lunedì 20 luglio 2026

Missionari dell’oppressione

  


Ghiacciano il sangue nostro i fotogrammi che illustrano la violenza al simil-velluto con cui gli operatori del ministero dell’Interno, correntemente agenti della polizia di Stato, atterrano un uomo agitato nel quartiere bolognese del Pilastro. Gli sono letteralmente sopra, lo schiacciano faccia a terra per ‘calmarlo’ e renderlo ‘inoffensivo’. L’ammanettano mentre Abderrahim Fakir, questo era il suo nome, urla ancora. Poi sempre meno, l’affanno prevale, l’ossigeno gli manca, i lamenti si fanno flebili fino a spegnersi senza che i ‘tutori dell’ordine’ recedano dalla propria ordinaria missione d’oppressione. Fino ad ammazzarlo secondo un ineccepibile protocollo repressivo. Tanto per gli aguzzini di Stato è pronto il cosiddetto scudo penale introdotto dall’attuale governo. E’ la sicurezza bellezza, dicono i padrini politici d’uno Stato securitario dal sapore fascista. Ma ghiacciano il sangue nostro quelle figurine di contorno alla scena del crimine che sono i sanitari, sopraggiunti anch’essi a seguito della richiesta dei cittadini disturbati dalle escandescenze di Abderrahim. Non uno, ma quattro. Eppure non fanno nulla, osservano. Osservano una scena che non è un “trattamento sanitario obbligatorio” che al limite avrebbero dovuto praticare in prima persona. Paiono straniati dall’intervento poliziesco, risultano estraniati e succubi davanti a un’autorità superiore alla propria. Del resto le leggi attribuiscono ai sanitari tutti - dal medico al soccorritore - un ruolo di pubblico servizio, non considerandoli pubblici ufficiali. E possiamo ipotizzare che nell’intervento richiesto dai condomini con chiamate al 113 e al 118, l’azione degli agenti abbia prevalso su quella sanitaria. Assente del tutto il buon senso da parte di ciascun intervenuto, poliziotti nerboruti e soccorritori inerti, davanti ai rantoli umani, al cospetto d’un corpo prono, soggiogato, tormentato da trasformare dopo un po’ in cadavere. E questo è tragicamente accaduto, ma non per incidente casuale. L’operazione era ad alto rischio non per chi la praticava al cospetto d’un individuo turbato sì, ma mica armato. Risultava rischiosa per chi la subiva secondo un protocollo che consente di finire immobilizzato sotto il peso di due corpi, con una mano e un gomito che torchiano la nuca, schiacciano il volto sull’asfalto, incuranti dell’aria svanita, degli ansiti diventati allarme estremo per un corpo in totale sofferenza. Poteva non morire il signor Fakir e magari non staremmo a discutere e commentare la strisciante letalità del Decreto Sicurezza, voluto e decantato dal governo Meloni. Visto che i suoi efferati effetti si celano dietro il presunto bisogno di difesa del cittadino, come l’eversione d’un esecutivo autoritario e parafascista ben si camuffa dietro i doppiopetti e le mise di onorevoli e ministre. Mentre la crociata dell’oppressione trova consensi nel diffuso perbenismo socio-politico, culturale, comportamentale ormai capace d’alienare umanità e saggezza.  

lunedì 13 luglio 2026

La dipartita del capoclan


  

Piangono certi sudditi, i congiunti d’un clan bicentenario, sicuramente anche il figlio Tamin bin Hamad che dell’impero paterno è erede e poi gestore da tredici anni. Piange lo sceicco Nasser bin Faisal, parente e direttore generale del gioiello comunicativo nato per la famiglia e lanciato nel globo, l’emittente Al Jazeera che ha rivoluzionato l’informazione satellitare e del web, questo il suo necronologio: “È stato lui il visionario dietro l'idea originale e colui che ha gettato le basi di questa grande istituzione mediatica”. Il monarca assoluto Hamad bin Khamifa Al Thani ha terminato il suo tempo terreno a 74 anni. In Qatar sarà lutto per alcuni giorni mentre si rinfiamma la Terza guerra del Golfo con la solita spinta dell’America trumpiana che ha ripreso a bombardare l’Iran. Mentre i missili di Teheran sulle petromonarchie alleate dell’US Army sono la risposta immediata nei giorni della vendetta decretata alla celebrazione d’un altro dolore, i funerali di Stato per l’ex Guida Suprema Ali Khamenei realizzati nella scorsa settimana. Per ora sono le basi statunitense Arifjan in Kuwait e al Salem in Bahrein a essere colpite, il Qatar non è nel mirino dei Pasdaran.  I missili Zolfaghar e Qiam avevano centrato la base statunitense Al Udeid nella scorsa primavera, quando è impazzata la battaglia a distanza contro le aggressioni delle aviazioni statunitense e israeliana. Al Udeid è a sua volta un fiore all’occhiello del defunto sovrano di Doha nei rapporti con Washington. Quel centro strategico delle armate americane in Medioriente, attualmente conta diecimila truppe stanziali, venne creato nel 2004 grazie alla concessione di papà Al Thani a George W. Bush. Funse da servizio bellico di primo piano per l’intera aggressione Nato dell’Iraq, utilizzato per oltre cinque anni anche dalla Royal Air Force britannica nelle operazioni Telic e Herrik che tanta morte hanno portato in Iraq e in Afghanistan. Hamad bin Khamifa fu, dunque, un capo di Stato enormemente disponibile all’escalation guerrafondaia dell’Occidente nella regione. In cambio il suo regno riceveva riconoscimenti e concessioni per la diversificazione dell’affarismo economico che si emancipava dal solo commercio di idrocarburi. Alla stregua dei simili piani messi in atto dal saudita Mohammed bin Salman con la propria ‘Vision 2030’, il rampollo Tamin divenuto padrone delle decisioni del minuscolo emirato di tre milioni di abitanti, ha cercato di lanciare il Qatar come luogo d’affari, spettacoli e turismo per ricchi, conseguendo l’apice con l’assegnazione del Mondiale di calcio nel 2022. 

 

Sul versante geopolitico gli Al Thani consolidavano il ruolo di Doha quale sede di colloqui e trattative internazionali fra problematiche, personaggi, nazioni e sistemi in conflitto fra loro. Così si sono accolti i talebani della Shura di Quetta in trattativa con l’esercito statunitense in uscita dall’Afghanistan, la diplomazia che discuteva della Siria post Asad, fino ai recenti incontri per dipanare la crisi di Hormuz, tuttora in corso. Sempre di papà, il figlio Tamin subentrò in seguito, le intuizioni per ulteriori diversificazioni dell’economia gasiera grazie ai cui proventi s’acquistavano come fossero caramelle hotel e resort in Costa Smeralda e squadre di football, nella fattispecie il Paris Saint Germain. Nella propria generazione di sceicchi tradizionalisti, Hamad fu un innovatore che anticipava la fantasiosa e arrembante gioventù degli emiri figli di papà. Ma rispetto a mogli, tre, con la copiosa prole di ventiquattro figli, e tradizione culturale, la fedeltà al wahhabismo ha prodotto un conservatorismo di fondo del suo regno, con supporto economico alle tendenze fondamentalismo dell’Islam, sostegno della Fratellanza Musulmana nel corso delle “Primavere arabe” sia nei contrasti socio-politici egiziani, sia nella guerra civile siriana. Luci per il clan di casato, dunque, e ombre per la cittadinanza tutt’altro che beneficiaria d’un Pil (230 miliardi di dollari) fra i più elevati del mondo, privilegi per pochi e una quasi nulla redistribuzione della ricchezza. Per tacere delle condizioni delle minoranze, di diritti civili e di genere, dei numerosissimi lavoratori stranieri, attratti dai possibili guadagni che in realtà fanno i conti con oggettive condizioni di sfruttamento, e non solo nei lavori manuali. “Il calcio della schiavitù “venne definito il lavoro in occasione dell’approntamento degli stadi mondiali che contava una dozzina di morti a settimana per incidenti e assenza di prevenzione. Il totale delle vittime fu di 1.200, un conto  approssimativo poiché alcuni ricercatori denunciarono decessi per infarto non riferiti ai cantieri edili che costruivano gli stadi. Oggi l’erede Tamin che lo piange assieme ai tanti fratelli e sorelle, può continuare a sognare in grande col mattone, come ha già fatto col rifinanziamento del quartiere meneghino di Isola, gestito dal fondo Qatar Investment Authority, e accaparrarsi un nuovo club calcistico.  Anni addietro pensava al Napoli, ora chissà…

venerdì 10 luglio 2026

Le pistole di Erdoğan

 

  Non manca di realismo e cinismo l’uomo che da quasi trent’anni, a seconda dei punti di vista, dirige o tiranneggia la Turchia, il premier e presidente di lungo corso e percorso, Recep Tayyip Erdoğan. Nel summit Nato organizzato in questi giorni ad Ankara, cogliendone il tratto di pragmatica furfanteria il re dei Capi di Stato-canaglia Donald Trump lo teneva sottobraccio. Sorrisi, strette di mano e piani di sedicente difesa, ma soprattutto affari d’un pezzo di mondo armato, quello che tuttora esiste e resiste al secondo Dopoguerra targato North Atlantic Treaty Organisation. Nell’incontro c’erano tutti i bastioni dell’autoproclamata democrazia globale coi capifila dell’Unione Europea a trazione militarista ben incarnata da Frau Von der Leyen. Incontri, colloqui, accordi e un hediye confezionato in una scatola rossa e nera. Qualcuno dei partecipanti non l’ha neppure aperto, ficcandolo in valigia e scoprendo il contenuto in aeroporto o giungendo a casa propria; altri ne hanno scrutato il contenuto e l’hanno considerato bizzarro (sic). L’ormai ex premier britannico Starmer e il collega tedesco Merz hanno lasciato il dono in terra turca. Dentro quei cofanetti vellutati i membri dei Paesi dell’Allenza Atlantica hanno trovato un revolver, modello Gumusay 357 Magnum, prodotto da Makine ve Kimya Endüstrisi, storica armeria bellica turca risalente addirittura al Tophane-i Amire, l’Arsenale reale ottomano. Tradizione dopo tradizione l’industria è stata conservata dal kemalismo oltre Atatürk ed è attuale fiore (di piombo) all’occhiello della Repubblica di Turchia targata Akp-Mhp, la ferrea coalizione di governo. Conta dodici stabilimenti, ottomila dipendenti, esporta in ventinove Paesi. Insomma è un vanto dell’economia nazionale e dell’orgoglio presidenziale anatolico, ma non diversa dalla “fierezza” delle transalpine KNDS France e Thales, delle teutoniche Diehl Defence e Sig Sauer, di BAE Systems e MBDA britanniche e dei “gioielli“ nostrani Leonardo e Beretta. Visto il contesto e le aspirazioni dei partecipanti, lo scaltro Erdoğan, che già nell’ultima campagna presidenziale per lui nuovamente vincente (2023) aveva dedicato comizi e propaganda alla capacità industriale turca non disdegnando il settore bellico, propone ad alleati cultori dei conflitti, un simbolo di prodotto “genuino” e tascabile, magari da tenere su tavoli di trattative, in certi casi, irruente. Fra i leader che hanno intascato il regalo senza commentare c’è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Gli informati dicono che l’arma sia stata depositata a Palazzo Chigi insieme ad altri doni.  


 

martedì 7 luglio 2026

I calci al calcio

  


Il problema non è solo Donald Trump che inquina le regole del calcio come fa con la geopolitica mondiale. Il problema è il mondo e il mondo dello sport di conseguenza. Guardatene i leader: servi o impostori. Esagerazione? Insomma… Per anni quelle che vengono definite le Istituzioni sportive sono state occupate da signori, magari simpatici e piacioni, che non si sono comportati differentemente dai mariuoli della Politica con la maiuscola. Prendiamo mister Blatter, un altro svizzero che della Federazione Internazionale del Football è stato re dal 1998 al 2015, lui si scandalizza per la sottomissione dell’attuale principino della Fifa, il connazionale Gianni Infantino, ai voleri del tycoon newyorkese cancellando la squalifica al calciatore-pestatore statunitese Bologun. Purtroppo di falli simili ne sono pieni i terreni di gioco, per provare a ‘rieducare’ e stabilire giustizia serve la squalifica. Azzerare quest’ultima, com’è accaduto grazie alla piaggeria del presidente Fifa, costituisce un precedente pericoloso. L’han detto tutti, pure i commentatori più accomodati e accomodanti davanti a qualsiasi potere. Poi giunge la Provvidenza della scoppola sul campo della formazione Usa e Donald, che è uomo di fede oltreché di mondo, tralascia i capricci e parla di qualcos’altro di cui non capisce un’acca. Ma quelli che capiscono, soprattutto d’intrighi, come i signori Blatter e Infantino, restano. Ce l’abbiamo con la pacifica Svizzera? Nient’affato. Ce l’abbiamo con questi suoi concittadini e con coloro che la casta sportiva premia immatricolandoli in certi ruoli. Joseph Blatter, oggi novantenne, nella Fifa dal 1981 ha inanellato una prestigiosa carriera, prima da segretario generale quindi da presidente, ma s’è trovato a sporcarla con denari corruttivi a favore d’una stella del pallone, Michel Platini, il quale dopo aver sgambato e pennellato delizie pedatorie, inciuciava per scalare posizioni dirigenziali. Condannati entrambi dal Comitato Etico Fifa, lo scorso anno si son visti ripuliti da quella condanna grazie alla Corte Suprema di casa Blatter.   Oggi, come ogni bravo politico condannato, mister Joseph fa il predicozzo, dicendo cose assolutamente giuste, però fra il dire e il suo fare ci son passati due milioni di euro sozzi. In fondo bazzecole rispetto a quello che i palloni, mondiali e nazionale, fanno circolare in un tourbillon di pecunia che serve a molte cose. 

Qualche esempio per ricordare. Falso in bilancio: il prezzo gonfiato del calciatore Lentini (18 miliardi di lire nel 1992, valutato più di Maradona) nella transazione fra Milan e Torino, leggi Berlusconi-Borsano. Secondo l’accusa della magistratura il Milan avrebbe corrisposto al presidente del Torino altri dieci miliardi in nero. Nel 2002, durante il secondo governo Berlusconi, giunse la prescrizione dal reato, visto che nell’anno precedente un decreto delega votato dalla maggioranza aveva depenalizzato il “falso in bilancio”. Questioni di club calcistici e affari italiani si dirà. Certo, ma il vizio è diffuso e si va dai crac finanziari di Cragnotti che tramite Cirio regalava ai tifosi laziali scudetto e trofei, per poi collassare dietro i magheggi debitori dei suoi bond gonfiati. O l’eminenza grigia parmense Tanzi (il commendatore Parmalat) che portò il club calcistico a sorridere attorno a otto trofei internazionali per crollare nel 2003 dietro il maggiore scandalo finanziario europeo col buco di 14 miliardi di euro che ha fatto versare lacrime amarissime a un quarto di concittadini-risparmiatori, molti dei quali anche tifosi. Insomma dai presidenti cosiddetti benefattori (Andrea Rizzoli, Angelo Moratti) degli anni Cinquanta-Sessanta, agli avvoltoi che col calcio fanno altro, stravolgendone l’aspetto ludico e inzeppano debiti su debiti in associazioni sportive che vorrebbero defiscalizzate. Inter (734 milioni di euro), Juventus (639), Roma (636) e altri ancora che infilano debiti su debiti. Sono le facce oscure d’un calcio italiano in crisi d’identità, sia nelle formazioni infarcite di giocatori stranieri e strapagati neppure tanto vincenti nei tornei, e conseguenti ricadute su una Nazionale assente da tre edizioni mondiali consecutive. Sia di club blasonatissimi la cui gestione è nelle mani di fondi finanziari. Brookfield Asset Management, RedBird Capital Partners, Hartono Entertainment li conoscete? Forse sì, forse no. Intanto si tifa per loro, perché l’appassionato di calcio guarda il proprio orizzonte, spesso disinteressandosi di quel che c’è attorno, anche a lui stesso. 

 

Certo se poi, in curva o in tribuna con tanto d’abbonamento in mano, gli scagnozzi del capo ultrà gli scippano il posto dicendo che è roba loro, l’orizzonte s’è fatto scuro. Forse ci riflettono, forse si sentono impotenti, ma non sanno né riescono a riequilibrare nulla. Soprattutto i diritti. Al di là della conquista delle curve, parliamo di quanto tifosi, sportivi, società, dirigenti, Lega, Federazione, Stato subiscono e tollerano (o forse incentivano?) in fatto di zona franca per l’esaltazione violenta, fascista, razzista incistata da oltre un trentennio, coi Boccacci rimpiazzati dai Diabolik e dai Lucci, le bandiere non contano. Conta l’apologia di reato mai perseguita né dalla politica nazionale né da quella sportiva (l’inapplicata legge Mancino e gli irrisori Daspo solleticano gli ultrà) e conta le enclavi malavitose che le curve calcistiche sono diventate sotto gli occhi degli steward, dei poliziotti, di questori, prefetti e ministri dell’Interno e dello Sport. E’ la Bell’Italia della “Doppia curva” in cui dominano gli uomini delle ‘ndrine che fanno affari anche lì, perché lasciarseli sfuggire se nelle metropoli già si guadagna con lo spaccio e la ripulitura del riciclaggio commerciale? Troppo pessimismo? Beh, è questa la realtà, ma poco giornalismo la racconta. Se non c’è mai stata un’Italia pura né nel sogno del ‘boom economico’ né nell’allucinata ‘Italia da bere’ siamo scivolati nell’immenso degrado italico, con riflessi internazionali di prim’ordine, certo, che non sono comunque consolatori. E ricordiamolo: non possiamo scagliare né prima né seconda pietra. Quello che prosegue con gli attuali campioncini viziati che magari scommettono anche sulle proprie benevoli mamme, c’era già stato in tempi non sospetti. Eppure egualmente loschi. Il Totonero nostrano che nel 1980 sporcò club grandi e piccini  (Milan, Bologna, Lazio, Perugia, Avellino) con calciatori d’altri tempi e altra classe (Rossi, Albertosi, Savoldi, Giordano, Manfredonia) puniti da sanzioni comunque comminate: retrocessioni, radiazioni, condanne, ebbe un epilogo particolare per il notissimo Paolo Rossi. I tre anni della sua squalifica divennero due, in tempo per la partecipazione e il personale exploit ai Mondiali di Spagna. Lì Pablito incantò col triplete al Brasile, la doppietta in semifinale alla Polonia, il primo gol nella finale contro la Germania. In tribuna ballava anche la pipa di Pertini mentre il Nando dei commenti di classe annunciava, ricordava e ribadiva: “Campioni del Mondo”. Vittoriosi sul campo, per nulla nella legalità.  

lunedì 6 luglio 2026

Mistero supremo

  


Sta solo nelle foto o nei sogni dei fedeli in lutto per le esequie alla vecchia Guida Suprema, ma Mojtaba non si materializza neppure al funerale del famoso padre. Ci sono i tre fratelli Massud, Mostafa, Meysam, non l’investito del ruolo paterno, una mossa ereditaria in contrasto con la tradizione degli ayatollah. Quel passo è stato fatto dopo che l’esplosione del 28 febbraio aveva assassinato Ali, sua figlia, il genero, una nipote, portandosi via successivamente anche la moglie non sopravvissuta alle ferite. Mojtaba restava colpito, gravemente o meno. Risulta comunque amputato a una gamba, sfregiato al volto, forse menomato alle stesse corde vocali. Eppure l’Assembla degli Esperti sceglieva lui per l’incarico più prestigioso della continuità khomeinista nella Repubblica Islamica. Da quel momento gli analisti si sono scatenati, anche perché non passano giorni bensì settimane e mesi, di cose continuano ad accadere in terra iraniana e dintorni: guerra e bombardamenti, vittime, oltre cinquemila civili non solo capi dei Guardiani della Rivoluzione, blocco di Hormuz e reazione di Teheran lanciata contro gli alleati americani del Golfo. Eppure la nuova Guida Suprema non si vede. Gli vengono attribuiti annunci e comunicati, sempre scritti, mai con la sua voce né in video né in audio. L’Ettela’at-e-Sepah , l’Intelligence dei Pasdaran, lo motiva con ragioni di sicurezza. In effetti il figlio dell’ex leader assassinato è, a detta della Casa Bianca, egli stesso un bersaglio sensibile, la motivazione della protezione regge. Ma c’è chi pensa alla sua reale inabilità, addirittura s’è paventato un decesso tenuto nascosto nell’emergenza nazionale per non destabilizzare la popolazione fedele allo sciismo e al sistema del velayat-e faqih, il concetto divisivo nella cittadinanza accantonato nelle critiche in questa fase di difesa patria. 

 

Una Guida Suprema immateriale può far comodo all’attuale establishment iraniano che ripropone i sempre vivi contrasti fra riformatori e tradizionalisti, con la variante d’un pragmatismo che avvicina chi si colloca fra i primi,  come l’attale presidente Pezeskian e il comunicatore del Parlamento Qalibaf collocato sull’altro fronte. Loro spingono per un accordo col ‘Grande Satana’ statunitense, al contrario d’intransigenti in divisa (Vahidi) o in turbante (Mohseni-Eje’i) cui guardano quei militari e miliziani, e magari anche le proprie mogli in chador in queste ore piangenti ma vendicative, che non intendono rinunciare a una posizione di forza contro chi li ha aggrediti. Una Guida Suprema che ufficialmente esiste, ma potrebbe non esserci o non essere in grado di decidere nulla - secondo i dettami della Repubblica Islamica a lui competono orientamenti di politica estera e militare - può far comodo ai corpi della forza nella direzione politica del Paese. Oppure mascherare una conduzione collegiale fra i capi laici e i chierici che contano, lanciando ai fedeli prima che ai cittadini il messaggio della futura apparizione di Mojtaba come fosse il Dodicesimo imam scomparso e atteso da secoli. O ancora la sicurezza, peraltro violentemente violata in troppe circostanze dai nemici esterni e interni, sorprenderà tutti, non abbassando la guardia ma lanciando la sfida a chi vuol eliminare il simbolo della Guida, e la mostrerà per la tumulazione del corpo del padre giovedì prossimo a Mashhad. L’enigma resta, eppure la sensazione d’una trasformazione del potere fra il ceto politico, laico e clericale, è abbastanza diffusa. Al di là dei proclami solo la soluzione di oggettive necessità economiche, sociali e pure civili potrà dare continuità a un sistema autoctono che non rinnega l’Islam e salva il Paese dalle ingerenze. 

domenica 5 luglio 2026

Palestina nel cuore

  


Il mio cuore e la mia anima sono con loro" ha detto il cittì della nazionale egiziana Hossam Hassan dopo la storica qualificazione agli ottavi di finale dei Mondiali di calcio. Ma non parlava dei suoi giocatori che pure ha lodato per l’impresa sportiva compiuta. Sventolando la bandiera palestinese si riferiva al popolo di Gaza e della Cisgiordania: "Che Dio abbia misericordia dei loro martiri. Dedico questa vittoria al popolo egiziano e a quello palestinese, gente buona e nobile”. Un altro Egitto si rapporta al dramma palestinese. Quello popolare della gente comune, buona, anche se nel caso di Hassan ricopre un ruolo speciale inevitabilmente relazionato col regime. Il gesto ha destato scalpore, alcuni non solo dalla sponda israeliana l’hanno tacciato come provocatorio, ma poiché la movenza pubblica è stata l’esibizione della bandiera palestinese la Fifa non l’ha censurato. Sventolare vessilli negli stadi è ammesso e i palestinesi hanno una propria nazionale sebbene anche i loro calciatori siano finiti vittime dei massacri di Israele. Un nome per tutti quello di Suleiman al-Obaid, definito il “Pelè palestinese” assassinato insieme ad altri civili dai bombardamenti del 6 agosto 2025 mentre aspettavano distribuzione di cibo nel sud della Striscia. Il regime militare egiziano, repressore dei suoi stessi figli, è l’attore mediorientale che dopo Israele decide se affamare o meno i gazawi, centellinando passaggi di viveri e medicinali dal valico di Rafah, l’unico ufficialmente non controllato da Israel Defence Forces. In realtà anche lì i militari di Tel Aviv fanno da padroni, ma nel gioco delle parti e differentemente dalla cosiddetta polizia palestinese, istituita con gli accordi di Oslo e incarnata dagli uomini dell’Autorità Nazionale Palestinese che prendono ordini da Israele, l’entità statale egiziana potrebbe agire in autonomia. Eppure non lo fa. Non vuole farlo, succube della linea israelo-statunitense che usa il regime come guardiano del disegno espansivo sionista nella regione. I famosi ‘Accordi di Abramo’, lanciati dalla prima amministrazione Trump, volti a normalizzare i rapporti dello Stato ebraico con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan, pur non essendo estesi all’Egitto hanno trovato nel governo di Al-Sisi un sostenitore esterno che è valso al dittatore del Cairo un’accresciuta centralità nelle mediazioni dell’area. In tutti i piani coloniali di Israele rivolti alla distruzione della presenza abitativa e vitale dei palestinesi negli storici territori della Striscia e in Cisgiordania, Il Cairo si guarda bene d’andare oltre la generica condanna. Così il gesto spontaneo d’un uomo come Hassan, comunque sottoposto a regole non solo contrattuali ma di controllo del proprio operato pubblico, assume un valore politico, umanitario e di coraggio civile. Perché l’Egitto calcistico che compie un exploit sportivo continua a tenere in galera oltre sessantamila oppositori e ci vuole assai poco nell’essere definito una testa calda e un ribelle che “mette in pericolo la sicurezza dello Stato”, motivazione con cui la magistratura di Al-Sisi imprigiona i cittadini.

venerdì 3 luglio 2026

Morte da immortalare

  


Un’immagine gira in queste ore di vigilia dei funerali itineranti della fu Guida Suprema Ali Khamenei, uno scatto iconico e significativo. L’omaggio di Ahmad Vahidi, odierno leader delle Guardie della Rivoluzione, alla bara dell’ayatollah assassinato durante il primo attacco a Teheran nella cosiddetta Terza guerra del Golfo. Inginocchiato, mani sul feretro, volto addolorato e riflessivo, la posa di Vahidi è il simbolo della funzione di difesa del sistema introdotto dalla Rivoluzione khomeinista da parte di chi negli ultimi anni, ampliando il proprio potere interno, pensava addirittura di sostituirsi al clero. Non Vahidi, naturalmente, di cui non traspaiono tentazioni eterodosse, ma di taluni settori del suo rango in altri momenti della travagliata vita politica interna. Tutto fu sanato dallo stesso Khamenei, emarginando l’ex ‘pupillo’ Ahmadinejad che a quest’ipotesi aveva offerto il braccio. Del resto nella vita pubblica e privata l’uomo Khamenei s’era abituato presto a stare senza un braccio, quello destro, perso nel 1981 per un attentato subìto mentre predicava nella moschea Adu Darr di Teheran. Erano gli anni duri della guerra civile interna, un gruppo d’opposizione al clero sciita aveva piazzato una carica esplosiva dentro un registratore. Fra i turbanti, circondato da illustri maria’ al-taqlid (fonte di emulazione) lui nel ruolo di semplice hojjatoleslam (prova dell’Islam) ha seguito la strada tracciata dal Ruhollah di conservare i legami fra chierici, militanti e miliziani. Aveva avuto le capacità diplomatiche di gestire momentanee spinte centrifughe di settori degli apparati di sicurezza dello Stato, anche dei fedelissimi Pasdaran, stringendo rapporti personali con uomini-simbolo di quegli ambienti com’è stato il generale Soleimani, per anni comandante delle Forze Al-Quds e stratega delle alleanze mediorientali che interessavano la politica estera di Teheran. Oggi, nei quattro mesi che lo separano da una dipartita violenta seppure giunta in tarda età, Khamenei senior è la figura attorno alla quale si stringe per l’ennesima volta un Paese indebolito e ferito eppure in politica estera vitalissimo. 

 

Anzi, il braccio di ferro su Hormuz che un’aggressiva amministrazione Trump continua a mantenere pure nelle attuali trattative post conflitto, è sinonimo di compattezza e dignità nazionale. Assumendo un valore addirittura più alto dello smacco inferto per 444 giorni all’America di Carter. L’attuale governo iraniano diffusamente riconosciuto a guida non più Suprema ma collegiale, fa convivere gli apparati della forza di Vahidi e del portavoce parlamentare Qalibaf con la moderazione presidenziale di Pezeshkian, la fermezza diplomatica del super ministro Araghchi, così fra gli ayatollah si fa in modo che la vecchia guardia riformista alla Rohani, considerata fuori gioco all’epoca dell’elezioni di Raisi, conviva col severissimo Mohseni-Eje’i, presidente della Corte Suprema, e l’altrettanto rigoroso Arafi. Ragioni di sussistenza in un periodo d’emergenza eccezionale come i mesi trascorsi e il tempo, chissà quanto lungo, che si para all’orizzonte. Viaggerà il cadavere eccellente di Khamenei padre, dalla moschea Mosalla della capitale passando per Qom, quindi in Iraq nei luoghi sacri dello sciismo: la Karbala dell’imam Hossein e Najaf dov’è il santuario di Ali. Giungerà fra sei giorni a Mashhad, dove l’ex Guida Suprema era nata nel 1939 e dove verrà tumulato. Mentre il figlio Mojtaba, attuale Guida Suprema fantasma per le ferite a schiena, gambe e volto, che forse lo rendono invalido e sfigurato, ricevute nell’attacco di fine febbraio, non è detto che sarà presente. Il governo s’aspetta milioni di partecipanti alla settimana di lutto, nell’estremo saluto a Khomeini furono sei milioni, ma i tempi sono cambiati. Non è solo l’opposizione strisciante a lamentarsi dell’ingente quantità di strutture mobili messe su per quello che ha tutta l’aria di un’orgogliosa risposta popolare e patriottica all’aggressione della propria terra. C’è una cittadinanza stremata da anni di restrizioni provocate certo da embarghi, ma pure da corruzione e affarismo d’apparati (le famose bonyad caritatevoli) e privati.