martedì 7 aprile 2026

Tutto in una notte

 


 

L'autoproclamato padrone del globo, l’imprenditore Donald Trump alla seconda presidenza degli Stati Uniti, dopo aver deciso di bombardare, assieme al premier israeliano Netanyahu, per trentanove giorni l’Iran; causato oltre duemila vittime, in gran parte civili; colpito numerosi responsabili militari, politici, religiosi di quel Paese; provocato distruzioni d’infrastrutture indispensabili per la sussistenza della popolazione e i suoi movimenti su un territorio in gran parte montuoso e in ampi tratti desertico; minacciato di radere al suolo ulteriormente attrezzature, istallazioni e reti; definito “animali da riportare all’età della pietra” i rappresentanti di governo e gli stessi iraniani in genere, è sfiorato da un’idea proibita. Aprire il Nuclear Football, in gergo la valigetta nucleare; far identificare il ‘biscotto’ come viene definito il tesserino coi codici identificativi generati dalla National Security Agency; comunicare l’ordine d’attacco al Centro di Comando, coadiuvato dal Segretario alla Difesa, attualmente Peter Brian Hegseth, ex ufficiale della Guardia Nazionale e conduttore televisivo, collocato da Trump medesimo nel posto strategico con un giudizio entusiasta “Lui sta facendo un ottimo lavoro”. E’ quasi la scenografia del mitico “Il dottor Stranamore – come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, film profetico di Stanley Kubrick che, come nel suo stile, meditava amaramente sui pericoli di chi governa le armi di distruzione di massa. La pellicola è del 1964, il reale uso delle atomiche da parte statunitense c’era già stato nell’agosto 1945. I ruoli attuali sono diversi, non qualche generale come nella finzione filmica, ma il presidente in persona è animato da fremiti catastrofici, il mondo continua a restare impotente spettatore. Insomma minaccia di giungere a questo il tycoon biondo, cacciaballe o distruttore, di persone, beni e tesori del genere umano? Lo sapremo in piena notte. 

 

I termini per giungere a un avvicinamento fra le parti sono stati tessuti da un generale, fattore non rassicurante. Ma il pakistano Amir Munir, primo fra pari d’un gruppo che comprende anche ministri degli Esteri del suo Paese, di Turchia, Egitto e Arabia Saudita, è considerato uomo di potere con la testa sulle spalle, specie quando deve equilibrare situazioni internazionali che hanno comunque una ricaduta nella propria travagliata nazione, ridondante di abitanti, bombe atomiche, singulti jihadisti e incubi separatisti. Quest’ultimi, riguardanti il Belucistan, l’avvicinano alle preoccupazioni di pasdaran e ayatollah, le armi lo fanno dipendere dagli Stati Uniti, ma con possibili trasmigrazioni verso la Cina, con cui condivide pure l’affanno degli approvvigionamenti energetici. Ed è su questa crisi allungata in gran parte del globo che lo spirito americano muove i propri strali. Con un gemito “umanitario”, perché di gas e petrolio i Cinquanta Federati a Stelle e Strisce sono strapieni e se impongono di riaprire lo stretto di Hormuz alle petroliere è per garantire l’energia all’intera specie terracquea. Questa è una delle quindici richieste trumpiane, cui seguono: lo smantellamento del piano nucleare iraniano, la consegna dei 440 chilogrammi d’uranio arricchito al 60% (le stime sono dell’Aiea), la limitazione della gittata dei missili di Teheran, la fine del sostegno agli alleati regionali, in primo luogo Hezbollah e Houti. Fra le dieci controproposte avversarie spiccano: il cessate il fuoco immediato e totale, sul fronte interno e libanese. Nessuna ulteriore aggressione alla nazione, l’azzeramento delle sanzioni, una nuova giurisdizione per Hormuz su cui l’Iran ora vuole gestire un pedaggio per il transito delle petroliere e un controllo su una fetta del greggio, appunto quel 20% transitante in loco. Posizioni finora da braccio di ferro, poiché Trump la pensa come abbiamo ricordato e di contro col portavoce della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, Rezai, gli rispondono "Non vale la pena di prestare attenzione alle sciocchezze di Trump. La strategia dell'Iran è la dura punizione dell'aggressore e la sua resa". Quanto sia propaganda e parodia a Levante e Ponente, lo vedremo. I brividi per soluzioni ben più devastanti e definitive di quelle solcate da Tomahawk e Mop restano. Nella notte e oltre la notte. Per non finire in una notte eterna.  


 

sabato 4 aprile 2026

Top gun

 

   

Lavora duro il top gun statunitense. Impiega circa quattro anni per essere al massimo del rendimento: teoria e centinaia d’ore di volo reale, e prim’ancora, di volo simulato per centocinquanta ore. La passione può rivelarla solo lui, probabilmente non semplice gioia d’attraversare le nuvole. Per quella ci sono i Boeing di linea, ma a quelli ci arriva a quaranta e fischia, visto che a venti l’adrenalina lo spinge verso il proibito alla maggioranza degli umani. Entrare nella United States Air Force, non è roba da tutti, selezioni severissime quasi e forse più dei colleghi della Nasa.  Perciò test fisici, attitudinali, psicologici, il primo annetto di voli intensi anche se quello supersonico arriverà dopo. Seguiranno: accademia di terra, studio sui sistemi radar, motori, idraulica, gestione d’emergenza e procedure d’arma senza rischio. Un volo con accanto l’istruttore diventa il prodromo per l’esame che rende il tenente (è il grado minimo per trasformarsi in un Combat Ready) una macchina da guerra. Tenente, come Tom Cruise nel ruolo di Pete Maverick, che ne ha lanciato la carriera hollywoodiana. E’ ancora lui l’eroe che può ispirare gli attuali killer dell’aria delle squadriglie a Stellestrisce? Può darsi. Probabilmente c’è dell’altro. Dal Patriot Act bushano che stimolava l’Enduring Freedom in Afghanistan, dove nelle prime settimane l’aviazione di guerra seminava morte sui civili e superava ampiamente le tenzoni aeree del film di Scott fra gli F-14 e i Mig sovietici. Sebbene, ricordiamolo, la pellicola era lanciata in piena epoca gorbacioviana con tanto di glasnost e mani tese fra i due Blocchi. Insomma s’è passati da un ipotetico scontro fra pari al tratto saliente delle guerre del Terzo Millennio in cui la forza della tecnologia maramaldeggia il nemico. Queste comunque sono logiche da Stato Maggiore e da ceto politico, il pilota, l’aviere iperspecializzato e superdotato che non è il semplice soldato Ryan, perché sceglie quella strada? 

 

Denaro, forse. Le cifre lo confortano. I guadagni oscillano, secondo il grado, da 90.000 a 160.000 dollari lordi annui. Negli ultimi tempi chi esce dalla più nota scuola di Top gun sita presso la US Naval Air Station di Fallon nel Nevada può contare - certo dopo aver sparato, distrutto e ucciso per almeno un ventennio - sul Blended Retirement System che gli garantisce una pensione con un aggancio a un fondo d’investimento. La quiescenza non è altissima, sfiora il 50% del precedente stipendio, però l’ex pilota può godere di benefici importanti: accesso a mutui immobili agevolati senza alcun anticipo, prodotti di vario genere esentasse, coperture delle imposte universitarie per sé stesso e i figli.  Già i pargoli. Nello spirito patriottico saranno orgogliosi d’un papà eroe alla maniera di attori che ne simulano le gesta. In ogni caso lui può continuare a volare, tanti piloti di F-15 passano alla Delta, American Airlines e altre compagnie con stipendi annui fino a 400.000 dollari. Lordi naturalmente e non esentasse. Per il nostro pilota gli anni sui caccia rappresentano un lavoro complesso, gravoso ma in fondo un’occupazione come altre. Con rischi altissimi nei conflitti, sebbene i cosiddetti dog flights appartengano allo scontro diretto fra combattenti dei cieli, come nel citato film, non alle operazioni scagliate su civili, nello sventramento di edifici, scuole, ospedali, ponti, strade. Del resto i comuni mortali non potrebbero avere capacità reattive, sangue freddo, piglio frenetico e quasi orgastico, nel mirare e centrare in un nanosecondo l’obiettivo suggerito dal comando o dall’Intelligenza artificiale che guida la missione. Il top gun sì. Riesce. Agisce. Colpisce. Azzera. Distrugge. Uccide. Poi può succedergli d’essere centrato dalla contraerea come ieri nei cieli iraniani, di finire disperso nella polvere di Kohgiluyeh e Buyer Ahmad, a cento chilometri dal confine iracheno, in un’area a ridosso delle basi amiche, ma non recuperabile dai propri commilitoni che volano in ricognizione provando a rintracciarlo.  Cercando quel giovane o quel padre di famiglia ch’era lì a distruggere cose e famiglie. Come da trentacinque giorni a questa parte.

giovedì 2 aprile 2026

Età della pietra

  


Trump pazzo? fanfarone? speculatore? provocatore? Tutto e ancora di più. Per quanto, a detta di analisti ben inseriti nei meandri del potere yankee, potrà essere bloccato dalle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già, ma gli orientamenti elettorali diventano un po’ ovunque incognite relativamente pronosticabili. E poi fino a novembre quanti danni collaterali che riguardano vite umane, economie globali, beni immobili possono finire sotto il tritacarne dell’uomo più volubile del mondo? Finora, dopo oltre un mese d’assalti all’Iran, proseguono le sue tronfie affermazioni di: vittoria, annientamento del nemico, possibile azzeramento fino a ridurlo “all’età della pietra”. Un’età che la parte d’America stretta attorno al tycoon poco conosce, digiuna com’è di Storia e degli sviluppi delle altrui civiltà. Autocentrata sul monte Rushmore, sui volti impietriti dei padri d’un Impero quasi giunto al suo capolinea. E l’assalto all’Iran che nella testa del capo, sotto l’effetto energizzante e interessato del compare israeliano di massacri, poteva essere cosa semplice, perde un giorno via l’altro efficacia, lasciando sì sui luoghi e fra la popolazione una scia mortale e distruttiva, ma producendo deleteri effetti sull’economia globale. Del primo punto del piano d’attacco: il decantato ‘cambio di regime’ con tanto di possibili alternative, sognate dall’erede Pahlavi e reclamate dalla diaspora iraniana più egotista e filo imperialista, ha smarrito ogni furore distopico. Gli stessi riformisti locali, i laicisti anti-ayatollah, gli antagonisti delle proteste invernali, non solo non hanno visto nessuna primavera alternativa sbandierata e promessa dai “liberatori” israelo-statunitensi, hanno solo conosciuto la furia distruttiva su case anche proprie o su quelle dei seguaci del governo. Su scuole con bambini, su strutture pubbliche, proprio come a Gaza e in Libano, e su tesori dell’arte, il palazzo Golestan nella capitale, quello della dinastia safavide di Chehel Sotoun a Isfahan. Non solo missili su caserme dei Pasdaran, bombe su una civiltà millenaria, disprezzata e considerata distruttibile.  

 

Gli omicidi mirati con cui è proseguito il tiro a segno sui simboli del regime, fino a colpire il più in lato possibile, Ali Khamenei, odiato a Washington e Tel Aviv, odiato anche a Teheran dagli oppositori al suo ruolo non solo politico anche teologico; sebbene la carica di Guida Suprema creata dal khomeinismo, mescoli terra e cielo, materialità della politica e morale della spiritualità. Eppure quell’incarico, inizialmente contestato da alcuni marja’ al-taqlid dello sciismo, è ormai accettato da tutti gli ayatollah e dai fedeli, per quanto mescoli temporalità e misticismo. Anche per questo la simbologia che i cecchini hanno voluto sfregiare costituiva di per sé un gesto blasfemo. A cascata la furia massacratrice sul Gotha militare, che ha fatto martiri i generali Salami, Bagheri, Soleimani (Gholamreza, Qasem era già stato smembrato sei anni or sono), Mousavi e Rasouli fino al ‘politico filosofo’ Larijani, che avrebbe dovuto garantire il tracollo del regime non lo ha finora prodotto. Ha invece rafforzato l’ala militarista dei Guardiani della Rivoluzione che hanno scelto di rispondere colpo su colpo, molto più che durante la ‘guerra dei dodici giorni’, rifacendosi su basi americane nel Golfo, sui locali alleati, su strutture militari e civili israeliane, sul flusso energetico mondiale chiudendo a singhiozzo lo stretto di Hormuz. Ancora oggi Trump, nella per lui lucrosa, strategia degli annunci ha ripetuto che l’America sta vincendo, l’America continua a essere First, gli iraniani cercano di elemosinare una trattativa. Ma da giorni le dichiarazioni del portavoce dei Pasdaran smentiscono questa versione. Il Paese non tratta. Lo stava facendo fino al febbraio scorso a Ginevra col ministro Araghchi, ridiscutendo sulla grande proibizione del nucleare imposta dall’Occidente che l’Iran, in oggettiva difficoltà economica e sotto la stretta dei bombardamenti di giugno, aveva deciso d’accettare. Anche quella mano tesa è stata troncata sempre per volere israelo-statunitense. 

 

Si sta così, nell’ora delle bombe, davanti a nuove vite distrutte ma non piegate. Perché dietro i tronfi e autoreferenziali annunci trumpiani c’è un nemico non sottomesso. La cui gente continua a essere divisa fra conservazione e cambiamento, ma il cambiamento pilotato dalla guerra ha perso parecchie adesioni. Gli oppositori interni vogliono scampare ai missili e in queste condizioni non hanno capacità per fare nulla. Parlando di un’altra o due settimane di conflitto l’uomo degli annunci sta in bilico fra una sua versione del successo che piega senza spiegarla la resistenza interna e l’azzardatissima ipotesi dell’intervento militare sull’isola di Kharg con incursori di mare e d’aria o un più corposo sbarco molto più a sud, direttamente sulle coste iraniane. Il tutto vagamente per: interferire con uno dei maggiori terminal petroliferi locali oppure recuperare l’uranio arricchito, fra l’altro sepolto sotto tonnellate di rocce e sabbia già colpite, “obliterate” secondo Trump nei mesi scorsi coi missili Tamahawk e Mop. Sceneggiate presidenziali a detta non solo di molti analisti, ma dell’Intelligence dell’alleato principe, interessato alla distruzione e al caos non alle missioni irrealizzabili e alle fandonie. Si sta, ancora, così sospesi in una tragedia cercata con banditesco e irresponsabile disprezzo della Storia, dei luoghi e delle sue genti con un reale moto diplomatico avviato per interposta ambasceria di chi preoccupato dagli sviluppi di tanto scialo fa da intermediario fra i duellanti. I ministri degli Esteri di due sodali di Israele, Egitto e Arabia Saudita, assieme a quelli di Pakistan e Turchia da giorni tendono il filo a un negoziato finora incerto, ma davanti a una situazione impossibile da sostenere per le dirette casse delle petromonarchie teatro di distruzioni vitali su giacimenti, campi d’estrazione energetica e impianti di dissalazione il patteggiamento è l’unica speranza d’un respiro lungo. Per ora il loro fiato resta cortissimo, quello iraniano affannoso ma orgoglioso, mentre gli Stati Uniti col proprio presidente lo sprecano in annunci boriosi quanto fumosi. Israele resterebbe in apnea a seminare morte, vedremo chi ha coraggio e forza per frenarlo.

giovedì 26 marzo 2026

Rapine

  

Immaginiamo un quadrato geografico: trenta chilometri di altezza, altrettanti di larghezza. Novecento chilometri quadrati, un bel tratto dei poco più di diecimila della nazione libanese. E’ questa l’area che Israel Defence Forces sta occupando come fece nel 1978. Solo che stavolta, secondo la dottrina del Grande Israele, mira ad annetterla definitivamente. Altro che ‘zona cuscinetto’. Il caso esemplare gli sta a fianco. Sono le Alture del Golan, terra di Siria che dal 1967 l’esercito sionista occupa illegalmente, alla faccia delle Nazioni Unite e delle sue impalpabili risoluzioni, come fa nella città di Gerusalemme. Nel 1967 non c’era il brutale Netanyahu, la premier era una donna, Golda Meir, ricordata quale patriota laburista. Il progetto di ampliare con la forza militare e lo spirito coloniale spazi crescenti del Medioriente confinanti con la Palestina storica non è una fulminazione degli ultimi tempi. Rappresenta la lunga mano dell’invasione ebraica, lanciata fin dentro i territori di altre nazioni arabe. Come accade a Gerusalemme i cui cittadini palestinesi subiscono furto e demolizioni delle case abitate da generazioni e segregazione forzata, così la provincia di Tiro oggi è oggetto delle “attenzioni” israeliane. Con la deportazione per causa bellica degli abitanti del luogo, calcolati in un milione, il disfacimento del tessuto urbano a mezzo bombe dal cielo e da terra, la conseguente uccisione di civili, finora millecento. Terra bruciata e volutamente invasa a scopo di rapina. “Fare nel Libano come a Gaza” una volontà non solo del ministro Smotrich, nato nell’illegalità della colonia Haspin proprio sulle Alture del Golan, cresciuto nella faziosità di un’educazione ultraortodossa, praticante l’arbitrio nell’ennesimo insediamento di famiglia a Kedumim, in Cisgiordania, ma pure d’altri esponenti dell’attuale ceto politico di Tel Aviv, un esempio per tutti: l’odierno responsabile della Difesa Israel Katz. Un settantunenne politico di lungo corso, esponente del Likud nella Knesset da oltre un trentennio. Anche lui il 16 marzo scorso, dando il via all’invasione di terra di Tsahal ha ribadito il concetto: radere al suolo il sud del Libano, svuotarlo delle comunità autoctone per favorire nuovi insediamenti coloniali ebraici. 


La resistenza per la propria esistenza praticata dalle famiglie sciite libanesi, che in quei luoghi vivono a stragrande maggioranza, sono tuttora funzionali a un recente passato del tutto simile all’attuale presente. Difendere sé stessi e la nazione da un’occupazione foriera di annessione da parte di Tel Aviv. Nel 1978 l’Idf dichiarava che la ‘Operazione Litani’ costituiva la risposta ad azioni armate palestinesi (in quegli anni il Libano vedeva la presenza di militanti dell’Organizzazione Liberazione Palestina fuoriusciti dalla Giordania) definite terroristiche. In realtà quest’ultime s’alternavano a quelle praticate sotto la Stella di David anche da elementi poi promossi premier (Ehud Barak), com’è consolidato costume di Israele. La successiva occupazione del 1982 segnò ben altro passo. Anche questa, passata alla storia come ‘Pace in Galilea’ (“Hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato pace”), partiva da alibi antiterroristici: il tentativo di omicidio dell’ambasciatore israeliano nel Regno Unito addebitato a Fatah, tentativo peraltro fallito, utile però a riportare gli scarponi di settantaseimila soldati oltre il confine e oltre lo stesso fiume Litani, sino nel cuore di Beirut. Già allora lo scopo dei governi Begin e Shamir (Likud) e Peres (Labour) era innanzitutto espellere da quel territorio i militanti dell’Olp quindi stabilire una sorta di protettorato su un Paese diviso e debole, politicamente e militarmente, per cercare di spaccarlo. E’ in quel frangente che il gruppo sciita di Hezbollah prese forma, come milizia paramilitare di difesa delle comunità meridionali prima e successivamente come partito politico, mettendo sul piatto della situazione nazionale il fattore etnico in uno Stato dove le comunità confessionali maronita, sunnita, drusa avevano rappresentanza in Parlamento. Lo fecero anche gli sciiti, certamente imbeccati da Teheran, ma il medesimo rapporto e supporto avveniva da tempo fra l’Occidente cristiano, il sunnismo arabo, la scheggia ismaelita egualmente radicata in Libano, Siria e Israele e spesso ago della bilancia in controversie più politiche che confessionali. Oggi i governanti di Tel Aviv  proseguono da dove i colleghi hanno lasciato. 

martedì 24 marzo 2026

Uscite e ritirate

  


Più dei lanci di Tomahawk che costano due milioni di dollari l’uno, a prescindere dal numero di cadaveri e sfracelli prodotti, sono gli annunci trumpiani a rimbombare e far lievitare i gruzzoloni presidenziali, a inizio anno valutati dalle agenzie di rating fra i sei e i sette miliardi di dollari. Così l’ultima nota della Casa Bianca annunciante una tregua patteggiata con gli iraniani, e peraltro subito smentita dagli interessati, ha comunque fruttato in uno ristrettissimo spazio temporale ulteriori introiti alle casseforti personali e di famiglia (quelle dei figli Eric e Donald junior, della moglie Melania, del genero Kusher). Perché il presidente americano annuncia, le Borse rispondono, i suoi asset incamerano e via all’ennesimo giro di giostra. E’ insider trading accusano i correttissimi della politica. E’ la corruzione della geopolitica, la quintessenza d’una rendita di posizione speculativa, cui s’aggiungono i guadagni diretti di guerra fra investimenti in droni e ordigni vari operati dalla Trump Organization. Questo è il liberatore da un presunto terrorismo globale, postosi a vantaggioso rimorchio di Netanyahu, il premier più terrorista dello Stato che dalla sua nascita sgomenta e destabilizza il Medioriente. Eppure questa è la diabolica coppia con cui attualmente devono relazionarsi molte nazioni del Golfo e dintorni comunque interessate a una ricomposizione d’un orizzonte squassato da e oltre le ristrettezze ruotanti attorno allo Stretto di Hormuz. Diplomazia, dunque, anche quella statunitense che infatti si muove in ombra dalle comparsate del suo presidente. Che le petromonarchie alleate a Washington stiano subendo uno choc economico pari e superiore a quello già in movimento su troppi mercati dell’energia per noti rincari conseguenti al blocco di petroliere e cargo del gas liquefatto, è una realtà che fa imbestialire gli emiri. Diventati bersaglio della reazione dell’Artesh iraniano al pari di basi e ambasciate americane ospitate sul proprio territorio. E’ l’ulteriore dazio da pagare a mister Trump. Chi ragiona dice che l’andazzo non può durare, ci sono mercati, affari, operazioni commerciali di respiro mondiale da salvaguardare.

 

Perciò diretti interessati come i sauditi di bin Salman, col seguito dei più militarizzati e numerosi egiziani, divenuti non per merito il perno d’ogni trattativa mediorientale in virtù del comune denominatore che li ha visti collaborativi sugli ‘Accordi di Abramo’; gli stessi turchi già mobilitati per trattare sul futuro della Siria e di Gaza al di là dei lucrativi progetti di riviera prospettati da businessmen israelo-statunitensi, nonché preoccupati dalle nuove ondate di profughi, ora libanesi; in aggiunta anche i pakistani, alleati armati da molti presidenti americani e che l’attuale geopolitica avvicina però alla Cina. Sono questi gli ambasciatori che operano dietro le quinte d’una crisi che non può continuare. La riuscita dell’uscita dallo stallo in cui la linea trumpiana s’è ficcata è nient’affatto semplice. Anche perché il presidente-sborone, che già un anno addietro raccontava d’aver francobollato le centrali nucleari di Teheran riducendone a zero efficienza e capacità, e non era così, oggi rilancia una fine delle ostilità in cui l’avversario dovrebbe inginocchiarsi alla superiorità della guerra tecnologica d’Oltreoceano. Posto che è appunto l’Atlantico l’arma migliore degli States che per i diecimila chilometri di distanza non possono ricevere testate missilistiche nemiche,  come accade a Israele e alle basi americane nel Golfo, sono proprio gli sceicchi amici e i Paesi impegnati nel ruolo di pacificatori a ridefinire le pretese di entrambi i fronti. L’Iran deturpato in tanti centri urbani, culturali e prestigiosi, ferito nell’orgoglio d’un ceto politico colpito a morte in troppe figure di spicco, mostra di non cedere a violenza e ricatto. Rilancia, con altri elementi del suo apparato militare prim’ancora che clericale, la rappresentanza nazionale. Offre un ricambio di guida che i suoi nemici probabilmente non riuscirebbero a dare. L’idea di Stati Uniti e Israele privati di Trump e Netanyahu, al di là dell’utopia che farebbe gioire detrattori e avversari, è un quadro che presupporrebbe quantomeno un temporaneo sbandamento che finora il ‘regime da cambiare’ non ha mostrato. Al contempo la guerra dai cieli ha paralizzato l’opposizione interna, informale od organizzata che fosse. I Pasdaran resistono e con loro l’Iran da conquistare.

lunedì 23 marzo 2026

Madri


     

I volti, le grida, il disperato dolore delle mamme atèfone di Minab è solo l’immagine più recente dello strazio fatto politico. Reso ammissibile come passo bellico che, con la tecnologia della morte istantanea e inattesa, diventa trapasso in un batter di ciglia, mentre le alunne osservavano lavagne colorate dal piacere del sapere. E’ stato un attimo, un lampo, una spettrale luce. Un riflesso sonoro, sordo, lugubre, razzente e mortifero, giustificato - dopo - col forse e con l’errore. Orrore no. Non si vuole ammettere. Gli assassini non si ritengono mai tali, non si riconoscono specie quando strappano l’anima a esistenze gioiose. Sulle spoglie delle figlie denudate del futuro, quelle bambine un poco più adulte e diventate madri si sono ritrovate nel tormento che sottrae il fiato più della polvere delle macerie. S’incontrano e lacrimano, coi tratti somatici di gente diversa e uguale; con la fisionomia stordita, lacerata nell’intimo senso di perdite assolute. Ineguagliabili. Con le facce di genitrici defraudate di un legame che sarebbe durato, decennio dopo decennio. Invece niente. Non un anonimo fato le priva della gioia, ma un destino scritto dai perversi cacciatori di dolore. I politici del tormento altrui. Gli uomini dell’afflizione e della sopraffazione venuti a torturare quel lembo antichissimo di mondo chiamato Persia, Palestina, e con nomi recenti Libano, Siria, Iraq. Serrano gli occhi e piangono le donne di Minab. Non vorrebbero osservare gli infantili cadaveri cui hanno rivolto suppliche e preghiere, né gli edifici esplosi e triturati da chi vuole riscrivere la Storia sull’altrui dolore.

mercoledì 18 marzo 2026

Afg-Pakistan in guerra

    


I venti di morte che squassano il vicino Medio Oriente allargano le ali e trovano imitazione più a est dell’Iran, lungo il tracciato ottocentesco ‘Durand’ che per decenni ha fatto parlare di Afg-Pakistan. Così a imitazione israelo-americana i jet pakistani vomitano bombe presso il famigerato Camp Phoenix di Kabul, dove le truppe Nato addestravano l’esercito dei governi fantoccio Kharzai e Ghani. Risultato: quattrocento morti. Né militari, né miliziani, ma tossicodipendenti in cura. Il perché dell’incursione s’articola sulla storia di due Stati relativamente giovani con un’anima comune, quella talebana. Che nel cosiddetto Pashtunistan, la terra dell’etnìa pashtun, cerca le sue radici, e se le ha ritrovate tramite l’Emirato Islamico ripristinato nel 2021 a Kabul, vede a Islamabad governi para occidentali con vocazione para militare. Strani generali quelli pakistani, votati all’Islam sin dall’epoca del golpista Zia-ul Haq che diede un impulso fondamentalista ben più serrato di quello impresso dal padre della patria Jinnah. Le stesse dinastie laiche che per decenni si sono divise il potere e i beni nazionali - i Bhutto e gli Sharif - hanno un esplicito richiamo ad Allah, tantoché l’attuale premier Shehbaz Sharif è fratello del fondatore del partito leader dell’attuale Parlamento la Lega Musulmana N. Enne da Nawaz Sharif ideatore del gruppo e uomo di spiccate simpatie wahhabite pur giocate negli agi delle monarchie del Golfo e di quella britannica. Quando in geopolitica si parla degli influssi del wahhabismo e deobandismo il rapporto stretto coi luoghi dove tali verbi del sunnismo fondamentalista circolano e lievitano, cioè moschee e madrase, è fittissimo. E il comune denominatore con scuole coraniche storiche come la Darul Uoom Haqqania, ubicata ad Akora Khattak nella provincia del Khyber Pakhtunkhawa, ne è un esempio lampante. Il corto circuito vive fra quegli ulema che lì abitano e pregano, i cittadini e i fedeli, gli attivisti e i militanti, i governatori e i governati. Cosicché da decenni il ceto politico pakistano naviga a vista, strizzando l’occhio a teorie che invocano la purezza islamica inseguita anche attraverso forme amministrative all’occidentale da cui i leader traggono prevalentemente profitti e vantaggi personali. I citati clan di Islamabad vantano appunto sequele di accuse e condanne per corruzione. 

 

Contro quest’immagine statale si muove il prodotto estremo delle madrase, quei taliban che considerano kuffar quei politici e cercano l’Emirato, ritrovato in Afghanistan, vagheggiato nel più popoloso e complicato Pakistan. Quest’ultimo avvinghiato alle purulente attenzioni d’imperi passati, il britannico presente fino al 1947 sui territori di India e Pakistan e lo statunitense che durante e dopo la Guerra Fredda a lungo s’è servito dei governi di Rawalpindi e Islamabad da contrapporre alla “sovietica” New Dehli. Il partenariato americano, i suoi finanziamenti, le testate atomiche offerte a quelle Forze Armate hanno contribuito alla veste occidentalizzante d’un Paese orgogliosamente legato a tradizioni ed etnìe, dai numerosi punjabi, ai combattivi pashtun, agli autonomisti beluci e a gruppi minori che moltiplicati per una crescita demografica fra le più prolifiche del globo pongono il Paese ben oltre la soglia di 255 milioni di abitanti, quinta popolazione mondiale. C’è, dunque, un’apparente contraddizione fra i desiderata dell’establishment pakistano e i suoi figli degeneri, i turbanti locali (Tehreek-i Taliban e Tehreek-i Labbaik Pakistan le formazioni più organizzate e temute) che preme sui governanti per intimidirli, influenzarli più che scalzarli, volendoli orientare attraverso il ricatto di sanguinosissimi attentati verso una linea di loro piacimento che conservi, ad esempio l’autogestione delle Aree Tribali di Amministrazione Federale. E l’Afghanistan cosa c’entra? C’entra perché l’attuale direzione talebana è prossima ai gruppi tribali del Waziristan e di altre zone pashtun, dando ospitalità e protezione ai manipoli dei Tehreek che colpiscono in patria e si rifugiano oltre il confine afghano, limite senza limiti e ostacoli se non per tratti montuosi, aggirabili dai passi come il Khyber dove gente perseguitata da un cinquantennio di conflitti va e viene. Ovviamente dall’Emirato negano che tale solidarietà talebana sia in atto, però i militari di Islamabad che possono più dei politici insistono e dallo scorso ottobre colpiscono. Ora, con lo sdoganamento unilaterale dell’aggressione e del terrore, si può procedere in questo modo: uccidendo i deboli. I talebani incassano, ma meditano vendetta. Mentre India e Cina osservano e tifano, chi per una fumosa guerra, chi per una salvifica diplomazia.