giovedì 5 febbraio 2026

Centralità turca


  

C’è un volano che tinge d’azzurro non solo l’orizzonte sul Bosforo, ma altri panorami anatolici e mediorientali della Turchia: l’attuale finanza. Proprio quello che fino a due anni or sono era lo spettro della situazione interna e che nelle elezioni amministrative aveva incrinato lo strapotere del partito di governo (Akp) a favore dell’opposizione repubblicana (Chp) sembra raddrizzarsi e puntellare un governo che molti politologi davano al capolinea. Il miracolo ruota attorno all’operato dell’attuale Ministro delle Finanze Mehmet Şimşek. Cinquantotto anni, nativo d’un distretto di Batman, territorio dove l’etnìa kurda è maggioritaria e a cui appartiene la sua famiglia d’origine. Nucleo umile, otto figli, Mehmet l’ultimo, vissuto senza la madre che muore poco dopo la sua nascita e forse anche per questo altamente motivato negli studi orientati sull’economia. Viene notato e valorizzato dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) e lui si presta alla carriera. Era già stato a lungo nel dicastero dell’Economia sotto gli esecutivi di Erdoğan e Davutoğlu, dal 2009 al 2015. Era un’altra epoca e un’altra Turchia, però la formazione e l’esperienza sembrano tornargli utili. Oggi riesce non solo a contenere ma addirittura a diminuire il tasso inflattivo sceso di quasi 15 punti, 31% attuale contro il 44,5% di circa un anno fa. Il tutto fa respirare l’economia e rivitalizza un Pil che a fine 2025 s’è attestato a 3.7%. Per l’anno in corso il Fondo Monetario Internazionale prospetta una crescita a oltre il 4%. Un tratto di questa rinascita sta oltre il confine meridionale, per ciò ch’è accaduto in Siria con la dipartita di Asad e i programmi di rilancio dello Stato nazionale siriano che ruotano attorno al governo di Al-Sharaa, accettato dagli Stati Uniti e dall’occidente europeo sotto quella sorta di tutela offerta proprio dalla Turchia erdoğaniana. La quale,  mentre il Medioriente rischia ulteriori terremoti, perpetrati da Israele contro Gaza, Libano e Cisgiordania e provando ad allungarli sino al territorio iraniano, trova nella diplomazia del discusso padre-padrone di Ankara un pilastro. A esso s’uniscono pure le petromonarchie, incredibilmente protese a scongiurare assalti all’Iran, giustificabili da parte americana dai moti interni e dalla recente repressione. Centralità politica turca, dunque, sia per il peso delle proprie Forze Armate nella seppur malmessa Nato, centralità negli affari d’una ricostruzione siriana, terreno d’investimenti che dureranno anni se nessuna turbativa bellica bloccherà un percorso cui tengono parecchi attori e altrettanti interessi. Da parte sua Ankara s’è già accaparrata un contratto da sette miliardi di dollari per la produzione energetica del Paese confinante, cui s’aggiunge il ripristino e l’ampliamento dell’aeroporto di Damasco, per il quale lavoreranno le aziende già impegnate nel fare grande lo scalo istanbuliota di Havalimanı. Inoltre dall’estate scorsa è attivo il gasdotto fra Kilis e Aleppo capace di fornire sei milioni di metri cubi di gas quotidiani. 

 

 

Insomma affari a gonfie vele. Per i quali s’è trovata la quadratura del cerchio ai residui d’instabilità di confine fra le aree dell’ex Rojava, un sogno autodeterminato e armato che non piaceva né a Erdoğan (sebbene coinvolgesse più il territorio siriano ma con un riflesso fra l’armatismo delle Ypg e quello del Pkk) né ad Asad e ora ad al Sharaa. Il presidente turco, che aveva già forzato una mano armata  contro i kurdi di Siria con tanto di cingolati Altay sul confine rojavo diventato area cuscinetto, ha spento definitivamente i fuochi di guerriglia in casa accordandosi con Öcalan per il disarmo del Partito dei lavoratori del Kurdistan in cambio di autonomie locali, quello di cui si discuteva quindici anni fa. L’incognita è se verranno mantenute le promesse, se il grande vecchio della rivoluzione kurda verrà fuori da una delle più lunghe reclusioni della storia politica internazionale. Sul suo futuro per ora c’è silenzio. Invece un altro vecchio del panorama anatolico, l’alleato dell’Akp Bahçeli (Mhp) cui si deve il rilancio dei colloqui col Pkk e la nuova fase vissuta dal governo islamo-nazionalista, s’esprime a favore della liberazione di Demirtaş, leader e parlamentare dei kurdi che combattono solo con la parola nel Meclis, un onorevole incarcerato da oltre nove anni per fiancheggiamenti, mai dimostrati, con l’armatismo kurdo.  Nell’aria di ‘guerra e pace’ che gira per il mondo la conciliazione coi kurdi sta avvantaggiando il ruolo diplomatico, mai dismesso, di Erdoğan. Certo, i giorni che stanno vivendo i combattenti delle Forze Democratiche Siriane sono pieni d’amarezza. Hanno dovuto forzosamente accettare l’integrazione nell’esercito in divenire di Damasco, l’affermano i loro stessi comandanti come Ayman Ghayda per “evitare un bagno di sangue”. Conservano un controllo su Kobanê e il lembo orientale siriano da Hassakah a Semalka verso il confine iracheno, ma non è detto che sarà per sempre. Anzi visto il ridimensionamento del loro ruolo autonomo probabilmente questa tappa sarà una parentesi. L’esercito siriano è in costruzione, il Paese è in divenire, se sarà una confederazione con riconoscimenti alle minoranze kurde, druse, alawite si vedrà. Non ha deposto favorevolmente la fase di scontro aperto d’un anno fa fra le milizie di al Sharaa, non ancora nuovo esercito nazionale, e gruppi lealisti alawiti nostalgici di Asad, in cui soprattutto quest’ultimi e le proprie famiglie hanno avuto la peggio. Ad opporsi a una ricostruzione siriana è principalmente Israele, che punta ad ampliare l’occupazione ben oltre il Golan come fa con la Cisgiordania dopo aver raso al suolo Gaza, offrendola ai piani speculativi dell’affarismo internazionale. E incrementando future migrazioni e condizioni da rifugiati. Forse i profughi siriani rientreranno in patria, sicuramente i palestinesi amplieranno la propria diaspora. 

 


 

lunedì 2 febbraio 2026

Sangue beluco

  


Cinquanta vittime civili avevano fatto nei giorni scorsi gli attentati di Fitna-Hindustan, detto anche Esercito di Liberazione del Belucistan, nel sud del Pakistan. I miliziani attaccavano strutture governative, ma le esplosioni di kamikaze vicino a caserme hanno coinvolto anche passanti, fra cui alcune donne. Fra sabato e domenica la reazione delle Forze Armate di Islamabad ha restituito l’azione armata e il sangue moltiplicati per tre: 177 guerriglieri, - per il governo terroristi - sono stati uccisi. L’operazione repressiva ha isolato molti centri abitati meridionali del Paese, i contatti Internet e la telefonia mobile sono stati sospesi a Quetta, Mastung, Kalat, Khuzdar, Nushki, Dalbandin, Kharan, dove l’Intelligence dell’Esercito pakistano (di quella nazionale Inter Services Intelligence i militari non si fidano) era a conoscenza ci fossero rifugi di combattenti. Nel diffondere informazioni sugli sviluppi della vicenda, i comunicati governativi centrali e locali, lanciano accuse anche a India e Afghanistan, colpevoli rispettivamente di finanziare tali gruppi insurrezionalisti e di accoglierli sul proprio territorio. Addebiti rigettati da entrambi i vicini, col Ministero degli Esteri indiano piccato per illazioni definite provocatorie che distolgono l’attenzione dai problemi interni pakistani, dovuti a conflitti fra accentramento statale e rivendicazioni locali. Ormai storica, poiché in piedi da ottant’anni con insurrezioni cicliche, è la richiesta di autonomia etnica da parte delle citate organizzazioni che praticano azioni armate. Incrementate sensibilmente nell’ultimo ventennio dopo l’assassinio, era ormai vecchio, del leader tribale Akbar Bugti, già governatore locale.  Un’uccisione comunque controversa, secondo alcuni ordinata dal discusso generale e politico pakistano Pervez Musharraf, secondo voci governative realizzata dal comandante dell’Esercito beluco Balach Marri, frutto dunque d’una faida interna al movimento separatista. Dopo l’eliminazione di Akbar, un altro Bugti, Brahamdagh nipote del defunto, ha preso in mano la ledership politica dell’etnìa fondando il Partito Repubblicano Baloch, e nel 2010 si è autoesiliato prima a Kabul, nel Belucistan erano in corso operazioni di polizia, successivamente in Svizzera. 

 

 

 Le autorità elvetiche sin dall’inizio l’hanno considerato un elemento indesiderato, sospettato di azioni terroristiche, però lui risulta tuttora alloggiato a Ginevra con la famiglia, appellandosi alle violazioni di diritti umani che, a Dera Bugti suo luogo d’origine in territorio pakistano, mettono a rischio l’incolumità dell’intero nucleo parentale. Certo è che, al di là di comandanti militari ed esponenti politici, il crescendo di agguati, attentati, uccisioni sta riprendendo a salire, inseguendo i picchi che aveva raggiunto fra il 2010 e il 2016. E’ lo stesso Ministero dell’Interno di Islamabad a fornire statistiche: nel 2010 le uccisioni complessive ammontavano a settecento vittime, in gran parte civili. La cifra comprendeva anche decine di poliziotti e miliziani auto immolatisi o colpiti dalle Forze dell’Ordine. L’anno seguente ci furono 945 morti tutti fra la popolazione e nel 2012 975, tutti civili. Una carneficina che doveva intimorire, governo centrale e anche abitanti locali, quelli contrari all’intento autonomista, e che per molti aspetti ha avuto un effetto boomerang, allontanando settori di quest’ultima, principalmente chi svolge attività professionali ed è contrario ad azioni dimostrative sanguinarie o meno, ad esempio, contro insegnanti delle scuole. Accanto a riferimenti tribali, che portano indietro addirittura di quattro secoli le rivendicazioni identitarie, il malcontento beluco è esaltato da vicende legate all’economia. Lo sfruttamento di giacimenti di gas da parte dello Stato centrale penalizza il Belucistan rispetto alle aree di Sindh e Punjab favorite con maggiori royalties dalla vendita dell’idrocarburo. Questione affrontata e tutto irrisolta. Oppure il mega porto di Gwadar, che vari governi di Islamabad hanno dato in gestione alla Cina. Pechino lì ha concentrato una buona parte traffico verso l’Occidente con una presenza sempre più elevata del proprio personale non solo nella creazione della struttura ma nella sua gestione, svantaggiando la manodopera locale. I gruppi armati cavalcano anche questo scontento.

domenica 1 febbraio 2026

Memorie

     


Il celerino che a Torino ha subìto quello che solitamente i suoi colleghi propinano ai manifestanti, nei tempi passati e tuttora, è già considerato dalla politica un martire.

Il referto del suo ricovero alle Molinette parla d’una ferita alla coscia con un corpo contundente (un martello) e contusioni multiple a torace, gambe, braccia nel tentativo di ripararsi da calci e pugni sferrati da sei-sette persone che l’avevano isolato dal plotone spingendolo a terra.

Per fortuna il pestaggio non ha avuto conseguenze gravi, ma la violenza fisica tanto deprecata e attribuita a probabili black bloc, visti in azione da anni sulle piazze, e non è detto che a Torino ci fossero, pone il problema di chi usa la violenza, in quest’occasione circoscritta a lanci di sassi, bottiglie incendiarie, botti pirotecnici, candelotti lacrimogeni.

Anche questi mezzi possono ferire, provocare danni irreversibili e uccidere? E’ possibile.

Eppure la storia recente e quella più lontana delle piazze italiane ha conosciuto altre morti, di manifestanti (Carlo Giuliani) ucciso da un colpo d’arma da fuoco e poi schiacciato dalle ruote d’un mezzo dei Carabinieri, come lo era stato Giannino Zibecchi a metà nell’aprile 1975 dopo l’assassinio fascista di Claudio Varalli. Ti ho visto la foto è sul "Giorno" la faccia schiacciata per terra sembrava una foto di guerra eppure era solo Milano così Pino Masi ricordava in versi quei fatti nerissimi per i quali nessun magistrato punì i responsabili in divisa.

La ribellione e la repressione s’inseguono soprattutto se la prima reagisce a ingiustizie e la seconda le difende e le perpetua. Il centro sociale Askatasuna è da trent’anni una realtà cittadina attiva per iniziative sociali e culturali nel quartiere Vanchiglia che i teorizzatori delle città a una dimensione - quella della mercificazione capitalistica - ostacolano, vogliono impedire e criminalizzare.  

Da lì lo sgombero d’un mese fa, senza nessuna volontà dell’amministrazione comunale (attualmente del Partito Democratico) di trovare soluzioni che non fossero la cancellazione del Centro stesso e della sua storia.

E’ la normalizzazione che, ben oltre sedicenti apparenze, unisce l’intero Parlamento, anche Alleanza Verdi e Sinistra  dell’onorevole Grimaldi, ieri presente al corteo, che fa distinguo fra un approccio pacifista delle lotte e uno cattivissimo. Forse mancando del tempo necessario per una ripassatina storica sulla tradizione proletaria delle lotte in città sin dai moti dell’agosto 1917, passando per la Resistenza, l’Autunno caldo, il Settantasette e via andare.

E’ l’autoritarismo giudiziario che con la Procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti parla di “un’area grigia di matrice colta e borghese che nutre benevolenza e tolleranza verso gli antagonisti”. E’ una magistratura prossima a quella Destra che, contro ogni teorizzazione sulle “toghe rosse” guarda caso Gasparri e Bernini blandiscono, e che fa da quadratura del cerchio con l’unicità politica ormai conclamata.

Per questo anche chi non appartiene all’upper class , secondo la Procuratrice sedicente solidale con l’antagonismo torinese e italiano (chissà perché non ci viene in mente nessun nome), chi è nato, vissuto e continua a utilizzare il proprio tempo nelle periferie delle metropoli, e anche nei centri rurali abbandonati dallo Stato, è al fianco dei ribelli di Askatasuna


 

 

giovedì 29 gennaio 2026

Atomizzazione iraniana

  


Viaggiano su terreni paralleli le ultime notizie sulle vicende iraniane. Cessato lo spargimento di sangue fra i dimostranti con un computo di vittime diversificato (da tremila a oltre trentamila) secondo le varie fonti di riferimento; sospese, per ora, ottocento condanne a morte per quei rivoltosi collusi con agenti delle Intelligence esterne, un’accusa tutta da provare come del resto la stessa nota delle esecuzioni che il Ministero degli Esteri di Teheran ha definito “irresponsabile e irrealistica”; è il momento della parata bellica per un possibile nuovo attacco americano al Paese, com’è stato nel conflitto dei ‘dodici giorni’ dello scorso giugno. Questo fa presupporre la dislocazione della portaerei ‘Lincoln’ a largo delle coste iraniane, dopo l’indisponibilità dei governi saudita ed emiratino a consentire un piano d’attacco della US Air Force dalle basi americane dislocate sui propri territori. Il tutto può pure ridursi a un’esibizione muscolare senza effetti, anche perché alla missione verso il Golfo Persico la Casa Bianca unisce il monito “niente più nucleare” quale contropartita a una distensione che prescinde dalla presenza di Khamenei ai vertici di quello Stato. Indicazione ben diversa da quanto  promesso ai dimostranti antiregime venti giorni or sono quando Trump scriveva: “manifestate stiamo arrivando”. La gran quantità di cittadini d’ogni età scesi in strada ha accusato il ceto dirigente di un’incapacità a governare, partendo dalla soffocante inflazione incrementata sì da decenni di sanzioni, ma anche da misure che tutelano le bonyad di regime a discapito d’imprenditori esterni a esse, delle attività minute o di medio cabotaggio dei bazari e  ovviamente dell’acquirente comune. La rabbia e l’odio rivolti contro il volto accentratore della Guida Suprema, che col velayat-e faqih si trascina dietro il meccanismo dell’onnipotenza di quel ruolo, rappresentano una realtà di un pezzo dell’Iran incarnato dalle generazioni non disposte a seguire le linee guida degli stessi familiari e parenti. Molti figli che rinnegano i padri, dunque. E che si trovano davanti al bivio, oltre che al cospetto di armi puntate loro addosso e capaci di massacri, di provare a rovesciare un regime. 

 

In quale modo? organizzando una guerra civile autonoma, palese o strisciante, simile a quella vinta quarantasette anni or sono da basij e pasdaran contro i rivoluzionari laici e marxisti. Oppure ricevere assieme alle lusinghe il contributo bellico di nemici dell’Iran odierno, in prima fila Israele e Stati Uniti che già nelle ribellioni di fine anno hanno introdotto infiltrati e professionisti del caos. Questo affermano i vertici di Teheran. Vero, falso? Come per il numero dei morti non ci sono contorni precisi ma ampi presupposti sì. E’ un passo terribile e insicuro sul quale chi la fa semplice perché non rischia nulla, il principino invecchiato Pahlavi o madame Rajavi nel suo rifugio dorato parigino, spingono affinché s’infiammi nuovamente l’orizzonte in ogni angolo del Paese. La guardia armata della rivoluzione che fu ha palesato l’intento di difendere col sangue il proprio stato, con la minuscola prima che con la maiuscola. Un rango di potere e privilegio che non sono intenzionati a perdere. Il citato binomio su cui tuttora Trump fa correre l’ipotesi che non siano rinnovati bombardamenti è la rinuncia al nucleare civile e militare. Eppure il nucleare è un obiettivo che in Iran unisce anziché dividere. Il nucleare rappresenta un orgoglio nazionale, sarebbe già raggiunto se da un quindicennio il Mossad non avesse introdotto il suo zampino assassino. Le differenti voci di chi è al potere (clero principalista e Guardiani della Rivoluzione), chi dall’interno del sistema ne critica l’orientamento odierno (clero riformista, riformisti laici più seguaci di elementi marginalizzati comunque presenti nelle retrovie politiche come Ahmadinejad, Khatami, Mousavi), gli stessi contestatori non pilotati, tutti approvano il nucleare per uscire da subalternità e isolamento energetico e commerciale. Il nucleare per uso civile era dibattuto dallo stesso Occidente, europeo e statunitense, pur col desiderio di tenerlo confinato in un arricchimento dell’uranio limitato e perciò inapplicabile per l’arma atomica. Tale negazione assoluta, pur in funzione di semplice dissuasione come fanno tutte le nazioni che posseggono la bomba, è una volontà di Israele. Alla stregua della frammentazione del Paese, l’unica atomizzazione che piace a Tel Aviv. 


 

sabato 24 gennaio 2026

Il martirio della conoscenza


  

Il rapimento del ricercatore Giulio Regeni di cui oggi ricorre il decimo anniversario, e le successive segregazione, tortura, esecuzione da parte di quattro mukhabarat del governo egiziano (Tariq Sabir, Athar Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Sharif), individuati e incriminati da una procura italiana, hanno segnato un passo e una svolta nella geopolitica internazionale. Molti leader, specie se creatori di regimi, detestano chi studia, ricerca, documenta, racconta i fatti che accadono nei vari angoli del mondo. Anche perché in tanti casi quei fatti sono neri come la pece. E fetono. Il sistema costruito dal feldmaresciallo Abdel Al-Sisi dopo la rivolta di piazza Tahrir del 2011 appartiene a questa specie. I fatti sono noti, ma ripetere giova. Spodestato il precedente ufficiale-dittatore Hosni Mubarak la popolazione è divisa fra le fazioni laica e islamista, quest’ultima vince libere elezioni e forma il primo governo non militare dai tempi di Nasser. Il candidato presidente è Mohammed Morsi, funzionario tutt’altro che carismatico della Fratellanza Musulmana, che prevale su Shafiq, seguace del raìs caduto. Dura un anno perché opponendosi a temi riguardanti l’essenza dello Stato e ai lavori dell’Assemblea per una nuova Carta Costituzionale, un Blocco d’opposizione raccoglie firme per la destituzione del neo presidente. Un milione di adesioni, due, quindici milioni, dicono i sostenitori del Blocco. Firme vere? False almeno in parte. Nessun organo terzo verifica. Intanto la protesta monta. Intervengono le Forze Armate con l’intento di arbitrare il contrasto, ma di fatto impongono il proprio volere arrestando il presidente e alcuni esponenti della Confraternita. Un mese dopo, davanti a sit-in di protesta degli attivisti islamici, passano al massacro. Mille, duemila vittime, non s’è mai saputo il numero. E’ il 14 agosto 2013. L’Egitto volta pagina e guarda nuovamente i militari, almeno questo fa quel terzo di popolazione che li segue per vincoli di parentela, lavoro distribuito e promesso, ricatti. Da quei giorni il buio, scacciato al momento della rivolta, torna e con esso la repressione, spesso taciuta e nascosta piuttosto che esibita nelle strade come nel 2011. Ora la violenza di Stato si cela in caserma e in commissariato, nei luoghi di detenzione illegali oltreché nelle prigioni che rinnovavano spettrali nomee, come fa Tora

 

Giulio Regeni per studiare e capire questi fenomeni, per scandagliare un’economia rimasta assistenziale solo per quegli elettori-sostenitori, e comunque a metà strada fra attività concentrate in mano alla lobby delle stellette (industrie dei manufatti, edilizia, agroalimentare, turismo) e ai tycoon vicini ai militari, volava al Cairo. Speranzoso e incosciente l’ha definito qualcuno, motivato e diligente è giusto affermare. Perché uno studioso segue il desiderio della sua materia di ricerca, come il giornalista rincorre cronaca e risvolti, ciascuno rispondendo alla deontologia del ruolo e della professione. Ma quest’operato non piace al potere. Assassinando Regeni il governo egiziano ha voluto soffocare il respiro di sapere e di verità che anima quel mestiere. Vivificato dall’umanità della parola e dell’ascolto, dalla libertà d’osservare e raccogliere, catalogare e scrivere, fotografare e divulgare perché il pubblico, i cittadini del mondo non rimanessero all’oscuro e potessero meditare sulla cronaca che col tempo sedimenta nella Storia. A Giulio questo è stato impedito con una violenza mortifera. Restituendo il suo cadavere oltraggiato - sul quale la madre Paola ha riscontrato ”tutto il male del mondo” - il regime del Cairo ha lanciato un minaccioso e imperituro monito a chi osa ficcare il naso in quella nazione che Al-Sisi e sodali considerano Cosa loro. Tragedia nel dramma è che da dieci anni quest’atteggiamento viene avallato dai capi di governo italiani succedutisi nel tempo: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni tutti immobili e indisponibili a difendere neppure la memoria e l’onore d’un concittadino sbranato dal governo d’un Paese che l’Italia continua a definire amico e sicuro. Premier imbalsamati nel cinico gioco della diplomazia degli affari che per una presunta “ragione di Stato” chinano la testa davanti ai crimini d’una nazione piegata e piagata da una dittatura.

lunedì 19 gennaio 2026

Kurdosiriani

 


Più siriani che kurdi. Pèrdono se non tutto quasi i kurdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF) tuttora stanziati con le armi e i propri seguaci in una fascia di territorio che dal confine turco lungo il fiume Eufrate giunge sino al margine iracheno. E’ la parte più preziosa di quell’area perché nel sottosuolo insistono giacimenti petroliferi e di gas. Sono bastate le ultime quarantott’ore di accelerazione bellica del nuovo esercito siriano, impostato dal presidente ad interim Al Sharaa, a farli desistere da ogni difesa, spiazzati da vari contesti. L’abbandono del sostegno militare e finanziario statunitense sedimentato nel tempo e gli sviluppi della geopolitica locale che dalla caduta di Asad ha visto prevalere gli intenti diplomatici turchi su quelli invasivi israeliani. Il disegno di Erdoğan, egualmente securitario ed egemonico, sembra prevalere sulla greve linea di Netanyahu che nei mesi scorsi oltre il Golan e su Damasco, ha fatto volare i propri caccia e sganciato bombe. Lo sguardo interessato al nuovo corso siriano fa trovare consensi al piano turco di sostenere Al Sharaa anche da parte delle petromonarchie e dell’amministrazione Trump. La Siria non può sparire dal contesto regionale e nella regolamentazione del potere le minoranze (alawite, kurde, druse) devono equilibrarsi con gli arabi, riscattati dal successo del dicembre 2024. Per tutto l’anno passato uno dei tavoli di trattativa ha riguardato il rilancio d’un nuovo esercito che al Sharaa pensa di non formare solo con le milizie vincitrici, le sue. Dopo mesi di accordi, sottoscritti e disattesi, scaramucce e vere e proprie battaglie di campo coi kurdi delle SDF, che avrebbero dovuto costituire sin da subito l’altra branca del nuovo organismo militare soprattutto per l’efficienza mostrata negli anni trascorsi a combattere l’Isis , s’è giunti in queste ore a un nuovo patto. Se durerà sarà tutto da vedere, poiché le attuali definizioni risultano molto più onerose per la comunità kurda rispetto a quanto Ahmed Al Sharaa dibatteva un anno fa col leader di SDF Mazloum Abdi. I kurdi abbandonano territori, preziosi sia sopra per la vicinanza alle sponde dell’Eufrate sia sotto per i giacimenti petroliferi, verranno inseriti nel nuovo esercito nazionale non più coi propri reparti estesi su Hasakah, Deir Ezzor e Raqqa, come s’era discusso un tempo, ma con inquadramento individuale che li priva di coesione di gruppo e di propri referenti di comando. Dal punto di vista del controllo strategico non avranno più giurisdizione sui valichi di frontiera. Probabilmente lo conserveranno nella cittadina simbolo di Kobane e ad Hasaka. Potranno festeggiare il Nowruz (come già facevano, ma in certe situazioni non ufficialmente) ora come festa nazionale. Magra consolazione rispetto al sogno del Rojava, già in declino nel 2019 a seguito delle controffensive delle truppe turche nella fascia di confine soprattutto a ridosso di Kobane e Cizre.  "L'unica differenza rispetto alla proposta di un anno fa è che il capo delle SDF Abdi diventerà il governatore di Hasakah” afferma un analista, sottolineando chi vince e chi perde nel Risiko della geopolitica anche sul versante personale. 


giovedì 15 gennaio 2026

Incubo e incanto

 


Quali saranno le prossime mosse dei vari fronti di lotta che si dipanano in Iran non è chiaro neppure ai più attenti osservatori. In questi giorni si sono contati i morti: duemila per l’Agenzia degli Attivisti dei Diritti Umani, dodicimila secondo Iran International che è la piattaforma della diaspora londinese carezzata dall’erede Pahlavi. Resta il dubbio sui numeri, non sullo sviluppo degli eventi. Si sono susseguite proteste e ribellioni, e pure tentativi di sommossa antiregime. La repressione ha vestito panni spietatissimi. Il governo dà le sue cifre che ammettono il migliaio o poco più di cittadini uccisi, mentre onora pubblicamente i propri martiri – centocinquanta fra poliziotti e basij – freddati anche con armi da fuoco, a dimostrazione d’un disegno definito terroristico dai vertici di Teheran. Comunque “Nessuna impiccagione di prigionieri ci sarà nelle prossime ore” dice il ministro degli Esteri Araghchi. Ma è un pannicello caldo perché i dimostranti arrestati sono quasi ventimila e i duri del regime che hanno in mano la giustizia, dal ministro del dicastero Rahimi al capo dei magistrati Mohseni Eje’i, chiedono processi rapidi ed esemplari. Anche attraverso queste figure si delinea il possibile domani nazionale, visto che fra i vertici iraniani c’è chi s’apre al dialogo con l’Occidente (Araghchi, lo stesso presidente Pezeshkian o l’ex Rohani) e chi persegue e prosegue il dogma khomeinista sia che indossi un turbante o imbracci un fucile.  Al presidente americano Trump che ha promesso “aiuti” ai dimostranti, stanno bene gli uni e gli altri. Coi primi può patteggiare, ovviamente sul petrolio per toglierlo al mercato cinese, verso i secondi potrebbe valutare azioni belliche, come ha già fatto liquidando uomini-simbolo alla Soleimaini o sganciando le super bombe sugli stessi civili come nella ‘guerra dei dodici giorni’. Quest’ultima soluzione senza grandi vantaggi oltre il proclama d’aver “obliterato” il programma nucleare iraniano, che, invece, prosegue con minor vigore dei due anni trascorsi, però prosegue. La Cina è vicina nell’offrire sostegno come fa, insieme a Corea del Nord e Russia per migliorare potenza e precisione dei Fattah-1, usati nello scontro pre-estivo per tenere alto il proprio morale più che per patrocinare un conflitto inconcepibile con la propria disastrata economia. E allora la diaspora che spera negli Stati Uniti e ne invoca l’Army per spazzare via gli ayatollah potrebbe venire ascoltata? 

 

Al momento no e forse neppure fra un po’. Poiché Trump, che pensa in grande ma guarda soprattutto le grandi convenienze, ascolta i colleghi affaristi del Golfo attenzionati e preoccupati davanti all’accensione d’un ulteriore fuoco nella regione, sgradito alla medesima Turchia, membro Nato sì, ma sempre più coinvolta in un dominio di tipo mercantile. Sono bastati il decennio di macelleria siriana, i due anni di disintegrazione di Gaza, ora è bene tenere i cieli sgombri dai B2 perché ostacolano qualunque visione diversificatrice del commercio energetico che può vivere aggirando le guerre, come la stessa Casa Bianca spesso sceglie di fare. Dunque? Le congetture sul futuro sono diverse, perché molteplici sono i bisogni, gli interessi, le mani e gli occhi presenti o affacciati sul territorio persiano. C’è un abisso fra chi sta dentro e chi fuori da quei confini. Si può essere parenti, ascoltare il comune battito dei cuori, ma chi rischia la galera o la forca vede la realtà con uno sguardo più sinistro che speranzoso. Visto che gli effetti dell’ostracismo internazionale delle sanzioni colpisce chi va al mercato e chi vende nel bazar, più delle Fondazioni di quei chierici e pasdaran padroni di un’economia viziata da lobbies e camarille personali, dagli sprechi e dalla corruttela che caratterizza il potere, comunque in ogni latitudine. La gente disperata e piegata da un carovita ch’è corsa nelle strade aveva in animo di bruciare anche moschee? cercava un gesto anticonfessionale dirompente contro gli ayatollah o nella mischia c’è dell’altro come in questi anni mostrava chi faceva esplodere gli ingegneri del nucleare per tarpare le ali all’intera nazione? Le rivolte e ancor più le rivoluzioni che fanno terra bruciata del passato non badano tanto alla forma, puntano alla sostanza. Lo insegna proprio la Storia iraniana che non ha ancora mezzo secolo. Chi suonerà la definitiva campana non tanto per il vecchio Khamenei, ma per quel modello che è deciso a vender cara la pelle col sangue altrui e proprio, potrà proporsi come nuovo ceto politico. Finora compaiono i riformisti del regime, già un tempo perdenti, la gioventù rabbiosa e disorganizzata, chi vuole usarla per i suoi scopi (entristi o dirigisti) e una massa silente, intimorita o smarrita. Se esiste il desiderio d’un futuro da scrivere, le modalità sono ancora ignote.