Meno ampie, più raccolte in alcuni atenei e soprattutto non represse, nei giorni della riapertura dei corsi universitari sono riapparse contestazioni al governo degli ayatollah. Tutte nelle grandi città (Ishfan, Mashaad, Teheran). Se ne sa poco, quanto hanno divulgato le agenzie statali e ciò che mostrano alcuni video inseriti su quei social non filtrati dal regime. Ma proprio alcuni filmati diffusi da canali come Telegram vengono contestati e non dalle fonti islamiche ufficiali. Già in precedenza certi comunicati, ovviamente dall’estero, degli eredi dei Mujaheddin del popolo (Mek) parlavano di manipolazione di immagini antiregime nelleproteste di gennaio. Il dito è puntato sulla frangia monarchica pro Reza Pahlavi che per gli accusatori tenta di accreditarsi come punto di riferimento delle contestazioni. In quei video gli slogan a favore d’una salita al potere dell’erede dello Shah risultano aggiunti ad arte sulle vere parole d’ordine della piazza indirizzate contro la Guida Suprema. Nel corto circuito di contestazione e sanguinosa repressione esiste una lotta fra fazioni antagoniste per stabilire una gerarchia dell’opposizione alla Repubblica Islamica. E’ solo la conferma della frammentazione d’un pur ampio fronte di reazione al regime che a fine dello scorso anno partiva dallo scontento economico dei bazari, penalizzati dalle sanzioni internazionali per allargarsi ad ampi strati della cittadinanza piegata da una paurosa inflazione e dall’impoverimento generalizzato. E’ una vasta onda di proteste economiche cui s’aggiungeva quella politica del consolidato versante femminil-femminista denominato ‘Donna-vita-libertà’ che aveva infiammato ampie aree del Paese nel 2022. E tali erano le componenti in genere conosciute che hanno rinnovato la protesta ferma ma, a loro dire, pacifica. A essa s’accompagnava la rabbia spontanea giovanile che ha incendiato e sparato nelle notti dell’8 e 9 gennaio, diventando essa stessa bersaglio della durissima repressione dei Guardiani della Rivoluzione. Tremila secondo il governo, oltre settemila per l’Ong statunitense Hrana. Numeri in ogni caso copiosi nei quarantasette anni di potere para khomeinista. In aggiunta, secondo la versione dei vertici di Teheran, si sono mossi nuclei di professionisti di azioni di guerriglia, autoctoni più che stranieri, autorganizzati o addestrati dall’esterno. E’ la tesi di operazioni dirette da Intelligence straniere che dal 2010 in più occasioni hanno compiuto omicidi mirati (su ingegneri del nucleare e capi dei Pasdaran) e pure attentati nel Paese.
Che un’opposizione addestrata e armata stia operando nel cuore di Teheran, l’affermano recenti comunicati ancora una volta dell’organismo dei Mujaheddin del popolo che riferisce d’un attacco al complesso che funge da residenza di Kamenei avvenuto ieri. Realtà, propaganda? A loro dire realtà, ancora una volta in pieno centro cittadino. Infatti nei dintorni d’un viale della capitale non distante da piazza Azadi sono dislocati luoghi istituzionali come le sedi del Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, l’Ufficio centrale della Magistratura, luoghi presidiatissimi oltreché simbolici del potere attuale. Secondo i Mujaheddin alcuni loro nuclei si sono scontrati con la vigilanza, sono stati respinti lasciando sul terreno decine di propri miliziani. Tutti uccisi. Per quest’ennesimo scontro interno, operazione ben diversa dai pur duri tafferugli di piazza del gennaio scorso, i protagonisti non possono che essere combattenti strutturati per assalti armati. Le ipotesi che siano soggetti da tempo reinseritisi nell’ordinaria quotidianità iraniana o elementi reclutati in loco dall’antico gruppo politico, riparato da decenni fuori dai confini nazionali e mantenuto nei ranghi militari in Iraq. Durante l’occupazione statunitense del 2003 era famoso il campo Ashraf dove cinquemila guerriglieri del Mek godevano della protezione e addestramento della Cia. Dunque sempre più i volti politici dell’attuale Iran sono frazionati in tre, quattro, dieci componenti e se l’opposizione agli ayatollah risulta diversa e divisa, lo stesso Stato filo Kamenei discute d’un futuro orientato su una triade di poteri comprensiva di clero, esercito, milizie Pasdaran e Basij detentrici di forza militare ed economica. Intanto viene a galla quel mondo kurdo-iraniano, organizzato in gruppi politici in genere silenti ma ultimamente più vicini che vanno dallo storico Kurdistan Democratic Party of Iranian, datato 1945, al giovane (2004) Free Life Party of Kurdistan. Taluni sono poco più che sigle, altri dichiarano un corpo militante degno di questo nome, e s’avvicinano per dire la loro sul futuro iraniano. Però il raggruppamento comunista denominato Komala s’è sfilato sostenendo che l’ipotetica alleanza manca d’un progetto, mentre il governo regionale del Kurdistan propriamente detto ha avvertito che non permetterà a nessuno di “utilizzare il territorio per iniziative rivolte contro Paesi vicini”. Con ciò il raggruppamento resta orfano o claudicante. Nella divisione etnica locale la spina del Beluchistan parla da oltre un decennio il linguaggio jihadista del gruppo Jaysh al-Adl che rivendica autonomia regionale. Il loro sunnismo deobandi li pone fuori da qualsiasi rapporto con opposizione d’ogni sponda, laica e confessionale, perché detestano pacifismo progressista, marxismo, progressismo femminista ed egualmente il confessionalismo sciita. Hanno interessi para tribali eppure ci sono anch’essi nella scacchiera iraniana posta sotto scacco dagli eventi e venti di guerra.










