“Cerco di amarti nella solitudine perché nella solitudine nessuno ti possiede tranne me. Scelgo di adorarti a distanza perché la distanza mi proteggerà dal dolore. Scelgo di baciarti nel vento perché il vento è più gentile delle mie labbra. Scelgo di tenerti nei miei sogni perché nei miei sogni non hai mai fine”. E’ sull’onda degli struggenti versi di Jalal al-Din Rumi e di certa passione, umanissima prima che confessionale, che il moderno viaggiatore può percorrere in volo il mare lattiginoso di nuvole sotto di sé e riuscire a carezzare una o più delle leggiadre cupolette del monastero Mevlevi. Oppure può farlo dall’oriente della trapuntata Cappadocia, inanellando chilometri su chilometri lungo il grandioso campo rurale della provincia-granaio di Konya. O ancora calando dal ponte euroasiatico della straripante Istanbul fino a trovare spazi e cieli immensi.
Oggi non è in quel sacro recinto che l’ascetica danza viene donata all’occhio dell’osservatore dalla roteante schiera dei sufi. Il sema si materializza più in là, a mille passi dalla dimora eterna del venerato Maestro. In un’arena acconcia creata all’inizio dell’attuale Millennio dalla locale municipalità. Lì viene celebrato il rito estatico divenuto attuale attrazione di tanto turismo votato a immortalare. Lì il clic e il fermo immagine sul capo pendente, sulla palpebra socchiusa, sullo sguardo sognante dei monaci sono l’epifania d’una partecipazione anche esterna al culto atavico, ora spettacolarizzato dalle aspettative di chi palpita pur solo osservando.
Ma sulla scena circolare, dietro quei passi che sotto la vista di Meidanci Dede sono meditazione e ascesi, vive l’unicità di fondere corpo e anima. Movimento e abbandono. Individuo e comunità. Terra e cielo. Armonia e poesia. Arte tersicorea e prece. E l’ipnosi generata dal ney come un soffio divino s’innesta sul battito del bendir capace fa muovere i corpi. Rotazione e rivoluzione, uomini come pianeti, equilibrio della fisicità universale. La semplice complessità della vita, il suo ciclo che prevede morte e rigenerazione, la stamina che è tenacia e forza. Resistenza e rilancio energetico, gioia misurata nello stare perfettamente insieme senza strafare, misurando passi e oscillazioni alla stregua d’un pendolo dal moto intonato e gentile nei suoi battiti d’un tempo infinito.
Chissà cosa ispirava il Maestro mentre concepiva quest’originale preghiera dalla melodiosa spirale. Sicuramente quiete attiva opposta all’impeto che nella girandola prospetta turbinìo e gorgo tempestoso. Qui il moto è consonanza e precisione, pacifica sintonia illuminata dalla tennùre, la candida veste gonfiata dalla geometrica cadenza. Il magnetismo creato fa addirittura applaudire, a fine corsa, una scolaresca femminile all’apparenza kemalista e laica, mentre il meticoloso rituale del ritiro combacia al millimetro col percorso dell’apparizione. Qualche visitatore chiederebbe addirittura un autografo a ciascuno dei ruotanti, tanto l’incantesimo ha rapito il suo raziocinio. Invece c’è solo posto per l’umile e alternato chinare collettivo del sikke, feltro che spersonalizza, rende eguali e fratelli. Il derviscio si ritira, felice per sé e per tutti d’aver contribuito a un’estasi profondamente umana.







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