mercoledì 27 ottobre 2021

Egitto, la cosmesi di Al Sisi

Il recente annuncio della presidenza egiziana sulla cancellazione dello "Stato di emergenza" è pura formalità. Lo sottolinea una delle ong (Arabic Network Human Right Information) che tuttora si batte per la difesa della libertà di espressione in quel Paese. La mancata scarcerazione dei sessantamila detenuti, l’abolizione del blocco a oltre seicento fra quotidiani online e siti d’informazione rappresentano la ferita da sanare per una reale diversificazione e trasformazione dell’orizzonte politico interno. Tutto il resto è pantomima. Che piace al regime di Al Sisi, da quattro anni pienamente rientrato nel panorama geopolitico globale grazie agli assist di potenze locali (Arabia Saudita, Israele) e mondiali (Russia, con benestare di fatto di Cina e Stati Uniti) attorno alle operazioni securitarie sul fronte libico e d’interessi economici sul versante energetico. Questi coinvolgono Italia, Francia, Turchia riguardo a giacimenti petroliferi e aree di gas sui fondali del Mediterraneo orientale. Gli accordi per tali forniture prevedono scambi con armamenti leggeri e pesanti, così da chiudere il cerchio sul ruolo di gendarme che la lobby militare egiziana garantisce nel Mashreq alla comunità internazionale.  La sospensione della legge per l’emergenza non stabilirà un diverso clima né una protezione dei diritti davanti alle gravi violazioni dei Servizi di Sicurezza, anche alla luce di quanto accade nel Parlamento del Cairo totalmente addomesticato. Infatti le disposizioni e gli scopi della legge sull’emergenza sono già stati inseriti in altre normative adottate dal regime, realizzando quello che esperti della materia definiscono “costituzionalizzazione dell’emergenza”. Insomma gli intenti coercitivi sono integrati ai processi legislativi in un percorso che il governo propina ai cittadini e che costoro, giocoforza, subiscono. Il modo di legiferare degli ultimi tempi si è trasformato in senso così autoritario che criminalizza e punisce anche per frasi e parole che sono soggette d’interpretazione vaga e speculativa. In più ai Servizi di Sicurezza è garantita una palese impunità che essi possono giungere a uccidere persone col pretesto che siano tacciate di spionaggio e terrorismo. Eccoli, lampanti, il caso Zaky e l’omicidio Regeni che calzano alla perfezione a questo schema. E con loro le disgrazie di decine di migliaia di prigionieri e di centinaia di scomparsi, in tante circostanze senza volto e nome.

domenica 24 ottobre 2021

Crimini di guerra in Afghanistan, indagini a senso unico?

Nei mesi scorsi, mentre l’apparato militare e politico afghano diretto da Ashraf Ghani implodeva a vantaggio dei taliban, presso la Corte Penale Internazionale (ICC) che si occupa, fra gli altri, dei crimini di guerra in quel Paese, era in corso un avvicendamento. Fra febbraio e giugno scorsi la giurista gambiana Fatou Bensouda veniva sostituita dal collega Kharim Khan. Quest’ultimo è un giurista britannico di fama, impegnato nella Corte per molti anni con investigazioni sui crimini nella ex Jugoslavia, su quelli dei tragici eccidi ruandesi e ultimamente nei territori del Daesh. Si dirà: in certe sfere un giudice vale l’altro. In linea di massima sì, però per i misfatti afghani accade qualcosa.   Sino al 2016 la giudice Bensouda aveva posto l’accento sull’ampia gamma di delitti commessi da talebani e dal network di Haqqani contro civili, personale di progetti umanitari, avversari politici e militari. Sulle prigionìe da loro inflitte ai nemici, sulla deprivazione di libertà e la persecuzione verso gruppi civili ben identificati: donne ed etnìa hazara. La magistrata svolgeva indagini anche sulla Cia e sulle unità speciali Nato, autrici di rapimenti cruenti con uso di tortura e stupro, oltraggio alla dignità personale, realizzati per una lunga fase: dal maggio 2003 al dicembre 2014. In pratica l’intero percorso della missione Enduring Freedom. Se un buon numero di quelle operazioni compiute da militari americani risalgono al biennio 2003-2004, negli anni seguenti è cresciuto il coinvolgimento in tali pratiche di reparti del National Directorate Security, e con esso di Forze Armate, Polizia, Polizia di Frontiera del governo di Kabul, tutti formati e addestrati dalla Nato.

Gli accertamenti condotti da Bensouda terminano nel 2017, periodo in cui cresceva l’escalation sanguinaria dell’Isis-Korasan diretta a seggi elettorali, scuole, moschee, e concentrati nelle provincie di Kabul e Nangarhar.  La linea che Khan vuole seguire riguarda proprio questi massacri praticati da talebani e dell’Isis-K, che a suo dire sono più gravi di ogni altro, proprio perché rivolti a donne, ragazze, bambini anche con esecuzioni extragiudiziarie. Secondo gli analisti dell’Afghanistan Network tali considerazioni possono avere un peso nel nuovo corso dell’ICC. Negli anni passati il governo afghano era intervenuto presso la Corte Internazionale chiedendo di poter svolgere proprie indagini. Si era trattato solo di un pronunciamento. All’ICC sapevano che la presunta volontà di Ghani d’avviare ricerche sui crimini di guerra talebani risultava mendace. La casta dirigente, corrotta e collusa con altri criminali – i warlords – prendeva tempo, cercando di celare anche sue responsabilità delittuose, svolte dai propri apparati d’Intelligence in obbediente relazione con la Cia. Dal 15 agosto scorso le leve del potere a Kabul sono in mano agli studenti coranici – una delle componenti indagate – che ovviamente non attivano né attiveranno alcuna indagine. Pensare che i taliban tornati al potere permetteranno azioni penali contro i reati da essi stessi commessi è utopistico. Si sa che costoro, finora, hanno attuato processi poco più che sommari contro miliziani dell’Isis e membri dell’esercito di Ghani. 

 

Egualmente è difficile pensare a processi domestici negli Usa per membri dell’esercito americano. Già si è visto come l’amministrazione Obama, pur vietando l’uso delle torture che il predecessore Bush aveva acconsentito durante le detenzioni illegali, non ha improntato alcun procedimento verso quegli illeciti, definiti addirittura ‘patriottici’. Nella cronaca nera di simili gestioni, uno dei casi venuti a galla riguardava Gul Rahman, lasciato morire congelato nel novembre 2002 in un luogo di detenzione (Salt Pit) creato dalla Cia a nord di Kabul. Al suo insediamento Khan si domandava se può esistere una scala di valore che indica i crimini del fondamentalismo islamico peggiori di quelli americani. Certo è che la precedente gestione, impegnata a scavare sulla guerra sporca del Pentagono ha subìto dall’amministrazione Trump forti pressioni per azzerare quell’orientamento. Ora c’è chi teme possibili attacchi jihadisti ai membri della Corte Internazionale e a chi collabora con essa, testimoni in primo luogo. Documenti raccolti dall’Unama evidenziano azioni illegali di polizia ed esercito afghani durante l’amministrazione Ghani. E si può risalire anche a un decennio addietro, alla seconda presidenza Karzai. Nei Palazzi lasciati in tutta fretta dai filo occidentali, l’attuale esecutivo talebano può avere accesso a rapporti riservati da cui ricavare informazioni in merito. Chissà se i vertici coranici daranno seguito alle scoperte o le useranno come materia di scambio per lenire proprie colpe.

venerdì 15 ottobre 2021

Libano, la maledizione clanista

Il tiro a bersaglio di Tayouné - la zona semicentrale di Beirut controllata, come dimostra la sparatoria di ieri, armi alla mano dalla comunità cristiano-maronita - è un’ulteriore escalation dello Stato fallito libanese. Nessun prodromo di rinnovata guerra civile, c’è da sperarlo vivamente, ma che la vita a Beirut e dintorni abbia perso qualsiasi connotato di civiltà è un dato di fatto. Le uccisioni dei manifestanti sciiti da parte di cecchini maroniti (sebbene le Forze Libanesi, partito guida dello schieramento, smentiscano, i sospetti sono tanti) ripropongono una palese realtà: la pace-armata fra etnìe e confessioni, la spartizione dei poteri, di zone della capitale e del Paese mantenendo la tossica presenza di clan familiari che tutto decidono sulla testa di quattro milioni di cittadini-sudditi che possono solo accettarne la protezione, ha fatto il suo tempo ma non ha alternative. Anche perché le quattro entità della nazione svuotata d’identità - sunniti, sciiti, maroniti, drusi - non vogliono cambiar passo. Non vogliono perdere un briciolo del potere acquisito, anche quando questo è svuotato di tutto, alla maniera dei bancomat che rilasciano appena qualche banconota, come le scassate casse del Tesoro privato di fondi da un ceto politico corruttibile e corrotto, come il buio che segna le notti beirutine dalle Corniche all’entroterra per il collasso energetico. A un dramma che fa rischiare la fame, non solo ai campi profughi tuttora presenti all’interno del tessuto urbano della capitale – ricordate Chatila? è sempre lì e ai 400.000 palestinesi si sono aggiunti due milioni di siriani – ma nella stessa Hamra o nel teatro degli scontri di queste ore, Aïn el-Remmané, fatta di alti condomini, costruiti ex novo dopo le distruzioni degli anni Ottanta, lo spettro che può ritornare. 

 

Finora a Beirut era cambiato l’uso delle armi, diventate leggere sia fra le milizie di Nasrallah, sia per quelle di Geagea. Che s’accusano reciprocamente in merito a chi abbia fatto fuoco in questa circostanza, ma che circolano palesemente coi kalashnikov bene in vista. Eppure armamenti quasi atomici, come le 2.750 tonnellate di ammonio stipate per anni in un hangar e brillate il 4 agosto 2020, che hanno sbriciolato i quartieri a ridosso del più bel porto orientale del Mediterraneo, portandosi dietro oltre duecento cadaveri, seimila feriti sanguinanti e lasciando decine di migliaia di disgraziati senza un tetto, rappresentano una realtà che fa del Libano un fronte di guerra. Simile a quello voluto da Israele quando varca i confini di terra, aria, acqua oppure quando i mukhabarat siriani tramano con attentati come quelli che polverizzarono Hariri padre e alcuni suoi ministri. La via per un Libano diverso da quello conosciuto nell’ultimo cinquantennio che era un mix di bordello post-coloniale, un paradiso fiscale per bancarottieri, un luogo di speculazione e intrighi finanziari, una casamatta del conflitto mediorientale, la culla d’una sanguinosissima guerra civile, è fallita. Il Libano stesso è uno dei vari Stati ammuffiti che il colonialismo di ritorno palpeggia cercando una soluzione che non sa offrire, mentre i miliardari regionali suoi alleati cercano di plasmarne a piacimento l’orizzonte per trarne vantaggi più o meno espliciti. 

 

Resta una parvenza di comando in chi guida lo Stato fantasma, ultimamente Najib Mikati, proveniente dall’ennesimo clan affarista: un fratello fondatore dell’Arabian Construction Company, una delle maggiori società edili mediorientali con sede ad Abu Dhabi, e lui stesso, il premier Najib, collocato da Forbes in testa ai più ricchi magnati libanesi. Tanto denaro per qualcuno e stenti per un popolo sempre più misero e disperato sia che preghi in moschea sia in cattedrale. Poi c’è la protesta di ieri, militanti di Amal ed Hezbollah che sfilano verso il Palazzo di Giustizia e vogliono fermare le indagini del magistrato Tarek Bitar sull’esplosione del porto. Lui è descritto fuori da logiche di affiliazioni e schieramenti. Un giudice diverso da Fadi Sawan, che l’aveva preceduto, ed era stato contestato dai raggruppamenti sciiti perché cresciuto all’ombra della comunità maronita, passando da giudice istruttore a Baabda al Tribunale militare quale esperto di terrorismo. Ma anche Bitar rivolto l’attenzione dell’inchiesta sui ministri Zaiter e Khalil. Il primo vicino ad Amal, con incarichi di responsabile di vari dicasteri: Difesa, Agricoltura, Lavori Pubblici, Industria, Affari Sociali. Il secondo amicissimo e sodale di Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese oltreché incontrastato raìs del Movimento Amal, ancora oggi a ottantatré anni suonati. Così l’attivismo sciita è sceso in piazza per azzerare un’indagine che addita taluni politici come irresponsabili, e i cecchini maroniti hanno cercato e trovato il morto. Anzi, i morti. Anche Hezbollah ha estrapolato le sue armi, e la faida più che lotta politica prosegue in una Beirut amara e spettrale.

giovedì 14 ottobre 2021

Regeni, processo all’omicidio di Stato

Il processo che s’avvìa a Roma per l’assassinio di Giulio Regeni - compiuto al Cairo dopo il noto rapimento del 25 gennaio 2016 e la successiva settimana di torture da parte delle Forze di Sicurezza egiziane - ha quattro imputati: un generale (Sabir Tariq), tre colonnelli (Usham Helmi, Mohamed Ibrahim, Abdelal Sharif). Di fatto contumaci. A loro i magistrati italiani non hanno potuto notificare gli atti d’accusa poiché l’Egitto non ha mai fornito i recapiti domiciliari. Un particolare che potrebbe immediatamente produrre un rinvio del processo stesso. Un passo significativo ha compiuto l’attuale governo italiano, rispetto alle titubanze dei quattro che l’hanno preceduto: costituirsi parte civile contro gli assassini. Che per come la vicenda s’è messa sin dai primi giorni con omissioni, falsità, depistaggi da parte delle autorità egiziane rappresenta un’opposizione alla volontà del regime del Cairo di coprire e difendere quei servitori d’uno Stato che appare il reale mandante dell’omicidio. Un’azione criminale che non è certo un fatto privato. Assume un respiro internazionale perché vede vittima il cittadino di un’altra nazione che in Egitto svolgeva un lavoro professionale - una ricerca su lavoratori e sindacati locali - e che per questo è stato pedinato, spiato, incastrato, prelevato con la forza sino alle tragiche conseguenze. Simili trattamenti sono stati riservati a migliaia di egiziani subito dopo la presa del potere da parte del generale al Sisi già dall’agosto 2013. Un’escalation rivolta ad avversari e a ogni soggetto ostacoli col proprio operato politico, sociale, professionale (dunque attivisti, giornalisti, avvocati, docenti) la restaurazione autoritaria attuata dalla lobby militare e dai suoi sostenitori interni ed esterni. 

 

Un piano tuttora in corso che ha sbattuto in galera oltre sessantamila persone, ha dato una parvenza “legale” a processi infiniti – come quello cui è sottoposto Patrick Zaky – mirati a svilire fisico e morale dei detenuti e produrne, com’è accaduto a nomi anche noti del panorama politico e pubblico interno, il decesso. Per ragioni organiche di sopravvenuto stress, per malattie non curate, per induzione al suicidio. Tale meccanismo criminale produce effetti deleteri sulla stabilità emotiva e psicologica dei cittadini che temono di finire nell’infernale rete di sospetti, vessati dall’accusa di tramare contro “la sicurezza nazionale” e triturati da una carcerazione infinita. Poiché se si reclamano violazione di diritti e di libertà personali si può essere accusati di terrorismo, in pochi hanno denunciato le sparizioni di amici e parenti, sparizioni che dopo anni paiono definitive. Aver ritrovato il cadavere martoriato di Giulio ha dato adito, inizialmente, all’ipotesi d’un complotto rivolto contro Sisi in persona. Col passare del tempo, con l’orientamento preso dai vertici dello Stato egiziano a difesa dei suoi killer, quell’ipotesi si dimostra una boutade. Forse fatta circolare dagli stessi apparati repressivi, cui la questione è “sfuggita di mano” e da lì la pasticciata sequela di bugie, montature, ulteriori assassini. Per accreditare un presunto rapimento di Regeni a scopo di rapina, i mukhabarat hanno passato per le armi cinque sprovveduti malviventi, a loro magari noti oppure no. Anche questa è un’ipotesi, mancano prove. Anche perché l’Egitto ha sempre impedito ai procuratori romani, durante le proprie missioni ispettive al Cairo, d’indagare adeguatamente su tutti i risvolti del caso Regeni e degli intrighi conseguenti. 

 

Non c’è, dunque, solo una mancanza di collaborazione. Unanimemente magistratura e politica del grande Paese arabo voltano le spalle alla richiesta di verità invocata non tanto da familiari, amici, attivisti dei diritti, ma dalla stessa nazione italiana. Finora quest’ultima aveva invocato cooperazione, evitando gli strappi di gesti clamorosi quali il ritiro dell’ambasciatore premessa di rotture diplomatiche. La linea economica, proficua per gli scambi fra i due Paesi, e la rinnovata linea geostrategica nel Mediterraneo orientale e in Medioriente che hanno investito il chiacchierato regime del Cairo di compiti di supporto militare di primo piano, hanno prodotto una linea morbida verso al Sisi. Accolto in tanti consessi dove l’Italia e l’Ue puntano a mediare su temi caldissimi: stabilizzazione di aree contese in sistemi implosi come la Libia post-Gheddafi; sicurezza e difesa dagli attacchi jihadisti; controllo dei flussi migratori. Da qui sorrisi, forniture d’armi, investimenti nei progetti faraonici come il raddoppio di Suez e la New Administrative Capital, che viaggiano sul filo di prestiti con interesse e interessi di capitali anche occidentali, un via vai di denaro impossibile da intralciare con controversie giuridiche. Ecco che il volto affaristico di Sisi e con Sisi può mettere fuori gioco ogni altra questione. A cominciare da diritti calpestati, violenze perpetrate e perpetuate, sangue versato. E non sia mai che nello strappo impossibile finisca anche l’altro sfregio all’Italia riguardante la detenzione di Zaky. Potrebbe il regime del Cairo ammorbidirsi verso lo studente bolognese in cambio d’un Regeni lasciato senza giustizia? Forse Sisi potrebbe, e noi?

mercoledì 13 ottobre 2021

G20, elemosina afghana

Mentre il G20 a trazione Mario Draghi cerca nelle Nazioni Unite un anello per tenere aperto il canale con l’Afghanistan talebano, vuol trattare col suo governo senza riconoscerlo, elargendo una mancetta da un miliardo di euro di provenienza Ue, il ministro degli Esteri di Kabul - che coi rappresentanti europei e americani s’è incontrato a Doha - decuplica l’importo. Amir Khan Muttaqi ha riproposto l’azzeramento delle sanzioni che da due mesi bloccano 9.5 miliardi di dollari. Solo liberando quella cifra il Paese, soffocato da mancanza di liquidità, inizierebbe a respirare. Il nodo scorsoio è posto direttamente alla gola dei dipendenti dell’amministrazione statale, rimasti senza stipendio, ma senza denaro liquido nessuno spende e l’intera malandata economia nazionale resta asfittica, in primo luogo nelle città e specie per gli approvvigionamenti di prima necessità, naan compreso. Così più realistica che pietistica appare la dichiarazione del turbante con funzione di rapporti esterni quando afferma che indebolire l’attuale governo afghano non è strategicamente utile a nessuno, soprattutto per far fronte alle due emergenze indissolubilmente legate alla strozzatura economica: sicurezza interna e flussi migratori. La prima rientra nella grande richiesta statunitense ai taliban sin dalla firma dell’accordo qatarino: impedire il radicamento in loco di radicalismi fondamentalisti, oggi targati non più Qaeda bensì Isis. Una presenza che gli studenti coranici si sono serbati in seno e che facendo leva su spaccature e dissidenze è diventata una coriacea concorrenza jihadista in terra afghana. Accanto alla geostrategia militare la questione mette in fibrillazione anche la geostrategia finanziaria, quella cui guardano gli investitori d’ogni risma che sotto i precedenti governi filoccidentali facevano affari, principalmente coi prodotti del sottosuolo. Nel settore i cinesi sono in prima fila, e per questioni diverse ma speculari un territorio tenuto sotto controllo – oggi dai coranici, vista la dissoluzione dell’esercito sostenuto dalla Nato – fa oggettivamente comodo alle potenze globali. 

 

Però i sessantamila miliziani dell’assalto a Kabul, saliti negli ultimi mesi ai duecentomila attuali, tanti ne quantificano gli analisti delle armi, non sembrano garantire uno Stato senza esplosioni e lutti, visto come vengono ‘bucati e beffati’ dallo jihadismo concorrente. Se in esso si stiano muovendo anche cellule di kamikaze uiguri che s’addestrano dietro l’Hindukush per poi rivolgere le esplosioni anche nello Xinjiang aumenta l’apprensione cinese. Sarà anche per questo che Pechino ha snobbato il recente invito del G20, accettando di duettare il 20 ottobre a Mosca coi russi e il Grande Fratello talebano di stanza in Pakistan. Un summit ristretto e sostanzioso sulle necessità afghane, al quale l’America della Casa Bianca e del Pentagono non faranno mancare i propri osservatori.  L’emergenza dei flussi migratori, quelli dei grandi numeri, può andar oltre l’affanno di fuga cui abbiamo assistito nelle settimane seguenti il 15 agosto. Chi tuttora chiede di riparare all’estero per i legami coi pregressi lavori a favore dei governi dismessi, per timori di vendette, per dissenso a un regime oppressore verso tutele e diritti grazie ai tanto sperati ‘corridoi umanitari’ e a un’accoglienza organizzata potrebbe ricevere anche il lasciapassare talebano, ma è il molto più cospicuo flusso di migranti per fame – conosciuti nelle rotte balcanica e libica – a preoccupare membri del G20 e ancor più i governanti della Fortezza Europa. Sia i possibilisti dell’accoglienza, sia i costruttori di muri che con le ultime mosse (la lettera dei ministri dell’Interno di Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Slovacchia, Danimarca, Grecia, Ungheria, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania) hanno ampliato consistenza e puntano a influenzare Bruxelles.

sabato 9 ottobre 2021

Afghanistan, moschee nel sangue

L’arena del sangue è ancora una volta una moschea. Sciita. A Kunduz. I brandelli di ottanta corpi, il manto rosso che tutto avvolge come un’Āshūrā che onora il martirio di al-Husain, non stanno mimando una commemorazione. E’ tutto tragicamente vero. Per l’ennesima volta, sotto la regìa dell’Isis Khorasan che solo una settimana fa aveva colpito nella capitale un’altra moschea (Eid Gah). Carneficine che si susseguono, come nel 2018 quando sul sangue degli afghani jihadisti dell’Isil e taliban si disputavano l’egemonia del territorio. Ora che da due mesi i turbanti di Akhundzada, Baradar, Yaqoob, Haqqani hanno formato il governo provvisorio del secondo Emirato, i fanatici del Califfato continuano a martellare con kamikaze e autobombe la quotidianità afghana, per ammonire tutti che non saranno i nuovi padroni a garantire ordine ed esistenza sicure. Per nessuno. Chi è giunto dopo la terrificante esplosione nel luogo di culto ha avuto lo sguardo scioccato dal carnaio. Giovani e vecchi allungati in un lago di sangue, corpi frantumati che urlavano dal dolore domandando aiuto. E cadaveri sfranti, più o meno riconoscibili.

 

Nonostante il prodigarsi dei soccorritori per sostenere i feriti, questi sembravano non finire mai “era difficile trasportare tutti nelle strutture sanitarie” dichiaravano alcuni testimoni. E chi ha monitorato negli anni il panorama di quella città, ricorda l’ospedale di Medici senza Frontiere bersagliato dai bombardieri americani durante il loro conflitto coi taliban. Sa che le uniche eccellenti strutture, create dalle Ong, sono state ridimensionate. Nella rilanciata corsa della morte è sempre la gente comune a essere sacrificata o rinnovare lutti fra i familiari sopravvissuti. Ma la triennale battaglia fra i talebani dell’odierno Emirato e i miliziani d’un Califfato spettralmente sognato, mostra anche assalti rivolti a figure di rango. L’attentato della moschea di Kabul puntava al ministro dell’Informazione e Cultura Zabihullah Mujahid, lì riunito insieme a parenti e amici in memoria di sua madre. Se questo scontro, anche simbolico, è tenuto in vita da strutture militari organizzate dall’Isis-K oppure, come talune voci sostengono da “cellule dormienti” del jihadismo locale, non cambia molto la sostanza. Certo i turbanti, turbati nell’impossibilità di prevenire strazianti incursioni esplosive, cercano di minimizzare; però cinque, ottanta o centosettanta morti, non mutano la sostanza del lugubre cimitero afghano che viene riproposto.

lunedì 4 ottobre 2021

Pakistan, i ministri-faccendieri del Palazzo

Imran Khan, da un triennio premier pakistano, nella lista definita ‘Pandora Papers’ - rivelatrice di fatti e misfatti di politici, imprenditori, manager e vip mondiali allergici al fisco - non compare affatto. Immacolato, come il salwar kamice che ama sfoggiare in consessi globali per marchiare appartenenza e tradizione, s’è già impegnato a fare luce sulle responsabilità di nativi pakistani. Non ha aggiunto che ruotano attorno al suo potere.  Dalle rivelazioni del ‘Consorzio internazionale di giornalisti investigativi’ curatore dell’inchiesta, costoro sono meno d’un migliaio – settecento per la precisione – che rispetto ai duecentoventi milioni di cittadini rappresentano un’inezia. Ma quell’inezia muove un’enorme quantità di denaro, anche pubblico, finito sui conti offshore di due ministri (delle Finanze, Shaukat Tarin, e Risorse idriche, Moonis Elahi). E di manager, ufficiali d’alto rango delle Forze Armate, loro familiari, faccendieri e prestanome, invischiatissimi. Molto occidentalmente il Primo Ministro s’è tenuto fuori da dirette responsabilità, evitando di sporcarsi la reputazione, ma il suo entourage è impantanato fino al collo e il celebrato campione di cricket prestato alla politica potrebbe finire a ramengo, come accadde a Sharif quattro anni or sono. Il responsabile del dicastero delle Finanze e i suoi parenti posseggono quattro società offshore. Tarin lo giustifica come parte d’un processo di raccolta fondi per la sua banca (sic).

 

Il ministro Elahi, tramite la società di servizi Asiatici Trust, ha cercato d’investire 5,6 milioni di dollari provenienti da un presunto scandalo di prestito a una fiduciaria. L’Asiatici lo accettò come cliente malgrado i fattori di rischio evidenziati da accertamenti: il coinvolgimento in un progetto di sviluppo in odore di corruzione nella popolosa provincia del Punjab. Gli Elahi sono un potente clan. Il padre dell’attuale ministro era un alleato di ferro di Musharraf, la famiglia è stata coinvolta in scandali corruttivi multimilionari. Il più noto, tramite la Banca del Punjab, superava il mezzo miliardo di dollari di prestiti non garantiti offerti a ignari clienti. I prestiti irrecuperabili vennero coperti con cauzioni pagate dal governo locale, cioè con proventi pubblici. Secondo lo scavo compiuto dall’International Consortium Investigative Journalist, anche la transazione proposta dal ministro Elahi ad Asiaciti Trust avveniva coi prestiti della Banca del Punjab. Quest’ultima propone a Elahi un investimento con un agente che avrebbe due proprietà nel Regno Unito e individua un potenziale investimento in uno zuccherificio. Il ministro ha fatto marcia indietro solo quando Asiatici Trust ha dichiarato di voler informare l’autorità delle tasse in merito alla mediazione, mostrando una registrazione. Già anni addietro la moglie di Elahi usò una società di comodo per una transazione su un appartamento londinese, valutato 8,2 milioni di dollari. Il ministro nega gli addebiti considerandosi vittima di complotti. 

 

Dallo scrigno di Pandora fuoriescono riferimenti ad altri sostenitori di peso del premier pakistano. Ne scaturisce una parentopoli: il figlio dell’ex ministro delle Finanze Masood Khan (quest’ultimo era iper fedelissimo dell’omonimo leader e suo segretario particolare), il fratello del ministro dell’Industria Bakhtyar, il precedente responsabile del dicastero delle Risorse Idriche, Vawda, usano tutti trasferire denaro su conti coperti, lontani da controlli fiscali. Anche Bakhtyar muove un milione di dollari attorno ad appartamenti londinesi. Nella lista dei faccendieri-bancarottieri compaiono il non proprio onorevole banchiere Naqvi, molto solvente in appoggio alla campagna elettorale 2013 di Khan e accusato da un procuratore statunitense d’una frode di 400 milioni di dollari. E un altro finanziatore: Tariq Shafi, beneficiario di 215 milioni di dollari grazie a compagnìe offshore. Accanto ai borghesi della politica tracimano dal vaso i volti di uomini in divisa: un alto generale alleatissimo di Musharraf che grazie alle triangolazioni offshore ha acquistato case per 1,2 milioni di dollari. Un intoccabile dell’Inter-Service Intelligence – il generale Nusrat Naeem – che registrava una Società di petrolio e gas e tentava l’acquisto di un’acciaieria senza avere l’importo richiesto (1,7 milioni di dollari), per poi vedere archiviata ogni cosa. Fra i pakistani possessori di società offshore non mancano gli editori (Media Dawn, Express Media Group, Gourmet) che possono spendere capitali e servizi a favore del premier. La boa di salvataggio di Imran Khan è che in quel Palazzo lui ci sta di passaggio.