giovedì 6 agosto 2026

“In fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora”

      

Vederlo nelle ultime apparizioni pubbliche, volute da altri o cercate da intervistatori ammirati dal mito, era come specchiarsi a una certa età. Ci si ritrova un po’ acciaccati, segnati comunque da anni inferiori, ma non certo minimi. Dunque vecchi. Schizzava alla mente la strofa di Amerigo: Quand’io l’ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio…” abbracciata a un’affermazione di lui, Francesco Guccini modenese di Pàvana, sulle lodi che Seneca fa della senilità, bollate dal nostro con uno stentoreo: ‘Seneca era un coglione’. Voce dal sen fuggita d’un personaggio anti diplomatico ma gentile e cordiale. Come dargli torto? non solo davanti alla sofferenza d’un fato fottuto che ormai lo privava d’una vista sicura, rivolta alle amate letture, l’essenza della sua arte cantautoriale; ma pure al cospetto del percorso quotidiano che quando s’allunga ti ruba l’energia, il benessere per continuare a camminare, rimirare, ascoltare, provare, riprovare e fare cose. Le tante cose della vita. Che Guccini aveva fatto da piccino, i giochi nel mondo rurale un anno via l’altro in via di sparizione e tutte le esperienze che da ragazzi rendono uomini. Studenti e gazzettieri, suonatori e cantautori. Così lo si rammenta agli esordi: sbarbato, con un maglione da fratelli Karamazov, chitarra al braccio in un biancoenero televisivo mentre narra in una ballata la cupa vicenda d’un bimbo ridotto in cenere e fumo dalla perversione di Auschwitz. Sicuramente era il timbro profondo di quella voce a ipnotizzare senza essere disturbati da un marcato rotacismo, ma erano soprattutto le storie che il cantautore modenese e bolognese con arcaiche radici in appennino, sapeva regalare. Fatti che diventavano leggenda pur parlando di semplici uomini d’un mondo antico e presente ai giorni nostri. Mettere sul piatto il vinile che ruotava e t’immergeva in un evento, era come scivolare fra le pagine di chi sa descrivere momenti e intrecci della Storia. Potevi scorrere Jack London e Beppe Fenoglio o ascoltare Radici. “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava. Con che voce parlasse, con quale voce poi cantava” E ancora “… E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano. Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite".

 

Era come leggere: “E, all’improvviso, là fuori dove un grande spruzzo si solleva al cielo, come una divinità marina che si solleva dal tumulto di schiuma e dal bianco ribollente, sulla vertiginosa, traballante, sovrastante e ricadente precaria cresta appare la testa scura di un uomo. Rapidamente, si alza attraverso il bianco irrompente. Le spalle nere, il petto, i fianchi, le gambe – tutto ci viene proiettato bruscamente davanti agli occhi…”. “… Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”. Davanti a simili descrizioni puoi avere quindici oppure ottant’anni, resti comunque rapito da parole, testi, fatti, immaginazioni. E’ il potere della Letteratura, vergata con la maiuscola, quella che Guccini ha divorato per anni restituendo liriche incomparabili. E non era solo l’epica dell’’America come Atlantide’ e della ‘bomba proletaria’, c’era il sentimento del ricordo a segnare un’esistenza di amori e passioni, di sensazioni espresse con la tenerezza d’uno sguardo. “E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei…” Più di Madame Bovary la morbidezza di questa strofa circola nelle teste nostre da oltre cinquant’anni. E all’infinito possiamo ripeterla, dondolando fra il vagone e il magone. In età piuttosto matura ci regalava la sua Signora Bovary, brano e album di completezza assoluta, davanti ai Bertocelli che l’avevano da un pezzo seppellito e a chi diceva che Guccini fosse solo parole, eccole note avvolgenti fuse con lemmi esistenziali in un mix di melanconia struggente, marcata dai sax tenore e soprano di Antonio Marangolo. “Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi, di mezza festa e di quasi male. Di coppie che passano sfilacciate come garze stese contro il secco cielo autunnale…” Per Guccini-Bovary in fondo all’oggi c’era comunque la notte, in un viaggio completo vissuto a pieno.

mercoledì 5 agosto 2026

Velare


  

Se gli ultimi mesi di vita iraniana sono stati tempestati di minacce e attacchi statunitensi e israeliani, con bombe, sangue e morti prevalentemente civili, quasi cinquemila, più tre o quattro milioni di sfollati interni, le immagini provenienti dalla quotidianità scandita da avvenimenti pubblici come i solenni funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei e degli altri morti nell’attacco del 28 febbraio scorso, hanno sempre mostrato donne in chador al seguito delle manifestazioni di sdegno, lutto e orgoglio. Su quest’onda, politica prima che emotiva, la componente conservatrice della società e delle istituzioni rilancia un ritorno al passato in materia d’abbigliamento, criticando la sospensione della legge sul velo diffusamente accettata nel 2024. Le contestazioni di quella direttiva erano diventate endemiche alla fine del 2022 dopo la morte di Masha Amini, accusata da un controllo della polizia morale d’essere una ‘malvelata’, e avevano avviato il movimento “Donna, vita, libertà” che dalle proteste sui costumi allargava sguardo e critiche sulla mancanza di libertà e la conseguente repressione in ampi settori della vita civile. La lotta per i diritti s’intrecciava al malcontento sociale, gli oppositori della Repubblica Islamica, interni e fuoriusciti, fomentavano una ribellione al sistema degli ayatollah. Le conseguenze sono note: vittime per via, arresti e condanne a morte. Ma nel 2024 dall’elezione alla presidenza di Massoud Pezeskian, l’apparato istituzionale, pur condizionato dalle varie componenti storicamente presenti nel Parlamento e negli organi di potere clericale e militare, applicava una tolleranza estetica proprio nei confronti d’uno dei simboli del verbo khomeinista: l’obbligatorietà del velo nelle apparizioni pubbliche femminili. Nel contrasto fra politica riformista e tradizionalista, la disputa attuata dalle cosiddette ‘malvelate’ risaliva oltre vent’anni prima. Durante l’amministrazione del più riformista fra gli ayatollah saliti alla presidenza: Mohammad Khatami. 

 

L’attuavano prevalentemente donne giovani o dei ceti benestanti, non che rifiutassero di portare l’hijab ma l’indossavano in maniera ‘sbarazzina’ e volutamente ribelle verso le regole e le ronde della Gašt-e Eršâd. In quella fase un po’ erano represse fermate e multate, un po’ erano tollerate, ma solo nei quartieri ricchi della capitale e successivamente in qualche angolo ‘occidentalizzato’ delle città turistiche come Esfahan e Shiraz, non certo a Qom, a Yadz e soprattutto Mashhad, dove lo stesso flusso turistico dall’estero resta condizionato da norme religiose e comportamentali. Successivamente l’amministrazione dell’altro presidente-ayatollah riformista ma molto più moderato, Hassan Rouhani, alimentò di pari passo colloqui sul nucleare e la speranza di riduzione del feroce embargo dei Paesi occidentali, aprendo braccia e bazar ai flussi turistici. In quella fase vertici politici e popolazione sognavano una cancellazione della punizione dell’embargo, e tante giovani elettrici pur con un velo a mezzatesta lo sostenevano ed erano parzialmente tollerate. L’ondivaga repressione sull’estetica dei costumi, tornata col cupo successore Raisi, è proseguita sino ai citati giorni della violenta morta di Masha. Ora, dopo quasi due anni in cui non la parziale velatura ma capelli al vento, teste femminili orgogliosamente scoperte avevano invaso le strade, mica solo nei quartieri più giovanili e spigliati della capitale come Tajrish ed Elahieh ma pure in aree decentrate e popolari; ora che donne svelate s’erano viste pure nei raduni di difesa del suolo patrio contro la guerra imperialista dei due Satana yankee e sionista, tornano le restrizioni soggettive e oggettive. Dai social si apprende che certi caffè e locali pubblici di Teheran sono stati avvertiti e taluni chiusi d’autorità perché frequentati da giovani che non rispettavano il codice obbligatorio di abbigliamento islamico. Se le priorità restano la pace, l’uscita dal soffocamento delle sanzioni e un rilancio dell’economia a favore della cittadinanza, per alcune donne la scelta di non velarsi resta un punto di non ritorno.  

lunedì 3 agosto 2026

India matrigna

  


Cosa pensano gli “scarafaggi” indiani fuoriusciti dal web e tracimati nelle strade d’un Paese che s’illude e un governo che abbaglia i suoi figli? Pensano e gridano che il presunto gigantismo nazionale in chiave hindu è un pericoloso inganno. Perché non vale per tutti e già esclude le categorie a rischio, i fedeli d’altre religioni. Poi perché discrimina troppi cittadini, non solo i derelitti dalit (attualmente calcolati in duecento milioni) che neppure la nascente patria gandhiana riuscì a riscattare e che restano atavicamente collocati ai margini d’una società comunque in movimento. Eppure nell’ultimo trentennio e poco più tale società ha fatto passi giganteschi e fiduciosi dietro alle liberalizzazioni del mercato interno e globale. Però il boom dell’incremento dei redditi, sviluppatosi dal 1980 al 2015, a un certo punto ha iniziato a girare a vuoto; guarda caso è accaduto poco dopo l’ascesa del partito populista di Narendra Modi. Coincidenze? Forse. Fatalità del fato che ha introdotto il blocco assoluto durante la pandemia da Covid-19? In parte sì, ma tutto il contesto mondiale ha risentito di quell’imprevisto, cui s’aggiungono le crisi geopolitiche che penalizzano Stati grandi e piccoli soprattutto se privi di fonti energetiche proprie. I commentatori economici indiani che parlano fuori dal coro degli adulatori del regime di Delhi, ricordano che la linea del Bharatiya Janata Party  schiacciata sul più smaccato liberismo, ha ampliato un orientamento accettato e avallato dallo stesso National Congress ora all’opposizione. Con esse solo un 10-12% dei lavoratori indiani godeva, e gode, d’un impiego sicuro e formale che fosse in una fabbrica, in un ufficio, su un terreno agricolo, in una miniera o in una struttura di servizio. La gran parte del sistema lavorativo continua a essere gestito in maniera informale e sproporzionato fra quella minoranza para-garantita e un esercito di occupati informali più o meno precari. In tal modo lo stesso ceto medio che faceva e fa studiare la prole inseguendo il sogno d’una scalata sociale, ne ha visto solo una parziale attuazione che, peraltro si sta sempre più contraendo. Insomma anche nel popolatissimo est globale gli esecutivi che dovevano governare e stabilizzare posti di lavoro creando certezze sistemiche non hanno fatto seguire alle promesse i fatti. Ne consegue un corto circuito fra la formazione di giovani lavoratori e il loro sottoutilizzo, spesso squalificante rispetto a preparazione e investimenti (sembra una fotocopia dell’Italia con numeri molto più grandi). Tutto ciò continua a originare un’esclusione sociale e una stasi dell’agognato ascensore sociale che ormai per i più risulta esplicitamente fermo. Un pezzo del malcontento sviluppatosi ultimamente attorno ai test universitari per l’ingresso nella facoltà di medicina insieme all’accusa di ‘pastette’ rivolte alle autorità, nasce anche da simili incongruenze, con laureati impossibilitati a esercitare professioni peraltro indispensabili e che rivelano l’esplicito cinismo d’una sopraffazione stipendiale. Dunque sottopagati o espulsi. La disoccupazione è lo spettro che s’aggira fra le stesse classi urbane (con punte del 40% fino ai 25 anni d’età e del 20% fino ai 29) messe di fronte all’amletico dubbio: restare nel Paese adattandosi a impieghi informali o cercare fortuna altrove in un mondo dove i governanti somigliano al premier di casa perlomeno sui vizi di nazionalismo, segregazione, chiusura delle frontiere. Eppure la potenza economica del Bharat tanto cara al ceto politico e imprenditoriale interni lancia parole d’ordine a tutto tondo su sviluppi esponenziali del Paese, che dopo aver superato demograficamente la Cina, pretende di scavalcarla su ricerca scientifica e tecnologica. Peccato che il sistema di pianificazione non ne difenda le menti migliori creando in loro frustrazioni e insicurezza.

sabato 1 agosto 2026

Antidoto all’autocrazia

  

  

La recente spallata ricevuta dal governo indiano di Narendra Modi per opera d’un movimento prima virtuale e giocoso, quindi materializzato nelle strade di Delhi e di altre città universitarie con sit-in pacifici seppure attaccati a randellate e gas lacrimogeni dalla polizia, rappresenta l’ennesima lezione popolare a un regime populista tuttora al comando. Questa lotta è l’ulteriore dimostrazione d’un pluralismo esistenziale presente nella complessità dello ‘Stato-continente’ che il Primo ministro si rifiuta d’accettare.  Immerso com’è nel suo disegno autoritario che dipinge l’India a senso unico, confessionale innanzitutto. La nazione degli hindu (Bharat), patria a una dimensione quella del proprio credo volto a umiliare con pratiche esclusiviste e razziste altre millenarie fedi presenti su quel territorio. Nel suo delirio di supremazia Modi snobba il laicismo dei fondatori del Paese moderno e i suoi ideali anticoloniali. Le crepe al cemento armato di un‘India fanatica e fondamentalista come il suo attuale leader s’erano già viste nel 2019 con le contestazioni alla legge sulla cittadinanza con cui il partito di governo (Bharatiya Janata Party) discriminava, e discrimina, gli abitanti islamici. Neppure un anno dopo la ‘pace sociale’ interna, lanciata dal primo mandato di Modi (2014), incontrava il calloso impatto delle mani di bracciati e contadini mobilitati contro una presunta riforma volta a intaccare il mercato dei piccoli agricoltori a vantaggio di multinazionali interne e internazionali. Con un Pil ancora al 50% frutto del lavoro dei campi quella lotta ha rappresentato non tanto un braccio di ferro fra vecchio e nuovo, ma la forza della manualità rurale che resiste allo strapotere delle holding e alla propria inesorabile migrazione. Durata diciotto mesi, coi toni più che irruenti dei blocchi stradali, degli assedi ai palazzi del potere, della sfida a una polizia assassina che ha reso cadaveri oltre seicento manifestanti anche quella è risultata una lotta vincente davanti alla quale Modi e i suoi ministri hanno fatto marcia indietro cancellando le riforme anticontadine. Ma pur ridimensionato alle urne il Bjp ha retto e continua a governare. 

 

Se qualcosa c’è da cogliere nell’ultima sfida, definita da uno zelante magistrato pro regime degli ‘scarafaggi’, che ha prodotto le dimissioni del ministro dell’Istruzione, degne di nota sono la capacità e la rapidità di mobilitazione degli universitari che contestavano i test d’accesso ai corsi di medicina e la solidarietà ricevuta non solo nella categoria di chi s’approccia agli studi accademici, ma della popolazione giovanile, spesso laureata e impossibilitata ad accedere a un mercato del lavoro pronto a valorizzare titoli e capacità. Certo nulla di nuovo, in Oriente come in Occidente, lì dove la disoccupazione giovanile e intellettuale rappresentano piaghe di modelli sociali che non esaltano le risorse in maniera equanime e trasparente, perpetuando caste, lobbies, appartenenze partitiche, favoritismi. E il rilancio d’un metodo di contestazione pacifica che tiene botta davanti alle botte e repressioni varie. C’è da dire che differentemente dai ruvidi soggetti rurali in strada negli anni scorsi, distintisi per barricate e assalti alle forze dell’ordine che riscontravano vittime in maggioranza fra le proprie fila, gli studenti hanno adottato una gandhiana compostezza e pur percossi e maltrattati (ma non ammazzati) hanno opposto fermezza e scherno alle chiusure mentali prima che amministrative del ministro Pradhan. Uomo d’apparato, già a capo del dicastero di gas e petrolio dal 2014 al 2021, pianificatore dell’energia nel Bharat modiano che pensa da monolitica potenza globale e rifiuta d’osservare la ricchezza delle sue particolarità. Il luogo scelto simbolicamente dagli universitari, il settecentesco osservatorio di Jantar Mantar (letteralmente strumenti per misurare l’armonia dei cieli) assume metaforicamente il valore di scrutare i dettagli e guardare avanti. I loro corpi distesi a osservare di notte gli astri e di giorno impedire passivamente alle guardie di smobilitare una protesta rivolta espressamente contro il sistema d’un potere corrotto che non garantisce futuro ai suoi figli migliori. Per quest’ennesimo fallimento del Bjp e del Primo ministro la politica indiana potrà mettere in discussione la presunta sacralità del suo leader e l’infallibilità della gestione amministrativa che si fa forte davanti a un’ostilità inventata, additando le critiche come un attacco alla sicurezza nazionale, considerando il dissenso un tradimento alla patria. Un morbo che l’autocrazia populista inocula continuamente all’elettore-suddito.



giovedì 23 luglio 2026

Mbs, l’ora del nucleare

  


A chi sì, a chi no. Lo decide Trump sebbene nel Congresso ci siano diversi deputati contrari a un allargamento del nucleare in un’area sconvolta come il Medio Oriente. Eppure in questi giorni arriva l’accordo fra la Casa Bianca e la casa regnante di Riyad sulla possibilità di sviluppare un programma nucleare in Arabia Saudita. Si partirà dall’uso civile e poi chissà, l’arricchimento dell’uranio per l’armamento bellico potrà sempre arrivare. Specularmente è quanto Washington vieta a Teheran in un perfetto gioco di pesi e misure contrapposti. Gli onorevoli statunitensi contrari alla decisione sostengono il rischio d’una proliferazione senza controllo; lo staff trumpiano esalta soprattutto i vantaggi dell’ennesimo affare: saranno aziende e tecnici americani a divulgare la conoscenza e a realizzare gli impianti atomici in quel Paese. La firma fra le parti è prevista per il fine settimana, la sigleranno il Segretario all'Energia Usa Chris Wright e il Ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman. Israele storce il naso, non vorrebbe interferenze nel Medio Oriente vicino, visto che in quello allargato c’è da tempo l’ingombrate presenza degli ordigni indiani e pakistani. Sul tema nucleare il pensiero corre immediatamente alle bombe atomiche finora simbolo di deterrenza, che con l’impazzimento dell’ultimo modello della geopolitica costituiscono l’angoscia d’un mondo che per ora vede talune superpotenze uccidere e distruggere con le cosiddette armi convenzionali. Certo, sempre più sofisticate, sempre più guidate da una tecnologia costosissima che pochi possono permettersi. La concessione offerta alla più antica fra le petromonarchie se è legata al citato business che detta ogni mossa del presidente-tycoon, rilancia un ruolo del principe bin Salman rispetto agli emiri competitori, al Thani e bin Zayed, leader di Qatar ed Emirati Arabi egualmente votati alla diversificazione dei propri capitali dai proventi petrolifero e gasiero. Da quel che è trapelato finora sulla stampa statunitense, accanto alla fornitura di reattori e nozioni per avviarli l’accordo richiede alle società americane coinvolte nell’arricchimento dell’uranio un diretto controllo della gestione, tenendo dunque i sauditi ai margini dell’operatività. Inoltre verrebbe meno l’adesione saudita al sistema di salvaguardia stabilito dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica che, per conto delle Nazioni Unite, controlla la non proliferazione nucleare. Il veleno comunque presente nel patto Trump-Salman riconduce al genero dorato del presidente: Jared Kushner, già durante il primo mandato trumpiano eminenza grigia della prospettata ipotesi del nucleare saudita. L’azienda di servizi nucleari pronta a vendere e istallare reattori nel Paese arabo è Westinghouse Electric di cui è proprietario Brookfield Asset Management, colosso finanziario da 1.200 milioni di dollari patrimoniali divisi fra attività immobiliari, strategie di credito, investimenti in fondi non quotati in Borsa. Beh, nella circolarità dell’affarismo del clan Trump-Kushner quella società ha fornito alla famiglia di Jared oltre un miliardo di dollari per sanare un buco finanziario pregresso. Briciole per il suo cespite, ma tutto torna nei giri mercantili e finanziari di Trump & C.   

mercoledì 22 luglio 2026

Scarafaggi

  

   

Il Cockroach Janta Party cioè Partito popolare degli scarafaggi, che partito non è o non lo è ancora, mette a soqquadro New Delhi e punta con migliaia di giovani sul Parlamento. Chiede le dimissioni del premier Narendra Modi e del ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, rei di avallare concorsi truccati per l’ingresso alla facoltà di medicina. Gli scontri di piazza sono di ieri, con una polizia in assetto antisommossa che manganella e spara lacrimogeni ad altezza d’uomo sui giovani in mobilitazione sin dal maggio scorso. La protesta era iniziata virtualmente sul web dove ha raggiunto 22 milioni di adesioni, s’è definita col termine “scarafaggi” perché quello è l’epiteto usato da un giudice nei confronti degli studenti. Settimana dopo settimana il movimento s’è ampliato, ha raggiunto un numero copioso di sostenitori e ha iniziato a scendere per le strade. Ha trovato solidarietà in noti attivisti antiregime come Sonam Wangchuk, entrato in sciopero della fame a sostegno della contestazione studentesca. A loro favore s’è mosso pure Raul Ghandi, leader della maggiore formazione d’opposizione, il National Congress, che è stato fermato dalle forze dell’ordine e poi rilasciato a seguito d’un sit-in dimostrativo davanti alla dimora del Primo ministro. Anche le vie di Mumbai e Bangalore hanno visto giovani in età universitaria contestare un sistema d’ingresso a talune facoltà, medicina su tutte, tutt’altro che trasparente. Nelle scorse settimane s’erano registrati suicidi di ragazzi riconducibili alla disillusione di poter accedere a determinati corsi di laurea capaci d’aprir loro un futuro professionale. Dati ufficiali indicano una disoccupazione da tempo consolidata al 40% della popolazione giovanile, mentre gli indiani sotto i 25 anni d’età s’attestano attorno alla metà dell’intera popolazione. Ma ad esser messa sotto accusa non è solo la gestione scolastica e universitaria, la sanità e il sistema giudiziario mostrano carenze spaventose e l’opposizione informale o organizzata al Bharatiya Janata Party cresce. 


 

lunedì 20 luglio 2026

Missionari dell’oppressione

  


Ghiacciano il sangue nostro i fotogrammi che illustrano la violenza al simil-velluto con cui gli operatori del ministero dell’Interno, correntemente agenti della polizia di Stato, atterrano un uomo agitato nel quartiere bolognese del Pilastro. Gli sono letteralmente sopra, lo schiacciano faccia a terra per ‘calmarlo’ e renderlo ‘inoffensivo’. L’ammanettano mentre Abderrahim Fakir, questo era il suo nome, urla ancora. Poi sempre meno, l’affanno prevale, l’ossigeno gli manca, i lamenti si fanno flebili fino a spegnersi senza che i ‘tutori dell’ordine’ recedano dalla propria ordinaria missione d’oppressione. Fino ad ammazzarlo secondo un ineccepibile protocollo repressivo. Tanto per gli aguzzini di Stato è pronto il cosiddetto scudo penale introdotto dall’attuale governo. E’ la sicurezza bellezza, dicono i padrini politici d’uno Stato securitario dal sapore fascista. Ma ghiacciano il sangue nostro quelle figurine di contorno alla scena del crimine che sono i sanitari, sopraggiunti anch’essi a seguito della richiesta dei cittadini disturbati dalle escandescenze di Abderrahim. Non uno, ma quattro. Eppure non fanno nulla, osservano. Osservano una scena che non è un “trattamento sanitario obbligatorio” che al limite avrebbero dovuto praticare in prima persona. Paiono straniati dall’intervento poliziesco, risultano estraniati e succubi davanti a un’autorità superiore alla propria. Del resto le leggi attribuiscono ai sanitari tutti - dal medico al soccorritore - un ruolo di pubblico servizio, non considerandoli pubblici ufficiali. E possiamo ipotizzare che nell’intervento richiesto dai condomini con chiamate al 113 e al 118, l’azione degli agenti abbia prevalso su quella sanitaria. Assente del tutto il buon senso da parte di ciascun intervenuto, poliziotti nerboruti e soccorritori inerti, davanti ai rantoli umani, al cospetto d’un corpo prono, soggiogato, tormentato da trasformare dopo un po’ in cadavere. E questo è tragicamente accaduto, ma non per incidente casuale. L’operazione era ad alto rischio non per chi la praticava al cospetto d’un individuo turbato sì, ma mica armato. Risultava rischiosa per chi la subiva secondo un protocollo che consente di finire immobilizzato sotto il peso di due corpi, con una mano e un gomito che torchiano la nuca, schiacciano il volto sull’asfalto, incuranti dell’aria svanita, degli ansiti diventati allarme estremo per un corpo in totale sofferenza. Poteva non morire il signor Fakir e magari non staremmo a discutere e commentare la strisciante letalità del Decreto Sicurezza, voluto e decantato dal governo Meloni. Visto che i suoi efferati effetti si celano dietro il presunto bisogno di difesa del cittadino, come l’eversione d’un esecutivo autoritario e parafascista ben si camuffa dietro i doppiopetti e le mise di onorevoli e ministre. Mentre la crociata dell’oppressione trova consensi nel diffuso perbenismo socio-politico, culturale, comportamentale ormai capace d’alienare umanità e saggezza.