Più dei lanci di Tomahawk che costano due milioni di dollari l’uno, a prescindere dal numero di cadaveri e sfracelli prodotti, sono gli annunci trumpiani a rimbombare e far lievitare i gruzzoloni presidenziali, a inizio anno valutati dalle agenzie di rating fra i sei e i sette miliardi di dollari. Così l’ultima nota della Casa Bianca annunciante una tregua patteggiata con gli iraniani, e peraltro subito smentita dagli interessati, ha comunque fruttato in uno ristrettissimo spazio temporale ulteriori introiti alle casseforti personali e di famiglia (quelle dei figli Eric e Donald junior, della moglie Melania, del genero Kusher). Perché il presidente americano annuncia, le Borse rispondono, i suoi asset incamerano e via all’ennesimo giro di giostra. E’ insider trading accusano i correttissimi della politica. E’ la corruzione della geopolitica, la quintessenza d’una rendita di posizione speculativa, cui s’aggiungono i guadagni diretti di guerra fra investimenti in droni e ordigni vari operati dalla Trump Organization. Questo è il liberatore da un presunto terrorismo globale, postosi a vantaggioso rimorchio di Netanyahu, il premier più terrorista dello Stato che dalla sua nascita sgomenta e destabilizza il Medioriente. Eppure questa è la diabolica coppia con cui attualmente devono relazionarsi molte nazioni del Golfo e dintorni comunque interessate a una ricomposizione d’un orizzonte squassato da e oltre le ristrettezze ruotanti attorno allo Stretto di Hormuz. Diplomazia, dunque, anche quella statunitense che infatti si muove in ombra dalle comparsate del suo presidente. Che le petromonarchie alleate a Washington stiano subendo uno choc economico pari e superiore a quello già in movimento su troppi mercati dell’energia per noti rincari conseguenti al blocco di petroliere e cargo del gas liquefatto, è una realtà che fa imbestialire gli emiri. Diventati bersaglio della reazione dell’Artesh iraniano al pari di basi e ambasciate americane ospitate sul proprio territorio. E’ l’ulteriore dazio da pagare a mister Trump. Chi ragiona dice che l’andazzo non può durare, ci sono mercati, affari, operazioni commerciali di respiro mondiale da salvaguardare.
Perciò diretti interessati come i sauditi di bin Salman, col seguito dei più militarizzati e numerosi egiziani, divenuti non per merito il perno d’ogni trattativa mediorientale in virtù del comune denominatore che li ha visti collaborativi sugli ‘Accordi di Abramo’; gli stessi turchi già mobilitati per trattare sul futuro della Siria e di Gaza al di là dei lucrativi progetti di riviera prospettati da businessmen israelo-statunitensi, nonché preoccupati dalle nuove ondate di profughi, ora libanesi; in aggiunta anche i pakistani, alleati armati da molti presidenti americani e che l’attuale geopolitica avvicina però alla Cina. Sono questi gli ambasciatori che operano dietro le quinte d’una crisi che non può continuare. La riuscita dell’uscita dallo stallo in cui la linea trumpiana s’è ficcata è nient’affatto semplice. Anche perché il presidente-sborone, che già un anno addietro raccontava d’aver francobollato le centrali nucleari di Teheran riducendone a zero efficienza e capacità, e non era così, oggi rilancia una fine delle ostilità in cui l’avversario dovrebbe inginocchiarsi alla superiorità della guerra tecnologica d’Oltreoceano. Posto che è appunto l’Atlantico l’arma migliore degli States che per i diecimila chilometri di distanza non possono ricevere testate missilistiche nemiche, come accade a Israele e alle basi americane nel Golfo, sono proprio gli sceicchi amici e i Paesi impegnati nel ruolo di pacificatori a ridefinire le pretese di entrambi i fronti. L’Iran deturpato in tanti centri urbani, culturali e prestigiosi, ferito nell’orgoglio d’un ceto politico colpito a morte in troppe figure di spicco, mostra di non cedere a violenza e ricatto. Rilancia, con altri elementi del suo apparato militare prim’ancora che clericale, la rappresentanza nazionale. Offre un ricambio di guida che i suoi nemici probabilmente non riuscirebbero a dare. L’idea di Stati Uniti e Israele privati di Trump e Netanyahu, al di là dell’utopia che farebbe gioire detrattori e avversari, è un quadro che presupporrebbe quantomeno un temporaneo sbandamento che finora il ‘regime da cambiare’ non ha mostrato. Al contempo la guerra dai cieli ha paralizzato l’opposizione interna, informale od organizzata che fosse. I Pasdaran resistono e con loro l’Iran da conquistare.










