venerdì 26 febbraio 2021

Turcomachismo e femminismo militante

Nella Turchia che conta il quadruplo dei femminicidi registrati in Italia (471 nel 2020) il ruolo politico delle donne si scontra con una regressione ampiamente cavalcata dall’islamismo conservatore al potere. In realtà, in una classifica della vergogna che calcola quegli omicidi in rapporto al numero degli abitanti siamo preceduti anche da nazioni della ‘civilissima’ Europa, cattolica e non: Lituania, Cipro, Ungheria, Finlandia, Germania, a dimostrazione di quanto sia radicata ed espansa l’internazionale machista. Storicamente la patria messa su da Atatürk aveva concesso il voto alle concittadine nel 1934, ben prima che l’ottenessero le donne di varie democrazie europee. Però il panorama culturale, psicologico, socio-politico, religioso non aveva contribuito a un radicamento dell’emancipazione né tantomeno della liberazione. E se queste hanno faticato – e tuttora faticano – negli orizzonti politici orientali e occidentali le donne anatoliche, che nell’ultimo ventennio hanno inseguito il velo a mo’ di simbolo identitario, hanno anche trovato in quel sistema un freno per il loro ruolo. Per opera del mondo maschile, oggi incarnato dal presidente Erdoğan e dal partito di maggioranza, Akp, ma in altre fasi da padri laici e modernisti, che lanciavano l’economia prima liberale poi liberista - İnönü, Özal, Demirel - tutti proiettati a sostenere la nazione, a cercare la retta via, cui intitolavano anche raggruppamenti parlamentari. Del resto l’attuale partito-regime che s’ispira a “Giustizia e Sviluppo” li insegue e promette, ma non stabilisce un progresso collettivo né tantomeno di genere. Lo denunciano le avversarie bollate quali terroriste, non più solo se militano nei gruppi filo kurdi, ma nelle stesse file dell’opposizione storica. Qualcuna poi è vista come una sciagura per il buon nome delle donne turche. E inseguita dalle invettive anche di uomini delle Istituzioni perché osa attaccare l’uomo che vive per la Turchia: Recep Tayyip Erdoğan.

 

Una di queste è Canan Kaftancioglu, nelle elezioni del 2019 che sono costate all’Akp l’amministrazione di Istanbul, alter ego del sindaco Imamoglu, capace di battere il candidato filo governativo per ben due volte, anche nel voto ripetuto per presunti brogli. Sono entrambi del partito repubblicano, ma a dimostrazione d’un maschilismo radicato un po’ ovunque, questo schieramento non ha esaltato granché il contributo offerto da Canan al compagno di schieramento. Del resto nell’orizzonte interno solo il Partito Democratico dei Popoli teorizza e mette in pratica la parità di genere, creando co-presidenti e un’equa rappresentanza parlamentare fra uomini e donne. Una scelta seguìta dal potere nella sua ondata repressiva, incarcerando ormai da un quinquennio indifferentemente i deputati dei due generi. Della Kaftancioglu, che nel Meclis riceve gli scherni dei colleghi per essere una dichiarata femminista e sostenitrice del movimento LGBT, dicevamo che ha preso di petto l’intoccabile. L’ha denunciato alla magistratura per averla definita “terrorista”, una mossa che ha speranze minime di riuscita per il duplice asservimento dei giudici all’esecutivo e per il repulisti di magistrati indipendenti avvenuto dopo il tentato golpe del 2016. Alla fine questo passo potrebbe rivelarsi un boomerang: rischia d’essere annoverata fra coloro che denigrano il Capo dello Stato, pendenze che nel Paese hanno ampiamente superato i diecimila casi. Fra l’altro la deputata repubblicana è già stata colpita dallo staff presidenziale: una denuncia contro di lei del responsabile della comunicazione Altun s’è conclusa con una condanna in primo grado a nove anni di reclusione. Motivo: insulti al Presidente della Repubblica. Poiché durante il dibattimento Kaftancioglu non ha manifestato alcun pentimento, se l’appello confermerà la sentenza anche per la deputata femminista s’apriranno i battenti della galera. Determinata Canan non demorde e, come altre donne, dà un esempio di coraggio e libertà di pensiero. Che sempre infastidiscono il potere.

martedì 23 febbraio 2021

L’Italia alla rovescia criminalizza la solidarietà

P osto che la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, è rimasta al suo posto e che il ruolo di primo ministro italiano è ricoperto da quanto di più equilibrato (dicunt) la politica nazionale possa esprimere, Mario Draghi, resta il mistero di chi abbia indicato in una coppia di attivisti che da anni pratica la solidarietà come elemento portante della propria vita, pericolosi spalloni di migranti. Di questo vengono accusati Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che alle prime luci dell’alba sono stati svegliati da un’irruzione della polizia di Stato presso la propria abitazione. Gli viene contestato il reato di favoreggiamento d’immigrazione clandestina, e nella casa perquisita venivano sequestrati cellulari, materiale contabile dell’associazione Linea d’Ombra cui dedicano tempo e forze per soccorrere rifugiati e migranti. I due sono molto attivi sul confine orientale. Negli anni passati, e anche nei mesi scorsi, hanno continuato a supportare, assieme ad altri attivisti, la grama esistenza di profughi nei campi bosniaci, prima a Bihać poi a Lipa. I luoghi dove viene bloccata la ‘rotta balcanica’ di migliaia di giovani esistenze provenienti dal Medio Oriente, vicino e lontano. Siriani, afghani, pakistani, bengalesi che provano ad avvicinarsi a un’Unione Europea che li respinge e che ha fatto di Slovenia e Croazia le sentinelle militari e paramilitari per impedire a queste speranze di trovare conforto per rifarsi una vita dopo la fuga da guerra, fame, stenti. Nelle scorse settimane la retorica delle tivù di Stato ha inanellato servizi sulle terribili condizioni affrontate da quegli individui accatastati, disumanizzati dai respingimenti e ghettizzati in quei luoghi. Assediati dagli sprangatori di frontiera - poliziotti e picchiatori croati - in un inverno durissimo che vedeva quelle anime in pena calzare ciabatte in mezzo alla neve, lavarsi con ghiaccio sciolto perché le già precarie sistemazioni nelle tendopoli erano collassate fra incendi e minacce di rimpatri forzati. Molti politici della democratica Europa vogliono rispedirli negli inferni di provenienza. Fra costoro spiccano il parlamentare di governo Matteo Salvini e quella d’opposizione Giorgia Meloni. Lorena e Gian Andrea - che abbiamo conosciuto e intervistato anni addietro, ricevendo la limpida testimonianza della profonda umanità con cui realizzano l’aiuto al prossimo di cui certa politica blatera - dovrebbero essere sorretti e tutelati dalle Istituzioni, premiati dalla Presidenza della Repubblica che tanto si prodiga a cercare begli esempi di solidarietà. Dovrebbero essere benedetti dal Santo Padre, non vedersi braccati fra le proprie mura da agenti dello Stato che insinuano presunti reati. Il neo governo può offrire spiegazioni?  

Afghanistan, tutto fermo da un anno

Uno dei portavoce talebani a Doha ha lanciato l’ennesimo invito, che è quasi un monito, per la ripresa dei colloqui fermi da oltre un mese. C’è un cambio di staff fra gli statunitensi - Joe Biden introduce nuovi collaboratori al gran cerimoniere degli incontri, Khalilzad, confermato dal nuovo capo della Casa Bianca - ma il surplace sembrerebbe foriero di ripensamenti. Le delegazioni che firmarono l’accordo un anno fa ricalcano le posizioni: gli americani nel chiedere la rigida applicazione d’un cessate il fuoco, che non c’è mai stato. L’ultimo sangue sparso risale a due giorni fa con un doppio attentato a Kabul e Lashkar, obiettivi governatori e amministratori, vittime reali alcuni passanti. I turbanti vogliono il ritiro totale delle truppe Nato, fra cui circa 3.000 marines, e anche su questo versante tutto è bloccato. Dopo dodici mesi di promesse suggellate con tanto di firme ufficiali, ognuno ribadisce che terrà fede a quanto pattuito solo quando l’altro farà altrettanto. Ma chi inizia? Un circolo vizioso che non fa progredire d’un centimetro la situazione. In tal senso la diplomazia perde colpi, anche per la presenza di altri attori. I fuori tavolo del governo di Kabul, nella persona di primo piano: il presidente Ghani, detestato dai taliban, finora snobbato dal realismo politico di Washington che gli ha preferito il vice Adbullah e rappresentanti vari d’una sedicente società civile (in vari casi figli di potentati locali presenti nella Loya Jirga e fuori). E i jihadisti dell’Isil, sia nella veste dei dissidenti del Khorasan, sia come altri aggregati. 

 

I think tank di parte statunitense sanno che uno stallo prolungato non giova ad alcuna soluzione. Egualmente il gruppo di trattativa che Akhundzada ha messo in mano a Baradar se sta sfiorando il traguardo di tornare a governare Kabul, pur in condominio con altri fondamentalisti e non, può perdere un’occasione d’oro. Perciò la mega diplomazia internazionale ha smosso i suoi rappresentanti: il generale McKenzie da parte statunitense e Zamir Kabulov inviato di Putin, per sondare le posizioni pakistane e far intercedere Islamabad per bloccare la sequela di attentati. Il Pakistan dovrebbe agire su un doppio binario: quello dell’ortodossia talebana che gestisce le trattative e attraverso la sua Intelligence sulla sigla jihadista. Una sola esse divide l’Isi di Islamabad dall’Isis del Khorasan, ma dietro l’acronimìa certe strategie del caos collimano, ben oltre il credo fondamentalista. C’è poi la gran massa per cui non cambia nulla: milioni di dannati afghani, gli sfortunati che muoiono per via stroncati dalle esplosioni mentre arrangiano un lavoro anche per un paio di dollari al giorno, quando va bene. E chi muore di fame nei ghetti ai margini delle città. Le Ong tuttora impegnate in quelle latitudini dichiarano che i fondi internazionali sono diminuiti, povertà e disoccupazione crescono esponenzialmente, la sopravvivenza abbrutisce gli individui che vendono figli e parte dei propri organi per poter mettere qualcosa sotto i denti.

venerdì 19 febbraio 2021

Contadini indiani sui binari

Vistisi fermati con ogni mezzo - addirittura con la costruzione di muretti di cemento - le vie d’accesso al centro di New Delhi, la protesta dei contadini indiani punta ai binari. Ieri in diverse zone le linee ferroviarie sono state interrotte da sit-in e blocchi organizzati in stazioni piccole e grandi, non solo negli Stati di Haryana e Punjab. La solidarietà rurale contro le leggi sulla liberalizzazione del settore, votate in Parlamento e caparbiamente difese dal governo Modi, ormai coinvolgono l’intero Stato-continente mostrando una crescente e variegata mobilitazione. Interruzioni si sono registrate nell’Uttar Pradesh, Maharashtra, Karnataka e nonostante i massicci interventi polizieschi anche nei prossimi giorni rischiano di paralizzare i trasporti su ferro di cui l’India non può fare a meno. I portavoce dell’ennesima azione sottolineano l’aspetto pacifico dei blocchi, che dopo gli interventi delle forze dell’ordine – anch’essi finora non violenti – vengono rimossi, per poi riprendere ad alcuni chilometri di distanza. In quest’occasione non sono stati usati quei trattori di varie dimensioni condotti attorno alla capitale, ma l’ipotesi non è esclusa e potrebbe innescare circostanze anche più complicate dell’ostruzione delle strade attorno a Delhi. “Tutto dipende dal governo – sostengono i manifestanti – pensano che molleremo, ma non è così. L’obiettivo è l’abrogazione delle leggi che soffocano il nostro lavoro e la nostra sopravvivenza.

 

Poiché l’ostruzione ferroviaria crea disagi alla popolazione che viaggia sui treni, nella giornata di ieri agricoltori e supporter hanno scelto di protestare per non più di quattro ore. Puntano a ricevere sostegno da altri strati sociali, non vogliono cadere nella trappola, già rimarcata da Modi, di essere un ostacolo alla modernizzazione del sistema Paese. Al contrario del governo alcune forze d’opposizione che sostengono la lotta, ne esaltano la capacità di risvegliare partecipazione e senso critico, uscendo dal torpore che da alcuni anni vede centinaia di milioni di cittadini ammaliati nella retorica del Bharatiya Janata Party. Questi, cavalcando le critiche alla corruzione delle amministrazioni guidate dal Partito del Congresso, ha rilanciato a piene mani il nazionalismo confessionale hindu e il desiderio di potenza non solo regionale, rivolto agli storici nemici pakistani e al ciclope asiatico cinese. Nel secondo caso la sfida sembra impari sul fronte organizzativo-economico e per molti versi anche diplomatico, poiché la leadership di Modi non brilla per amicizie e relazioni internazionali, proprio in virtù d’una linea politica divisiva e decisamente antiquata, rispetto a ciò che la nazione indiana ha conosciuto dal 1947.

 

Le ultime azioni di protesta messe in atto dai contadini ampliano la partecipazione. Finora sui trattori c’erano solamente loro: agricoltori giovani, adulti e anziani. Da ieri sui binari sono apparsi anche i familiari: mogli, madri, sorelle e figli. Posso essere mobilitate un’infinità di persone, visto che l’India che vola verso la modernità è per oltre il 50% tuttora legata all’economia della terra. I conti son presto fatti: seicento milioni di persone sono coinvolte nella vicenda, un mondo trasversale, per buona parte anche di fedeli hindu, coloro che il Bjp pensa di avere dalla sua parte a prescindere da tutto. Samyukta Kisan Morcha, l’organismo che raccoglie varie sigle dei manifestanti di differenti Stati indiani, lancia un trasversale appello sociale e cerca di rapportarsi alle strutture sindacali di altre categorie. Quella dei ferrovieri, che finora hanno espresso solidarietà alla lotta, ha comunque preso le distanze sui blocchi della circolazione dei treni. Questa che risulta la terza forma di clamorosa protesta, dopo quelle del 26 gennaio (assalto al Red Fort) e del 6 febbraio (assedio di New Delhi), potrà trovare altre tipologie di contrasto. I vertici del Skm vogliono tenere aperta la vertenza godendo del massimo supporto, evitando spaccature interne e fra la gente. Intanto l’azienda ferroviaria ha comunicato l’immissione sui treni di Forze Speciali di Protezione, consentendo a queste d’intervenire su possibili blocchi prima dell’arrivo degli agenti antisommossa.    
 

 

 

martedì 16 febbraio 2021

Turchia, l’uomo che schiaccia i Bogazici

Ha da poco superato i cinquant’anni, 51 per la precisione, l’ennesimo uomo di fiducia del presidente Erdoğan, e attuale ministro dell’Interno turco - che lanciando la polizia sugli studenti Bogazici, quelli della prestigiosa università del Bosforo in rivolta contro la nomina tutta di parte del rettore - li ha anche etichettati con l’insulto: “Devianti Lgbt”. La perdita dei capelli decisamente invecchia l’aspetto di Süleyman Soylu, ma al di là delle apparenze  è la sostanza politica a renderlo funzionale al braccio di ferro governativo e fedele, fedelissimo, a chi come il presidente antepone la venerazione alla stessa ortodossia. E non ci riferiamo al credo islamico che il Sultano ricorda e ostenta in ogni apparizione pubblica, bensì all’appartenenza, al clanismo che supera lo stesso confine dell’Adalet ve Kalkınma Partisi. Altri sodali di questo partito - pezzi da novanta come l’ex presidente Gül, l’ex ministro degli Esteri e premier Davutoğlu, l’ex capo del dicastero economico Babacan - hanno rotto con l’odierno Atatürk, di fatto autoemarginandosi. Nessuno di loro, pur lanciando creature politiche, è riuscito a impensierire Erdoğan, che nel partito-regime dell’Akp promuove solo fedelissimi. Chi gli gira le spalle ha come unico destino il fallimento. Dopo aver ricoperto per un anno (2015) la carica di ministro del Lavoro Soylu è finito agli Interni nell’agosto 2016. Quando iniziava il terremoto del repusti antigolpista. Sostituì un dimissionario Efkan Ala, altro fedelissimo che s’era fatto le ossa nelle province del nord-est, fra le province kurde di Batman e Diyarbakır, dove i contrasti con quella comunità erano elevati anche nella fase “pacifica” dei primi anni 2000. Erdoğan assegnava ad Ala un dicastero tanto delicato sebbene non fosse neppure in Parlamento. La spinta per le sue dimissioni, dopo critiche rivoltegli per la non efficace gestione della repressione contro il Pkk, giunsero per le nomine ambigue da lui effettuate: capi di polizia, magistrati, burocrati tutti poi accusati di aderire al movimento gülenista che aveva organizzato il fallimentare golpe di luglio. 

 

Spazio, dunque, a Soylu, soggetto cui piace da morire la linea divisiva voluta dal presidente. Col tempo s’è fatto crescere un paio di baffi per somigliargli. Certo la capigliatura non c’è più, però Süleyman nella polarizzazione ci sguazza, e giù ad additare colleghi del Meclis rei d’appoggiare i terroristi. L’accusa vola mica solo sul Partito democratico dei popoli, anche sui placidi repubblicani del Chp. Insomma Soylu, fa professione di altissima fedeltà. E lo conferma quando da ministro dell’Interno rimuove dall’incarico numerosi sindaci dell’Hdp, tutti regolarmente eletti. L’ennesimo servizio al presidente. Eppure Süleyman non nasce islamista. Diciottenne aderiva al Democrat Party, raggruppamento conservatore formatosi dopo il golpe del 1980. All’epoca era affascinato da un non più giovane Demirel che prima di Özal, il politico del boom liberista di quegli anni, aveva creato il mito dell’umo che si fa da sé, raggiungendo i vertici della nazione. Una leggenda ritrovata in Erdoğan, ma non nell’immediato della sua ascesa politica. Solo nel 2012 Soylu entrerà nell’Akp, dopo un’espulsione dallo storico partito per il quale aveva rappresentato uno dei maggiori distretti di Istanbul (Gaziosmanpașa). Lo cacciarono per aver aderito alla campagna referendaria che introduceva nella Costituzione norme conformi a leggi dell’Unione Europea. Per la cronaca il referendum ottenne il 57,88% di consensi. Da quel momento Soylu fu fulminato sulla via di Ankara, entrando in Parlamento e al governo. Che l’ha difeso un anno fa dopo le feroci critiche rivoltegli per aver ordinato, da un giorno all’altro, il coprifuoco in oltre trenta città a causa del Covid. I turchi s’infuriarono, mercanti in testa. Lui, offeso, si dimise. Invece dalla presidenza partiva il suo salvataggio. Forse anche per questo è diventato ancora più zelante col sistema politico che l’ha adottato. 

 

Le scudisciate sulla protesta universitaria ha avuto duri risvolti nelle piazze di Istanbul, Ankara, Izmir dove giovani coinvolti nel sostenere la lotta dei Bogazici hanno trovato manganelli, idranti, lacrimogeni, gas urticanti, l’armamentario poliziesco “benefico” che gli oppositori conoscono da anni, insieme a fermi e arresti. Il rischio è ciò che ne può derivare: le accuse di complotto contro lo Stato e il marchio di terrorismo. Questo è diventato l’alibi con cui il governo frena non solo proteste, ma ogni pronunciamento non conforme alle posizioni statali, che poi sono quelle dei partiti di potere: islamici e lupi grigi. Eppure un’agenzia rende noto un recente sondaggio sul tema dell’attuale dissenso universitario: il 69% degli intervistati, sebbene in forma anonima, sostiene chi s’oppone all’incarico calato dall’alto che premia un altro fedelissimo del presidente - Melih Bulu - assegnandogli il rettorato sul Bosforo. Oltre a opporsi a un’investitura partitica, gli studenti e pure diversi docenti di quell’università, difendono la propria tradizione antigerarchica, la voglia di dialogo, il bisogno di libero pensiero. Con la loro azione s’oppongono al verticismo presente nelle altre università turche, dove regnano silenzio, omologazione, autoritarismo. Dicono di lottare per rendere libere tutte le accademie del Paese. La resistenza si sta allargando nonostante gli oltre cinquecento arresti e la solidarietà con la protesta è presente in 38 province, anche in luoghi non deputati allo studio. Nell’odierna Turchia il problema è come trasferire l’opposizione nella vita quotidiana. Il voto delle amministrative del 2019 ha rappresentato uno smacco per l’Akp che ha perso la guida di tutte le grandi città. Eppure nel Paese l’alleanza islamo-nazionalista tiene, le campagne patriottiche lanciate in politica estera e sul versante economico, trovano ancora un consenso trasversale fra strati popolari e imprenditoriali.

martedì 9 febbraio 2021

India, geostrategia e pandemia fra le agitazioni sociali

Quanto possono incidere le agitazioni sociali del mondo rurale indiano - che pur nell’indeterminatezza delle statistiche risulta coinvolgere numeri da capogiro - nella controversa trasformazione statale cavalcata nell’ultimo decennio dal Bharatiya  Janata Party? Il partito di governo s’ammanta di un’ideologia nient’affatto progressista, insegue un piano divisivo esaltando l’etnìa hindu, indica questa religione come “l’unica matrice indiana”. Di fatto polarizza la nazione-continente, orienta una stragrande maggioranza di quasi un miliardo d’individui di fede hindu, opponendola agli islamici interni e alle minoranze buddista, cristiana, sikh. Molti ministri del suo governo hanno assunto posizioni reazionarie sul tema dell’immigrazione e delle autonomie. E’ accaduto con la legge sulla cittadinanza che discrimina i musulmani dei Paesi limitrofi cui viene interdetta la possibilità di rifugio in India pur se perseguitati. E nel Kashmir messo a ferro e fuoco dopo le proteste contro la cancellazione d’un articolo della Costituzione che garantiva da oltre sessant’anni l’autogoverno amministrativo. L’Esecutivo a trazione Bjp, che strizza l’occhio alle teorie razziste dell’hindutva, ora accusa di vecchiume gli agricoltori del popolatissimo Uttar Pradesh e del Punjab da settimane all’assedio della capitale. Non tanto riferendosi alle barbe bianche dei nonni che affiancano figli e nipoti nella protesta, ma alla scelta di scontro frontale con la liberalizzazione del mercato agricolo. I contadini sanno che la cancellazione della copertura statale in quel mercato, favorirà le multinazionali. Essi perderanno la possibilità di cedere i prodotti della terra a un prezzo tutelato e li metterà alla mercé di colossi come l’India Reliance Industries forti nel dettare le tariffe, ovviamente a proprio favore. Questo mondo, neanche tanto piccolo se condiziona la vita di mezzo miliardo di attuali indiani, viene considerato superato da un governo che in altri settori non può dare lezioni di efficienza. 
 

Sul fronte geostrategico diversi analisti interni criticano l’ondivaga strategia di Modi. Come altri iper nazionalisti sparsi qui e là sembra osservare l’orizzonte con una lente rovesciata. E nell’ereditato desiderio di supremazia - che fu anche d’altri premier di Delhi - stenta ancor di più, concentrato com’è sulle vicende domestiche. Da qui il corto circuito indiano: divulgare talune sue eccellenze (l’informatica di Bangalore, i set di Bollywood) e limitare altri settori, restando isolato non solo sul versante diplomatico e delle relazioni internazionali, ma paradossalmente anche su quello militare che imporrebbe ben altre svolte a chi punta all’egemonia asiatica. Il suo presumibile più numeroso esercito mondiale: 1.300.000 effettivi, 1.200.000 riservisti, 1.300.000 paramilitari (i cinesi vantano due milioni di militari e mezzo di riservisti) non è strutturato adeguatamente per le sfide in corso. Seppure nei bunker si conservino 150 testate atomiche, così da risultare la settima forza nucleare globale, i restanti armamenti sono limitati rispetto ai balzi compiuti negli ultimi tempi da attori con enormi pretese regionali. Delhi conta su carri armati Arjun e T-90, elicotteri d’attacco statunitensi (Apache), russi (Kamov), francesi (Hal Chetak), di recente ha acquisito caccia Rafale, ma taluni commentatori ritengono l’arsenale inadeguato per le sfide attuali e prossime. Secondo altri il vero problema è altrove. Riguarda uomini e strategie. Il dicastero della Difesa viene definito un sifonoforo (specie marina d’invertebrati che vive in colonie dalle forme sottili e allungate). La struttura militare indiana risulta frazionata in molti, troppi, organismi dislocati in aree e località distanti fra loro, che consumano energie e fondi seguendo percorsi a sé stanti, spesso incomprensibili. Nel 2019 al ministero della Difesa è giunto un sodale di Modi, addirittura più radicato dell’amico-premier in casa Bjp. E’ Rajnath Singh,  pilastro non solo del partito di cui è stato presidente, ma fervido sostenitore della citata hindutva, coltivata nell’avvìo di militanza politica presso la fascistoide formazione Rashtriya Swayamsevak Sangh.

 

In precedenza il ministro aveva ricoperto altri incarichi. Quale responsabile del dicastero dell’Interno nazionale e dell’Istruzione nell’Uttar Pradesh s’era distinto per posizioni settarie sia in una gestione faziosa dell’ordine pubblico, sia nella riscrittura in chiave hindu di libri di storia. Aveva perorato la raccolta di fondi per gruppi paramilitari, fra cui il battaglione Bastariya, sorto per reprimere il movimento naxalita e appartenente alla galassia dei gruppi armati che collaborano con la Central Reserve Police Force, guidata dal ministero dell’Interno. Al considerevole impegno per riorganizzare l’uso nazionale della forza non corrisponde oggi una forza armata per le velleità geostrategiche regionali e mondiali. Però lanciare, com’è stato minacciato, l’apparato poliziesco, e se non bastasse quello militare, contro le manifestazioni dei trattori non sembra un’idea brillante. Perché, come riferito da alcuni contadini sotto il simbolico Red Fort,  Siamo qui in alcune decine di migliaia, potremo diventare milioni”. Attaccare il settore agrario vuol dire colpire centinaia di milioni di concittadini anche di fede hindu, quindi la leva dello scontro confessionale, tanto cara al Bjp, potrebbe non pagare. Accanirsi su questi lavoratori significa mettere in crisi la fonte primaria del Pil nazionale, calcolata attorno al 28%; aggiungere emergenza sociale a una già grave difficoltà economica accresciuta dall’accidente della pandemia. Sul terreno sanitario le cose vanno malissimo, sia i think tank favorevoli a Modi che ne giustificano le insane mosse, sia critici che gli fanno le pulci sul claudicante desiderio di grandezza mondiale conoscono la percentuale del Pil destinata alla salute: appena l’1%. Quest’assoluta insufficienza ha una drammatica ricaduta sulla vaccinazione anti Covid, col Paese che pur essendo una delle fabbriche mondiali di farmaci e col Serum Institute anche di vaccini, ha inoculato finora 5 milioni e mezzo di dosi, coprendo lo 0,40% della sua gente. Anche questo dato è uno smacco alle presunte modernità ed efficienza di Delhi, virtù che il governo rinfaccia agli agricoltori dicendogli di cambiare orientamento, ma che nella realtà non fa proprie.

domenica 7 febbraio 2021

Afghanistan, un rene per sopravvivere

Nel Paese dove ogni cosa ha un valore, tranne la vita umana, il prezzo d’un rene dipende dal mercato e dalle offerte. Certo è che presso un ospedale ormai specializzato in questo genere di trapianti – New York Times ne individua uno, Loqman Hakim di Herat, Afghanistan occidentale - l’uso di organi estirpati da giovani corpi in demolizione per sopravvivere, diventa un tragico ossimoro. La drammatica realtà esiste a svariate latitudini, l’India per tutto un periodo deteneva una sorta di primato della disperazione. Seguita da Pakistan e Filippine. E più la demografia s’accresce, più i miserabili finiscono impigliati in un simile sūq. Il Sud del mondo, e quel mondo slabbrato dalla geopolitica più funesta che ne travia l’esistenza, paga il conto più brutale. Eppure nei dintorni della struttura di Herat che pratica tale mercimonio non s’aggirano i ricchi del mondo ricco. Il rene è ceduto a concittadini mediamente capaci di pagare il disgraziato venditore per salvare un congiunto gravemente malato. Il prezzo oscilla dai 3.500 ai 4.500 dollari, meno che un viaggio della speranza verso Occidente. In tal modo chi cede il prezioso organo vivrà menomato, ma vivrà. Chi lo riceve potrà avere l’opportunità di sostenere una condizione che poteva ulteriormente compromettersi. Col consenso di entrambi la religione non pone ostacoli. Venditore e acquirente vengono ricoverati senza che la struttura sanitaria chieda di più, tranne ovviamente i costi dell’intervento che il compratore ha denaro sufficiente per pagare. Per entrambi. I chirurghi non entrano nel merito, il business è una questione privata, loro prestano un’opera professionale. Il traffico d’organi è vietato ovunque, ma chi si muove in questi meandri, nei ruoli più diversi compreso quello sanitario, sa che le scappatoie sono numerose come le possibilità di tenere in piedi il percorso che può avere risvolti semplicemente commerciali, comunque diverso dagli spregevoli crimini di rapimenti infantili e adolescenziali con relativi sparizioni e omicidi. In Afghanistan si parla di “semplice” mercato. Dettato dall’indigenza nera, passata dal 50 al 70% della popolazione, e dal degrado, che la condizione in cui è ridotta la nazione con le sue guerre infinite e il vuoto economico, portano in eredità. Senza futuro. In quei villaggi, in quelle città esiste solo un presente colorato d’ocra come la polvere che tutto avvolge anche nelle giornate d’aria ferma.