martedì 27 ottobre 2026

Scandaloso, ma chissene frega

 

Le notizie sul ruolo di Ignazio Benito La Russa durante il  famigerato “giovedì nero“ della città di Milano (12 aprile 1973) raccolte dalla controinformazione, come si definiva un tempo, sono conosciute, conosciutissime seppure sbiadite prima che dal trascorrere dei decenni, dall’andamento d’un amplissimo buonismo politico consociativo. All’epoca erano diffuse dalle organizzazioni che in quegli anni attuavano l’antifascismo militante volto a impedire che nelle località italiane i mazzieri del Movimento Sociale Italiano e della galassia neofascista (Fronte della Gioventù, Fuan, Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo) continuassero a uccidere impunemente attivisti di sinistra e anche semplici cittadini. Non era il 1920 ma poco ci mancava. Ai rinnovati squadristi offriva sponda la casa madre dove principalmente i leader, ma non solo, entravano, uscivano, tranquillamente tornavano e con un’elezione parlamentare ottenevano salvifiche immunità penali. Quel giorno, quel pomeriggio di violenza, terrore e orrore, La Russa, un ventiseienne e non proprio un ragazzino, non solamente era in testa al corteo non autorizzato dei militanti missini insieme agli onorevoli Franco Servello, Francesco Petronio, Ciccio Franco, risultava addirittura responsabile del Servizio d’ordine. Più giusto definirlo servizio del caos e del sangue, visto che dalle fila dei manifestanti si staccarono due lanciatori di bombe a mano Srcm, in dotazione dell’esercito italiano (Vittorio Loi e Maurizio Murelli) che uccisero l’agente di Pubblica Sicurezza Antonio Marino e ferirono un altro agente e un passante. Durante le successive indagini e il processo il partito missino, sebbene fosse rappresentato il piazza da onorevoli e attivisti cercò di dichiararsi estraneo all’azione omicida di Murelli che comunque risultava iscritto a quel partito. Lui e Loi vennero condannati (diciannove e diciotto anni di reclusione) mentre la Camera dei deputati non concesse l’autorizzazione a procedere nei confronti di Servello e Petronio, ritenuti dai magistrati dell’indagine organizzatori di tumulti e scontri. Il Movimento sociale italiano, oltre a finanziare i due imputati rei di omicidio, propose d’offrire alla famiglia del poliziotto assassinato un risarcimento di venti milioni di lire. La cifra non fu mai versata. 

 

 
A queste vicende note e purtroppo posizionate nei tanti armadi della vergogna e del terrore del neofascismo ha fatto riferimento la storica Michela Ponzani nel salotto televisivo “Otto e mezzo”, col merito di trattare vicende scomode ai rapporti morbidi e scoloriti imposti dal realismo politico non solo dei tempi recenti. Anche nei citati anni Settanta, la militanza antifascista, e la conseguente proposta di porre fuorilegge il Movimento sociale italiano, partito eversivo nel programma, nella pratica, nella direzione e nell’attivismo, venne avversata dai cosiddetti partiti dell’arco costituzionale. Soprattutto la Democrazia cristiana, sostenitrice della teoria degli opposti estremismi e il Partito comunista italiano, intento a ingraziarsi alcune correnti dell’area di quel partito, minimizzavano la funzione eversiva, para-golpista, sanguinaria del neofascismo, criminalizzando al contempo la difesa territoriale antifascista. La tendenza s’è protratta nei decenni, anche davanti alla graduale scoperta d’implicazioni criminose del neofascismo, spesso legate ai Servizi d’Intelligence nazionali ed esteri, e a gruppi di criminalità organizzata. Questa normalizzazione, lo sdoganamento istituzionale ha premiato l’attuale presidente del Senato La Russa, nel frattempo cresciuto, divenuto dal 1992 parlamentare della Repubblica, capogruppo alla Camera non più per il Msi ma per la sua derivata politica, Alleanza nazionale, quindi ministro della Difesa nel secondo governo Berlusconi, e superando in fama e ruoli il padre Antonino, ai suoi tempi passato dal Partito nazionale fascista di mussoliniana memoria al Msi almirantiano. Insomma il La Russa un tempo capelluto e barbuto, che foto d’epoca ritraggono mentre arringa i camerati-picchiatori, da immarcescibile passatista continua a commemorare il Duce fra piazzale Loreto e Monumentale, eppure è riuscito a diventare seconda carica della Repubblica nata dalla Resistenza e dunque antifascista. Un perfetto ossimoro che gli starà stretto, sebbene gli amati e ambìti scranni attraggano molto più della coerenza. Tanto lui di tale radice costituzionale può nostalgicamente fregarsene. Il guaio è che se ne son  fregati - della Costituzione antifascista - anche i diciassette deputati dell’opposizione che nell’ottobre di quattro anni fa hanno conferito a La Russa, quel consenso che l’ha collocato sullo scranno di Palazzo Madama. Servivano 116 voti, ma sedici alleati (di Forza Italia) non si fecero vivi. Perciò Ignazio Benito l’ha voluto democraticamente un bel pezzo del Parlamento italiano, come accadde a Benito con l'Italia liberale di Facta. Sì, insomma un po’ più in piccolo, ma anche questa è Storia. In fondo gli si può imputare un qualsiasi giovedì nero, mica le spedizioni punitive. E poi domani ricorre la Marcia su Roma...
 









sabato 24 ottobre 2026

Campagna acquisti

  

Fra gli autocrati che governano il mondo Recep Tayyip Erdoğan si trova una spanna indietro solo a Vladimir Putin. Non c’è Trump o Xi che tengano, loro vengono prima e probabilmente andranno avanti. Vengono dal secolo scorso, Putin prendendo il potere nel 1999 come primo ministro e dal 2000 da presidente, per poi creare un intersecarsi dei due ruoli con l’unico scopo di tenere saldamente nelle proprie mani il potere. Ovviamente con tanto di suffragio popolare. Le posizioni di comando erdoğaniane prendono avvìo nel 2003 con l’incarico di premier, replicato più volte prima di raggiungere la carica di presidente della Repubblica nel 2014 e della Repubblica diventata presidenziale nel 2018. Ma l’era di lancio anche per lui cadeva nel XX secolo quando per un quadriennio (1994-1998) da sindaco di Istanbul incarnò e propose col Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) il progetto dell’Islam politico. Differentemente da omologhi egualmente concentrati su una personale supremazia il leader dell’Akp, ha sempre avuto una schiera di colleghi attorno, e non parliamo di semplici parlamentari del gruppo, ma di figure di primo piano della sua sponda politica che condividevano il progetto in questione. Certo, gente come Davutoğlu o Gül, rispettivamente ministro degli Esteri e premier a sua volta, e ancora Capo di Stato è stata anche fagocitata oppure s’è allontanata dal grande capo e dallo stesso schieramento in cui aveva militato e raccolto ampi consensi. Scottata dalla sindrome dell’accentramento di potere con cui il leader turco ha stabilito un’egemonia soffocante negli affari di Stato mentre nella sfera privata proponeva e favoriva  elementi del clan familiare. I generi Berat Albayrak, marito della figlia Esra, promosso ministro dell’Economia nel 2018 e rimosso due anni dopo per le turbolenze della finanza interna, e Selçuk Bayraktar, consorte della secondogenita Sümmeye, che comunque da ingegnere, inventore e produttore d’uno dei prototipi di droni di maggiore attrazione nel mercato bellico, se la cava bene di suo. Tuttora il suocero procura a quell’azienda contatti e ingaggi per piazzare il prodotto, un affare considerato non un favore soggettivo ma un bene per il Pil nazionale. C’è da dire che il Paese ha pure cercato di scrollarsi di dosso l’ultra paterna mano di questo padre della Patria che ha surclassato addirittura Kemal Atatürk, ma non ce l’ha fatta. Non c’è riuscito due anni or sono quando il più antico partito della moderna Turchia, quello repubblicano (Chp),  ha provato a contrapporre il suo candidato all’onnivora onnipresenza erdoğaniana. Senza esiti positivi.

  

Le urne hanno confermato l’allora sessantanovenne presidente, perché il suo carisma, le sue entrature politiche a Oriente e Occidente, la considerazione diplomatica di cui gode lo fa restare sulla cresta dell’onda sia quando va in guerra com’è accaduto sul confine siriano, sia quando si auto investe risolutore di conflitti. Del resto la “perla“ che ne sta garantendo stabilità, l’improbabile alleanza col movimento nazionalista degli ex Lupi grigi di Bahçeli, gli ha fruttato prima la conferma del sistema presidenziale che l’opposizione voleva abolire con un referendum. Quindi la campagna “Turchia senza terrore” dalla quale è scaturito lo storico accordo di disarmo e smobilitazione del Partito Kurdo del Lavoratori (Pkk) contro cui lo Stato turco battagliava ben prima della nascita dell’Akp. Tattica, dunque, dentro una strategia di potere che guarda al lungo termine sebbene sul versante della successione intesa come ricambio politico della sua parte il presidente-padrone non manifesti intenti d’investitura verso nessuno. Sta però facendo altro. Una sorta di campagna acquisti, lui ch’è stato calciatore ed è sostenitore della sua antica squadra di quartiere Kasimpaşa riportata in Süper Lig, una campagna rivolta non a giocatori ma a politici. Ha fatto un gran effetto sulla scena nazionale e ha avuto ampie ripercussioni nel Chp il recente passaggio del sindaco di Izmir, da sempre una roccaforte repubblicana, nelle fila dell’Akp. Con tale scelta Cemil Tugay sostiene di poter “collaborare armoniosamente a risolvere i problemi urbani e infrastrutturali” della città che guida. E’ stato un colpo di fulmine, anzi due. Merito degli incontri: col ministro all’Ambiente Kurum che gli ha garantito risorse per avviare lavori, col presidente che gli ha infuso, così dice il sindaco, fiducia e vicinanza. I malevoli ritengano che dietro questi sentimenti ci sia ben altro, però non possono mettere sul tavolo di quelle trattative che cattivi pensieri. In realtà fungono da sospetto le condizioni che uno come Tugay riesce ad aggirare col passaggio di casacca: un possibile arresto da parte della magistratura che dallo scorso anno ha ingabbiato sei sindaci provinciali e ventinove di distretto, accusati di corruzione e gestione irregolare delle municipalità. Il più illustre è Ekrem İmamoğlu, primo cittadino di Istanbul nonché possibile concorrente di Erdoğan per la carica presidenziale. Insomma se è vero che l’ormai anziano inventore dell’Islam politico fa di tutto per non trovare un delfino, per contro elabora efficaci alibi per scippare amministratori, e probabilmente onorevoli, all’opposizione così da garantire un perpetuarsi del dominio suo e del partito. Anziché commissariare e arrestare, iniziative che suscitano sempre scalpore, si può reclutare sotto la propria bandiera. Non quella del Kasimpaşa Spor Kulübü bensì dell’Adalet ve Kalkınma Partisi che va oltre la massima serie del pallone perché è ben centrato fra i pilastri della geopolitica.  

venerdì 23 ottobre 2026

Crimine operistico


  

Deve amarlo davvero tanto il crimine De Cataldo Giancarlo, magistrato reso celebre non tanto dal lavoro nella romana Corte d’Appello, ma dalla saga creata col suo romanzo dove quell’aggettivo orienta e guida le pagine d’un racconto vero, colorito per la finzione letteraria. Che oltre un ventennio addietro conferiva all’autore fama e forse proventi più che per le tirature con una gloriosa casa editrice, per successive royalties cinematografiche e poi televisive. E ulteriore notorietà poiché parlare di sangue e cattiverie attira eccome, dal popolino al recensore, amico o meno, tutti calamitati dalla pelosa brutalità dei misfatti. Poteva accontarsi De Cataldo. Sicuramente. Però se il desiderio cresce con la gloria, quest’ultima fa decollare pretese ancor più impetuose. Da lì evidentemente l’insano sogno di cimentarsi quale paroliere e sceneggiatore in una metamorfosi del romanzo, udite ma non troppo, in opera lirica. Sì, quella del Belcanto, che ha reso celebri i Maestri d’una storia che fa tutt’ora vibrare i cuori dalla Scala al San Carlo, dal Regio al Massimo. In una recente intervista il magistrato-letterato confessa d’essere un neo melomane grazie all’ex manager del romano Auditorium Parco della Musica, ora Sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino, Carlo Fuortes. Sarà stato lui a concimare le smanie autorali, ma scarsamente autorevoli, di questa muta? Chissà. Il guaio è che all’ideuzza insana s’è unito il maestro Nicola Piovani. Del resto per far lavorare soprani, baritoni, tenori serviva la musica. Così il dado è stato tratto. E chiunque ami le arie liriche può ascoltare. Ovviamente senza i facili e devianti paragoni coi mostri sacri della Storia di cotanto pentagramma. E soprattutto se riesce a non annoiarsi. Se amante di quella trama perché la conosce avendola letta, seguita al cine oppure avendone ricevuto comunicazione orale le sciaguratezze del gruppo banditesco restano impresse, se deve dedurle dal libretto, embè è un bel guaio. Non l’aiuta qualche duetto (uno pregevole per bravura dei cantanti fra Patrizia-Goikoetxea e Scialoja-Desole) o intreccio sonoro fra personaggi. Tranne alcuni refrain in cui Piovani è abilissimo, roba comunque da colonna sonora filmica, è difficile trovarsi coinvolti da “romanze” degne di questo nome. Restano nelle orecchie Io li conoscevo bene nenia d’apertura in cui la voce narrante Patrizia presenta i protagonisti della Banda della Magliana oppure il loro Stecca para pe’ tutti con cui i loschi figuri chiosano le finalità della loro vergognosa esistenza. Precisa la regìa, d’un ex attore degli intrighi della saga, Massimo Popolizio già nei panni cinematografici del cosiddetto Terribile. Poteva far desistere lo scrittore e il musicista dall’impresa? Non l’avrà fatto perché voleva aiutarli con una buona regìa. Possibile. Però … Certo meritano l’applauso del pubblico resistente i cantanti, su cui spiccano la soprano Vanessa Goikoetxea, la mezzo soprano Valentina Pernozzoli, il tenore Anthony Ciaramitano, il baritono Wiliam Hernandez le cui corde vocali sollevano la corda dei cuori dei melomani al cospetto. Ma nei conflitti esterni e negli intrighi interni nessun Dandi o Libanese può affascinare come uno Scarpia né tantomeno un Duca mantovano. Insomma perché? e ribadiamo perché non voler restare sul terreno già clamorosamente favorevole della narrazione e ambire il lancio dei propri personaggetti cercandone un’esaltazione nella sfera d’una impossibile epica? Ofelè fa el to mesté, recita un motto che ben conosce il loggionista, ma non De Cataldo cui ben riesce passare dalla stesura di verbali e documenti alle pagine narranti vicende di malavita. Molto meno la librettistica d’opera. Trascinando nelle fantasie di trionfo anche un ottuagenario Piovani.  


 

 

mercoledì 21 ottobre 2026

Ricambi bellici

  


Mehrdad Akhlaghi Ketabchi è stato nominato ministro della Difesa iraniano, l’ha deciso il Parlamento della Repubblica Islamica con la maggioranza schiacciante di 237 assensi e 15 voti contrari. L’uomo, sessantottenne, appartiene alla vecchia guardia della rivoluzione khomeinista, è dunque un elemento di fiducia della componente conservatrice legata ai Pasdaran. Ha comunque ricevuto l’investitura anche da quei riformisti presenti nel Majlis insieme al benestare del presidente Pezeshkian che del riformismo interno è espressione. “La Repubblica Islamica dell'Iran non sarà l'istigatore di aggressioni contro nessun Paese, ma difenderà con forza e fino alla morte l'integrità territoriale da qualsiasi aggressione”, questo il messaggio del capo dello Stato al suo omologo e avversario statunitense qualora rivolesse forzare la mano. Ad Akhlaghi è affidata la supervisione della ricostruzione e dell'espansione delle infrastrutture militar-industriali interne, pesantemente prese di mira da Stati Uniti e Israele. La sua ultraquarantennale esperienza nel settore della difesa e nel comparto d’eccellenza, quello missilistico visto che agli inizi del Millennio ha diretto lo specialistico gruppo industriale Shahid Baqeri, fanno pensare a un’attenzione bellica senza mezzi termini. La diretta competenza (negli ambienti è noto con nomignolo di “mister missile”) nello sviluppo della variegata gamma di questi arsenali con armi a breve gittata dai 200 km (Fateh-110) ai 700 (Zolfaqar), passando per la media da 2000 km (Sejjil) e i missili da crociera (Soumar) con 3000 km di potenza, costituisce una premessa per un’ulteriore implementazione del comparto. Al contempo con una simile scelta i vertici di Teheran lanciano un messaggio chiaro sulla volontà di non piegarsi a ulteriori aggressioni senza far pagare duramente agli avversari la voglia di reiterare un conflitto prolungato. Già prima della nomina il portavoce del ministero della Difesa, generale Reza Talaei-Nik, aveva sostenuto che il Paese necessita di “aumentare la quantità e la qualità delle armi strategiche, in particolare missili e droni”. Si procede a carte scoperte per smentire le affermazioni della Casa Bianca di avere azzerato per sempre le capacità militar-industriali iraniane. Da ambo le parti non mancano certo dichiarazioni propagandistiche seppure bluffare può costituire una penalità più che un diversivo. Analisti di guerra ritengono che la linea di Akhlaghi verterà su un rapido incremento di produzione per le difese aeree, punterà sulle tecnologie emergenti utilizzando aziende governative e private, cercherà migliorie retributive per le Forze Armate. Tutto ciò costerà non poco alle casse statali sottoposte allo stillicidio delle sanzioni occidentali. Il sostegno non può che giungere dagli organismi cui Teheran è legata, soprattutto dalla Cooperazione di Shangai, e direttamente dalla Repubblica popolare cinese. Attraverso quei segmenti di relazioni che non incrinano la macro geopolitica delle recenti strette di mano e conseguenti accordi economici fra Trump e Xi Jinping ma che tengono d’occhio quel che c’è attorno. E un esteso Medioriente in fiamme si anestetizza anche con simili equilibri che sembrano squilibrare ma che controbilanciano fasi di eccessi. Lo scenario creato finora da Trump e Netanyahu è risultato un abuso d’ampie proporzioni. Tranne scoprire che un reciproco salvamento dai possibili guai elettorali li elettrizzi ulteriormente. Allora Akhlaghi potrebbe diventare, come i suoi predecessori, l’ennesimo bersaglio, mobile o fisso. Le conseguenze sarebbero non solo incerte ma ancor più catastrofiche sull’ingovernabile tavolo del crescente caos globale.

lunedì 19 ottobre 2026

Chi fa schifo chi

  


Fa più schifo il gesto violento e insulso di spaccare una vetrina, come hanno fatto i minorenni di periferia calati nel salotto della meneghina via Torino, così tanto per il gusto di farlo o per portarsi via un paio di calzature della moda sportiva Under Amour? Oppure dà più ribrezzo constatare i prezzi di quelle vetrine, non sempre esposti, e comunque oltremisura cari? Il Customer care dirà che no, ce n’è per tutte le tasche, scarpe da 250 euro ma pure da 39,99 basta cercare i modelli. Però le tasche dei ragazzi di Corvetto possono esser vuote, dipende dal reddito familiare, e se si abita lì o alla Barona, insomma, anche i genitori non se la passano neppure da ceto medio impoverito. Questo basta per spaccare? Probabilmente no, ma non è questo il punto. Ciò  che la politica tutta in Parlamento s’appresta ancora una volta a censurare è un’ira giudicata senza scopo se non far casino, una rabbia già bollata come opera di “maranza” secondo la Lega, “terrorista” per i Fratelli d’Italia, “feccia” dai seguaci dello spirito di Silvio Berlusconi che la Milano e la nazione classista e razzista hanno avuto premura di rilanciare trent’anni or sono. Poi nell’altra parte dell’emiciclo i nasi strizzati sono quelli sedicenti progressisti che allargano il campo - ma a chi, alle carriere dei loro famigli? - e con una simile puzzetta sotto le frogie pontificano. Tutti a recitare la litanìa della malvagità della violenza e della necessità d’un fronte comune contro i teppisti senza sforzarsi, non tanto di cercare le cause dell’insensata collera, ma neppure di farsi raccontare come si vive nelle periferie-ghetto. Poiché se i poco più che bambini che si sentono potenti e importanti quando il clamore del gesto fa da eco e da ulteriore richiamo possono venire compresi, educati, reinstradati, inseriti attraverso l’impegno di società, parenti, insegnanti, la politica e i suoi sacerdoti che hanno il reale potere su ogni cosa accada attorno a noi, per quanto mostrano da anni e decenni  devono essere azzerati. 

 

Perché hanno fallito. Hanno riempito i loro stessi governi, i media sviolinatori, le teste degli elettori di promesse inattuate o favole inventate per la bisogna della propria sopravvivenza e quella d’un sistema che abbandona a sé i luoghi d’educazione pubblica sviliti a avviliti da una voluta indigenza amministrativa; coi cumuli di cemento di periferie-rifiuto cedute alle losche faccende della malavita organizzata che può reclutare anche i ragazzini dello spacco per un altro genere di spaccature, quelle cerebrali dello spaccio di droghe. Dello stato sociale tagliato e triturato, di diritti costituzionali sempre più negati, dallo studio, al lavoro, alla salute, la cosiddetta società del benessere non di tutti e certamente non per tutti cosa propone da anni se non l’affarismo d’una merceologia arrembante per chi ha e può spendere? Dall’abbigliamento sportivo a quello lussuoso, dal turismo inteso come investimento non come conoscenza, ottundendo quell’apprendimento antropologico, sociale, culturale rappresentato dal viaggio ora impedito non dalle antiche frontiere fra gli Stati ma dal caro-biglietti d’ogni mezzo rapido di locomozione imposto dalle major del trasporto. Resta poco al ragazzotto di periferia nato marginale e marginalizzato da certe schifezze di città, trasformate dai signori del business nel divertimentificio sostenuto con le carte di credito. Società dell’Avere che fagocita quella dell’Essere, e per la pace dei pensatori d’antan è sempre stato così. Perciò si cercava la rivolta. Ahinoi, è sempre più così. E se solo un cinquantennio addietro c’era chi sperava e sperimentava d’attraversare i tentacoli speculativi dell’omologazione, ora chi governa le nostre città e le nostre vite ai bambini cresciuti male e svezzati peggio impone di tacere, adeguarsi o sfibrarsi nell’alienazione quotidiana. Fanno schifo i sepolcri imbiancati della politica, non i disperati della domenica. Quest’ultimi sono le loro ignare vittime, non i responsabili dello sfascio.

domenica 18 ottobre 2026

Cose di casta


  

C’è modo e modo d’essere casta. L’attuale destra di privilegio riesce a corre dietro alle lottizzazioni del centro-sinistra a favore di radical-chic e parvenu di famiglia, e superarle. Ben oltre le favole a misura inventate da una premier, la prima donna Primo Ministro d’Italia occorre riconoscerglielo, sfavorita da un brutto destino e underdog. Belle balle. Il suo cane da guardia e protettore è stato nientemeno che il cavaliere Silvio Berlusconi, pluri primo Ministro e pure pluricondannato, e suo mecenate nella fase della di lei invenzione politica. Le favole sono proseguite con l’invenzione dell’esclusione dai posti di privilegio. Esclusione dai posti di comando sì, prima del successo elettorale del 2022 e della conseguente piazzapulita ben oltre ogni spoil system, ma non dalle lottizzazioni che hanno visto negli anni, prendiamo gli ultimi venti, uomini e donne col Ventennio nel cuore, godere di nomine nei luoghi pubblici destinati al mercimonio del consociativismo. Gli esempi nel regno Rai sono sotto gli occhi di tutti. Come faceva Giampaolo Rossi a iniziare la sua scalata in Rai, diventando presidente di RaiNet dal 2004 se i fedeli alla fiamma e ad Atreju fossero stati ostracizzati? In realtà ostacoli non ce ne sono stati né allora né prima, e nella Rai di Biagione Agnes e in quella dei ‘Professori’ la presenza di raccomandati d’ogni sponda partitica è sempre stata la pietra miliare per entrare, sistemarsi, farsi spazio e godere di stipendioni e benefici. Sia davanti alle telecamere che esaltano notorietà ed ego, ancor più nelle malcelate direzioni che non possono nascondere le pastette che le presiedono.  

 

Ora, trent’anni dopo, la placida sistemazione di Massimo D’Alema non ancora premier, correva il 1995, comunque segretario del Pds, in un alloggio di 180 metri quadri situato in un angolo di Trastevere per seicentomila vecchie lire o poco più, roba che all’epoca per quelle misure a quel prezzo era impossibile trovare casa anche fuori dal Raccordo Anulare, viene fuori che il baldo ministrone della Difesa, Guido Crosetto la fa più grossa. Un centocinquanta metri quadri, non solo per sé perché tiene famiglia, ai lussuosi Parioli al costo d’un posto letto: seicento euro. Seicento euro, non ai Parioli dove gli studentati pur in locazione non esistono, ma in un appartamento nel quartiere di San Lorenzo per andare in Sapienza oppure all’Ostiense per la Terza Università. La fa più grossa perché sono passati trent’anni e tante inchieste su ‘Affittopoli’ e ‘Privilegiopoli’ susseguitesi nel tempo. E richiami continui alla moralità della politica. Moralità, pfff. La faccia e la prassi dei politici continuano a essere quelle della casta, arrogante col sorriso in falsetto; pretenziosa con la cosa pubblica che viene considerata Cosa propria. Ovviamente non desta scandalo, non solo per l’eterna giustificazione craxiana del ‘così fan tutti’ che era pura verità però non restituiva né il maltolto e neppure il vizio a reiterare, la partitocrazia può proseguire all’infinito a straviziarsi, pretendendo di farlo a nome del popolo visto che un’elezione via l’altra, pur con un elettorato dimezzato, il voto al cittadino glielo strappa. Per senso dello Stato, il voto è una conquista, senso di colpa, se non si partecipa vince l’avversario, senso di scambio, dando qualcosa si spera d’ottenere. Chi ottiene di fatto è una casta che si sente sempre più pura e diva.     

Ps Chi vuole saperne di più sulla questione, trova l’articolo a pagina 9 del Domani di ieri.

venerdì 16 ottobre 2026

La trappola della guerra

  


La sorniona scaltrezza con cui il rampollo Mohammad bin Salman, principe di diritto, sovrano di fatto della petromonarchia più nota del Golfo, nonostante il novantunenne genitore Salman bin Abdal Aziz sia tuttora in vita, sta perdendo colpi. Il quarantunenne regge da un decennio il regno sebbene la corona toccasse al cugino bin Nayef, più attempato di lui ma secondo gli accordi interni alla famiglia Saud legittimo successore. Infatti questa monarchia del Golfo non è stata mai ereditaria e attuava l’alternanza fra i fratelli del precedente sovrano, il più anziano introduceva il suo primogenito. Dal 2017 non è stato più così. La rottura di patti e tradizione ha creato non pochi contrasti in seno alla famiglia e nella tradizionalista cultura saudita. Ma tant’è. La voglia di primeggiare, i sontuosi progetti del piano di diversificazione economica del Paese marchiato dalla sigla “Vision 2030”, che fu lanciato dal supponente Mbs dall’alto della sua strabordante fisicità e piacioneria, hanno fatto digerire ai membri dello storico clan la regola del più forte. Anche perché lui non va tanto per il sottile. Sia quando ha fatto sequestrare nella prigione dorata dell’hotel Ritz-Carlton di Riyad, undici principi suoi consanguinei e altri trecento fra ministri in carica ed ex ministri, imprenditori, manager privati tutti accusati (da lui, non da magistrati) di corruzione e appropriazione indebita di capitali della nazione, per liberarli gradualmente e dopo averli resi economicamente inoffensivi. Sia mesi dopo, era l’ottobre 2018, quand’è finito accusato d’essere il mandante della sparizione omicida del giornalista Jamal Khashoggi, smaterializzatosi nel Consolato saudita di Istanbul dove s’era recato per ottenere una documentazione utile al matrimonio con la turca Hatice Cengiz. Nel più classico dei noir, la vicenda Khashoggi ha contorni sanguinosissimi. Li ha rivelati la Cia che seguiva l’uomo, l’ha confermato il Mit che controllava, fuori e dentro, quell’edificio della metropoli sul Bosforo. Il giornalista venne ucciso da una squadretta di mukhabarat, smembrato con una sega elettrica, messo in bagagli trasportati all’esterno e volatilizzati, è il caso di dirlo, su un aereo delle linee Saudia. Un piano, stavolta non economico ma criminale, messo in piedi dal principone. Ma perché tanta violenza? Perché Khashoggi continuava, seppure fosse stato avvertito e redarguito, a inanellare articoli critici su un regno che si trasformava sempre più in regime, e regime non solo autoritario e fondamentalista con l’appoggio offerto alle posizioni del sunnismo wahhabita, questo accadeva già ai tempi d’un altro bin, Laden, e della sua creatura Al Qaeda. 

 

Bensì un regno personalista che non rispettava neppure gli equilibri del suo clan. Nonostante quel cadavere eccellente avesse doppia cittadinanza, saudita-statunitense, pubblicasse sul Washington Post, fosse una voce ascoltata nel mondo arabo, l’omicidio venne messo a tacere. Nella propria “superiorità dorata” Mbs disse di assumersi personalmente la responsabilità di quel “mistero” pur di non intralciare il percorso di rilancio del Paese. E già allora, quando Trump dopo essersi sistemato per la prima volta nello Studio Ovale e aver partecipato all’Alardah, la tradizionale e machista danza delle spade, il signore di Riyad si sentì rinfrancato nel passo compiuto un paio d’anni prima: ficcare il naso nelle faccende yemenite, sostenere l’esercito lealista e attaccare i ribelli Houthi, per giunta pure infedeli, che battagliavano in un conflitto civile. La giovane testa coronata si sentiva potente, aveva messo a tacere i pretendenti di famiglia, giocava alla guerra col tycoon americano che affermava di diffondere la pace a suon di riarmo e bombe, questo un bel tratto di strada antecedente gli assalti a Teheran. Eppure infilarsi in guerre mentre si progetta di continuare a incassare miliardi col petrolio e rinvestirli in intrattenimenti diplomatici, sportivi, culturali, turistici sembra una contraddizione che, forse, solo ora il trono di Riyad riconsidera. Ora che è costretto a chiudere aeroporti e cancellare voli, cercare nuove strategie belliche per difendere le raffinerie di casa la realtà appare in tutta la sua drammaticità. Aver rimboccato la via dello scontro, come Mbs ha deciso da tre mesi fa, dopo che da quattro anni esercito e aviazione sauditi non s’occupavano più dello strisciante conflitto yemenita, sta pesando sulla petromonarchia, sulla lucidità del principe reggente e sul suo progetto di sviluppo. Solo nelle prossime settimane il regno dovrà/dovrebbe ospitare una grande conferenza sugli investimenti denominata Davos nel deserto, poi il torneo internazionale di tennis Six Kings Slam. Per la cronaca quest’ultimo è già stato annullato, le perdite economiche con gli sponsor non sono affatto minime. Del resto la Borsa di Riyad vive un ribasso che non conosceva dal 2022. E che ne sarà della Coppa del Mondo Fifa 2030? Quattro anni sono tanti, ci sarà tempo per pacificare medioriente e mondo afferma l’ottimismo più che del regime del principe dell’azzardo. Finora neppure i missili su Medina lo inducono a smarcarsi dalla trappola della guerra; lui va non solo dove lo porta il denaro, insegue l’irrinunciabile vanità dell’ego.