Cosa pensano gli “scarafaggi” indiani fuoriusciti dal web e tracimati nelle strade d’un Paese che s’illude e un governo che abbaglia i suoi figli? Pensano e gridano che il presunto gigantismo nazionale in chiave hindu è un pericoloso inganno. Perché non vale per tutti e già esclude le categorie a rischio, i fedeli d’altre religioni. Poi perché discrimina troppi cittadini, non solo i derelitti dalit (attualmente calcolati in duecento milioni) che neppure la nascente patria gandhiana riuscì a riscattare e che restano atavicamente collocati ai margini d’una società comunque in movimento. Eppure nell’ultimo trentennio e poco più tale società ha fatto passi giganteschi e fiduciosi dietro alle liberalizzazioni del mercato interno e globale. Però il boom dell’incremento dei redditi, sviluppatosi dal 1980 al 2015, a un certo punto ha iniziato a girare a vuoto; guarda caso è accaduto poco dopo l’ascesa del partito populista di Narendra Modi. Coincidenze? Forse. Fatalità del fato che ha introdotto il blocco assoluto durante la pandemia da Covid-19? In parte sì, ma tutto il contesto mondiale ha risentito di quell’imprevisto, cui s’aggiungono le crisi geopolitiche che penalizzano Stati grandi e piccoli soprattutto se privi di fonti energetiche proprie. I commentatori economici indiani che parlano fuori dal coro degli adulatori del regime di Delhi, ricordano che la linea del Bharatiya Janata Party schiacciata sul più smaccato liberismo, ha ampliato un orientamento accettato e avallato dallo stesso National Congress ora all’opposizione. Con esse solo un 10-12% dei lavoratori indiani godeva, e gode, d’un impiego sicuro e formale che fosse in una fabbrica, in un ufficio, su un terreno agricolo, in una miniera o in una struttura di servizio. La gran parte del sistema lavorativo continua a essere gestito in maniera informale e sproporzionato fra quella minoranza para-garantita e un esercito di occupati informali più o meno precari. In tal modo lo stesso ceto medio che faceva e fa studiare la prole inseguendo il sogno d’una scalata sociale, ne ha visto solo una parziale attuazione che, peraltro si sta sempre più contraendo. Insomma anche nel popolatissimo est globale gli esecutivi che dovevano governare e stabilizzare posti di lavoro creando certezze sistemiche non hanno fatto seguire alle promesse i fatti. Ne consegue un corto circuito fra la formazione di giovani lavoratori e il loro sottoutilizzo, spesso squalificante rispetto a preparazione e investimenti (sembra una fotocopia dell’Italia con numeri molto più grandi). Tutto ciò continua a originare un’esclusione sociale e una stasi dell’agognato ascensore sociale che ormai per i più risulta esplicitamente fermo. Un pezzo del malcontento sviluppatosi ultimamente attorno ai test universitari per l’ingresso nella facoltà di medicina insieme all’accusa di ‘pastette’ rivolte alle autorità, nasce anche da simili incongruenze, con laureati impossibilitati a esercitare professioni peraltro indispensabili e che rivelano l’esplicito cinismo d’una sopraffazione stipendiale. Dunque sottopagati o espulsi. La disoccupazione è lo spettro che s’aggira fra le stesse classi urbane (con punte del 40% fino ai 25 anni d’età e del 20% fino ai 29) messe di fronte all’amletico dubbio: restare nel Paese adattandosi a impieghi informali o cercare fortuna altrove in un mondo dove i governanti somigliano al premier di casa perlomeno sui vizi di nazionalismo, segregazione, chiusura delle frontiere. Eppure la potenza economica del Bharat tanto cara al ceto politico e imprenditoriale interni lancia parole d’ordine a tutto tondo su sviluppi esponenziali del Paese, che dopo aver superato demograficamente la Cina, pretende di scavalcarla su ricerca scientifica e tecnologica. Peccato che il sistema di pianificazione non ne difenda le menti migliori creando in loro frustrazioni e insicurezza.










