fare cosa? Lo decide il tycoon biondo. Per ora a Gaza uomini e topi si rincorrono.