domenica 20 settembre 2026

A cercar la bella guerra

  



Che ci fanno gli Eurofighter italiani nella base militare King Fahd di Ta’if, presso La Mecca? Già, che ci fanno? La domanda è di Nasr al-Din Amer, vice capo dell’Autorità per i media di Ansar Allah, che ha aggiunto ”Non siamo in guerra con l’Italia e non vogliamo che venga coinvolta in atti ostili verso il nostro Paese o che sostenga atti di aggressione contro la nostra gente”. Ma quei caccia, operativi a tutti gli effetti, su cui Palazzo Chigi ha dato scarse o nulle informazioni, stanno lì dal mese di marzo assieme a ben settecento nostri militari. Politici distratti e vaghi non avevano circonstanziato l’ennesima prostrazione del governo Meloni quando - nel marzo scorso in pieno bombardamento israelo-statunitense sull’Iran - la coppia Tajani-Crosetto, cioè i nostri ministri di Esteri e Defesa, annunciavano in Parlamento un aiuto richiesto dalle petromonarchie che la maggioranza di governo acconsentiva. Quel dispiegamento di Forze Armate tricolori teoricamente doveva proteggere cittadini e interessi nazionali in loco. Invece. Invece la missione, marchiata Arabia con tanto di logo, s’inserisce nel coacervo delle contraddizioni della geopolitica nella regione, quella degli attacchi contro l’Iran voluti da Netanyahu e Trump, con tragici e sanguinosi effetti sulla popolazione. E quella su ferite non sanate attorno a Sanaa e al territorio dove da oltre un decennio si combatte la guerra civile yemenita (240.000 vittime) fra truppe lealiste, sostenute e protette dal regime saudita, e i sempre più vincenti ribelli Houthi. Pare proprio che la nostra missione cerchi un posto all’ombra, accanto ai leader guerrafondai di Tel Aviv e Washington, in quell’Arabia Saudita che ha ripreso a insidiare i nemici Houthi. Nemici di Riyad, mica di Roma. Tant’è che loro lo sottolineano. Eppure a via Venti Settembre passano altri pensieri che conducono il responsabile del dicastero a concentrare nella penisola arabica ulteriori attrezzature d’alta tecnologia bellica spargendo militari in varie basi. Fattore che non sfugge ai non sprovveduti guerriglieri, molto più attrezzati dei gruppi di vecchini armati di pugnale che manifestano a favore di telecamere quando c’è da parlare di loro. Così fra decisioni prese a senso unico fra ministro e Stato Maggiore in tempi più recenti si è giunti ad ammettere davanti a politici, acquiescenti perché di maggioranza e impotenti perché d’opposizione, che i reparti di quella e differenti missioni viaggiavano da una base all’altra nella regione, venendo, ad esempio dal Kuwait e dagli Emirati Arabi Uniti, per rafforzare quel che i sauditi vogliono rafforzare. Mentre droni e missili viaggiavano sui baschi dei reparti italiani, poiché Iran e petromonarchie si scambiavano e scambiano attacchi diretti, per i reparti nostrani non c’è stata guerra. Fino a quando lealisti yemeniti e Ansar Allah hanno ripreso le offensive e un aereo tricolore è stato colpito. Che fare si dicono ora gli strateghi nostrani? Spostare un bel gruppo di avieri lontano dalle infuocate coste centro-meridionali del mar Rosso, sebbene i più arditi nel governo più longevo della Storia della Repubblica e la premier stessa, premano per impelagarsi ancor più nelle acque contese (siamo o non siamo un popolo di post navigatori, combattenti ed eroi?). Per non esser soli c’è stato un assist, sotto forma di missiva, lanciato all’Unione Europea affinché condivida con le fregate dell’operazione Aspides una presenza armata accanto ai mercantili che vogliono transitare nello stretto diventato angusto di Bab al-Mandab. L’Alta rappresentante estera Kaja Kallas ha annuito, ci sarà da discutere di spese da dividere. Oltre alla futura gloria per respingere possibili bersagliamenti degli Houthi. Ma vuoi mettere l’emozione dell’azione pur non essendo in guerra.


 

venerdì 18 settembre 2026

Ribelli mica teppistelli

    

Eravamo ribelli, ma non accoltellavamo i professori. Neppure quelli prevenuti che consideravano una scuola a Centocelle un ghetto da evitare, però il destino e l’incastro del Provveditorato li aveva spediti lì a farsi le ossa o per chissà quale punizione. La punizione nel Millenovecentosessantotto c’era per tutti: scolari, insegnanti, bidelli e genitori coi doppi turni ch’erano già un lusso, davanti ai tripli incrociati qualche anno prima alle elementari. “Centocelle, sogna e stende, è ‘n coro de serande e sulla strada c’è ‘n’orchestra de padelle …” canta oggi Emilio Stella nuovo menestrello di periferia. Una periferia diventata multietnica col kebabbaro a sostituire la drogheria de la sora Adele e i bengalini al posto dell’emigrazione familiare dal sud nostrano. Ma quei ragazzetti dodicenni e tredicenni che un giorno di marzo di quell’anno speciale avvicinandosi a scuola, la media Giovanni Verga, avevano trovato “il bidello Giggino che armeggiava con un tronchese attorno a un lucchetto e una catena giganteschi che tenevano chiuso il cancello, si stupirono solo un po’. C’era anche il preside imbestialito che commentava coi professori un cartello affisso. Gli studenti universitari avevano serrato tutte le scuole cittadine per protestare contro lo sgombero delle aule di architettura a valle Giulia da parte della polizia. A Spartaco e compagni quest’azione era piaciuta. Né Giggino, né i carabinieri accorsi riuscivano a rompere le massicce catene. Il preside sacramentava “Che c’entro io con l’Università?”, mentre il maresciallo proponeva di abbattere il cancello con un’autoblinda fatta arrivare dalla caserma…” (da Leggeri e pungenti. Storie luoghi e volti di periferia, 2017). Quegli scolari presero quel giorno di sciopero forzato, vergato con la vernice rossa sui dazebao, come un’insperata manna dal cielo e, sognatori, inventarono gare sportive di gruppo. Era la strada a instradarli su una via seppure polverosa e irta d’incertezze a seguire un codice di comportamento che il gruppo stesso, magari rissoso, riusciva comunque a darsi. 

 

E le famiglie con loro. E i professori pure. Perché quel metaforico triangolo ad angoli anche acuti, riusciva a comunicare. Con incomprensioni e contraddizioni ma riusciva a farlo, perché ognuno ricopriva fino in fondo il suo ruolo. Dallo studente secchione a quello svogliato, dal maestro non solo di sintassi ma di vita, al padre indaffarato col mestiere ma non indifferente al mestiere di padre, così le madri che potevano pure supplire al ruolo d’un marito talvolta assente ma poi lo supplicavano o lo obbligavano a capire e fare, non a distrarsi e demandare. Era una Centocelle in una Roma e in un’Italia imperfette ma perfettibili e ci credevano tutti. Pure un preside un po’ paranoico e ossessionato dalle scartoffie da seguire e rispettare che comunque organizzava, coi professori più che contro di loro, una scuola utile a migliorare l’esistenza di ragazzetti riottosi e spesso pure disobbedienti. Eppure lontani da quelle oscurità della mente che conducono a dissociazioni emotive e sensoriali. Su cui possono discutere esperti ed educatori, noi invecchiati bene o male possiamo ricordare episodi e gesti addirittura eclatanti, talvolta pungenti senza essere taglienti. Qualcuno il coltellino a scatto in tasca lo portava, poi magari ci giocava a ‘punteruolo’ sui marciapiedi ancora non asfaltati. Quello lungo oltre i cinque centimetri, nessun ferramenta d’un tempo lo vendeva ai minori. Il passare del tempo e del commercio l’hanno sdoganato su qualsiasi sito d’acquisti online dove, figurarsi, si comperano anche armi da fuoco. Ma non è questo il buco nero. Il buio della ragione e del sentimento scaturiscono dall’aria che tira, da Centocelle a tanti incroci del mondo nel trascorre giornate senza apprendere princìpi esistenziali capaci di far svaporare frustrazioni e sostituirle con fantastiche creazioni di adolescenti che crescono e si misurano, senza la paura di cadere, di vergognarsi per questo vedendo nella vendetta un riscatto. Insegnare a fallire meglio conduce alla riuscita d’ogni prova, d’ogni progetto e sogno. Poter continuare a desiderare è quanto di meglio possono fare allievi, prof, il bidello Giggino, madri, padri e l’intera società che ricoprendo a fondo i ruoli si misurano con sé stessi. Così s’accantona l’angoscia e si rilancia il futuro.

Omicidi

 

Chi ha ucciso giorni addietro Molavi Yousef Gorgij, un imam sunnita che guidava la preghiera del venerdì nella moschea di Zahedan? Zahedan è un luogo simbolico e controverso dell’Iran a ridosso del confine pakistano. E’ lo strategico e caldo capoluogo del Sistan-Balucistan, abitato in maggioranza da beluci e periodicamente scosso da ripetute ribellioni di quest’etnìa che dal 1948 rivendica un’indipendenza, principalmente dalla nazione pakistana, la quale formandosi in quell’epoca ha annesso l’area di Baloch. Il chierico si distingueva per cercare ostinatamente l’avvicinamento fra sunniti e sciiti, superando i contrasti religiosi all’interno della vita di comunità. L’esecuzione, avvenuta davanti alla propria abitazione, fa dire ai Guardiani della Rivoluzione che s’è trattato d’un agguato commissionato proprio per spezzare l’intento con cui il religioso mirava ad aggirare i conflitti settari. Non c’è palese certezza ma i sospetti planano su Israele avvezzo a destabilizzare la regione anche rinfocolando le contraddizioni interne. Accanto a una considerazione del capo dell’Irgc Vahidi che sottolinea la continuità del progetto sionista di colpire la nazione iraniana fomentando il terrore, segue un dispaccio dell’Intelligence di Teheran con cui si comunica la recente scoperta e l’azzeramento di tre cellule eversive intenzionate a seminare panico e sangue. Ne è coinvolto il gruppo salafita Jaish Ul-Adl, attivo dal 2012, e che lo scorso anno annunciava l’unione con altre componenti della galassia jihadista locale riunite sotto la sigla Fronte dei combattenti del popolo. Nel condurre prevalentemente attacchi contro pasdaran, poliziotti e guardie di frontiera iraniani da una parte e militari pakistani dall’altra, i jihadisti beluci potrebbero aver cambiato obiettivi ed essere anche gli esecutori del citato omicidio. Esecutori in proprio per rinnovate strategie oppure imbeccati dietro compensi e rifornimenti d’armi dai Servizi israeliano e statunitense che agiscono sotto copertura in quella parte di territorio. 

 

Del resto quest’uccisione non è l’unica. Altri rappresentanti religiosi sono finiti nel mirino dei killer. A luglio un altro imam, Mohammad Rigi, anch’egli guida della preghiera nel giorno santo era stato freddato a Mirjaveh, nella medesima area beluca. Così il kurdo sunnita Mohammad Nezhati, freddato nell’area azera di Piranshahr; lui un chierico che risultava vicino ai Basij, e la sua eliminazione ha rinfocolato l’ipotesi d’una vendetta postuma di questa comunità sottoposta nell’autunno 2022 alla repressione di manifestazioni presto tramutate in violenta ribellione anti regime. Ma quattro anni da quegli eventi sembrano un’eternità. Inoltre nessun gruppo kurdo ha rivendicato questo colpo davanti a un clima geopolitico precipitato con una guerra d’aggressione portata nel territorio iraniano che non ha prodotto nessun vantaggio per le minoranze etniche come promesso da Trump. Sia lui sia i predecessori della Casa Bianca non avevano disdegnato di lusingare, armare e utilizzare la militanza armata kurda non tanto e non solo contro l’Isis sul territorio del cosiddetto Daesh (fra Siria e Iraq), ma incentivare quelle velleità e rivalità fra cinque organismi che agiscono sull’Iran stazionando e trovando riparo nel Kurdistan iracheno (Partito Komalo, Partito democratico dell’Iran,  Organizzazione del Kurditan iraniano, Partito della vita libera, Partito della libertà del Kurdistan). Formazioni talune di vecchia data, altre di più recente creazione ma tutte meno strutturate e incisive della guerriglia kurda per eccellenza, quella del Pkk che agivano in Turchia e delle Ypg presenti nel Rojava. Anche per questo tre giorni fa il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha ospitato a Teheran un leader del Kurdistan noto per la lunga dinastia con cui la sua famiglia, Talabani, ha gestito quella fetta di territorio, peraltro particolarmente ricca di riserve energetiche. Insieme hanno ribadito non solo rinnovata cooperazione economica ma il comune interesse di una bilaterale sicurezza, allargata al più vasto territorio iracheno, dai movimenti terroristici del Jihad islamico. Talabani ha, altresì, ricordato che il Kurdistan non si presterà a un uso bellico del proprio territorio da parte statunitense per attacchi all’Iran. Anche per evitare una ripetizione delle reazioni missilistiche di Teheran su Erbil e Harir.

 

martedì 15 settembre 2026

Accordo scordato

  

Di foto, come s’usa, ne hanno fatte molte. Così per le strette di mano e gli assensi a favore di telecamere. L’accordo era storico: nasceva la ‘Nato islamica’, aveva azzardato qualche commentatore. Tutto questo il 7 agosto scorso, in una sede che più santa non si può: La Mecca dove il padrone di casa bin Salman, mister Erdoğan e Sharif hanno messo nero su bianco le loro firme vincolanti per una difesa comune in caso d’attacco a ciascun membro. Un mese dopo la prova del nove. Arriva un assalto dei Partigiani di Dio yemeniti che con droni e missili bombardano infrastrutture militari ed energetiche dei Saud. Però nessuno si muove. Non c’è alcuna reazione bellica da parte dei tre, neppure dei diretti offesi che hanno scelto una risposta diplomatica, ferma ma non graffiante. In realtà i militari di Ryadh un passo marziale l’avevano compiuto, prima. E da questo è scaturita l’offensiva dei miliziani. Nelle ultime settimane i sauditi avevano soffocato e ristretto lo spazio operativo di certe infrastrutture gestite dagli Houthi, da lì i citati lanci sull’aeroporto di Sanaa e qualcosa in più: l’avanzata su Mocha e sull’isola di Perim che consentono un controllo più diretto su Bab el-Mandab. E questo infastidisce maggiormente i sauditi e il mondo, perché produce un sigillo su quel varco e sul passaggio di petroliere. Eppure il portavoce degli Ansar Allah s’è subito speso in rassicurazioni: la chiusura riguarda esclusivamente le petroliere di Ryadh. Una conferma non rassicurante per i tanti Paesi che attendono quei cargo per propri rifornimenti di greggio. E’ questa la guerra tuttora in corso, dopo che i bombardamenti statunitensi sull’Iran, l’alleato-patron dei ribelli yemeniti, si sono quasi spenti come pure le reazioni dei Pasdaran sulle locali petromonarchie, quinta colonna di Washington nel Golfo. Esaminare i motivi dello stato di quiete bellica fra i membri del Patto de La Mecca, è semplice. Il comune denominatore resta il mantenimento della sicurezza nell’area per molteplici ragioni. In testa quelle economiche che direttamente e indirettamene coinvolgono ciascuno fra forniture energetiche, belliche e tecnologie applicate a guerra e pace. I loro legami sono solidi, i commerci pure e serve tenere lontana l’instabilità. Eccezion fatta per un’ostilità palese e duratura e tale non viene giudicata l’ultima mossa degli Houthi. Ma il Convitato di Pietra in questo triangolare dell’ordine è l’Iran. Il Pakistan se lo ritrova sul confine occidentale, ne condivide instabilità interne fomentate dal movimento autonomista dei beluci, da sempre guarda con maggiore apprensione quanto si muove sull’altro immenso limes, quello orientale con l'India. Con un competitore regionale qual è l’Iran messo sotto pressione da oltre un anno dagli attacchi delle aviazioni israeliana e statunitense e soffocato da un embargo economico senza fine, Islamabad non intende interferire. Ne rispetta l’orgoglio e probabilmente lo teme. Anche perché in casa gli islamici sciiti sono una nutrita schiera, oltre trenta milioni di individui che a rigor di logica non vanno stuzzicati creando tensioni col mondo degli ayatollah. Con l’Iran non intende alzare polveroni neppure bin Salman. E’ il motivo per il quale al momento le incursioni degli Houthi godono d’una certa immunità. Ovviamente l’equilibrio è labile, lo sblocco del blocco a Bab el-Mandab, come a Hormuz, dipendono da fattori oggettivamente diplomatici anziché da scaramucce militari. Per il superamento della crisi che coinvolge Teheran, già nei mesi scorsi Sharif e il suo supervisore della forza, il generale Munir, hanno vestito i panni dei costruttori di pace. Ora pur non volendo soffiare sul fuoco il trio dell’Islam stabilizzante, usa l’arma della pazienza per quanto rischi di perdere la faccia davanti al montare d’un ulteriore braccio di ferro con gli irriducibili ribelli. 






lunedì 14 settembre 2026

Non bastano i Brics

  


Sorridono tutti. La foto di rito ha contorni protocollari orientati all’ottimismo, ma gratta gratta anche i Brics nel recente ultimo summit appena concluso a New Delhi, praticano il cerchiobottismo tipico delle Nazioni Unite: dire e non dire e soprattutto non condannare. Nella fattispecie i conflitti in corso, né quello israelo-americano contro l’Iran né quello russo-ucraino. Del resto a vigilare sugli amici c’era Vladimir in persona, perciò nessuna reprimenda su ciò che interessa e riguarda Mosca. Neanche condanne sull’altra crisi perché se all’Iran, rappresentato dal presidente Pezeshkian, avrebbe fatto comodo, la censura delle offensive si sarebbe dovuta allargare alle risposte di Teheran contro i Paesi del Golfo, e nell’assise ci sono gli Emirati Arabi. Per tacere delle vicinanze militanti ai Pasdaran degli Houthi, passati al contrattacco sul lembo finale del Mar Rosso. Il cui controllo-clausura, per ora rivolto alle petroliere saudite, pesa su una fetta della distribuzione mondiale degli idrocarburi ma non per gli autosufficiente Stati Uniti che continuano a farsi belli col fare bullo del loro presidente, disseminatore di minacce più o meno false, bombe vere, dazi roventi. Tali sciagure gli alleati occidentali, prostrati al volere di Washington, comunque le trasferiscono sui bilanci delle singole nazioni che si rivalgono su cittadini resi inermi e spesso inetti dai partiti di riferimento, siano al governo o all’opposizione. Così quella che dovrebbe essere una rivolta globale, visto che economicamente è guerra, ondeggia fra promesse e turlupinamenti di governi e politici di grido. Molti dei membri Brics, sia fra chi ha e vende materia energetica sia fra chi ne beneficia tengono a far pesare il loro 40% e passa di Pil globale, cercando d’accorciare il tempo in cui quella cifra supererà la boriosa supremazia dell’Ovest, estesa per alleanza a Levante a campioni della tecnologia come Giappone e Sud Corea. Nelle necessità sempre globali dei nostri giorni (cambiamento climatico, sovrappopolazione) tali emergenze dovrebbero trovare soluzioni qui e ora. Invece il mantra è: accadrà domani.  

 

In verità la Cina di Xi Jinping un grande balzo alla maniera e oltre Mao zedong, l’ha fatto sul versante della cosiddetta “tecnologia verde”. E proprio di recente ha notificato che la principale fonte d’energia nazionale deriva dal solare: 1.288 gigawatt contro le 1.285 gigawatt provenienti dal carbone. Quest’ultime comunque resistono ed esistono mentre il fabbisogno energetico d’un Paese in straordinaria espansione tecnologica, dovrà presupporre sforzi altrettanto serrati. L’altro gigante, l’India col suo miliardo e quattrocentosettantaseimila milioni di individui da sfamare anche d’energia, è molto più arretrato. Anzi, risulta il terzo Paese del globo responsabile di emissione d’anidride carbonica (oltre il 7%). Eppure Modi e i suoi capitani d’affari (Ambani con l’impero petrolchimico e delle comunicazioni; Adani infrastrutture, logistica, porti; Jindal acciaio ed energia; Nadar ipertecnologia) sottolineano, come quella quota s’abbassa a 1,8 tonnellate pro capite, un’inezia dicono rispetto ai grandi inquinatori: australiani (15 tonnellate a persona), statunitensi (14,9), canadesi (14,3), tedeschi (8,1) e pure italiani (5,4). Appassionatamente anche i piccoli, si fa per dire, come il Brasile pensano in grande e vogliono crescere, ma con Bolsonaro e Lula stesso non hanno protetto quel bene supremo dell’umana natura che è la foresta amazzonica a vantaggio dei disboscamenti imposti dai fazendeiros. Insomma numeri e desideri enormi però coscienza ecologica ancora arretrata. Gli undici membri più gli aggregati si sono presi l’impegno di rafforzare il multilateralismo e la multipolarità, osservando che un mondo multipolare può espandere le opportunità per i mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo, ampliare il potenziale costruttivo e godere d’una globalizzazione e una cooperazione economica universalmente vantaggiose, inclusive, sostenibili ed eque”. Sperano, ma lo devono volere, che certe guerre in cui sono implicati cessino e con esse, lutti e disastri per i propri abitanti, i “nemici”, chi sostiene i conflitti guadagnandoci, e chi li sta a guardare. 311 milioni di tonnellate di gas serra sono stati versati in atmosfera nei quattro anni del conflitto ucraino, addirittura peggio in quello contro l’Iran: 5 milioni di tonnellate di gas e oltre un miliardo di danni climatici solo nelle due prime settimane dell’attacco.

venerdì 11 settembre 2026

Vuoti

  


E’ trascorso un mese dalla votazione del ‘mezzo secolo’, oltre quarant’anni è durato il conflitto armato fra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Tale consultazione parlamentare con l’ampia maggioranza di 468 voti su 600 ha approvato la legge “Turchia senza terrorismo” che sancisce la chiusura della lotta armata da parte dell’organizzazione kurda e avvìa l’auspicata pacificazione nazionale. Si valutano i due scenari che il traguardo pone. Il primo interno al territorio anatolico, il secondo ai suoi confini. Bisogna premettere che occorre attendere un’altra manciata di giorni, quelli che conducono al 1° ottobre, per veder implementato il definitivo addio alle armi. Allora in alcune località delle montagne del Kurdistan iracheno (Qandil, Metina, Zap, Avasin, Basyan, Haftanin) l’intero arsenale in dotazione al Pkk verrà dismesso. Un precedente c’era stato con gli scenografici falò di kalashnikov che più d’un anno addietro avevano accompagnato la conclusione della lunga trattativa, posta sotto la supervisione tecnica del MİT, fra gli interlocutori principali, il leader kurdo Öcalan e quello nazionalista turco Bahçeli. Gli esperti dell’Intelligence calcolano in oltre quattromila i miliziani che lasceranno campi di addestramento e d’azione posti in quell’area, la stessa non è detto che sarà “bonificata” dalle utenze create, quelle logistiche e pure strategico-difensive come i tunnel con cui i guerriglieri sfuggivano ad avvistamenti e raid aerei. I nodi da sciogliere dentro il Paese, dalla Grande Assemblea Nazionale dove i deputati del partito filo kurdo Dem hanno votato assieme ai colleghi dell’Akp e del Mhp, ai comuni delle zone del nord-est dove la comunità kurda è maggioranza, sono essenziali. S’attendono quei riconoscimenti di rappresentanza, linguistici, culturali, d’autonomia amministrativa tuttora limitati, compressi e repressi nonostante i pronunciamenti del governo di Ankara. Fin qui lo stigma era il terrorismo, tale veniva considerato l’atto di resistenza organizzata dal Pkk e dalle sue strutture, alcune delle quali oggettivamente praticavano attentati e agguati verso membri di polizia e Forze Armate, venendo ripagati con la stessa violenza, troppo spesso rivolta verso inerti civili, parenti o solo concittadini dei miliziani del Pkk.

 

  

Il parossismo repressivo un decennio addietro ha colpito anche figure istituzionali, come il co-presidente del Partito democratico dei popoli, Selahattin Demirtaş onorevole nel Meclis, accusato assieme ad altri colleghi d’essere un fiancheggiatore della lotta armata. L’accordo e la recente legge fanno piazza pulita di teoremi e tesi aprioristiche, puntando alla pacificazione nazionale tendono la mano ai nemici di ieri, sanano molte condanne liberando detenuti politici ma dovranno definire anche i contorni permanenti della storica svolta. Che vanno oltre il possibile appoggio dei deputati kurdi all’ennesimo ritocco costituzionale che consentirebbe una nuova corsa presidenziale per Erdoğan, e riguardano appunto l’attuazione delle misure attese da quel mondo ideologico-politico che ha spinto Öcalan e il gruppo dirigente del Pkk, prima a rinunciare alla secessione dell’area orientale anatolica a favore del cosiddetto confederalismo democratico, e due anni or sono alla fine degli ultimi singulti di azioni armate. Spetta all’attuale esecutivo turco consolidare simili aspettative e non limitarsi alla generica convivenza fra comunità. Sul lembo sud-orientale turco, a ridosso del cosiddetto Kurdistan iracheno, resta viva la questione di chi occuperà quegli spazi predisposti alla guerriglia. Qualche osservatore ha ventilato l’idea d’un trasferimento nell’area di talune formazioni kurdo-iraniane in lotta contro Teheran, almeno di quelle riunite in un cartello (Pak, Pjak, Kdpi), ipotesi che non trova d’accordo altri analisti. Alcune di queste formazioni, in gruppo o per mano di singoli combattenti, avevano partecipato a scontri armati nella parte occidentale del territorio iraniano durante la montante protesta dell’autunno 2023 seguita alla morte/omicidio di Mahsa Amini. Ora, per diffusa mobilitazione armata di Artesh, Pasdaran e Basij impegnati, seppure a fasi alterne, nel conflitto contro Stati Uniti e Israele, la guerriglia kurda è in surplace. Il rischio ricorrente riguarda una possibile strumentalizzazione, diretta o indiretta, dei propri intenti, perciò il vuoto prospettato a Qandil e dintorni per ora resterà tale.      

giovedì 10 settembre 2026

I turchi giovani e l’invecchiata democrazia

  


Mentre Orhan, studente della Bilgi University di Istanbul, qualche mese fa s’è visto escluso dall’anno accademico da mane a sera, per ritrovarsi riammesso dopo tre giorni, Elif iscritta a un altro ateneo del Bosforo ha avuto una sorpresa ben peggiore: fermata per l’intera annata senza poter dare esami. Due casi differenti nella medesima Turchia d’oggi. Il primo è legato a un’inchiesta della magistratura che nel settembre 2025 aveva ordinato il sequestro delle società di Can Holding, attiva sul versante dell’energia, dei servizi sanitari, di media e comunicazione, turismo, e pure dell’istruzione. In quest’ultima branca risiede l’università citata, accademia privata è naturale, ma molto frequentata nella popolatissima Istanbul da giovani locali e pure stranieri. La Can e i suoi manager erano al centro di accuse gravissime: associazione a delinquere, contrabbando, frode, riciclaggio di denaro. Alcuni di loro sono stati arrestati, compresi i figli del fondatore Zamanhan, mentre le attività erano trasferite a un Fondo di Garanzia di Depositi di Risparmio. Certe funzioni proseguivano sotto questa direzione, altre, fra cui i corsi dell’università Bilgi, nel maggio scorso venivano sospesi. Poi tutto s’è misteriosamente risolto in una manciata di ore. La fortuna per Orhan è stata soggettiva. Lui e i colleghi non c’entravano nulla coi presunti illeciti di cui Can Group era accusato. S’erano iscritti alla Bilgi, potevano esserlo alle consorelle create da Koç Holding, Sabancı o Altınbaş Holding. Tutte università private e finanziate da famiglie miliardarie con produzioni e affari assolutamente simili: automotive, grandi e piccoli elettrodomestici, energia, banche, turismo, costruzioni, distribuzioni. Forse qualcuno fa gioielli, altri no, c’è chi è partito da Istanbul, chi da Gazantiep. Le università sono le loro perle perché si mira a forgiare lì la classe manageriale. I giovani che possono, con aiuti di famiglia più che dello Stato, le scelgono perché quei corsi di laurea vantano consistenti legami aziendali internazionali che offrono una marcia in più verso ogni sorta di dirigenza.

 

Alla studentessa Elif, un nome che simboleggia eleganza e semplicità, è andata molto peggio: è finita addirittura nel mirino dell’antiterrorismo. Il 1° maggio del 2025 assieme ad alcune compagne del movimento "Mille giovani per la Palestina", che fra l’altro contesta i commerci turchi con Israele, commerci esistenti sebbene da oltre un biennio il governo di Ankara abbia rescisso oltre l’80% degli scambi rinunciando a 5,6 miliardi di dollari di export e 1,9 miliardi d’import, volevano non mancare un raduno ormai impedito dall’epoca delle proteste di Gezi Park. Il gruppo decide di partecipare all’azione simbolo nei pressi di piazza Taksim. Per quell’anniversario il luogo è sempre presidiatissimo, la polizia in divisa e in borghese non permette incontri ai residuali dei gruppi della sinistra turca né ad alcun movimento. Elif viene intercettata prima dell’appuntamento. Tutta l’area è sottoposta a un ossessionante filtraggio d’ogni cittadino che passa. La fermano in una stradina di Beyoğlu. La tradisce la passione per la fotografia e una macchina non proprio minuta che viene immediatamente confiscata. Seguono la conduzione su un’autoblindo di servizio con annesse domande e manovre violente sulla sua persona. Quindi l’arresto e la detenzione per alcuni giorni, motivati da sospetta partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Infine l’agognato rilascio. Fra paura e disagio non segue alcuna denuncia, giunge però una sorpresa comunicatale dal personale amministrativo della sua università. E’ una lettera dell’antiterrorismo dal seguente tono: “Il vostro studente partecipa a proteste vietate. Occorre avviare un’indagine interna nei suoi confronti”. Così lo Stato turco ordina all’università di svolgere una simile verifica nonostante non sia prevista da nessuna legge. Ma proprio alcuni universitari interpellati affermano che accademie, non importa se pubbliche o private, non s’oppongono a simili “suggerimenti” e diventano pure zelanti comminando, nel caso di Elif, un doppio semestre di sospensione degli esami. Insomma lo studente impegnato su questioni socio-politiche perde un anno, e il commento della giovane sanzionata è conseguenziale: “Cercano d’intimidirci anche con metodi subdoli. Lo fanno sottotraccia, inviando silenziosamente lettere e ordini alle scuole; in altri casi impongono divieti di viaggio, non solo per studio ma per semplice turismo”. Un certo repulisti per studenti “riottosi“ e schierati s’era verificato in parecchie scuole superiori nelle settimane successive le gigantesche proteste per l’arresto del sindaco di Istanbul, l’esponente repubblicano Ekrem İmamoğlu (marzo 2025). 

 

Lui era la carta che il Chp avrebbe dovuto giocarsi per le presidenziali del 2023 e che s’è trovato la strada sbarrata nel suo stesso schieramento dalle smanie, per giunta perdenti, del leader Kemal Kılıçdaroğlu e della sua tribù alevita. La prossima tornata del 2028 İmamoğlu rischia di non farla nonostante un’età relativamente giovane, attualmente è un cinquantaseienne. Motivo? La sfilza di tegole penali e amministrative che gli son piovute sulla testa durante l’incarico di sindaco della metropoli sul Bosforo. Un ruolo acquisito già nel 2019 e ripetuto con un secondo exploit contro un candidato della cerchia presidenziale, l’ex ministro Kurum. La doppia disfatta nella municipalità che Erdoğan ha sempre considerato cosa sua deve aver indisposto l’apparato del partito di maggioranza Akp, così nel 2025 è scattato il trappolone giudiziario: İmamoğlu è stato arrestato e incarcerato per aver inserito (questa è l’accusa) dei personaggi vicini al Pkk fra i funzionari degli uffici metropolitani. L’ex sindaco definisce l’inchiesta un complotto, di fatto deve difendersi assieme a circa 400 coimputati da svariati reati, quelli gravissimi di favoreggiamento di terrorismo e spionaggio, e corruzione per un totale di 2.400 anni di galera. Complessivi, ci mancherebbe, non tutti rivolti alla sua persona. L’interdizione dai pubblici uffici è scontata. Paradossalmente questo leader politico può finire fuorigioco soprattutto per una presunta acquiescenza verso elementi della comunità kurda proprio mentre lo Stato turco patteggia il colpo di spugna nei confronti del terrorismo di quella matrice. La legge votata in Parlamento a stragrande maggioranza il mese scorso (468 favorevoli, 88 contrari, 6 astenuti) denominata “Turchia senza terrorismo” porta a conclusione un percorso avviato due anni or sono coi colloqui fra lo storico capo kurdo Öcalan, incarcerato da 27 anni, e il leader nazionalista Bahçeli. Gli accordi decretano l’abbandono della lotta armata e la consegna degli arsenali da parte del Pkk e porterà alla liberazione d’un buon  numero di condannati per quei reati. Öcalan inizialmente no, perché l’elettorato forcaiolo turco, presente a macchia di leopardo nei partiti della coalizione di governo, dovrà digerire il pasto molto speziato offerto dal vecchio “lupo grigio”. Ma dopo la contropartita dell’accordo che prevede una restituzione di favori con cui i deputati kurdi nella Grande Assemblea Nazionale si predispongono a sostenere un’ennesima candidatura presidenziale per Erdoğan, gli animi s’ammorbidiranno anche sull’uscita di Apo dall’Alcatraz della Marmara, l’isola-galera di massima sicurezza di İmralı. 

 

Un perdono simbolico, atteso e praticabile, riguarda Selahattin Demirtaş. E’ il co-presidente e parlamentare del gruppo filo kurdo che negli ultimi quindici anni ha cambiato molte denominazioni per le continue messe al bando della sigla, oggi si chiama Dem Party, alla turca Halkların Eşitlik ve Demokrasi Partisi. Demirtaş sconta da un decennio la veste di leader d’una formazione pretestuosamente additata dalla magistratura quale braccio istituzionale dell’ambiente guerrigliero. Un teorema mai dimostrato che comunque alla fine del 2015 ha prodotto centinaia di reclusioni nel corso della furiosa repressione da parte dell’esercito di Ankara dei cantoni del cosiddetto Rojava sul confine turco-siriano (un conto parziale dichiarò 200 vittime civili, 243 militari, 257 militanti del Pkk). Eppure nel futuro presidenziale turco Selahattin potrebbe candidarsi, Ekrem no. Gli verrebbe vietato perché accanto ai citati guai giudiziari, gli viene contestata la validità della laurea (in Economia aziendale) conseguita a Istanbul dopo il trasferimento dall’Università americana di Girne, Cipro Nord, dove studiava Scienze delle comunicazioni. Con oltre trent’anni di ritardo sono state riscontrate talune irregolarità procedurali e queste impediscono a un candidato senza una normale laurea di correre per la presidenza. Pretesti. Che diventano la linea di condotta su cui galleggia l’attuale democrazia turca che democrazia può non essere per tutti. Ecco le amare riflessioni della studentessa in stand-by Elif: Ormai in Turchia puoi essere accusato di terrorismo per qualsiasi cosa. Non c'è limite, soprattutto se sei una figura dell'opposizione. Chiunque scenda in piazza per qualsiasi questione viene additato come terrorista. Ti racconterò di un episodio recente. Due mesi fa c'era un comico, per favore cercatelo, si chiama Deniz Göktaş che ha pubblicato una pièce su YouTube. Era incredibilmente divertente e scherzava sul governo usando l'umorismo, criticava un po’ tutti lanciando battute. Una riguardava il figlio di Tayyip Erdoğan, Burak. Nella battuta il comico diceva: "Mio padre non è un padre bravo come Erdoğan. Mio padre non mi nasconderebbe se uccidessi qualcuno." Il figlio di Erdoğan, Burak Erdoğan, ha causato per errore la morte di una donna in un incidente stradale e non ha ricevuto alcuna punizione. Deniz Göktaş è stato arrestato. È stato arrestato per incitamento all'odio e "propaganda terroristica". Anche un mio amico del movimento "Mille giovani per la Palestina" – un movimento di cui faccio parte anch'io – è stato arrestato per sostegno al terrorismo. Durante l'evento aveva tenuto solo un discorso sulla "pace per i kurdi". Era un discorso innocuo, eppure…” 

 

La schizofrenìa politica del governo e d’una parte del Paese che gli è fedele, può produrre l’incongruenza di punire un giovane turco che dice pace per i kurdi mentre c’è un reale piano di pacificazione e salvezza, come dichiara la legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale. Certo, nell’ultimo decennio il clima interno è stato burrascoso. Subito dopo il ricordato conflitto a Cizre, Diyarbakır e dintorni s’è verificato il tentato golpe di luglio. 290 vittime, 1440 feriti, epurazioni a go-go per decine di migliaia fra militari, poliziotti, giudici, insegnanti, addetti alla pubblica amministrazione, giornalisti. Ovviamente non tutti implicati nel tentato colpo di mano ma probabilmente vicini al movimento che l’avrebbe ispirato, i fethullahçı di Fethullah Gülen. Questa la deduzione politica del presidente in persona, ex sodale dell’imam residente in Pennsylvania però con radici ben salde nello ‘Stato profondo’ della società turca e campione d’una soggettiva infiltrazione tantochè anche Capi di Stato d’altra epoca e sponda politica, dal conservatore Özal al sinistrorso Ecevit, l’avevano sostenuto. Magari senza flirtarci com’è accaduto a quel giocatore d’azzardo che è Erdoğan che con Gülen ha voluto prendersi la nazione, riuscendoci, per poi scaricarlo e rischiare di venire travolto da un pezzo dell’apparato della forza. In realtà un pezzettino, perché nella concitata notte di quel 16 luglio gran parte delle Forze Armate gli furono fedeli. E la popolazione ancor più. Ma se quei giorni e mesi produssero ben due anni di stato emergenziale (fino al 21 luglio 2018), il clima paranoico e repressivo che bolla come “terrorista” qualsivoglia espressione o manifestazione sgradita al potere è frutto di un’altra considerazione. La grande paura della piazza, proprio di Istanbul e a Istanbul. La piazza per antonomasia, Taksim, dove il sultano Selim III (1806) aveva una caserma. Il parchetto Gezi, creato dopo l’abbattimento kemalista di quella caserma, nel giugno 2013 aveva visto prima la ‘ragazza con un vistoso vestito rosso’ finita sui quotidiani di mezzo mondo poi centinaia di coetanei in tutte le fogge opporsi agli agenti che la recintavano per dare avvìo ai lavori di riproduzione dell’antico presidio. La protesta di Gazi Park s’allargò un giorno via l’altro, tracimò in colossali manifestazioni, pacifiche, quindi attaccate dalla polizia, con violenze crescenti e drammatiche conseguenze. Quattro morti fra i manifestanti, ottomila feriti, processi per oltre cinquemila attivisti e cittadini, un ergastolo a Osman Kavala, ritenuto il principale responsabile delle proteste e decine d’anni di reclusione ad altri. Per alcuni osservatori internazionali s’è trattato di uno degli esempi più eclatanti dell’assenza d’un sistema giudiziario indipendente e imparziale nella Turchia uscita dalle dittature militari. 

 

Da qui nascono le ‘fobie erdoğaniane’ di non lasciare spazi incontrollati alla popolazione, ancor più se giovane, applicando una selezione dei competitori politici, come pure dei colleghi di partito e di sistema. Pensiamo al ‘pensionamento’ prematuro e forzato dei sodali Gül e Davutoğlu, personaggi di primo piano dell’Akp. La dannazione d’una linea di condotta virata su un personalismo esasperato - peraltro assai di moda nell’universo politico mondiale - vede un leader non vecchissimo, Erdoğan ha ‘solo’ 72 anni, ma al comando da un quarto di secolo che continua a ritoccare i termini per rimanere legalmente al potere. Nessun impegno rivolto a figure di ricambio e nuove leve nella sua famiglia partitica e lotta serrata per intralciare con ogni mezzo gli avversari.  Inoltre la partita interna, che in questi anni ha visto spuntare come nel caso di İmamoğlu e d’un rifiorito Partito repubblicano gli stimoli per un’alternativa sostenuta dalla gioventù studentesca e non solo, trova nell’immensa sfera geopolitica l’ancoraggio sul quale colui che tutt’ora tanti turchi considerano ‘l’uomo del destino’ riesce a consolidare consenso. Soprattutto nell’attuale globo messo in subbuglio da guerre diffuse. Da queste Erdoğan riesce a cogliere opportunità riversate sul metaforico conto bancario della sua politica, per questioni strategiche: essere membro della Nato e tendere la mano agli sviluppi strategici della Cooperazione di Shanghai, utile ai risvolti economici sia quando si lanciano joint venture con l’Anatolia proposta come hub energetico, sia quando si vendono armi d’una potenziata industria bellica (Baykar, Aselsan, Bmc). E poi: la centralità della Turchia, identificata con la sua persona, sui tavoli di trattative delle aree di crisi. Durante la campagna presidenziale 2023 molte riflessioni giornalistiche dicevano: “Se al posto di Erdoğan ci sarà Kılıçdaroğlu, sarà lo stesso?”. Assolutamente no, hanno pensato tanti elettori. Per tacere dell’intuito e dell’intraprendenza che in politica estera ha posizionato gli affari turchi in Libia e nel Corno d’Africa, sporcandosi le mani e rischiando di trattare col banditismo di setta di taluni Stati non Stati, ma tant’è. Così fanno fan tutti. Così ha fatto lui che nell’aver rilanciato l’orgoglio non solo marinaro e non tanto patriottico del Mavi Vatan, pone il Paese a rivendicare un’assoluta centralità nel Mediterraneo più ambìto, quello di Levante, possibile scenario di conflitti col guerrafondaio Israele, ma sicuro smistamento di quel trasporto mercantile che trova l’interessamento d’un alleato strategico come la Cina di Xi Jinping. Insomma giovani turchi crescono, però a offrirgli un presente continua a essere Erdoğan. Mentre il futuro è tutto da scrivere.

 

(pubblicato sulla rivista Confronti