
Se la guerra avrà un rilancio, come promettono i vertici di Washington e Teheran inflessibili,
incontentabili, indisponibili a un accordo che per esser diplomatico deve
necessariamente prevedere reciproche rinunce, i richiami alla diaspora iraniana
lanciati dall’Artesh iraniana sembra più un proclama propagandistico che
una mossa produttiva. Anche dichiararsi pronti a rintuzzare nuovi assalti,
comunque dal cielo e assolutamente distruttivi come quelli registrati nel marzo
e aprile scorsi, appartiene al conflitto delle parole e dei posizionamenti che
ciascun fronte lancia all’avversario. Di contro Trump aveva parlato di collasso
del Paese mediorientale e del suo possibile ritorno all’età della pietra. Spacconate
funzionali al business privato di speculatore finanziario a mezzo insider
trading più che di comunicazioni presidenziali, ma da tempo il re americano
è nudo e non cela gli intenti delle sue pulsioni. La campagna di ‘volontariato
militare’ proposta dai comandi iraniani verso i propri concittadini all’estero rientra
nel circuito mediatico delle cento e uno dichiarazioni roboanti cui
difficilmente farà seguito un effettivo riscontro. Anche perché tale diaspora è
parecchio segnata dall’odio, certo verso un regime ma pure verso una nazione di
cui rivendica l’appartenenza. Di questa migrazione iraniana si conoscono taluni
riferimenti, ad esempio numerici. Gli ultimi censimenti contavano quattro
milioni estendibili a sei con le seconde e in qualche caso terze generazioni,
quelle che non hanno mai messo piede nel Paese. Circa due milioni sono
collocate proprio negli Stati Uniti, e in Canada. Oltre un milione in Europa, con
alte concentrazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania. Altre presenze si dislocano
nelle petromonarchie del Golfo, in Asia, in Oceania. Una parte circoscritta dell’esodo,
motivato da dissidenza politica, sociale, ideologica verso la Rivoluzione
Islamica, trova affiliazioni partitiche. Nota quella parigina dei Mujaheddin
del popolo (Mek) vicini all’autoreferenziale leadership di Maryam Rajavi, coniuge
di Massoud Rajavi che da oltre un ventennio risulta scomparso, non si sa se passando
a miglior vita o celandosi per preservare un’incolumità che travalica un valore
di comando svaporato nella memoria.

Nelle manifestazioni pubbliche in talune piazze americane ed europee, seguite alle
proteste popolari del gennaio scorso e della repressione interna, sempre maggiore
visibilità con stendardi, cartelli, slogan, filmati, interviste e presenze
televisive ha trovato la componente monarchica. I cosiddetti ‘figli di Ciro’,
come qualche cronista ha definito giovani e meno giovani che sollecitano la
caduta del governo degli ayatollah, su cui s’è appoggiato il figlio dello
scacciato Reza Pahlavi, Reza junior, accoccolato nel Maryland da quasi mezzo
secolo. In realtà, pur accogliendo il principino Ciro fra le proprie fila e in
alcuni casi indicandolo quale erede a un ipotetico ripristino del ‘Trono del
Pavone’, questi seguaci si richiamano a Ciro il Grande, dunque all’antichissima
eredità di quella monarchia preislamica che sognerebbero (sic) di rilanciare. Sebbene
in una moderna versione infarcita d’un egemonico colonialismo occidentale, in
questo simile alla linea offerta dai Pahlavi del secolo scorso, “incentrata
su classismo sociale, autoritarismo, islamofobia” sostengono taluni odierni
storici iraniani. Questioni di punti di vista, ribattono gli attivisti della
diaspora di tendenza laica e comunque non monarchica. Però negli ultimi due mesi,
quelli dell’assalto israelo-statunitense al territorio persiano, assalto
distruttivo generalizzato e omicida rivolto non solo ai vertici del regime ma
alla gente, una certa spaccatura s’è creata nella diaspora esterna, davanti al
plauso con cui ‘i figli di Ciro’ sostenevano bombardamenti e massacri nel
territorio che vorrebbero liberato per interposte bombe occidentali. Insomma un
minuto pezzetto della diaspora ha detto no. Per costoro l’opposizione a clero e
pasdaran non può passare attraverso la guerra. Però una loro presa di
posizione ufficiale per le vie di Londra o Berlino li ha visti maltrattati o
malmenati dai ‘figli di Ciro’ oppure minacciati sui profili social.

Del resto c’è una componente della
diaspora che non ripara
solo dietro il classico simbolo di spada e leone, insegue e osanna il leone
incoronato e barbuto che grondava anch’esso sangue all’epoca di papà Shah. Lo
fa mentre accusa la repressione di Teheran contro i manifestanti di gennaio,
una repressione feroce che ha prodotto secondo gli apparati governativi tremilacentodiciassette
vittime, secondo Ong dei diritti più del doppio, a detta della diaspora
iraniana fino a quarantamila morti. Le cifre hanno importanza? Certo, ma c’è
chi le utilizza a fini propagandistici e pure promozionali per scenari sperati.
Fra i quali la diaspora più lugubre agita appunto gli stendardi col
significativo stemma della Savak, la polizia segreta delle torture e
delle sparizioni di oppositori sotto il trascorso regime di papà Shah. Ora se Artesh
e Sepah poco possono aspettarsi dal volontariato di difesa della patria
rivolto oltreconfine, perché questo sacrificio, secondo i dettami di Hosseini o
della semplice coscienza di cittadini, può trovar seguito quasi prevalentemente
in casa, altrettanto c’è da aspettarsi dai fieri nemici dell’Iran islamico.
Costoro osservano e inveiscono da lontano, vogliono che altri combattano per
loro, sperano nell’abbattimento d’un sistema inteso dai persecutori come distruzione
e umiliazione d’una nazione. D’una civiltà, islamica e preislamica. Diversi
politologi osservano che “i tratti fondamentali di quest’opposizione
monarchica s’allineano al modello della destra israeliana guerrafondaia,
colonialista, anti islamica e para occidentale”. Se nuovo conflitto aperto ci
sarà, riprenderanno le distruzioni e le uccisioni già conosciute. Un tragico
giro dell’oca per cui ‘i figli di Ciro’ faranno tifo da fuori, continuando a recriminare
persecuzioni a loro stessi sconosciute, disconoscendo le nuove aggressioni
subite dal Paese. Forse in un “bel gesto” qualcuno degli oppositori esterni più
determinato e coraggioso s’affilierà a qualche agenzia d’Intelligence con
funzioni di sabotaggio. Scenario, peraltro, già ipotizzato e conosciuto nei
mesi e negli anni passati, ma incapace d’innescare trasformazioni.