giovedì 30 aprile 2026

Chi sa parli

  

“Chi sa parli” afferma Gad Lerner. Lui magari non sa, fra gli ebrei d’Italia è comunque considerato un borderline, famoso e lodato ma pur sempre un ex gruppettaro. Eppure l’intelligenza e l’acume giornalistico che lo caratterizzano dovrebbero aver sommato ciò che la Comunità Ebraica Italiana mostra da tempo, non nei presumibili lati oscuri di formazioni paramilitari organizzate al proprio interno, ma nei suoi rappresentanti ufficiali collocati nelle cariche più rappresentative. La Comunità nell’ultimo ventennio ha conosciuto passaggi di consegne inappropriate per una visione democratica delle relazioni nazionali e internazionali. La composta e anche un po’ austera figura del rabbino Toaff, è ormai un ricordo per chi di quella collettività fa parte e per gli stessi osservatori esterni. Quell’uomo erudito e tollerante, lui sì combattente nella Resistenza, ha avuto successori non solo non all’altezza del proprio valore, umano prima che intellettuale, ma opportunisticamente votati a fare da cassa armonica non dell’ebraismo ma della linea dello Stato d’Israele. Linea criminale come i suoi governi. Se il passo marziale, potenzialmente omicida - ed è bene che la magistratura lo persegua per questo reato - di Eitan Bondì, lo sparatore di pallini contro gli attivisti dell’Anpi, non è frutto d’una semplice pulsione soggettiva, ma ha covato nella brodaglia che i padri e le madri, non quelli naturali ma politico-spirituali della comunità stessa, hanno divulgato per anni, c’è ben poco da indagare. I pilastri ideologici d’un ebraismo militante, arrembante, intollerante alla stregua del peggiore oltranzismo razzista incarnato dai gruppi dei coloni ultraortodossi sparsi nei Territori Occupati sono sotto gli occhi di tutti. Bastava ascoltare i discorsi che gli ex presidenti della Comunità Ebraica d’Italia Riccardo Pacifici  e Noemi di Segni hanno sciorinato per anni con annesse punte d’odio verso chiunque non accettasse le loro farneticazioni tessute all’unisono coi gli esecutivi di Tel Aviv. E’ semplice Gad, un altro passettino: basta ricordare. E se non è mai troppo tardi, la cura a una diffusa intransigenza suprematista ebraica deve partire da lì.

mercoledì 29 aprile 2026

Guerra alla Scienza

  


Quando il presidente statunitense dichiara d’aver collassato la capacità bellica del nemico iraniano, un po’ bluffa e sparge fumo su negoziati che interessano anche il suo Paese per un’uscita da un conflitto insensato che danneggia l’intera economia globalizzata. Ma accanto alle esecuzioni mirate contro i vertici iraniani, unico vanto della superiorità tecno-bellica dell’alleanza con Netanyahu, resta la realtà d’una devastazione meno conosciuta, visto che il mainstrem informativo fra gli obiettivi colpiti ha citato quasi esclusivamente siti di produzione e stoccaggio di missili balistici, caserme e servizi dei Pasdaran. Poi s’è purtroppo constatato l’abbattimento di edifici civili coi propri condòmini, ha fatto orrore lo sventramento d’una scuola elementare con tanto dei corpicini degli alunni presenti per la lezione. Il professor Maziyar Ghiabi, direttore del Centro per gli Studi persiani e iraniani presso l'Università di Exeter, ricorda pure gli attacchi rivolti a prestigiose strutture scientifiche. Se n’è parlato poco o nulla. Il 31 marzo scorso aerei da combattimento israeliani e statunitensi hanno bombardato la Tofigh Daru Research and Engineering Company, principale produttore in Iran di princìpi attivi farmaceutici, conosciuti con l’acronimo Api. Sono gli ingredienti che producono l'effetto terapeutico dei farmaci che si tratti d’uccidere i batteri, neutralizzare un virus, regolare gli ormoni o ridurre la temperatura corporea o l'infiammazione. Nei due giorni seguenti un sorvolo congiunto dei medesimi bombardieri ha raso al suolo la sede centrale e tredici laboratori dell’Istituto Pasteur, storica struttura fondata nel 1920 a seguito d’un accordo diplomatico fra il governo francese e quello iraniano. Il Pasteur era uno dei trentatré istituti mondiali impegnati nella ricerca sulle malattie infettive. A detta del professor Ghiabi molti scienziati e stessi funzionari della Sanità pubblica nazionale sono rimasti scioccati da queste distruzioni perché ne risultano disperse unità di produzione, ricerca e sviluppo degli impianti "con ripercussioni a lungo termine sugli anestetici, sulla medicina antitumorale e sui farmaci ospedalieri critici". Senza Api il sistema sanitario iraniano rischia di perdere la sua sovranità davanti a una crisi sanitaria "Non si tratta solo degli edifici, il danno alla cooperazione scientifica e alla preparazione alle epidemie regionali è profondo". Sarà anche questo che ringalluzzisce il tycoon statunitense quando parla di collasso del nemico. 

 

In effetti istituzioni come Pasteur e Tofigh risultavano essenziali nel lavoro di sorveglianza di malattie, diagnostica, risposta alle epidemie e scambi scientifici. "Se chi attacca pensa che riguardi solo noi, non è così! A meno che non si viva in un silos, la nostra regione è altamente interconnessa e la solidità delle infrastrutture sanitarie pubbliche di un Paese contribuisce direttamente alla sicurezza degli altri" ha dichiarato alla stampa internazionale un ricercatore d’una delle strutture colpite, visto che i rischi epidemiologici sono legati ai flussi migratori, commerciali, confessionali, turistici che costituiscono l'ecosistema della vita in Medio Oriente. "Le malattie non seguono logiche di confine" ha concluso lo scienziato. Le strutture Pasteur e Tofigh sono pilastri del sistema sanitario e scientifico iraniano e tra i pochi luoghi in Medio Oriente in grado di sintetizzare Api complesse per farmaci contro il Coronavirus del Covid, vaccini antipneumococcici, antirotavirus e antiepatite B ricombinante. Nel 2021 il Pasteur ha prodotto un vaccino contro il Covid-19 di grande successo tramite una collaborazione, unica nel suo genere, con l'Istituto Finlay di Cuba. Il vaccino, denominato Soberana 2 a Cuba e PastoCovac in Iran, rivaleggiava coi prototipi occidentali molto più costosi come Moderna e Pfizer. Stati Uniti e Israele hanno giustificato l'attacco contro i citati impianti accusando l'Iran di sviluppare Fentanil come parte del suo programma di “guerra chimica”. Il Fentanil è un potente oppioide, noto soprattutto in Nord America con il marchio OxyContin, un tempo commercializzato da un’azienda del gruppo Sackler, la Purdue Pharma, dal 2019 dichiarata fallita per bancarotta. Il professor Ghiabi ribadisce: “Non ci sono prove che l’Iran abbia sviluppato un presunto programma addirittura di guerra basato sul Fentanil, né nei prestigiosi stabilimenti Tofigh e Pasteur né altrove. La calunnia viene lanciata da una rete di think tank neoconservatori americani ripresi da fonti filo-israeliane. Gli attacchi ai presidi scientifici iraniani puntano a una capitolazione della ricerca interna da sommare a quella produttiva industriale e biotecnologica, creando una condizione di dipendenza a lungo termine in vari campi”. Come per i bombardamenti alle università Shahid Beheshti e di Scienza e Tecnologia si mira a condizionare la sovranità scientifica del Paese e a seminare distruzione.


Nb Per chi vuole saperne di più sugli oppioidi da antidolorifico e sul business della famiglia ebreo-americana Sackler, cfr. https://irpimedia.irpi.eu/business-dolore-aziende-famiglia-sackler-guadagnare-oppioidi/ 

 

giovedì 23 aprile 2026

Amal un’altra Shireen

    


 

L’hanno uccisa mentre lavorava nella località di Al-Tayri. L’hanno finita deliberatamente quando si rifugiava in una casa insieme a un collega fotografo. Saltata l’intera casa, impedito l’accesso a un’ambulanza che interveniva in soccorso. La vittima è Amal Khalil, giornalista quarantatreenne della testata Al-Akhbar e corrispondente di altri media. L’ha uccisa chi? I Terminator di Israel Defence Forces l’esercito del crimine, la macchina sterminatrice dell’entità sionista che vuole disgregare il Medioriente e ci riesce grazie alla complice viltà del mondo. L’assassinio, mirato come quelli ordinati dal governo Netanyahu, e rivolto a capi di Stato o semplici bambini, tutti terroristi secondo la teoria sua e della diffusa schiera dei protettori seduti un po’ ovunque, nelle cancellerie occidentali e sui più insospettabili scranni progressisti. Amal era conosciuta e stimata per l’attaccamento alla professione, per il desiderio di raccontare e documentare anche nei luoghi a rischio, com’è oggi il martoriato sud del Libano, le situazioni più devastanti in cui il genere umano è costretto a sopravvivere. Così la comunità sciita libanese che Israele perseguita e sfratta dalle proprie case col pretesto di colpire Hezbollah, ma col concreto obiettivo di ripetere quanto già realizzato nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania: distruggere e rubare la terra altrui, assassinare e intimorire, imporre un’occupazione militare e coloniale. Se questa realtà che supera qualsiasi distopia cinematografica viene documentata dai temerari cronisti locali, costoro diventano bersagli. E’ teoria diventata prassi: il giornalista è un nemico poiché testimonia, come il bambino che lancia una pietra è un terrorista. Ucciderli non è un crimine, diventa realpolitik. Dice il “Comitato per la protezione dei giornalisti”: “Gli attacchi contro un'area in cui si erano rifugiati i giornalisti e l'ostruzione dell'accesso medico e umanitario costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario”. Serve a poco. Ormai serve quasi a nulla. Scrive il primo ministro libanese Nawaf Salam: “Non risparmieremo alcuno sforzo nel perseguire questi crimini di guerra davanti agli organismi internazionali competenti”. Sarà. 

 

Di fatto l’impunito Israele inanella delitti. L’eliminazione di Khalil è avvenuta mentre era in corso una tregua militare, mentre a Washington rappresentanti di Tel Aviv e Beirut s’incontravano per discutere. Allorché i diplomatici israeliani discorrevano, i militari di Tsahal uccidevano sette cittadini libanesi. Perché durante le presunte tregue la macchina sterminatrice israeliana continua a “lavorare” e se il lavoro dei giornalisti è fatto di parole, quello dei soldati di David è contrassegnato dalla scia di sangue delle proprie pallottole e bombe. Duecentosessantadue cuori di cronisti hanno cessato di battere nei due anni e mezzo di soffocamento della vita a Gaza. Avevano il merito di divulgare notizie e immagini dello scempio, lo facevano come potevano, sotto le bombe, con l’interruzione dei collegamenti, con scarsità di mezzi, con tanta fiducia che il mondo osservante potesse in qualche modo intervenire. Altrettanto per i ventidue operatori dei media assassinati in Libano. E non è l’eccezionalità della fase, l’incrudimento d’un conflitto che non è tale poiché di eserciti nella Striscia come nel sud del Libano ne esiste uno soltanto: l’occupante israeliano. La tragica esecuzione di Amal fa rivenire alla mente la dolorosa vicenda di un’altra martire dell’informazione: la palestinese inviata di Al Jazeera Shireen Abu Akleh.  Assassinata nel maggio 2022 a Jenin, anche lei durante un servizio con cui mostrava le violenze dell’Idf in quella che ormai è diventata un’enclave araba assediata da soldati e coloni ebrei. Uccisa da un militare nel ruolo di cecchino Shireen, che aveva in bella vista la pettorina Press e il solo microfono per la diretta. La versione di Israele è che attorno a lei si muovessero terroristi. L’inchiesta avviata e conclusa dalle Nazioni Unite confermò che il proiettile assassino apparteneva all’Idf. La portavoce dell'Ufficio per i diritti umani dell’Onu, Ravina Shamdasani, dichiarò: "È profondamente inquietante che le autorità israeliane non abbiano condotto un'indagine penale". Tutto qui. Avanti con la prossima salma.  

Generazione del Fronte


  

Due punti fermi della contestazione al potere degli ayatollah iraniani, simbolico l’uno, il velo obbligatorio per le donne, molto concreto l’altro, il ruolo della Guida Suprema, risultano piegati o comunque sospesi. Dai tempi della tragica fine di Masha Amini, ormai tante donne specie giovani e soprattutto nella capitale, mostrano fieramente la capigliatura al vento. Niente più fermi, addirittura evaporati i controlli della Polizia Morale, sebbene nello scorso gennaio molte, troppe donne sono finite vittime della repressione seguita alle precedenti proteste. Col secondo atto di guerra israelo-statunitense deflagrato il 28 febbraio è caduta anche la figura politico-spirituale del regime. Non solo il vecchio Khamenei, che per oltre un trentennio ha incarnato la continuità della Rivoluzione Islamica khomeinista, ma pure del suo sostituto, peraltro un erede di sangue che sa di blasfemia verso gli stessi dettami del Ruhollah. S’è detto che il sistema abbia scelto Mojtaba per rintuzzare con la familiarità la furia d’un nemico avvezzo al crimine omicida per sperare nel cambio di regime. Quel figlio ha pagato lo scotto della parentela e della vicinanza logistica al padre preso di mira dai missili, così da restare lui gravemente ferito e da quell’istante impresentabile al mondo e agli stessi concittadini fedeli. La massima autorità incarnante il velayat-e faqih costretta a rimanere in ombra per ragioni di salute. S’è anche ipotizzato un decesso del Khamenei junior insieme ai parenti, moglie e figli suoi, ma Teheran ha smentito: Mojtaba è costretto a non apparire per ragioni d’incolumità. Le stesse contromosse persiane ai bombardamenti fin dentro le proprie case e al reiterato e sfibrante assedio economico puntavano alla sua investitura per non cedere su nessun punto agli aggressori. Comunque l’incarico supremo resta incartato. Così il cambio di regime risulta tutto interno al regime, con un’ufficializzazione di compiti e rappresentanza per quei Guardiani della Rivoluzione potentissimi ma finora agganciati alla voce del lider massimo degli ayatollah e del Paese. 

 

Invece l’ultima guerra, l’eliminazione diretta di figure di primo piano del ceto di comando, e la tattica di bloccare Hormuz, più pungente dei missili balistici sventagliati dai comandi dell’Artesh fra Israele e i lidi di talune petromonarchie troppo yankee tanto per non perdere la faccia, propongono una realtà politica che non incentiva affatto il salto in avanti o un ritorno al passato sognati dalle diverse schiere d’oppositori. Nell’ora della diplomazia forzata materializzata pur fra cento incertezze a Islamabad, Teheran lancia negoziatori militari, facce note attualmente dotate di tutti i poteri del sistema-Stato dopo la disarticolazione del Gotha interno cercata a suon di missili da Netanyahu e Trump. Il prototipo è Mohammad Qalibaf che nonostante un mandato lungo dodici anni come primo cittadino della capitale e pur vantando un pedigree da Pasdaran, non era mai riuscito a diventare primo cittadino della nazione, soccombendo ai chierici, dal moderato Rohani al conservatore Raisi. Ora i negoziatori della Casa Bianca per sbloccare la vicenda del blocco sul mare Persiano o Arabico che dir si voglia, un nodo gordiano che strangola l’energia del mondo, devono interfacciarsi con l’uomo delle antiche bocciature interne, inorgoglito dall’occasione del suo personale riscatto messo al servizio della Patria. Con lui c’è Araghchi, ennesimo laico e anch’egli Pasdaran, addirittura più enigmatico fino a un esasperante (per gli interlocutori assisi sull’altro versante del tavolo) pragmatismo. Negoziatore esperto, già in campo per le vicende del nucleare, che nel secondo vertice pakistano lanciato, ricusato, rinviato dalle parti eppure scadenza inesorabilmente necessaria, rafforza la schiera degli ex ragazzi della guerra Iran-Iraq. Una generazione che non molla, cui l’attuale ministro degli Esteri iraniano aggiunge personali doti di temporeggiatore. Forse agli affaristi Kushner e Witkoff sarebbe convenuto più incontrare qualche anziano ayatollah anzichè ex militari desiderosi di riscatto.

mercoledì 22 aprile 2026

Dervisci

  


Cerco di amarti nella solitudine perché nella solitudine nessuno ti possiede tranne me. Scelgo di adorarti a distanza perché la distanza mi proteggerà dal dolore. Scelgo di baciarti nel vento perché il vento è più gentile delle mie labbra. Scelgo di tenerti nei miei sogni perché nei miei sogni non hai mai fine”. E’ sull’onda degli struggenti versi di Jalal al-Din Rumi e di certa passione, umanissima prima che confessionale, che il moderno viaggiatore può percorrere in volo il mare lattiginoso di nuvole sotto di sé e riuscire a carezzare una o più delle leggiadre cupolette del monastero Mevlevi. Oppure può farlo dall’oriente della trapuntata Cappadocia, inanellando chilometri su chilometri lungo il grandioso campo rurale della provincia-granaio di Konya. O ancora calando dal ponte euroasiatico della straripante Istanbul fino a trovare spazi e cieli immensi. 


Oggi non è in quel sacro recinto che l’ascetica danza viene donata all’occhio dell’osservatore dalla roteante schiera dei sufi. Il sema si materializza più in là, a mille passi dalla dimora eterna del venerato Maestro. In un’arena acconcia creata all’inizio dell’attuale Millennio dalla locale municipalità. Lì viene celebrato il rito estatico divenuto attuale attrazione di tanto turismo votato a immortalare. Lì il clic e il fermo immagine sul capo pendente, sulla palpebra socchiusa, sullo sguardo sognante dei monaci sono l’epifania d’una partecipazione anche esterna al culto atavico, ora spettacolarizzato dalle aspettative di chi palpita pur solo osservando. 


      

Ma sulla scena circolare, dietro quei passi che sotto la vista di Meidanci Dede sono meditazione e ascesi, vive l’unicità di fondere corpo e anima. Movimento e abbandono. Individuo e comunità. Terra e cielo. Armonia e poesia. Arte tersicorea e prece. E l’ipnosi generata dal ney come un soffio divino s’innesta sul battito del bendir capace fa muovere i corpi. Rotazione e rivoluzione, uomini come pianeti, equilibrio della fisicità universale. La semplice complessità della vita, il suo ciclo che prevede morte e rigenerazione, la stamina che è tenacia e forza. Resistenza e rilancio energetico, gioia misurata nello stare perfettamente insieme senza strafare, misurando passi e oscillazioni alla stregua d’un pendolo dal moto intonato e gentile nei suoi battiti d’un tempo infinito. 



Chissà cosa ispirava il Maestro mentre concepiva quest’originale preghiera dalla melodiosa spirale. Sicuramente quiete attiva opposta all’impeto che nella girandola prospetta turbinìo e gorgo tempestoso. Qui il moto è consonanza e precisione, pacifica sintonia illuminata dalla tennùre, la candida veste gonfiata dalla geometrica cadenza. Il magnetismo creato fa addirittura applaudire, a fine corsa, una scolaresca femminile all’apparenza kemalista e laica, mentre il meticoloso rituale del ritiro combacia al millimetro col percorso dell’apparizione. Qualche visitatore chiederebbe addirittura un autografo a ciascuno dei ruotanti, tanto l’incantesimo ha rapito il suo raziocinio. Invece c’è solo posto per l’umile e alternato chinare collettivo del sikke, feltro che spersonalizza, rende eguali e fratelli. Il derviscio si ritira, felice per sé e per tutti d’aver contribuito a un’estasi profondamente umana.

venerdì 10 aprile 2026

Anime di bambini

    


Questo non è inchiostro, è il sangue di mia figlia” afferma sgomenta Ola, cui ieri è stata strappata Ritaj, nove anni che calcolava numeri a quattro cifre durante una lezione nella precaria scuola di Beit Lahia, a settentrione della Striscia di Gaza. Quella mamma, che nei mesi scorsi aveva già perso la sua di madre e altri parenti, aggiunge “L'avevo vestita, pettinata per andare a scuola. Me l’hanno riportata morta, col viso rosso di sangue”. Nessuna operazione matematica è cinicamente perfetta come quelle realizzate da Israel Defences Force. Operazioni di morte. Un esercito nato per assassinare arabi e palestinesi sin dalla sua creazione, nel maggio 1948, sommando sigle e feroci pratiche dei gruppi terroristici Haganah, Irgun, Palmach in cui si vantavano d’essersi istruiti i padri fondatori d’Israele. Una scientifica scuola di sterminio. Anche i più giovani nuclei familiari gazawi hanno imparato a conoscerne il fine perverso. Lo apprendono sulla loro pelle, sulle migliaia di anime schiacciate da mesi, anime innocenti, anime di bambini che cercano di sfuggire alle bombe giocando, che evitano di crescere nel colpevole abbandono dei Paesi del mondo, andando a scuola, in classi improvvisate ma vivissime dell’attenzione di quegli scolari, della passione dei propri insegnanti, della fiducia di chi, pur sotto una tenda svolazzante e lacerata più dei propri cuori, vuole un futuro. La notizia la riporta Middle east eye, è una delle decine che riempiono ogni giorno lo Stabat Mater che viene da quella terra. Il pianto delle madri, le figlie mai diventate donne, e perse lungo la ‘via dolorosa’ tracciata da Israele. Via delittuosa quella del sionismo, ammantato ora del proprio credo sbattuto in politica, che fa d’una buona parte di Medioriente un tormento infinito. Su quel calvario, a Gaza e dintorni, collina solo di macerie, sudari e sbandati in attesa d’essere sacrificati al capriccioso tiro a segno dei soldati di Tsahal, e in un simile funereo orizzonte creato in Cisgiordania e Libano, l'Israele biblico rivisitato da Netanyahu e dalla camarilla di governo vuole ampliare il suo colonialismo sanguinario. La mattanza di ieri s’è svolta ben dentro la cosiddetta “striscia gialla”, dove le famiglie gazawi sono state segregate. Roba che al confronto i ghetti ebraici d’Europa, erano enclave vivibili. E nell’area delimitata dalla “striscia gialla” che i suoi falsi inventori definiscono zona sicura “artiglieria e cecchini israeliani aprono regolarmente il fuoco” testimoniano i cronisti palestinesi, se essi stessi riescono a sfuggire a esecuzione periodicamente programmate. Dall'ottobre 2025, quando è iniziato il “cessate il fuoco” del governo di Tel Aviv, i criminali di Israel Defences Force hanno assassinato 600 gazawi e ne hanno ferito 1500, continuando a radere al suolo edifici bombardati e pure i pochi scampati ai missili. Scioccata dall’evento luttuoso, stracciata dalla pena, quest’ennesima madre senza figlia, senza Ritaj per sempre, ha ancora in mente il frammento di normalità cercato nei prossimi giorni per lo sposalizio d’un parente. “Le avevamo comprato un vestito e le scarpe perché potesse indossarli al matrimonio dello zio. Era così felice ed entusiasta di portarli. L’ho rivista in bianco avvolta in un sudario”. “Un pezzo della mia anima, un pezzo della mia anima” continua a ripetere. Un pezzo d’anima di madre e di donna impossibile da curare.

giovedì 9 aprile 2026

Vita reclusa

  


Il sorriso di Ahmed Douma è cristallino e al tempo disarmante come i suoi versi d’uomo impegnato, poeta ribelle, attivista indomito. Dentro e fuori dal carcere da quasi metà d’una giovane vita che oggi conta trentotto primavere. Ancor prima di quella araba del 2011, che lo iscriverà negli annali fissi della carcerazione e della tortura inflitte dal generale golpista al-Sisi, Ahmed incontra la ‘manualità’ dei mukhabarath. Prima dei martiri Khaled Saeed e Giulio Regeni. Ahmed avrà una sorte, diciamo così, benevola, purgata dagli esiti letali ma non priva d’una persecuzione duratura che prosegue tuttora. Nel febbraio 2009, quando la Striscia di Gaza iniziava a vivere i prodromi della sua ecatombe genocidaria praticata dall’esercito di Israele nell’ultimo biennio, l’universitario Ahmed si reca con altri colleghi a prestare solidarietà e soccorso alla locale popolazione afflitta dall’operazione denominata Piombo Fuso che sotterra milletrecentotrenta palestinesi e ne ferisce oltre cinquemila. Per questo venne arrestato, processato da un Tribunale militare egiziano e condannato a un anno di reclusione. Nei passaggi carcerari viene pure torturato. Un successivo arresto giunge nel gennaio 2012, l’Egitto era sotto il controllo del Consiglio Supremo delle Forze Armate.  Nell’aprile 2013, definendo criminale il presidente Fratello Musulmano Morsi, Douma rimediò un'altra condanna: sei mesi per insulti alla massima autorità statale. L’appello lo portò fuori, per poco. A dicembre una protesta contro i processi militari per la cittadinanza civile gli costa tre anni di reclusione, più lavori forzati e una multa. Le protese di rappresentanze anche internazionali, di Ong dei diritti servirono a poco, nel febbraio 2015 il Tribunale Penale del Cairo gli commina l’ergastolo. Quattro anni dopo giunge una riduzione di pena con condanna a quindici anni. Il suo via vai giudiziario è condiviso con migliaia di attivisti, quelli noti e vivi come Alaa Abdel Fattah, lo pongono al centro dell’attenzione senza alleviarne le sofferenze. Poi arriva l’onda dell’ambiguo progetto “simpatia e benevolenza” messo in atto dal presidente al Sisi e giunge la grazia. Douma viene scarcerato, esce dall’inferno di Tora, può strizzare gli occhi sotto un sole giaguaro e respirare aria e sabbia di casa. Per poco. Nel gennaio di quest’anno piovono altre accuse: diffusione di false notizie atte a turbare la sicurezza pubblica e la pace, le stesse rivolte ad Aida Seif el Dawla, una più anziana attivista che si batte da anni contro la tortura e la violenza contro le donne, e Mahienour el Masry, avvocata dei diritti. Ancora fermi e rilasci a singhiozzo. Giorni addietro fra le associazioni di sostegno ai perseguitati politici egiziani circolano notizie di possibili scarcerazioni e risoluzioni fra i detenuti politici. Dice il resoconto di una di esse: “Ahmed Douma s’è recato alla Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato a seguito di una citazione ricevuta pochi giorni prima. Come ormai consuetudine non è stato informato delle accuse mosse nei suoi confronti o dell'oggetto del suo interrogatorio. Dopo ore di interrogatorio, gli avvocati di Ahmed hanno appreso che era accusato di “aver pubblicato false notizie e dichiarazioni all'interno e all'esterno del Paese con l'intento di disturbare la quiete pubblica e diffondere il panico” in relazione a un articolo pubblicato su Al-Araby Al-Jadeed titolato “Da una prigione nello Stato a uno Stato nella prigione”. Gli è stata ordinata la custodia cautelare per quattro giorni in attesa del caso n. 2449 del 2026 e da allora è sotto custodia delle autorità egiziane”. La custodia è ulteriormente prolungata per quindici giorni. Quanto durerà ancora? Certo, meglio che crepare, com’è accaduto ad altri detenuti… ma qual è l’esistenza umana nell’Egitto piagato dalla sadica satrapia di al-Sisi?