martedì 15 settembre 2026

Accordo scordato

  

Di foto, come s’usa, ne hanno fatte molte. Così per le strette di mano e gli assensi a favore di telecamere. L’accordo era storico: nasceva la ‘Nato islamica’, aveva azzardato qualche commentatore. Tutto questo il 7 agosto scorso, in una sede che più santa non si può: La Mecca dove il padrone di casa bin Salman, mister Erdoğan e Sharif hanno messo nero su bianco le loro firme vincolanti per una difesa comune in caso d’attacco a ciascun membro. Un mese dopo la prova del nove. Arriva un assalto dei Partigiani di Dio yemeniti che con droni e missili bombardano infrastrutture militari ed energetiche dei Saud. Però nessuno si muove. Non c’è alcuna reazione bellica da parte dei tre, neppure dei diretti offesi che hanno scelto una risposta diplomatica, ferma ma non graffiante. In realtà i militari di Ryadh un passo marziale l’avevano compiuto, prima. E da questo è scaturita l’offensiva dei miliziani. Nelle ultime settimane i sauditi avevano soffocato e ristretto lo spazio operativo di certe infrastrutture gestite dagli Houthi, da lì i citati lanci sull’aeroporto di Sanaa e qualcosa in più: l’avanzata su Mocha e sull’isola di Perim che consentono un controllo più diretto su Bab el-Mandab. E questo infastidisce maggiormente i sauditi e il mondo, perché produce un sigillo su quel varco e sul passaggio di petroliere. Eppure il portavoce degli Ansar Allah s’è subito speso in rassicurazioni: la chiusura riguarda esclusivamente le petroliere di Ryadh. Una conferma non rassicurante per i tanti Paesi che attendono quei cargo per propri rifornimenti di greggio. E’ questa la guerra tuttora in corso, dopo che i bombardamenti statunitensi sull’Iran, l’alleato-patron dei ribelli yemeniti, si sono quasi spenti come pure le reazioni dei Pasdaran sulle locali petromonarchie, quinta colonna di Washington nel Golfo. Esaminare i motivi dello stato di quiete bellica fra i membri del Patto de La Mecca, è semplice. Il comune denominatore resta il mantenimento della sicurezza nell’area per molteplici ragioni. In testa quelle economiche che direttamente e indirettamene coinvolgono ciascuno fra forniture energetiche, belliche e tecnologie applicate a guerra e pace. I loro legami sono solidi, i commerci pure e serve tenere lontana l’instabilità. Eccezion fatta per un’ostilità palese e duratura e tale non viene giudicata l’ultima mossa degli Houthi. Ma il Convitato di Pietra in questo triangolare dell’ordine è l’Iran. Il Pakistan se lo ritrova sul confine occidentale, ne condivide instabilità interne fomentate dal movimento autonomista dei beluci, da sempre guarda con maggiore apprensione quanto si muove sull’altro immenso limes, quello orientale con l'India. Con un competitore regionale qual è l’Iran messo sotto pressione da oltre un anno dagli attacchi delle aviazioni israeliana e statunitense e soffocato da un embargo economico senza fine, Islamabad non intende interferire. Ne rispetta l’orgoglio e probabilmente lo teme. Anche perché in casa gli islamici sciiti sono una nutrita schiera, oltre trenta milioni di individui che a rigor di logica non vanno stuzzicati creando tensioni col mondo degli ayatollah. Con l’Iran non intende alzare polveroni neppure bin Salman. E’ il motivo per il quale al momento le incursioni degli Houthi godono d’una certa immunità. Ovviamente l’equilibrio è labile, lo sblocco del blocco a Bab el-Mandab, come a Hormuz, dipendono da fattori oggettivamente diplomatici anziché da scaramucce militari. Per il superamento della crisi che coinvolge Teheran, già nei mesi scorsi Sharif e il suo supervisore della forza, il generale Munir, hanno vestito i panni dei costruttori di pace. Ora pur non volendo soffiare sul fuoco il trio dell’Islam stabilizzante, usa l’arma della pazienza per quanto rischi di perdere la faccia davanti al montare d’un ulteriore braccio di ferro con gli irriducibili ribelli. 






lunedì 14 settembre 2026

Non bastano i Brics

  


Sorridono tutti. La foto di rito ha contorni protocollari orientati all’ottimismo, ma gratta gratta anche i Brics nel recente ultimo summit appena concluso a New Delhi, praticano il cerchiobottismo tipico delle Nazioni Unite: dire e non dire e soprattutto non condannare. Nella fattispecie i conflitti in corso, né quello israelo-americano contro l’Iran né quello russo-ucraino. Del resto a vigilare sugli amici c’era Vladimir in persona, perciò nessuna reprimenda su ciò che interessa e riguarda Mosca. Neanche condanne sull’altra crisi perché se all’Iran, rappresentato dal presidente Pezeshkian, avrebbe fatto comodo, la censura delle offensive si sarebbe dovuta allargare alle risposte di Teheran contro i Paesi del Golfo, e nell’assise ci sono gli Emirati Arabi. Per tacere delle vicinanze militanti ai Pasdaran degli Houthi, passati al contrattacco sul lembo finale del Mar Rosso. Il cui controllo-clausura, per ora rivolto alle petroliere saudite, pesa su una fetta della distribuzione mondiale degli idrocarburi ma non per gli autosufficiente Stati Uniti che continuano a farsi belli col fare bullo del loro presidente, disseminatore di minacce più o meno false, bombe vere, dazi roventi. Tali sciagure gli alleati occidentali, prostrati al volere di Washington, comunque le trasferiscono sui bilanci delle singole nazioni che si rivalgono su cittadini resi inermi e spesso inetti dai partiti di riferimento, siano al governo o all’opposizione. Così quella che dovrebbe essere una rivolta globale, visto che economicamente è guerra, ondeggia fra promesse e turlupinamenti di governi e politici di grido. Molti dei membri Brics, sia fra chi ha e vende materia energetica sia fra chi ne beneficia tengono a far pesare il loro 40% e passa di Pil globale, cercando d’accorciare il tempo in cui quella cifra supererà la boriosa supremazia dell’Ovest, estesa per alleanza a Levante a campioni della tecnologia come Giappone e Sud Corea. Nelle necessità sempre globali dei nostri giorni (cambiamento climatico, sovrappopolazione) tali emergenze dovrebbero trovare soluzioni qui e ora. Invece il mantra è: accadrà domani.  

 

In verità la Cina di Xi Jinping un grande balzo alla maniera e oltre Mao zedong, l’ha fatto sul versante della cosiddetta “tecnologia verde”. E proprio di recente ha notificato che la principale fonte d’energia nazionale deriva dal solare: 1.288 gigawatt contro le 1.285 gigawatt provenienti dal carbone. Quest’ultime comunque resistono ed esistono mentre il fabbisogno energetico d’un Paese in straordinaria espansione tecnologica, dovrà presupporre sforzi altrettanto serrati. L’altro gigante, l’India col suo miliardo e quattrocentosettantaseimila milioni di individui da sfamare anche d’energia, è molto più arretrato. Anzi, risulta il terzo Paese del globo responsabile di emissione d’anidride carbonica (oltre il 7%). Eppure Modi e i suoi capitani d’affari (Ambani con l’impero petrolchimico e delle comunicazioni; Adani infrastrutture, logistica, porti; Jindal acciaio ed energia; Nadar ipertecnologia) sottolineano, come quella quota s’abbassa a 1,8 tonnellate pro capite, un’inezia dicono rispetto ai grandi inquinatori: australiani (15 tonnellate a persona), statunitensi (14,9), canadesi (14,3), tedeschi (8,1) e pure italiani (5,4). Appassionatamente anche i piccoli, si fa per dire, come il Brasile pensano in grande e vogliono crescere, ma con Bolsonaro e Lula stesso non hanno protetto quel bene supremo dell’umana natura che è la foresta amazzonica a vantaggio dei disboscamenti imposti dai fazendeiros. Insomma numeri e desideri enormi però coscienza ecologica ancora arretrata. Gli undici membri più gli aggregati si sono presi l’impegno di rafforzare il multilateralismo e la multipolarità, osservando che un mondo multipolare può espandere le opportunità per i mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo, ampliare il potenziale costruttivo e godere d’una globalizzazione e una cooperazione economica universalmente vantaggiose, inclusive, sostenibili ed eque”. Sperano, ma lo devono volere, che certe guerre in cui sono implicati cessino e con esse, lutti e disastri per i propri abitanti, i “nemici”, chi sostiene i conflitti guadagnandoci, e chi li sta a guardare. 311 milioni di tonnellate di gas serra sono stati versati in atmosfera nei quattro anni del conflitto ucraino, addirittura peggio in quello contro l’Iran: 5 milioni di tonnellate di gas e oltre un miliardo di danni climatici solo nelle due prime settimane dell’attacco.

venerdì 11 settembre 2026

Vuoti

  


E’ trascorso un mese dalla votazione del ‘mezzo secolo’, oltre quarant’anni è durato il conflitto armato fra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Tale consultazione parlamentare con l’ampia maggioranza di 468 voti su 600 ha approvato la legge “Turchia senza terrorismo” che sancisce la chiusura della lotta armata da parte dell’organizzazione kurda e avvìa l’auspicata pacificazione nazionale. Si valutano i due scenari che il traguardo pone. Il primo interno al territorio anatolico, il secondo ai suoi confini. Bisogna premettere che occorre attendere un’altra manciata di giorni, quelli che conducono al 1° ottobre, per veder implementato il definitivo addio alle armi. Allora in alcune località delle montagne del Kurdistan iracheno (Qandil, Metina, Zap, Avasin, Basyan, Haftanin) l’intero arsenale in dotazione al Pkk verrà dismesso. Un precedente c’era stato con gli scenografici falò di kalashnikov che più d’un anno addietro avevano accompagnato la conclusione della lunga trattativa, posta sotto la supervisione tecnica del MİT, fra gli interlocutori principali, il leader kurdo Öcalan e quello nazionalista turco Bahçeli. Gli esperti dell’Intelligence calcolano in oltre quattromila i miliziani che lasceranno campi di addestramento e d’azione posti in quell’area, la stessa non è detto che sarà “bonificata” dalle utenze create, quelle logistiche e pure strategico-difensive come i tunnel con cui i guerriglieri sfuggivano ad avvistamenti e raid aerei. I nodi da sciogliere dentro il Paese, dalla Grande Assemblea Nazionale dove i deputati del partito filo kurdo Dem hanno votato assieme ai colleghi dell’Akp e del Mhp, ai comuni delle zone del nord-est dove la comunità kurda è maggioranza, sono essenziali. S’attendono quei riconoscimenti di rappresentanza, linguistici, culturali, d’autonomia amministrativa tuttora limitati, compressi e repressi nonostante i pronunciamenti del governo di Ankara. Fin qui lo stigma era il terrorismo, tale veniva considerato l’atto di resistenza organizzata dal Pkk e dalle sue strutture, alcune delle quali oggettivamente praticavano attentati e agguati verso membri di polizia e Forze Armate, venendo ripagati con la stessa violenza, troppo spesso rivolta verso inerti civili, parenti o solo concittadini dei miliziani del Pkk.

 

  

Il parossismo repressivo un decennio addietro ha colpito anche figure istituzionali, come il co-presidente del Partito democratico dei popoli, Selahattin Demirtaş onorevole nel Meclis, accusato assieme ad altri colleghi d’essere un fiancheggiatore della lotta armata. L’accordo e la recente legge fanno piazza pulita di teoremi e tesi aprioristiche, puntando alla pacificazione nazionale tendono la mano ai nemici di ieri, sanano molte condanne liberando detenuti politici ma dovranno definire anche i contorni permanenti della storica svolta. Che vanno oltre il possibile appoggio dei deputati kurdi all’ennesimo ritocco costituzionale che consentirebbe una nuova corsa presidenziale per Erdoğan, e riguardano appunto l’attuazione delle misure attese da quel mondo ideologico-politico che ha spinto Öcalan e il gruppo dirigente del Pkk, prima a rinunciare alla secessione dell’area orientale anatolica a favore del cosiddetto confederalismo democratico, e due anni or sono alla fine degli ultimi singulti di azioni armate. Spetta all’attuale esecutivo turco consolidare simili aspettative e non limitarsi alla generica convivenza fra comunità. Sul lembo sud-orientale turco, a ridosso del cosiddetto Kurdistan iracheno, resta viva la questione di chi occuperà quegli spazi predisposti alla guerriglia. Qualche osservatore ha ventilato l’idea d’un trasferimento nell’area di talune formazioni kurdo-iraniane in lotta contro Teheran, almeno di quelle riunite in un cartello (Pak, Pjak, Kdpi), ipotesi che non trova d’accordo altri analisti. Alcune di queste formazioni, in gruppo o per mano di singoli combattenti, avevano partecipato a scontri armati nella parte occidentale del territorio iraniano durante la montante protesta dell’autunno 2023 seguita alla morte/omicidio di Mahsa Amini. Ora, per diffusa mobilitazione armata di Artesh, Pasdaran e Basij impegnati, seppure a fasi alterne, nel conflitto contro Stati Uniti e Israele, la guerriglia kurda è in surplace. Il rischio ricorrente riguarda una possibile strumentalizzazione, diretta o indiretta, dei propri intenti, perciò il vuoto prospettato a Qandil e dintorni per ora resterà tale.      

giovedì 10 settembre 2026

I turchi giovani e l’invecchiata democrazia

  


Mentre Orhan, studente della Bilgi University di Istanbul, qualche mese fa s’è visto escluso dall’anno accademico da mane a sera, per ritrovarsi riammesso dopo tre giorni, Elif iscritta a un altro ateneo del Bosforo ha avuto una sorpresa ben peggiore: fermata per l’intera annata senza poter dare esami. Due casi differenti nella medesima Turchia d’oggi. Il primo è legato a un’inchiesta della magistratura che nel settembre 2025 aveva ordinato il sequestro delle società di Can Holding, attiva sul versante dell’energia, dei servizi sanitari, di media e comunicazione, turismo, e pure dell’istruzione. In quest’ultima branca risiede l’università citata, accademia privata è naturale, ma molto frequentata nella popolatissima Istanbul da giovani locali e pure stranieri. La Can e i suoi manager erano al centro di accuse gravissime: associazione a delinquere, contrabbando, frode, riciclaggio di denaro. Alcuni di loro sono stati arrestati, compresi i figli del fondatore Zamanhan, mentre le attività erano trasferite a un Fondo di Garanzia di Depositi di Risparmio. Certe funzioni proseguivano sotto questa direzione, altre, fra cui i corsi dell’università Bilgi, nel maggio scorso venivano sospesi. Poi tutto s’è misteriosamente risolto in una manciata di ore. La fortuna per Orhan è stata soggettiva. Lui e i colleghi non c’entravano nulla coi presunti illeciti di cui Can Group era accusato. S’erano iscritti alla Bilgi, potevano esserlo alle consorelle create da Koç Holding, Sabancı o Altınbaş Holding. Tutte università private e finanziate da famiglie miliardarie con produzioni e affari assolutamente simili: automotive, grandi e piccoli elettrodomestici, energia, banche, turismo, costruzioni, distribuzioni. Forse qualcuno fa gioielli, altri no, c’è chi è partito da Istanbul, chi da Gazantiep. Le università sono le loro perle perché si mira a forgiare lì la classe manageriale. I giovani che possono, con aiuti di famiglia più che dello Stato, le scelgono perché quei corsi di laurea vantano consistenti legami aziendali internazionali che offrono una marcia in più verso ogni sorta di dirigenza.

 

Alla studentessa Elif, un nome che simboleggia eleganza e semplicità, è andata molto peggio: è finita addirittura nel mirino dell’antiterrorismo. Il 1° maggio del 2025 assieme ad alcune compagne del movimento "Mille giovani per la Palestina", che fra l’altro contesta i commerci turchi con Israele, commerci esistenti sebbene da oltre un biennio il governo di Ankara abbia rescisso oltre l’80% degli scambi rinunciando a 5,6 miliardi di dollari di export e 1,9 miliardi d’import, volevano non mancare un raduno ormai impedito dall’epoca delle proteste di Gezi Park. Il gruppo decide di partecipare all’azione simbolo nei pressi di piazza Taksim. Per quell’anniversario il luogo è sempre presidiatissimo, la polizia in divisa e in borghese non permette incontri ai residuali dei gruppi della sinistra turca né ad alcun movimento. Elif viene intercettata prima dell’appuntamento. Tutta l’area è sottoposta a un ossessionante filtraggio d’ogni cittadino che passa. La fermano in una stradina di Beyoğlu. La tradisce la passione per la fotografia e una macchina non proprio minuta che viene immediatamente confiscata. Seguono la conduzione su un’autoblindo di servizio con annesse domande e manovre violente sulla sua persona. Quindi l’arresto e la detenzione per alcuni giorni, motivati da sospetta partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Infine l’agognato rilascio. Fra paura e disagio non segue alcuna denuncia, giunge però una sorpresa comunicatale dal personale amministrativo della sua università. E’ una lettera dell’antiterrorismo dal seguente tono: “Il vostro studente partecipa a proteste vietate. Occorre avviare un’indagine interna nei suoi confronti”. Così lo Stato turco ordina all’università di svolgere una simile verifica nonostante non sia prevista da nessuna legge. Ma proprio alcuni universitari interpellati affermano che accademie, non importa se pubbliche o private, non s’oppongono a simili “suggerimenti” e diventano pure zelanti comminando, nel caso di Elif, un doppio semestre di sospensione degli esami. Insomma lo studente impegnato su questioni socio-politiche perde un anno, e il commento della giovane sanzionata è conseguenziale: “Cercano d’intimidirci anche con metodi subdoli. Lo fanno sottotraccia, inviando silenziosamente lettere e ordini alle scuole; in altri casi impongono divieti di viaggio, non solo per studio ma per semplice turismo”. Un certo repulisti per studenti “riottosi“ e schierati s’era verificato in parecchie scuole superiori nelle settimane successive le gigantesche proteste per l’arresto del sindaco di Istanbul, l’esponente repubblicano Ekrem İmamoğlu (marzo 2025). 

 

Lui era la carta che il Chp avrebbe dovuto giocarsi per le presidenziali del 2023 e che s’è trovato la strada sbarrata nel suo stesso schieramento dalle smanie, per giunta perdenti, del leader Kemal Kılıçdaroğlu e della sua tribù alevita. La prossima tornata del 2028 İmamoğlu rischia di non farla nonostante un’età relativamente giovane, attualmente è un cinquantaseienne. Motivo? La sfilza di tegole penali e amministrative che gli son piovute sulla testa durante l’incarico di sindaco della metropoli sul Bosforo. Un ruolo acquisito già nel 2019 e ripetuto con un secondo exploit contro un candidato della cerchia presidenziale, l’ex ministro Kurum. La doppia disfatta nella municipalità che Erdoğan ha sempre considerato cosa sua deve aver indisposto l’apparato del partito di maggioranza Akp, così nel 2025 è scattato il trappolone giudiziario: İmamoğlu è stato arrestato e incarcerato per aver inserito (questa è l’accusa) dei personaggi vicini al Pkk fra i funzionari degli uffici metropolitani. L’ex sindaco definisce l’inchiesta un complotto, di fatto deve difendersi assieme a circa 400 coimputati da svariati reati, quelli gravissimi di favoreggiamento di terrorismo e spionaggio, e corruzione per un totale di 2.400 anni di galera. Complessivi, ci mancherebbe, non tutti rivolti alla sua persona. L’interdizione dai pubblici uffici è scontata. Paradossalmente questo leader politico può finire fuorigioco soprattutto per una presunta acquiescenza verso elementi della comunità kurda proprio mentre lo Stato turco patteggia il colpo di spugna nei confronti del terrorismo di quella matrice. La legge votata in Parlamento a stragrande maggioranza il mese scorso (468 favorevoli, 88 contrari, 6 astenuti) denominata “Turchia senza terrorismo” porta a conclusione un percorso avviato due anni or sono coi colloqui fra lo storico capo kurdo Öcalan, incarcerato da 27 anni, e il leader nazionalista Bahçeli. Gli accordi decretano l’abbandono della lotta armata e la consegna degli arsenali da parte del Pkk e porterà alla liberazione d’un buon  numero di condannati per quei reati. Öcalan inizialmente no, perché l’elettorato forcaiolo turco, presente a macchia di leopardo nei partiti della coalizione di governo, dovrà digerire il pasto molto speziato offerto dal vecchio “lupo grigio”. Ma dopo la contropartita dell’accordo che prevede una restituzione di favori con cui i deputati kurdi nella Grande Assemblea Nazionale si predispongono a sostenere un’ennesima candidatura presidenziale per Erdoğan, gli animi s’ammorbidiranno anche sull’uscita di Apo dall’Alcatraz della Marmara, l’isola-galera di massima sicurezza di İmralı. 

 

Un perdono simbolico, atteso e praticabile, riguarda Selahattin Demirtaş. E’ il co-presidente e parlamentare del gruppo filo kurdo che negli ultimi quindici anni ha cambiato molte denominazioni per le continue messe al bando della sigla, oggi si chiama Dem Party, alla turca Halkların Eşitlik ve Demokrasi Partisi. Demirtaş sconta da un decennio la veste di leader d’una formazione pretestuosamente additata dalla magistratura quale braccio istituzionale dell’ambiente guerrigliero. Un teorema mai dimostrato che comunque alla fine del 2015 ha prodotto centinaia di reclusioni nel corso della furiosa repressione da parte dell’esercito di Ankara dei cantoni del cosiddetto Rojava sul confine turco-siriano (un conto parziale dichiarò 200 vittime civili, 243 militari, 257 militanti del Pkk). Eppure nel futuro presidenziale turco Selahattin potrebbe candidarsi, Ekrem no. Gli verrebbe vietato perché accanto ai citati guai giudiziari, gli viene contestata la validità della laurea (in Economia aziendale) conseguita a Istanbul dopo il trasferimento dall’Università americana di Girne, Cipro Nord, dove studiava Scienze delle comunicazioni. Con oltre trent’anni di ritardo sono state riscontrate talune irregolarità procedurali e queste impediscono a un candidato senza una normale laurea di correre per la presidenza. Pretesti. Che diventano la linea di condotta su cui galleggia l’attuale democrazia turca che democrazia può non essere per tutti. Ecco le amare riflessioni della studentessa in stand-by Elif: Ormai in Turchia puoi essere accusato di terrorismo per qualsiasi cosa. Non c'è limite, soprattutto se sei una figura dell'opposizione. Chiunque scenda in piazza per qualsiasi questione viene additato come terrorista. Ti racconterò di un episodio recente. Due mesi fa c'era un comico, per favore cercatelo, si chiama Deniz Göktaş che ha pubblicato una pièce su YouTube. Era incredibilmente divertente e scherzava sul governo usando l'umorismo, criticava un po’ tutti lanciando battute. Una riguardava il figlio di Tayyip Erdoğan, Burak. Nella battuta il comico diceva: "Mio padre non è un padre bravo come Erdoğan. Mio padre non mi nasconderebbe se uccidessi qualcuno." Il figlio di Erdoğan, Burak Erdoğan, ha causato per errore la morte di una donna in un incidente stradale e non ha ricevuto alcuna punizione. Deniz Göktaş è stato arrestato. È stato arrestato per incitamento all'odio e "propaganda terroristica". Anche un mio amico del movimento "Mille giovani per la Palestina" – un movimento di cui faccio parte anch'io – è stato arrestato per sostegno al terrorismo. Durante l'evento aveva tenuto solo un discorso sulla "pace per i kurdi". Era un discorso innocuo, eppure…” 

 

La schizofrenìa politica del governo e d’una parte del Paese che gli è fedele, può produrre l’incongruenza di punire un giovane turco che dice pace per i kurdi mentre c’è un reale piano di pacificazione e salvezza, come dichiara la legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale. Certo, nell’ultimo decennio il clima interno è stato burrascoso. Subito dopo il ricordato conflitto a Cizre, Diyarbakır e dintorni s’è verificato il tentato golpe di luglio. 290 vittime, 1440 feriti, epurazioni a go-go per decine di migliaia fra militari, poliziotti, giudici, insegnanti, addetti alla pubblica amministrazione, giornalisti. Ovviamente non tutti implicati nel tentato colpo di mano ma probabilmente vicini al movimento che l’avrebbe ispirato, i fethullahçı di Fethullah Gülen. Questa la deduzione politica del presidente in persona, ex sodale dell’imam residente in Pennsylvania però con radici ben salde nello ‘Stato profondo’ della società turca e campione d’una soggettiva infiltrazione tantochè anche Capi di Stato d’altra epoca e sponda politica, dal conservatore Özal al sinistrorso Ecevit, l’avevano sostenuto. Magari senza flirtarci com’è accaduto a quel giocatore d’azzardo che è Erdoğan che con Gülen ha voluto prendersi la nazione, riuscendoci, per poi scaricarlo e rischiare di venire travolto da un pezzo dell’apparato della forza. In realtà un pezzettino, perché nella concitata notte di quel 16 luglio gran parte delle Forze Armate gli furono fedeli. E la popolazione ancor più. Ma se quei giorni e mesi produssero ben due anni di stato emergenziale (fino al 21 luglio 2018), il clima paranoico e repressivo che bolla come “terrorista” qualsivoglia espressione o manifestazione sgradita al potere è frutto di un’altra considerazione. La grande paura della piazza, proprio di Istanbul e a Istanbul. La piazza per antonomasia, Taksim, dove il sultano Selim III (1806) aveva una caserma. Il parchetto Gezi, creato dopo l’abbattimento kemalista di quella caserma, nel giugno 2013 aveva visto prima la ‘ragazza con un vistoso vestito rosso’ finita sui quotidiani di mezzo mondo poi centinaia di coetanei in tutte le fogge opporsi agli agenti che la recintavano per dare avvìo ai lavori di riproduzione dell’antico presidio. La protesta di Gazi Park s’allargò un giorno via l’altro, tracimò in colossali manifestazioni, pacifiche, quindi attaccate dalla polizia, con violenze crescenti e drammatiche conseguenze. Quattro morti fra i manifestanti, ottomila feriti, processi per oltre cinquemila attivisti e cittadini, un ergastolo a Osman Kavala, ritenuto il principale responsabile delle proteste e decine d’anni di reclusione ad altri. Per alcuni osservatori internazionali s’è trattato di uno degli esempi più eclatanti dell’assenza d’un sistema giudiziario indipendente e imparziale nella Turchia uscita dalle dittature militari. 

 

Da qui nascono le ‘fobie erdoğaniane’ di non lasciare spazi incontrollati alla popolazione, ancor più se giovane, applicando una selezione dei competitori politici, come pure dei colleghi di partito e di sistema. Pensiamo al ‘pensionamento’ prematuro e forzato dei sodali Gül e Davutoğlu, personaggi di primo piano dell’Akp. La dannazione d’una linea di condotta virata su un personalismo esasperato - peraltro assai di moda nell’universo politico mondiale - vede un leader non vecchissimo, Erdoğan ha ‘solo’ 72 anni, ma al comando da un quarto di secolo che continua a ritoccare i termini per rimanere legalmente al potere. Nessun impegno rivolto a figure di ricambio e nuove leve nella sua famiglia partitica e lotta serrata per intralciare con ogni mezzo gli avversari.  Inoltre la partita interna, che in questi anni ha visto spuntare come nel caso di İmamoğlu e d’un rifiorito Partito repubblicano gli stimoli per un’alternativa sostenuta dalla gioventù studentesca e non solo, trova nell’immensa sfera geopolitica l’ancoraggio sul quale colui che tutt’ora tanti turchi considerano ‘l’uomo del destino’ riesce a consolidare consenso. Soprattutto nell’attuale globo messo in subbuglio da guerre diffuse. Da queste Erdoğan riesce a cogliere opportunità riversate sul metaforico conto bancario della sua politica, per questioni strategiche: essere membro della Nato e tendere la mano agli sviluppi strategici della Cooperazione di Shanghai, utile ai risvolti economici sia quando si lanciano joint venture con l’Anatolia proposta come hub energetico, sia quando si vendono armi d’una potenziata industria bellica (Baykar, Aselsan, Bmc). E poi: la centralità della Turchia, identificata con la sua persona, sui tavoli di trattative delle aree di crisi. Durante la campagna presidenziale 2023 molte riflessioni giornalistiche dicevano: “Se al posto di Erdoğan ci sarà Kılıçdaroğlu, sarà lo stesso?”. Assolutamente no, hanno pensato tanti elettori. Per tacere dell’intuito e dell’intraprendenza che in politica estera ha posizionato gli affari turchi in Libia e nel Corno d’Africa, sporcandosi le mani e rischiando di trattare col banditismo di setta di taluni Stati non Stati, ma tant’è. Così fanno fan tutti. Così ha fatto lui che nell’aver rilanciato l’orgoglio non solo marinaro e non tanto patriottico del Mavi Vatan, pone il Paese a rivendicare un’assoluta centralità nel Mediterraneo più ambìto, quello di Levante, possibile scenario di conflitti col guerrafondaio Israele, ma sicuro smistamento di quel trasporto mercantile che trova l’interessamento d’un alleato strategico come la Cina di Xi Jinping. Insomma giovani turchi crescono, però a offrirgli un presente continua a essere Erdoğan. Mentre il futuro è tutto da scrivere.

 

(pubblicato sulla rivista Confronti


mercoledì 2 settembre 2026

Sfumature di verde

  


Sappiamolo. I pensierini del sindaco Gualtieri scritti di suo pugno e pubblicati su La Repubblica del 2 settembre (Acqua, alberi, energia così Roma combatte la sfida dell'afa) spuntano come alibi d’un andamento ambiguo e contraddittorio che continua a fare della giunta della capitale, come di altre città italiane (non possiamo non pensare alla 'Milano da edificare' del modello Sala) luoghi del cemento, altro che aree verdi. Certo, questa giunta rispetto al nulla di amministrazioni romane precedenti (Raggi, Marino), alla fasciomafia di Alemanno, all’affarismo della coppia Rutelli-Veltroni, ha piantato a suo dire 700.000 alberi. In realtà una parte di essi sostituiva i continui abbattimenti di precedenti arbusti - crollati, invecchiati, pericolanti e pericolosi - mentre la metropoli in svariate zone sta conoscendo operazioni di ricostruzione o costruzione ex novo, sotto una parola magica: ri-qua-li-fi-ca-zio-ne

 

Però un conto è riqualificare gli ex Mercati Generali, di cui all’inizio del Terzo Millennio il sindaco Veltroni decantava un recupero a sfondo socio-culturale, facendone imbiancare la cinta muraria su via Ostiense per poi lasciare il resto alle sventure future (e tutto è fermo da oltre vent’anni); altra cosa è “riqualificare” l’area dell’ex Fiera di Roma su via Cristoforo Colombo demolendo i vecchi padiglioni e costruendo abitazioni residenziali. Al Campidoglio dicono: ma i 44.000 metri quadri edificabili sono stati ridotti rispetto al progetto iniziale. Vero, ma non basta. Davanti alla crisi climatica che assedia il mondo e tante città, a Roma serve vero coraggio e un’inversione di tendenza non dedicando solo sei ettari del luogo citato (queste le quote della giunta) al verde pubblico, bensì tutto lo spazio disponibile. Tutto. Per raffreddare quell'angolo dell'urbe. 

 

Ma come? c’è già del verde a un chilometro di distanza (il parco di Tor Marancia) dicono sempre al Campidoglio. In una metropoli diventata per due mesi due, e siamo al terzo, più bollente del Cairo, il verde non basta mai. E poi lì dove certi boschetti erano presenti, proprio ai margini del parco di Tor Marancia, il Comune due anni or sono ha predisposto tagli totali delle piante, per pavimentare il terreno e creare giardinetti. Un giardinetto dentro al parco, ci vuole una certa inventiva… Eppure quel lavoro è costato oltre due milioni di euro pubblici. Potevano essere dedicati ad altro, ma ora quel margine è recintato e per taluni ordinato. Giusto, ma si poteva conservare il boschetto, che ne dice sindaco? Parecchi abitanti gliel'hanno chiesto per mesi, proponendo alternative di preservazione botanica. Sono stati inascoltati e turlupinati da assessori, dirigenti, funzionari del Comune. Il sindaco non l'hanno potuto avvicinare: era occupato a tagliare nastri. E l'ha fatto anche in quel giardinetto. Nell’approntare il progetto il Comune ha collocato un tot di lecci (c’è un business della piantumazione?) diversi dei quali non hanno attecchito e restano impalati e stecchiti, mica per la calura di questi mesi, per l’incuria d’una manutenzione inappropriata.

 

La città del grande impegno di Gualtieri per bissare il mandato vede nell’anno che verrà l’avvio del progetto dello stadio dell’As Roma nell’unica area verde del quartiere di Pietralata. Proprio nei 14 ettari dov’è presente un bosco, documentato amministrativamente come “Parco” e finora preservato volontariamente da un Comitato locale. Quest'ultimo ovviamente s’oppone allo sterminio di fusti e arbusti previsto nel progetto “Stadio”. Invece l’attuale giunta considera l’impianto, da collocare a ridosso dell’ospedale Pertini, una priorità pubblica facendola correre nella sua definizione operativa. Il Campidoglio di Gualtieri chiama anche quest'operazione: riqualificazione e rigenerazione, concedendo nei 27 ettari, 11 al verde. Un verde artificiale nel verde naturale destinato a conoscere tagli e ritagli delle piante esistenti. Con buona pace del maestro di Pietralata, il saggio e visionario Albino Bernardini, che in quegli angoli veraci di natura portava i propri alunni a osservare istrici e gheppi. E a imparare come si preserva la vita.

Mezzo mondo

  


Trent’anni di vita, nasce nel 1996, come fronte di sicurezza all’invadenza occidentale nel Levante dove il crollo dell’Urss ricreava vari Stati nazionali asiatici, potenziali partner non solo mercantili per le influenze a stelle e strisce. E furono tre ex repubbliche sovietiche (Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan) a rivolgere lo sguardo nuovamente a Russia e Cina, formando il primo nucleo della Cooperazione di Shanghai (Sco) in queste ore riunita nella kirghiza Biškek. I giganti dell’organizzazione vedevano la guida (alcolica) di Boris Eltsin a Mosca e quella (affaristica) di Jiang Zemin a Pechino, con quest’ultimo che nella personale scalata al potere era partito proprio da Shanghai di cui era stato sindaco. L’unione d’intenti del primo gruppo degli Stati della Cooperazione seguiva i prodromi della Nuova Via della seta tracciati da Deng Xiaoping, che comunque nel 1997 alla “verde” età di 97 primavere lasciava definitivamente ogni incarico. Ma gli sopravviveva l’impronta del cosiddetto “socialismo con caratteri cinesi” qualcosa di ben diverso dal “socialismo comunitario maoista”. Eppure i due padri dell’odierna Cina rappresentano un tutt’uno, dimenticate come sono le tendenze e battaglie interne dei seguaci. L’unità e la forza odierne di Pechino sono incarnate dall’attuale leader Xi Jinping in un continuo richiamo a un passato, lontano e vicino, incardinato su esempio, teorie, opera dei due ‘imperatori’ di quel socialismo. E lui, il terzo imperatore, dopo averne raccolto l’eredità ha incarnato il sogno di supremazia totale con cui alleati e avversari stanno facendo i conti. Cosicché, affermano molti analisti, il Paese rialzatosi grazie a Mao e alla sua Lunga Marcia, che ha prosperato con le quattro modernizzazioni di Deng, vuole diventare potente (e dominante) con la Belt and Road Initiative di Xi. La Sco è un tassello di questa strategia che punta ad ampliare i gangli d’una centralità senza venir percepita come propositrice di supremazia. Dopo aver raccolto le prime adesioni, dove ciascun membro gioca la sua partita, ad esempio la Russia putiniana ha pensato di risollevarsi dalla fase dello sfacelo statale seguendo anche antiche tattiche di dominio tramite la forza, il gruppo ha trovato nuove aggregazioni.

 

A cominciare dal gigante indiano che fa sponda con l’Occidente, ma sa di poter pretendere molto di più riguardo a economia, sviluppo, crescita del Pil. Quindi le adesioni fra i “rejetti” dell’Occidente, come l’Iran che dopo la quarantennale guerra economica subìta a opera di americani ed europei, si ritrova la sanguinosa guerra dei missili sulle proprie case. E Pakistan e Bielorussia che per differenti motivi non hanno vita semplice con diplomazie e mercati dell’Ovest. Mentre gli Stati Uniti, sbronzi del proprio potere secolare rilanciano minacce, offese e stragi in alcuni luoghi del mondo e un’Europa, declinante e servile, li segue pur sognando un’identità mai rinnovata dall’idea di crociate politico-confessionali, oggi questo gruppo conta circa la metà della popolazione del globo e quasi un quarto del Pil mondiale. Certo, i suoi adepti vivono in simbiosi precaria. La Cina, sempre intenzionata a evitare l’uso delle armi, s’è malmenata con l’India su territori di confine. Quest’ultima e il Pakistan moderni sono ai ferri corti sin dalla loro nascita. Ancora la Russia putiniana, e forse anche post, continua a confondere difesa e offesa, non solo a ridosso dei propri territori. Ma intanto l’accordo tiene. Soprattutto i tre grandi nel sottolineare quest’appartenenza trovano conforto a ulteriori affari (Cina), allontanano lo spettro dell’isolamento (Russia), ottengono dalle pianificazioni internazionali ossigeno per le contraddizioni politico-sociali interne (India). A breve, 12-13 settembre, il summit dei Brics, vedrà un’assise ancor più ampia, con Brasile, Indonesia, Sudafrica, paesi arabi come Egitto e EAU. Non tutti esenti da incoerenze ma interessati a guardare al globo oltre l’armamentario di guerra. E’ vero, passi concreti per affrontare lo spettro dell’incendio climatico galoppante, non se ne vedono neppure su questi tavoli. E su questo  allarme improcrastinabile si misura il reale umanesimo di cui ogni terrestre necessita, in luogo della demagogia di chi governando manovra l’esistenza di tutti.

lunedì 31 agosto 2026

Onta nera

  


Gli strali metaforici e gli stracci verbali che segnano da mesi il non rapporto di Recep Tayyip Erdoğan con Benjamin Netanyahu, seguono le quasi rotture commerciali decise da più di due anni dalla Turchia verso Israele. Motivate dalle stragi di Tsahal nella Striscia di Gaza contro cui s’è scagliato lo sgomento della nazione turca che si dice vicina al popolo palestinese. Di conseguenza l’import-export anatolico ha cestinato una fetta del Pil derivato da quegli scambi: 5,4 miliardi di dollari di merci in uscita e quasi due in entrata, facendo prevalere un pragmatismo ideologico motivato politicamente. Un pragmatismo comunque non assoluto, come in più occasioni hanno fatto notare osservatori dell’affarismo energetico. Non è un segreto che i flussi di greggio e petrolio raffinato direzionati allo Stato ebraico proseguono, provenendo anche da fonti insospettabili. Se l’Azerbaijan rifornisce quasi la metà del fabbisogno israeliano di greggio, cui s’aggiungono gli approvvigionamenti russi e kazaki anche Gabon, Brasile e Nigeria fanno la loro parte (per un 3% c’è stata pure l’Italia, come riferiva una statistica di Oil change international di due anni or sono) nei transiti e nella raffinazione sono coinvolte le immarcescibili “Sette sorelle” e una recente nuova potenza: la compagnìa azera Socar. La quale ha nella turca Socar Türkiye la maggiore filiale estera con la raffineria Aliağa di Smirne dove sorge il colosso petrolchimico Petkim, acquisito dall’Azerbaijan nel 2008. Tali presenze e simili conduzioni hanno motivato le contestazioni avanzate da manifestanti turchi pro Gaza che in più occasioni avevano sollevato braccia e grida davanti alle sedi anatoliche di quest’azienda. "Nessun porto per il genocidio" avevano gridato e "Il petrolio che scorre dalla linea Baku-Ceyhan non è petrolio ma sangue". L’oleodotto in questione si sviluppa per 440 km in terra azera, 250 in quella georgiana e oltre mille sul suolo turco, aggira la rotta del Mar Nero fra la Russia e il Bosforo e offre ai mercati occidentali l’oro nero con l’iniziale gestione della British Petroleum e ora della Socar. E’ vero che gli intrecci della rete energetica che va dai pozzi all’estrazione, passando per il trasporto via mare o per condutture terrestri, quindi la raffinazione e la distribuzione nei mercati lega soggetti commerciali e nazionali differenti (un esempio è il citato polo turco di Petkim acquisito da Socar, dove al business a due s’aggiunge un terzo elemento APM Terminals del gruppo di navigazione danese Maersk), ma l’affare e il malaffare comuni non costituiscono un mezzo gaudio né salvano  ognuno dalle valutazione morale e politica di certe scelte. In questo caso il greggio che Baku decide di fornire a Israele con la sua Socar, continua a transitare per strutture portuali turche e viene imbarcato e trasportato su petroliere danesi. Questa fornitura consente a Israele di svolgere funzioni quotidiane rivolte all’energia civile, ma si può presumere che l’utilizzo militare con cui vengono riempiti i serbatoi dei jet che bombardano la Striscia non venga meno. Al solito Israele in merito non si pronuncia né rivela alcunché, ed è stata una nuova generazione di attivisti come i 1000 Youth for Palestine a contestare l’ipocrisia di chi s’indigna per un genocidio in corso, però di fatto non rompe del tutto il giro degli affari. Il comportamento di Erdoğan e quello di vari leader arabi segue questa deriva; il loro cammino per la sicurezza regionale col Patto de La Mecca mira a proteggere sé stessi più che la disastrata situazione di cittadini e profughi palestinesi. Quei cittadini seppur assediati, da tre anni ridotti nella condizione di senza vita, senza casa, senza tenda, senza cibo, senza terra, senza speranza alcuna, nonostante l’impegno di tanti campioni della solidarietà.