Tornare a morire non solo d’infezioni ma di parto e ovviamente d’infezioni da parto, è uno degli spettri che s’aggirano nelle polverose strade afghane. Certamente nelle carovaniere del desertificato Registan, fra Helmand e Kandahar. Ma i dati raccolti dalle strutture mediche di sostegno come i centri di “Medici senza Frontiere” raccontano vicende altrettanto drammatiche anche nelle città, si tratti di Herat o Mazar e pure nella capitale. Il più recente rapporto delle Nazioni Unite sulla Sanità testimonia la sciagura in atto: la mortalità infantile, che a inizio millennio s’aggirava sui 1300 casi per 100.000 nascite s’era più che dimezzata (521), mentre nell’ultimo triennio ha ripreso a crescere passando a 640 decessi. E’ l’ennesimo prezzo fatto pagare a un Paese che la politica imperialista occidentale voleva “salvare” ed emancipare e ha invece abbandonato a crescenti destini infausti. Dettati dai governi Karzai e Ghani, sostenuti dall’occupazione Nato, che non creavano servizi statali (alla scuola e sanità provvedevano le Ong, locali ed esterne) e che si sono squagliati al cospetto dei talebani. L’assistenza in loco è venuta meno con la ritirata militare e politica dell’Occidente, quindi è mancato e sta mancando quel sostegno economico elargito fino al 2021 dalla Banca Mondiale. Il potere talebano fa il resto e lo peggiora. Ha organizzato una ‘caccia alle donne’ allontanate dalla vita pubblica, segregate e oppresse dagli organi repressivi centrali della polizia che ‘perseguita il vizio e incentiva la virtù’ e dai parenti maschi che spargono su figlie, mogli, sorelle attuali frustrazioni e atavici pregiudizi conditi con versetti del Corano, interpretati a discrezione da mullah compiacenti con l’oscurità della tradizione e l’invasività della repressione patriarcale e machista. Quando si recano nei sempre scarsi centri medici operativi i leader talebani, e pure i loro sottoposti, vorrebbero per le proprie mogli quelle dottoresse che scarseggiano a causa delle norme manipolate d’una d’una Shari’a che essi stessi hanno imposto. Per le espulsioni delle studentesse universitarie dai corsi di medicina come per qualsiasi altra branca di studi, per l’apartheid che relega in casa quelle ginecologhe, cardiologhe, dentiste e specialiste d’ogni genere cui le ordinanze di Akhundzada impedisco di esercitare la professione.
E’ il black-out che l’Emirato crea con le proprie mani in casa sua, non volendo garantire un futuro al genere femminile e ostacolando la stessa stirpe maschile di probabili turbanti, soffocata dall’incongruo radicalismo del pensiero prim’ancora che da quello della fede. Ma se muoiono neonati e minori di entrambi i sessi, muoiono soprattutto partorienti e puerpere. E chi fra loro riesce a generare “al volo” in un taxi o sull’uscio d’un ospedale perché, non essendo accompagnata dal mahram di famiglia per i motivi più vari: il marito lavora periodicamente in Iran o in Pakistan, un fratello o cugino è indaffarato oppure non crede che la congiunta sia malata oppure sia giunta alla fine della gestazione o semplicemente perché non vuole scocciature e non si presta all’accompagnamento, chi per pietà, per sensibilità umana assume quel ruolo cerca di evitare problemi coi controllori della virtù ed essendo “irregolare” glissa, lasciando la donna sola con se stessa fra le “acque già rotte” o la pozza di sangue. Levatrici, infermiere, ginecologhe ancora in servizio negli ospedali di queste storie ne narrano a centinaia alle attiviste, alle comunicatrici che celate sotto il burqa proseguono un impegno resistente, in faccia alle facce e alle barbe di quei resistenti col turbante che prendevano il potere cinque anni or sono. Così si definivano all’epoca, erano pur sempre i difensori d’una nazione invasa e occupata… La loro forza, la loro retorica gli faceva reclutare molta gioventù negli ultimi due anni di disfacimento di quel regime voluto dagli americani che aveva a capo un pashtun allevato in Oregon, formato a New York, occupato a Washington. Nonostante le attuali imposture il regime che l’ha sostituito con un disprezzo anche superiore di quello della tribù Ahmazdai, cui apparteneva l’ex presidente Ghani, trova nell’oppressione forzata delle donne un muro di genere. Un muro silente ma esistente e presente. Un nuovo muro di resistenza.












