Forse hanno mani meno pesanti dei colleghi maschi nel sollevare e portar via chi contesta l’operato della Commissione che riaggiorna le liste elettorali indiane. Un organismo che da mesi reinquadra gli elenchi ridimensionando il numero degli aventi diritto al voto perché comprensivo anche di deceduti, emigrati, fuggiti non da case ma da capanne, e al tempo stesso d’intere comunità religiose e tribali sgradite all’attuale sistema. Così quest’ultimi elettori vengono trattati come i morti e cassati con un tratto di penna. Sono risultati un numero impressionante: centotrenta milioni, l’intera popolazione, non l’elettorato, d’Italia e di Francia, con l’avanzo d’una decina di milioni di persone. Forse nel trascinare via di peso giornaliste e cronisti negli ultimi due giorni di seriale repulisti repressivo che ha infilato in galera settemila oppositori dell’attuale governo e almeno una cinquantina di reporter, anche durante le loro dirette tivù, le poliziotte usano un approccio meno duro. Forse. Ma la sostanza non cambia, la censura preventiva delle idee e della parola diventa la realtà che stritola la presunta democrazia indiana sotto la leadership di Narendra Modi. Perciò Surya Kant, presidente della Corte Suprema dell'India, ha chiesto spiegazioni a un alto ufficiale della polizia di Delhi senza, per ora, ricevere sufficienti argomentazioni giuridicamente valide in merito allo stillicidio di detenzioni illegali. Detenzioni avvenute utilizzando anche un impianto sportivo, il Chhatrasal Stadium creato per i Giochi del Commonwealth nel 1980, attuando una prassi tipica delle dittature militari. Insomma un clima cileno e argentino degli anni Settanta del Novecento. Dal canto suo “Network of Women in Media India” sostiene che la polizia ha violato l’artico costituzionale 19 comma 1 su libertà di stampa e diritto all’informazione. E poi c’è chi accusa le stesse agenti non sempre e non tanto delicate con le donne. E’ l’avvocata Swaty Singh Malik che ha presentato una petizione alla Corte Suprema sostenendo d’essere stata trattenuta con la forza e malmenata da quattro donne del personale di polizia mentre assisteva alle proteste di questi giorni. L’imponente operazione securitaria da una parte fa intendere come l’Esecutivo abbia indicato alle Forze dell’Ordine di attuare una procedura estrema volta a impedire ogni sorta di contestazione anche di carattere non violento. Dall’altro c’è l’azzardo di forzare la mano attuando la più radicale delle leggi elettorali, quella che sradica strati sociali e politici dalla possibilità di esprimersi alle urne. Un Modiellum addirittura peggiore del Melonellum. E’ tutto dire.
martedì 13 ottobre 2026
lunedì 12 ottobre 2026
Patti e fatti
Ora c’è la voce del gran mufti Saleh bin Fawzan al-Fawzan, vecchio, grande vecchio dell’esegesi coranica a bollare gli Houthi come “setta sbagliata”. Il regno saudita dà eco alle sue riflessioni di carattere teologico rivolte a quei particolari sciiti, gli zaiditi definiti “gruppo deviante e miscredente dagli insegnamenti del Profeta” seppure risulti moderato rispetto ai duodecimani, per esaltare l’odierno interesse a sostenere la difesa nazionale. Un’attuale difesa, dopo il recente attacco missilistico all’aeroporto di Riyad, correlata alla crisi in atto con cui i ‘Partigiani di Dio’ guidati dal misterioso Abdul Malik bloccano o limitano il passaggio mercantile di Bab al-Mandab. Un tutt’uno, comunque, con l’offesa ormai pluridecennale con cui i sauditi hanno varcato i propri confini intervenendo nella guerra civile yemenita che oppone i lealisti del governo di al-Alimi ai ribelli stabilmente insediati nella capitale Sana’a e in un cospicuo tratto del Paese. Il novantunenne mufti, passato dai giovanili insegnamenti elementari a successivi studi e lauree in Giurisprudenza, Scienza delle successioni islamiche e dottorato in Fiqh (l’impegno interpretativo della Shari’a) è dal 2013 membro del Consiglio degli Shuyukh, il maggiore organo religioso che consiglia il sovrano Saud, e lo scorso anno è diventato gran mufti dell’Arabia Saudita. Con lui la principale petromonarchia fa calare da un’autorità religiosa un’investitura alla ripresa d’una guerra trasformatasi da scompenso locale a tracollo regionale, direttamente collegato al conflitto contro l’Iran che il volere della Casa Bianca tiene tuttora aperto. Dunque sauditi sempre più invischiati sul viscido terreno del contrasto alla guerriglia di Ansarullah tenuta viva da quest’ultimi in base alla propria militanza ideale e religiosa. In merito, pur fra richiami alla parola del Profeta, il moderno regno di Mbs mobilita un esercito ben attrezzato ma non motivato come le fila tribali dei suoi avversari; infatti il supporto all’esercito yemenita lealista nel decennio bellico non è risultato né decisivo e neppure sufficiente a evitare un’ecatombe di vittime che supera le 400.000 unità. Così negli sviluppi dell’emergenza regionale, con preoccupanti risvolti economici per il condizionamento energetico mondiale seguito alle chiusure degli stretti di Hormuz e di Bab al-Mandab, Riyad ha cercato conforto fra chi di eserciti se ne intende: Ankara e Islamabad.
Con Turchia e Pakistan il principe bin Salman ha firmato il cosiddetto Accordo de La Mecca, un patto di reciproco aiuto militare nel caso uno dei tre membri risultasse minacciato o colpito da forze esterne. Un patto rimasto finora inapplicato, anche davanti agli attacchi ricevuti in casa dai missili degli Houthi. Perché i due Paesi sunniti alleati, entrambi vogliosi di supremazia nel Grande Medioriente con una propensione più mediterranea dei turchi e medio-asiatica dei pakistani, cercano di tenere alto il ruolo diplomatico ricoperto finora nelle crisi-conflitto che riguardano palestinesi e iraniani. Con la differenza che quest’ultimi, colpiti e umiliati dalle prime azioni belliche israelo-americane che hanno prodotto significative perdite al loro apparato religioso, militare e amministrativo, hanno poi trovato un’orgogliosa solidarietà nazionale all’aggressione, hanno compattato gli apparati della forza (Pasdaran e Artesh) talvolta in contrapposizione, e trovato un’arma efficace nel frenare l’approvvigionamento energetico del mondo bloccando lo strategico passaggio di Hormuz. Da mesi una situazione tenuta in stallo dagli Stati Uniti per non ammettere il proprio fallimento, s’è trasformata in un boomerang che mette in ginocchio le economie dei sodali europei di Trump e Netanyahu. Questa stasi sfavorisce gli stessi grandi produttori energetici del Golfo bloccati nei traffici e negli affari. Smarcarsi da Washington, visto il disinteresse statunitense nel pacificare l’area, è diventata una priorità per Riyad, però gli intrecci delle alleanze risultano complicati. La mossa del mufti, suggerita dal regno, per ora non spinge verso un conflitto religioso con lo sciismo iraniano, che comunque guarda agli Houthi come l’unico rappresentante armato efficiente dopo i rovesci subìti da Hezbollah e Hamas. Quest’azione cerca un presupposto etico per la difesa nazionale, avendo chiaro che ogni sunnismo lavora per sé stesso. E firma per La Mecca, ma non combatte.
domenica 11 ottobre 2026
Cancellazione
Il Paese dei grandi numeri decide di continuare a far le cose in grande. Così in questi giorni il governo Modi dopo aver fatto arrestare a New Delhi quattromila manifestanti arriva a ingabbiare decine e decine di giornalisti e fotoreporter; ieri i free lance di testate indipendenti (Hindustan Times, Indian Express, The Wire) oggi anche diversi nomi di pubblicazioni mainstream. E’ l’India della galera, avevano gridato gli attivisti del cosiddetto movimento degli scarafaggi, che già nel luglio scorso avevano lanciato attacchi durissimi al ‘sistema Modi’ per l’esclusione di decine di migliaia di studenti dai corsi universitari. Ora protestano per il repulisti che sotto la regìa del premier è in atto nelle liste elettorali. L’iniziativa era partita da mesi: s’incaricava una Commissione Elettorale di riaggiornare gli elenchi di chi può recarsi alle urne, visto che i registri erano rimasti da tempo senza controllo e riscontravano incongruenze. Così la Commissione stessa ha dato notizia di oltre sessanta milioni di persone trasferite, quasi trenta milioni decedute, altri trenta milioni non trovate, e poi milioni sparsi d’iscrizioni duplicate e irregolarità burocratiche varie. A conti fatti centotrenta milioni di voti si dovrebbero sottrarre ai novecentosessanta milioni di elettori. Ad alcuni partiti d’opposizione, quello del Congresso su tutti, sono sorti dubbi, alla comunità musulmana idem e nelle verifiche svolte nelle scorse settimane i timori trovano plausibile conferma che il bisogno di riordino delle liste celasse il desiderio di disfarsi di elettori scomodi, non classificabili fra i sostenitori del gruppo di maggioranza Bharatiya Janata Party. Da qui le iniziali manifestazioni di protesta che su ordine del Ministro dell’Interno hanno trovato una sospetta e rancorosa repressione poliziesca ritmata a suon di arresti. Sebbene le elezioni nazionali siano lontane, si voterà nel 2029, l’anno venturo ben sette Stati federali sono chiamati alle urne, alcuni come l’Uttar Pradesh sono popolatissimi e significativi per gli equilibri politici generali. Questo distretto vede un’amplissima componente elettorale islamica che sta verificando problemi col mantenimento del diritto di voto proprio a seguito delle cancellazioni operate dalla Commissione. Il sospetto che Modi, vincitore col Bjp nelle consultazioni di due anni or sono con cui ha conseguito il terzo mandato consecutivo, cerchi stratagemmi per conservare il potere viene ormai riferito da molti osservatori internazionali. Nel 2024 solo grazie alle formazioni della cosiddetta Alleanza Nazionale Democratica i seggi in Parlamento sono diventati 292 (239 quelli del Bjp, 232 quelli dell’opposizione) e il leader fautore dell’Hintutva è potuto restare in sella. Gli oppositori vedono nella tutt’altro che trasparente operazione del riassetto degli elenchi elettorali un modo per disfarsi di voti scomodi. Intanto chi urla va in gabbia. E pure chi scrive.
mercoledì 7 ottobre 2026
Savia follìa
Poteva mancare il rintocco del proprio campanone uno dei paladini del para sionismo italiano, Giuliano Ferrara, nel giorno del ricordo dell’assalto sanguinario del 7 ottobre? Certo che no. E già il titolo del suo intervento, ovviamente sul suo Il Foglio, prepara il contenuto: Guerra – sì guerra – di verità per il sionismo. L’avvìo è nello stile che ama di più, non tanto per la prosa dell’autrice che pur in odore di brutta retorica era maestra di forma, ma nel contenuto, grintoso fino all’eccesso. Così, all’ombra di orgoglio e rabbia, ma con soggetti diversi va a richiamare un assunto su cui ricama convinzioni solo sue e di chi fa dei teoremi la verità del mondo: “Non tutti gli antisionisti sono antisemiti, ma tutti gli antisemiti sono antisionisti”. Sembra un giochino di parole, non lo è. Poiché la prima affermazione che fa un corretto distinguo viene stroncata dal fango con cui la seconda trascina l’antisionismo facendolo combaciare con l’antisemitismo. Insomma da scafatone della parola applicata alla prestidigitazione Ferrara rilancia un cavallo di battaglia storico del sionismo che vuol salvare sé stesso e il suo progetto colonialista accusando di antisemitismo chiunque osi criticarlo. Accusando gli stessi palestinesi e i loro geni semiti di antisemitismo. Nell’articolo segue l’elenco delle motivazioni del sionismo teorico e militante nato, ripete Ferrara “anche nel solco dello sterminio degli ebrei d’Europa da parte di nazisti e fascisti”. Questa orribile realtà fu la Shoa, il sionismo teorico e pratico coi testi dell’ungherese Herzl e dell’ucraino Jabotinsky nasceva un cinquantennio prima; quindi negli anni Trenta del Novecento nei villaggi palestinesi ancora sotto il mandato britannico giungevano agguati e stragi da parte dell’Haganah, dell’Irgun, della Banda Stern. I pilastri del futuro Israel Defence Forces.
Perciò “il ripario umanitario, socialismo, democrazia, aspirazione alla pace nella tutela della sicurezza” nella testa dei kibbutzim accorsi a lavorare per quella patria-rifugio nata nel 1948 restarono utopia. Prevalse la prassi politica dei padri dell’intero ceto dirigenziale di Israele - laburisti e conservatori, prima degli attuali sionisti messianici: inanellare guerre anziché convivenza. A suo onore lo conferma lo stesso autore in un passaggio che l’allontana dall’odio della maestra Fallaci: “Ovviamente il sionismo non è irenismo, rose e fiori, illusione e proposta di convivenza, è anche presa di possesso di una terra abitata da comunità arabo-islamiche…” Oibò. Fino a giungere al concetto shock del titolo: “non mollare una guerra in carne e ossa contro il terrore (?) e la congiura per l’estinzione violenta dello Stato ebraico dal fiume al mare e intraprendere una lunga guerra di verità, di chiarificazione storica e politica”. Potrà nel suo ruolo di comunicatore ideologico e post ideologico l’ex togliattiano e craxiano e berlusconiano Giuliano riflettere sul fatto che le sorgenti (Hasbani, Banias, Dan) di quel fiume (Giordano) sono sotto occupazione come lo è la terra dove milioni di abitanti della Palestina, diventata nell’offuscamento mediatico Cisgiordania, sono diventati un popolo assetato senza neppure risorse idriche, figurarsi se possono attentare all’estinzione dello Stato ebraico. Altrettanto si può dire del mare prospiciente a Gaza, dove i pescatori non pescano, i bambini non si bagnano poiché l’unico bagno che Israele permette è quello nel proprio sangue. Potrebbe dirlo, sarebbe una scossa alle incallite certezze del ‘popolo eletto’ che decide le sorti dell’altra comunità semita, soggiogata e vessata. Per ora il nostro non lo dice. Scrive, invece, d’una possibilità quella d’un governo Netanyahu di unità nazionale che definisce, bontà sua, “savia follìa”. Altre menti, diverse sono ebraiche, da tempo sottolineano come la concreta follìa intrapresa da Israele è quella di cercare il proprio suicidio accanto all’ecatombe palestinese.
lunedì 5 ottobre 2026
Sparizioni d’Egitto
In Egitto c’è una piattaforma di controinformazione chiamata Matsadaksh, in arabo significa ‘non crederci’. E’ formata da giornalisti indipendenti che prova a continuare a informare la popolazione. Nonostante il clima di terrore instaurato da quei mukhabarat di cui si serve il dittatore-presidente al Sisi, attivi da mane a notte fonda nello spiare direttamente o con l’aiuto di cittadini corrotti a suon di denaro i possibili oppositori. Chi vive sulla strada come i venditori ambulanti del Cairo e di Alessandria, metropoli assai frequentate per ragioni culturali da turisti e stranieri, riesce a osservare e a sapere e costituisce una fonte preziosa per gli agenti della National Security. La vicenda del “sindacalista” degli ambulanti cui Giulio Regeni si rivolgeva per raccogliere dati sulla sua ricerca in quel settore, e che per denaro ha venduto il giovane agli aguzzini di regime, la dice lunga su un fenomeno diffusissimo con cui l’apparato politico-militare tiene sotto il controllo pezzi di Paese grandi come le città, e ancor più località periferiche dove tutto si conosce. Poi ci sono le figure che appaiono pubblicamente per la loro militanza trascorsa, come l’attivista perseguitato Alaa Fattah oppure lo studente Patrick Zaki, rei d’avere espresso punti di vista sui social e per questo di essere finiti nel trappolone dell’ “arresta e rilascia” studiato dal regime per fiaccare la resistenza psico-fisica anche di giovani come i due citati. I magistrati asserviti a Sisi (figurarsi se potevano collaborare col processo avviato dai colleghi italiani sull’omicidio Regeni) emettevano un decreto d’arresto via l’altro, con un’interruzione fra le detenzioni che illudeva il malcapitato, costretto dopo giorni o settimane a tornare in prigione. Così per mesi. Così per anni. E a costoro andava ancora bene, perché altre persone sono da tempo scomparse senza lasciar traccia. Rapite sequestrate, ingabbiate, torturate, parecchie uccise dallo Stato egiziano che non rende conto del proprio operato a nessuno, neppure a quegli organismi internazionali come la Corte penale dell’Aja che in un’illusione di civiltà qualcuno invoca come soluzione d’un problema che è esclusivamente politico.
Beh, nei giorni scorsi sei giornalisti sei di Matsadaksh: Muhammad Mahmoud, Omar Hilal, Muhammad Ashraf, Abdullah Qadri, Islam Barakat, Muhammad Adel, praticamente l’intero gruppo editoriale della struttura, sono stati arrestati e non si conoscono né le ragioni giuridiche della misura, né il luogo di detenzione. Gli avvocati che ne prendono le difese hanno diffuso un comunicato con cui Matsadaksh conferma che “i sei detenuti sono giornalisti che praticano la propria professione in modo pubblico, hanno percorsi professionali distinti avviati in famosi istituti mediatici egiziani, il loro lavoro sulla piattaforma rientra nel quadro d’una pratica professionale pubblica basata sulla preparazione di materiali giornalistici, sulla verifica e pubblicazione d’informazioni in conformità con gli standard professionali”. E ancora: “La detenzione di questi cronisti senza motivi pubblici o accesso alle protezioni legali di cui hanno diritto, è inaccettabile e richiede l'istantanea informazione delle circostanze che motivano la detenzione. Quest’ultima colpisce non solo i giornalisti, minaccia la capacità d’un ufficio stampa indipendente di svolgere il proprio lavoro e priva il pubblico del diritto di conoscenza”. Perché in fatto d’informazione quel che resta sono le veline governative che guidano le notizie del mainstream interno con cui ogni cosa è dipinta a favore del potere militare che ha caratterizzato la Storia dell’Egitto moderno. E che nell’ultimo decennio è risultata ampiamente rafforzata da una geopolitica in cui il grande Paese arabo viene collocato come una pedina autoritaria a controllo d’un ridisegno del Medioriente. E’ il sistema con cui l’Occidente imperialista tuttora in vita designa un alleato capace di fare il lavoro sporco contro le velleità alternative interne e sostiene l’avanzata coloniale d’Israele nel triangolo libanese-siriano e della Cisgiordania. Con quest’Egitto l’Italietta meloniana, e prima quella contiana, gentiloniana e renziana, continua a fare affari vendendo sistemi di aerospazio di Leonardo e Finmeccanica, fregate di Fincantieri e trafficando con Eni sui depositi gasieri nel Mediterraneo orientale. In cambio il “piano Mattei” riceve una stretta sulla migrazione, mentre della giustizia per un italiano da bene martirizzato nelle stanze di tortura di Sisi, chissenefrega.
domenica 4 ottobre 2026
Verità senza giustizia
Fra uno Stato senza diritti qual è l’odierno Egitto e uno con diritti riconosciuti dalla Carta costituzionale e disattesi dal ceto politico che conosciamo in Italia ha camminato il giusto processo per offrire dignità al martire Giulio Regeni. Un processo inseguito con lodevole caparbietà dall’amore genitoriale di mamma e papà Regeni supportati dal rigore professionale dell’avvocato di difesa Alessandra Ballerini e dall’impegno della Procura di Roma, dove prestano servizio i giudici Lo Voi e Colaiocco. Tutto giusto eppure tutto limitato da una serie di vuoti a perdere. La totale mancanza di collaborazione dei giudici egiziani, ossequiosi con la linea omissiva del loro Paese; la prolungata contumacia dei quattro imputati che pur individuati con tanto di generalità, volti, indirizzi, ruoli ricoperti nei servizi d’Intelligence d’appartenenza non hanno presenziato al processo in corso in Italia; la loro mancata estradizione sono risultati determinanti producendo una punizione tutto sommato lieve e soprattutto inapplicabile in assenza di volontà politiche di Roma e del Cairo. Il dibattimento è rimasto azzoppato, limitato da simili carenze e ha condotto al paradosso d’una sentenza a metà che stabilisce e punisce i reati di rapimento e sevizie per tre di loro e non riesce a farlo per il più alto in grado, il generale Sabir. Ma soprattutto non condanna nessuno per l’omicidio di Regeni perché mancherebbero le prove.
Insomma dopo giorni della sua illegale prigionìa, interrogatori a base di ‘posizione del pollo’, bastonature, scariche elettriche, bruciature d’ogni genere inflitte dai colonnelli Helmi, Ibrahim, Sharif e dal generale Sabir, tutti al servizio di Abdel Fattah al-Sisi 5° presidente d’Egitto, su quella che è diventata la soluzione finale mancherebbero le prove? Indecoroso. Certo, la citata impossibilità d’interrogare i mukhabarat mostra sia la difficoltà di condurre un dibattimento efficace, sia l’impianto evanescente del processo ad assassini di fatto latitanti e fantasmi per una reale giustizia. Stupiscono i soddisfatti commenti di taluni sostenitori del risultato processuale che facendo eco a Colaiocco affermano: “E’ una sentenza storica. La Corte ha affermato che quanto è accaduto a Regeni è attribuibile agli apparati di sicurezza egiziani”. Di conseguenza si condannano tre agenti della forza per lo scorticamento del giovane e nessuno per il conseguenziale trapasso? Il corto circuito è palese, poiché se Giulio è morto direttamente per le reiterate torture è stato certamente svilito fino al decesso da quelle pratiche. Allora sul fronte della giustizia proprio non ci siamo. Che poi accanto agli esecutori materiali dell’omicidio vada additato e condannato politicamente l’apparato istituzionale responsabile del paranoide clima repressivo che ha triturato migliaia di attivisti locali prima di Regeni, è un’inconfutabile verità. Fra l’altro per esplicitare la condanna politica e morale al suo regista: il presidente al Sisi, occorrono il coraggio e la volontà che mancano al silente esecutivo Meloni come negli anni precedenti sono mancati ai governi Conte, Gentiloni, Renzi. Tutti uniti nella postura di mani tese all’affarismo italico in terra d’Egitto (oggi giunto a sette miliardi di euro) che salva Sisi e la sua gang aguzzina dallo scontare le proprie infamie. Se qualcosa insegna questo processo definito “storico” è la sostanziale diversità fra una parvenza di giustizia dove assassini e mandanti restano impuniti e inafferrabili e ciò che dev’essere una vera giustizia che conduce a condanne non virtuali e aggirabili con biechi giri di valzer geoeconomici.
giovedì 24 settembre 2026
Parole, parole
In quel supermarket della chiacchiera che è diventata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, seconda per inconcludenza solo ai tanti Parlamenti che umiliano la stessa democrazia borghese basata su concetti e confronti cui si contrappongono decisioni univoche a suon di decreti legge, i relatori passano, declamano e vanno via. Più sono vip, più si giustificano con impegni di grado superiore. Può il presidente Trump, intervenuto in apertura d’assise il 22 settembre, restare e ascoltare i pensieri altrui? Ovviamente no. Ne motiva la rapida uscita dal Palazzo di Vetro, la visita ufficiale del leader-rivale Xi Jinping atteso a Washington il giorno seguente. Nei 365 giorni dell’anno in corso non si poteva cercare chessò un week-end o un inizio settimana a data diversa per l’incontro fra ai due? Pare proprio di no. Potevano entrambi i leader d’un mondo in affanno presenziare almeno la metà dei cinque giorni dell’annuale incontro? Ancora una volta no, lanciando in tal modo il segnale che quell’Assemblea per chi conta davvero, conta davvero poco. Certo, tutte le nazioni restano presenti con uomini di punta o con funzionari di rappresentanza ma non è la stessa cosa. In altre epoche quando le Potenze con la maiuscola si minacciavano i loro big, fossero Kennedy o Chruscev, restavano in quella sede dopo aver parlato, per uno spazio temporale limitato ma lo facevano. Al punto che tensioni internazionali, talvolta, mica sempre, si ridimensionavano e si superavano. Ora superati sono quei tempi, e molto di più è la funzione di questo grande incontro, visto che su altri tavoli e scranni si decide cosa fare. Resta, perché così era e così è, la sperequazione fra chi fa di quel mercato degli annunci la passerella della propria foga, in vari casi assassina e impunita, e chi perlomeno prova a mediare. Celebri, anche per lo spessore di coloro che li pronunciavano, sono rimasti i discorsi di Fidel Castro o Arafat a difesa dei propri ideali e dei progetti attuati o sperati, in queste ore il mondo può ascoltare le frasi di Pezeshkian e Netanyahu. Il presidente iraniano ha rivolto le sue riflessioni all’omologo statunitense, minaccioso decisore dell’aggressione al suo Paese che fra schizofrenìa e furbizia alterna proposte di pace e proclami di distruzione.
Ricordando, Pezeshkian, d’essere definito col suo popolo terrorista da chi sta terrorizzando la propria nazione facendo inseguire bombe e morte. Un discorso comunque di disponibilità al dialogo che risulta, invece, sgradito agli ambienti radicali della politica e delle Forze Armate del suo Paese. Un esempio l’ha offerto il deputato intransigente Hossein Sabeti, recente promotore d’una mozione d’impeachment rivolta al ministro degli Esteri Araghchi, con cui sostiene che la linea di trattativa con gli Usa sia stata prematura e non avesse neppure l'autorizzazione della Guida Suprema. Invece Rezaee, capo del Consiglio di sicurezza iraniano e Qalibaf, presente di persona in alcuni incontri specie coi mediatori pakistani, figure di spicco dei Pasdaran, sostengono la disponibilità diplomatica riassunta da Pezeshkian e questo è un punto di speranza e di propositi anti bellicisti. Ma non è detto, poiché a rinfiammare l’Assemblea che oggi discute di Medioriente giunge nel pomeriggio newyorkese, le ore venti italiane, l’intervento lampo di Netanyahu, anch’egli in toccata e fuga dal Palazzo di Vetro, secondo il Mossad per ragioni di sicurezza. Lo scorso anno aveva richiesto i residuali venti ostaggi ancora nelle mani di Hamas che dopo tre settimane ha ottenuto, ponendo poi ogni impedimento a passi anche minimi del famigerato piano del Board of Pace arrangiato con Trump. Cosicché nella trucidata e stremata Striscia di Gaza, che vede il territorio tuttora soggetto a manovre di guerra dell’Idf, due milioni di cittadini sono accalcati in meno della metà degli originari 360 km quadrati. Chi sopravvive sta rifugiato in tende o fra le macerie oppure sotto gli scheletri di edifici sventrati che crollano facendo ulteriori vittime, com’è accaduto giorni addietro. In attesa delle elezioni interne Netanyahu continua a sostenere di dover “terminare il lavoro”, un lavoro basato sulla vendetta sanguinaria che gran parte del mondo definisce genocidio. Oggi il premier di Tel Aviv difenderà tutte le nefandezze, comprensive di omicidio, che i coloni stanno compiendo in Cisgiordania, e accuserà il mondo di antisemitismo. A fronte delle duecento violazioni del diritto internazionale che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha attribuito a Israele a partire dalla risoluzione 194 comminata nel 1948 con la nascita dello Stato sionista. Ma l’Onu è l’istituzione delle parole alle quali non corrispondono i fatti. E’ l’organismo del diritto di veto. E’ il luogo dove taluni possono dichiarare e applicare la legge del taglione.














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