sabato 8 maggio 2021

Kabul, sabato rosso sangue

Ancora donne e ragazze. Ancora Dasht-e Barchi, l’area sciita di Kabul. Ancora morte, ancora sangue. Sangue senza pietà che lascia a terra un centinaio di persone, quaranta vittime e circa sessanta di feriti. Tanti ne arrivano all’ospedale di Emergency, dove i letti quasi non bastano.  L’ennesimo attentato - diviso su tre esplosioni: un’autobomba e due ordigni improvvisati - si è sviluppato nel pomeriggio, quando le studentesse d’una scuola del quartiere abitato dalla comunità hazara stavano uscendo dopo la fine delle lezioni. La zona è stata più volte deturpata da attacchi, un anno fa con l’agguato senza cuore a un ospedale pediatrico di Médecins Sans Frontières nel corso del quale vennero assassinati addirittura neonati. Quello fu un crimine dell’Isil afghano, questo di oggi non è stato rivendicato, ma c’è chi giura che la matrice sia la stessa. I talebani, prim’ancora di ricevere accuse di responsabilità, che l’attuale governo volentieri rivolge loro, si sono dichiarati estranei e hanno condannato l’azione. Il presidente Ghani non ha perso l’occasione per accusarli pur non potendo esibire prove da parte degli uomini dell’Intelligence, solitamente in ritardo su tutto. Ha dichiarato: “I talebani con l’escalation della loro illegittima guerra, si mostrano ancora una volta non solo riluttanti a risolvere i problemi, ma complicano la situazione”. Parole di chi non sa cosa dire e fare, di chi si sente abbandonato dagli stessi mallevadori d’un tempo che hanno organizzato il ritiro militare entro l’11 settembre. Di fatto il rientro delle truppe Nato pone in seria difficoltà l’esercito afghano che, nonostante il decennio di cura, preparazione, finanziamenti e ogni tipo di sostegno ricevuto dall’Occidente non è in grado di garantire la sicurezza al territorio e alle Istituzioni. Intanto la fase di transizione è incertissima, i talebani dovrebbero far parte d’un esecutivo provvisorio su cui è contrario una parte dell’attuale establishment che però non ha né forza bellica, né presa sulla popolazione. Quest’ultima continua a essere bersaglio di contendenti spesso anonimi, come gli attentatori dell’Isil. L’agenzia Onu dell’Unama ha riferito che nei primi tre mesi di quest’anno le vittime civili hanno superato la quota di quelle registrate nel 2019.

mercoledì 5 maggio 2021

Afghanistan, Essi furono

Sarà la data del “Cinque maggio” rimasta nella memoria letteraria, oltre che in quella storica, con l’Ei fu manzoniano, ma oggi il Corriere della Sera dedica due pagine alle vittime italiane in Afghanistan, che sono, anzi erano, militari. Vittime delle “missioni di pace” Enduring Freedom (2001-2006) e Isaf (2006-2014) come le hanno chiamate i governi nazionali, appoggiando i piani del Pentagono e della Cia, poiché anche quando tutto passò sotto il marchio Nato, erano sempre quelle strutture a dirigere le azioni belliche. Per la cronaca i governi di Roma che hanno inviato truppe in missione (analisti e politologi afghani, dunque non solo i taliban, l’hanno sempre definita occupazione) furono Berlusconi II e III, Prodi II, Berlusconi IV, Monti, e per la successiva missione Resolute Support tuttora in corso, gli esecutivi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi. Insomma tutte le formule politiche e tecniche, di centro-destra e di centro-sinistra, sono responsabili della partecipazione al fallimentare ventennio di guerra afghana nel quale anche il nostro esercito s’è infilato. Scorrendo i volti, in gran parte di giovani uomini sotto i trent’anni, e qualcuno maturo sulla cinquantina (i carabinieri Congiu e De Marco, l’agente dell’Aise Colazzo) troviamo alpini, parà, qualche lagunare, geniere, artigliere anche con precedenti esperienze, prevalentemente in Bosnia. 

 

Immaginiamo che a tutti lo Stato Maggiore Italiano qualche lezioncina di geopolitica l’abbia dispensata, oltre a un meticoloso addestramento su quanto andavano a svolgere. Che per l’appartenenza ai corpi descritti e in virtù dello scenario in atto, non aveva nulla di pacifico. ‘Missione di pace’ era l’edulcorata enunciazione con cui i nostri Governi e Parlamento, e l’informazione mainstream che li supporta e li decanta, motivavano il finanziamento annuale: otto, novecento milioni di euro per un totale di 8,5 miliardi di euro (i conteggi si fermano al 2018). Questo ha pagato la comunità nazionale, accanto alle cinquantatré bare di chi vi ha preso parte. Tributo frutto più di un’omologante subordinazione politica che d’imprescindibili obblighi di adesione alla Nato, l’Italia dei partiti è stata totalmente acquiescente verso i contraddittori piani predisposti dai presidenti Usa: George W. Bush, Barack Obama, Donald Trump. E non è assolutamente vero che fosse obbligata a farlo. Nel tempo altri Paesi membri della Nato hanno ritirato le proprie adesioni da operazioni di polizia militare in giro per il mondo. L’Italia no. Senza neppure inseguire sogni di gloria o tatticismi d’altre epoche con cui si spedivano i bersaglieri in Crimea per ricevere sostegno armato ai progetti risorgimentali. Ricordare i  militari caduti è cosa dovuta, chiedersi dell’inutilità del loro sacrificio in una politica estera afona e succube d’un imperialismo mai morto, è doveroso.
Chi come l’artigliere Marco Callegaro prima di suicidarsi - seppure il tragico gesto è stato tacitato nonostante gli espliciti  segnali: il cadavere riverso nel suo ufficio di Kabul, la testa violata da un colpo partito dalla pistola d’ordinanza - scriveva alla moglie Beatrice: “Sono dentro una cosa più grande di me”, è sicuramente vittima della politica decisa a Palazzo Chigi, alla Farnesina e ratificata a Montecitorio. Possiamo nutrire pietà per i morti, fra cui c’è il romano di fatto e di nome Alessandro Romani, un assaltatore della Task Force 45, reparto d’eccellenza agli ordini della Cia, quegli organismi che per anni hanno praticato nelle province afghane extraordinary rendition. Purtroppo conosciamo cos’erano queste azioni: s’irrompeva nelle case sospettate di ospitare combattenti, si prelevano civili, li si portavano nelle basi Nato, eseguendo interrogatori. Human Rights Watch ha in più occasioni denunciato le torture praticate su gente comune in simili interrogatori. Osservatori internazionali hanno ribadito che queste pratiche hanno ampliato considerevolmente il consenso talebano in un popolo vessato. Nel ricordare i militari italiani caduti in Afghanistan la politica nazionale dovrebbe promettere: mai più. Mai più vittime avvolte nel tricolore, mai più vittime del tricolore. Morti nostri e morti d’una scellerata politica nazionale, voluta o inconsapevole al servizio di Stati sedicenti amici.

martedì 4 maggio 2021

West Bengala, il bruciante tributo di Modi al passato

In queste ore si fa un gran parlare della sconfitta elettorale del premier indiano Modi. In realtà le elezioni statali (paragonabili alle amministrative dell’Occidente, solo con numeri oggettivamente ciclopici) non rivestono un’importanza simile alle politiche. Eppure le aspettative che proprio il Primo Ministro aveva creato nel più popoloso dei cinque luoghi chiamati alle urne, il West Bengala, avevano da due mesi accentrato l’attenzione dei media interni e internazionali. Sia per le criticità della pandemia in forte risalita dal mese di febbraio, tanto che diversi scienziati e ricercatori chiedevano alla politica nazionale di rinviare l’appuntamento, sia per la difficile gestione dell’organizzazione che ruotava attorno a una campagna elettorale basata su raduni numerosi e pericolosi per la promiscuità creata. Narendra Modi – superficiale e borioso, carente e incapace, un Bolsonaro asiatico – ha tirato dritto mentre il Paese, settimana dopo settimana, accendeva ogni giorno migliaia di pire per la cremazione delle vittime del Covid. Inseguiva Modi un riscatto in un luogo evocativo, appunto dove Calcutta è capitale, la patria di Syama Prasad Mukherjee, un politico d’inizi Novecento e fondatore del Bharatiya Jan Sangh. Questo è stato il partito della destra hindu, considerato il braccio parlamentare del Rashtriya Swayamsevak Sangh a sua volta braccio armato, nel senso letterale del termine, e tuttora responsabile d’inaudite violenze contro avversari e gente comune. 

 

Insomma si trattava d’intervenire in grande stile nella regione dove le radici dell’attuale partito di governo, Bharatiya Janata Party, si sono sviluppate. Da qui l’iperattivismo del Capo dell’Esecutivo che sognava un rilancio nel popoloso Stato dell’est, nominalmente è definito occidentale per distinguerlo dal Bengala orientale, diventato dal 1971 Bangladesh. L’uno e l’altro sono la complessa metamorfosi d’una spartizione legata all’annosa vicenda post indipendenza che nel 1947 ha creato India e Pakistan, nazioni condizionate dal rispettivo orientamento religioso. Il West Bengala nel trentennio 1977-2007 ha conosciuto la guida d’una coriacea coalizione marxista; poi ha visto spuntare la figura d’una donna fortemente amata e premiata elettoralmente dalla sua gente: Mamata Benerjee. Poco più che ventenne portava nel Partito del Congresso, afflitto da intrecci e intrighi della dinastia familiare Nehru: da Indira, figlia dello statista Jawaharlal, a Rajiv Ghandi, quindi a sua moglie Sonia, una ventata di cambiamenti soprattutto su questioni morali e di lotta alla corruzione. Sebbene fra Mamata e Sonia i rapporti siano rimasti cordiali, l’attivista diventata leader vanta un rigore virtuoso da venire indicata come uno dei politici innovatori nel Paese. Smarcatasi dal Partito del Congresso Benerjee s’è posta alla testa d’un movimento diventato gruppo politico, Trinamool Congress, ha speso la sua popolarità in polemica con gli esponenti marxisti, facendosi forza dell’appoggio dei contadini verso i quali ha intrapreso politiche di sostegno. 

 

Per quanto si evidenzi la sconfitta del Bjp nella regione bengalese, i vincitori del Trinamool Congress che appartengono a un’area oggettivamente di destra, non possono sperare di pesare sulla scena nazionale. Localmente, cioè in uno Stato che coi suoi 96 milioni di abitanti è fra i più popolati della Federazione indiana, questo partito è considerato soprattutto la bestia nera del marxismo che nel territorio ha espresso intellettuali e personaggi di cultura. Gli attivisti del Trinamool si godono un successo che umilia l’ottica tradizionalista e machista di Modi costretto a subìre uno smacco personale da una donna, pur navigata come Benerjee. E’ duro da digerire anche il vitalismo con cui l’indomita avversaria, oggi sessantaseienne, ha proseguito la campagna elettorale su una sedia a rotelle per un infortunio occorsole durante un comizio. Sarebbe stato meglio che il Bjp, intenzionato a risalire la china in quella zona del Paese, non avesse esposto il Primo Ministro, poiché perdere il 30% di preferenze rispetto alle politiche di due anni fa con Modi impegnato nei raduni piazza, oggi criticatissimi, costituisce un palese boomerang. Da Delhi, velata dai roghi delle pire, i think tank di governo sostengono che la massa hindu dimenticherà questa sconfitta. I tre anni dalle prossime elezioni possono essere riempiti di grandezze da rilanciare sui tavoli del G20, nei consessi della geopolitica mondiale dove Modi è invitato come attore di peso. Però il racconto di un’India ‘fabbrica e farmacia del mondo’, che dunque lo sostiene e soccorre, è soffocata dalla carenza d’ossigeno quintessenza del disastro sanitario. Bisognerà vedere quanto durerà la crisi. Se dovesse prolungarsi, le stragi pandemiche potranno condizionare il collante del nazionalismo religioso e squilibrare quella che è stata definita l’ipnosi del consenso indiano. 

 

domenica 2 maggio 2021

India elettorale dove il contagio schizza alle stelle

La vita deve proseguire, la politica deve procedere. La pandemia può fare più vittime ma non importa, perché i due momenti - così come i riti religiosi o il pellegrinaggio del Purna Kumbh Mela comunque realizzato giorni addietro - necessitano di rivitalizzazioni e celebrazioni. E oggi l’India delle urne guarda chi vince e stabilisce nuovi equilibri, come il Trinamool Congress nel Bengala occidentale che nell’ultimo decennio ha cancellato la trentennale supremazia del partito comunista, indiscusso amministratore del popoloso Stato dov’è Calcutta (5 milioni di abitanti su un totale di 93). I cinque territori (West Bengala, Kerala, Tamil Nadu, Assam, Puducherry) dove nelle recenti settimane si è votato raggiungono i 230 milioni di abitanti. Una quota consistente seppure non gigantesca. Del primo abbiamo detto, la sinistra si conferma nel profondo sud in  Kerala e Tamil Nadu, mentre il governativo Bjp guida gli altri due Stati. Però nei tre mesi in cui la campagna elettorale s’è sviluppata raduni e comizi hanno messo gomito a gomito, faccia a faccia, fiato a fiato decine di migliaia di persone, d'ogni partito. Tutte incuranti di protezioni, invasate nel seguire i politici e gridare come loro e più di loro. Tutte guardate da qualche agente, non di più. Questi comportamenti hanno indubbiamente contribuito all’incremento delle infezioni che a livello nazionale sfiorano quotidianamente il mezzo milione, quelle accertate, così come per le quattromila vittime note, visto che ce ne sono centinaia e centinaia di non registrate e immediatamente cremate su pire di fortuna per il rischio d'ulteriori epidemie. 

 

Il governo centrale, quelli locali si son guardati bene dal rinviare queste consultazioni nonostante la crescita esponenziale dei picchi epidemici già da fine gennaio. Alcuni studiosi hanno messo a confronto la situazione di venti Stati dove non si votava con i cinque impegnati nei seggi. I grafici indicanti la crescita che, ovunque dal mese di marzo, mostrano una salita ripidissima, nelle aree che hanno ospitato manifestazioni elettorali raggiungono una verticalizzazione assoluta. Naturalmente viene anche ricordato come a fine 2020 l’Esecutivo Modi si cullasse nell’illusione che la peggiore ondata nel Paese, quella vissuta da aprile a ottobre scorsi, fosse attenuata, da lì anche la scarsa preoccupazione per la campagna vaccinale e lo stesso reperimento di materiale sanitario, compreso l’approvvigionamento dell’ossigeno, la cui carenza da settimane fa morire cittadini perché  i malati gravi sono diventati milioni. E non si hanno spazi attrezzati dove poterli ricoverare. Il disastro era annunciato da mesi, ma si è andati avanti egualmente con la possibilità d’infettare sempre più gente, com’è avvenuto con queste elezioni. La situazione critica è generalizzata, però dove i presidi minimi vengono usati con maggiore attenzione (nel Maharashtra e Gujarat)  l’esplosione pandemica risulta più contenuta.

mercoledì 28 aprile 2021

Iran, le verità strappate a Zarif

Il clima delle presidenziali iraniane, previste per il prossimo 18 giugno, subisce una fibrillazione dopo la rivelazione del colloquio-verità effettuato dal ministro degli Esteri Zarif con un giornalista vicino all’attuale presidente Rohani, Saïd Leyaz. Alcuni passi di quest’intervista, effettuata quasi due mesi fa, che rientrava in un programma cosiddetto di ‘storia orale’, sono da due giorni sulla bocca di tutti grazie al media Fars, una delle voci delle potentissime Guardie della Rivoluzione e hanno scatenato un putiferio. Perché il ministro segnala l’invasivo ruolo d’un pezzo da Novanta del regime, il comandante delle Forze Al-Qods Qassem Soleimani, diventato molto più d’un martire dopo il suo assassinio compiuto all’inizio del 2020 da un drone statunitense. Un crimine rivendicato con orgoglio dall’allora presidente americano Trump che avrebbe potuto aprire una crisi armata. Non è stato così. L’Iran non rispose, se non simbolicamente, alla sanguinosa provocazione e la vendetta, pronunciata dalla stessa Guida Suprema Khamenei è rimasta nelle intenzioni. Le frasi diffuse del colloquio di Zarif ribadiscono senza mezzi termini l’ingerenza dell’alto comandante nella politica estera del suo Paese, ogni passo esterno della diplomazia veniva da lui vagliato, approvato, mutato. Zarif dice che in più occasioni il generale autorizzò personalmente sorvoli sul territorio iraniano di aerei russi che portavano sostegno al regime di Asad. L'affermazione può mette in difficoltà i buoni rapporti d’alleanza, e di riservatezza, fra Mosca e Teheran. 

 

Come s’apprende dall’intervento del portavoce di Zarif, parecchie sue considerazioni sarebbero dovute rimanere segrete, la diffusione può solo servire a screditarne l’immagine davanti alla popolazione e all’elettorato, visto che il ministro sarebbe stato un possibile candidato di peso alle presidenziali. La mossa degli avversari conservatori, soprattutto del cosiddetto partito dei Pasdaran, servirebbe a eliminare un avversario scomodo, scompigliando la componente riformista di cui un altro nome ventilato è Mostafa Tajzadeh. Un politico non certo giovane, è  sessantacinquenne, che ha servito nel dicastero dell’Interno due amministrazioni di Mohammad Khatami nel 1998 e poi dal 2003 al 2005. Tajzadeh cadde in disgrazia durante le presidenziali del 2009, dove Ahmadinejad ribadì il suo incarico nonostante le accuse di brogli e l’amplissima protesta di piazza denominata ‘onda verde’. L’ex ministro venne accusato, come migliaia di attivisti riformisti e oppositori all’ala tradizionalista, e incarcerato a Evin, prigione periferica della capitale. Ne uscì nel 2016. Difficilmente la sua candidatura passerà la selezione prevista dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Così due concorrenti di peso del riformismo iraniano verrebbero entrambi bloccati. Speranze maggiori le ha Ali Larijani, non foss’altro che per il suo passato di Presidente del Parlamento. Le posizioni moderate, simili a Rohani, gli consentirebbe di raccogliere il sostegno dei progressisti rimasti orfani di candidati. 

 

Sul versante ultraconservatore si fanno i nomi dell’ex comandante delle Guardie della Rivoluzione Mohsen Rezaï, 67 anni, già candidato nel 2009 a cui elettori e supervisori gli preferirono l’ex basij Ahmadinejad, poi scaricato da Khamenei per il suo percorso d’adesione al misticismo dell’Hojatiye, il movimento che attende l’arrivo dell’Imam nascosto. Ma anche per contestazioni su operazioni poco limpide della sua seconda gestione, probabilmente entrate in conflitto con le Bonyad clericali e dei Pasdaran. Quindi Hossein Dehghan, 64 anni, anch’egli appartenente alla famiglia dei Pasdaran, presente sia nell’amministrazione riformista Khatami, seppure come vice ministro della Difesa, che ministro sempre di quel dicastero nel 2013 con l’avvento di Rohani. Più giovane, 57 anni, è Rostam Ghasemi, diventato ministro del Petrolio nel 2011, quando il crescente ostracismo rivolto all’entourage di Ahmadinejad, isolava inesorabilmente il presidente in carica. Garantisce Ghasemi l’ex appartenenza al corpo dei Pasdaran e il sostegno dell’allora capo del Majles Larijani. Un punto di forza di Ghasemi è la presidenza del gruppo economico Khatan al-Anbia, uno dei pilastri del potere tecnico-economico dei Pasdaran. La holding controlla più di  ottocento società e gestisce un’infinità di contratti governativi. Con oltre 40.000 dipendenti (25.000 solo ingegneri) interviene nell’edilizia (autostrade, ponti, tunnel, dighe), acquedotti, gasdotti, oleodotti. 

venerdì 23 aprile 2021

Afghanistan, Blinken spiazzato e l’araba fenice del ritiro

Solo la Superlega del calcio Paperone, agognata da Perez e dalla quarta generazione Agnelli, ha ottenuto un flop più vistoso di quanto registra il piano preparato da oltre un mese dal Segretario di Stato americano Blinken. Domani a Istanbul non si sarà alcuna continuazione dell’interrotta trattativa di Doha. Il politico statunitense è stato snobbato dai talebani, che già da dieci giorni annunciavano la loro assenza, sottolineando un’assoluta disapprovazione ai proclami del presidente Biden. Per i turbanti le truppe d’occupazione Nato devono sloggiare il primo maggio, come pattuito e firmato dalla delegazione americana quattordici mesi addietro, non l’11 settembre. Due giorni fa anche la Turchia s’è smarcata, e tramite il ministro degli Esteri Çavusoğlu ha comunicato che ogni incontro sul tema afghano è rimandato alla chiusura del Ramadan, metà maggio. America sola e isolata, dunque, perché le altre potenze invitate ovviamente prendono atto della cancellazione. La grana per la Casa Bianca s’allarga, visto che l’uomo dei comunicati talebani, Neem, rincara la dose: una presenza armata occidentale successiva al primo maggio non vincola più gli studenti coranici al rispetto delle clausole firmate in Qatar. Questo significa che il ‘cessate il fuoco’ applicato verso i militari Nato, non varrà oltre. Essi saranno considerati nemici alla stregua dell’Afghan National Army che ha continuato a essere un bersaglio. Maggio è tradizionalmente il mese clou della ‘campagna di primavera’ con cui l’insorgenza talebana negli anni passati ha attaccato truppe e basi. Perciò i generali Nato, impegnati a programmare la smobilitazione, si trovano davanti a un’incognita non da poco. 


Claudicante appare il percorso diplomatico della nuova amministrazione Usa, che volendo riprendere uno spazio adeguato nell’area mediorientale dove i pasticci di Obama e il disimpegno di Trump hanno creato un decennio di vuoto, vede ora la presuntuosa apparizione della coppia Biden-Blinken davanti a personaggi che non pendono certo dalle loro sottili labbra. Russia, Cina, la stessa India - pur zavorrati da problemi di tenuta interna, oltre a quelli prodotti dalla pandemia - hanno programmi propri, li confrontano e li incrociano da tempo. Gli altri attori regionali che gli stessi americani vogliono al tavolo: Turchia, Pakistan, e anche Iran, vantano relazioni con le predette potenze che possono far a meno delle offuscate stelle statunitensi. Washington tutto questo lo vede e sta cercando varchi nelle nazioni di confine, soprattutto settentrionale, con l’Afghanistan. Gli Stati Uniti vorrebbero, a suon di dollari, costruire in Uzbekistan e Tajikistan nuove basi aeree. Le dieci tuttora presenti nel Paese che hanno gestito per un ventennio, non dovrebbero sparire; ma la ‘pace’ che la Casa Bianca sostiene di volere non si basa affatto su un disarmo. Del resto ieri il generale McKenzie, responsabile militare per il Medio Oriente, ha evidenziato tutte le perplessità dello Stato Maggiore Usa: dopo il ritiro delle truppe Nato l’esercito locale collasserà, se non continuerà a ricevere armi, fondi (oltre 4 miliardi di dollari all’anno) e consulenze. Ma soprattutto se verrà meno il supporto aereo che, anno dopo anno, ha sbrogliato i conflitti di terra più ostici per i soldati di Kabul. Che la vicenda del ritiro diventi una sorta d’araba fenice del Pentagono?

mercoledì 21 aprile 2021

L’egiziana Laila Soueif, esperta in detenzioni

Nella vita Laila Soueif ha insegnato matematica, tuttora è docente presso l’Università del Cairo. Ma nel corso dei suoi sessantacinque anni è diventata, suo malgrado, esperta in strutture carcerarie. Lì sono finiti il marito, Ahmed Seif al-Islam, avvocato dei diritti, scomparso ormai da sette anni, e il primogenito Alaa Abdel Fattah, oggi quasi quarantenne, internato come il genitore già ai tempi di Mubarak per l’attivismo politico che ne distingueva il carattere sin dalla giovane età. Dopo un arresto e un rilascio in epoca Sisi, Alaa è da due anni nuovamente detenuto, con l’accusa di attentare alla sicurezza dello Stato. Le altre figlie di Laila, Mona e Sanaa, hanno avuto problemi con la giustizia l’estate scorsa, quando assieme alla madre attuavano un sit-in davanti al supercarcere di Tora dove il fratello è rinchiuso. Impossibilitate a visitarlo, a consegnargli una lettera hanno inscenato la protesta, subendo un’aggressione pilotata dalle Forze dell’Ordine (se Intelligence, polizia, guardie carcerarie non s’è mai saputo, ma il manipolo di donne che le ha aggredite agiva su mandato). Le tre Soueif denunciavano anche il pericolo d’infezione che il congiunto e altri carcerati vivevano quotidianamente per il sovraffollamento delle celle, l’impossibilità di mantenere distanze di sicurezza senza i presidi sanitari previsti. Le stesse cose dichiarate dai parenti di Patrick Zaki e di tanti prigionieri meno noti. Anche Sanaa lo scorso marzo è finita in galera, subendo una condanna di diciotto mesi per le informazioni sui rischi di salute causati dal Covid 19, giudicate dalla Corte “false”. Nonostante il riserbo del regime, nelle carceri egiziane si sono verificati decessi per la pandemia. 

 

Però l’impunità regna sovrana, anzi punisce chi lancia l’allarme tramite i social, come ha fatto Sanaa. Suo malgrado la professoressa Laila s’è trovata di continuo a fare i conti con la materia giudiziaria che colpiva la famiglia. Durante la repressione di Al-Sisi ha visto imperversare centinaia di motivazioni che producono condanne. Questioni pretestuose, in gran parte sostenute da un clima a metà strada fra la falsità e la paranoia che attribuisce a qualsiasi pensiero diverso dalle posizioni governative, spesso neppure dissidente, un “pericolo per la sicurezza nazionale”. In base al quale s’imprigiona l’opposizione, s’imbavaglia la stampa, si perseguitano intellettuali e chiunque reclami libertà di pensiero e parola. Verso tutti c’è l’accusa di terrorismo. Nella migliore delle ipotesi la detenzione viene procrastinata di mese in mese in attesa d’una sentenza che s’allontanata all’infinito. Si fa di tutto per indurre in depressione chi subisce simili trattamenti, si punta al suo deperimento fisico che può portare alla morte. E’ accaduto a detenuti famosi, i Morsi padre e figlio, e se per l’ex presidente c’era un sospetto di malattia cardiaca, per il venticinquenne Abdullah lo stress carcerario sembra unito a un’iniezione letale. Laila denuncia da tempo questo stato di cose, non solo per la progenie reclusa, per le stesse condizioni d’una nazione prigioniera nelle galere e fuori, dove chi gira per via è angosciato dalla paura di finire nell’inferno di chi sta dentro. La professoressa Soueif continua a ripeterlo, negli incontri pubblici che tuttora tiene. Dice che non ha nulla da perdere e continuerà.  Continuerà a denunciare anche contro quel mondo che non vuol sapere.