Se gli ultimi mesi di vita iraniana sono stati tempestati di minacce e attacchi statunitensi e israeliani, con bombe, sangue e morti prevalentemente civili, quasi cinquemila, più tre o quattro milioni di sfollati interni, le immagini provenienti dalla quotidianità scandita da avvenimenti pubblici come i solenni funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei e degli altri morti nell’attacco del 28 febbraio scorso, hanno sempre mostrato donne in chador al seguito delle manifestazioni di sdegno, lutto e orgoglio. Su quest’onda, politica prima che emotiva, la componente conservatrice della società e delle istituzioni rilancia un ritorno al passato in materia d’abbigliamento, criticando la sospensione della legge sul velo diffusamente accettata nel 2024. Le contestazioni di quella direttiva erano diventate endemiche alla fine del 2022 dopo la morte di Masha Amini, accusata da un controllo della polizia morale d’essere una ‘malvelata’, e avevano avviato il movimento “Donna, vita, libertà” che dalle proteste sui costumi allargava sguardo e critiche sulla mancanza di libertà e la conseguente repressione in ampi settori della vita civile. La lotta per i diritti s’intrecciava al malcontento sociale, gli oppositori della Repubblica Islamica, interni e fuoriusciti, fomentavano una ribellione al sistema degli ayatollah. Le conseguenze sono note: vittime per via, arresti e condanne a morte. Ma nel 2024 dall’elezione alla presidenza di Massoud Pezeskian, l’apparato istituzionale, pur condizionato dalle varie componenti storicamente presenti nel Parlamento e negli organi di potere clericale e militare, applicava una tolleranza estetica proprio nei confronti d’uno dei simboli del verbo khomeinista: l’obbligatorietà del velo nelle apparizioni pubbliche femminili. Nel contrasto fra politica riformista e tradizionalista, la disputa attuata dalle cosiddette ‘malvelate’ risaliva oltre vent’anni prima. Durante l’amministrazione del più riformista fra gli ayatollah saliti alla presidenza: Mohammad Khatami.
L’attuavano prevalentemente donne giovani o dei ceti benestanti, non che rifiutassero di portare l’hijab ma l’indossavano in maniera ‘sbarazzina’ e volutamente ribelle verso le regole e le ronde della Gašt-e Eršâd. In quella fase un po’ erano represse fermate e multate, un po’ erano tollerate, ma solo nei quartieri ricchi della capitale e successivamente in qualche angolo ‘occidentalizzato’ delle città turistiche come Esfahan e Shiraz, non certo a Qom, a Yadz e soprattutto Mashhad, dove lo stesso flusso turistico dall’estero resta condizionato da norme religiose e comportamentali. Successivamente l’amministrazione dell’altro presidente-ayatollah riformista ma molto più moderato, Hassan Rouhani, alimentò di pari passo colloqui sul nucleare e la speranza di riduzione del feroce embargo dei Paesi occidentali, aprendo braccia e bazar ai flussi turistici. In quella fase vertici politici e popolazione sognavano una cancellazione della punizione dell’embargo, e tante giovani elettrici pur con un velo a mezzatesta lo sostenevano ed erano parzialmente tollerate. L’ondivaga repressione sull’estetica dei costumi, tornata col cupo successore Raisi, è proseguita sino ai citati giorni della violenta morta di Masha. Ora, dopo quasi due anni in cui non la parziale velatura ma capelli al vento, teste femminili orgogliosamente scoperte avevano invaso le strade, mica solo nei quartieri più giovanili e spigliati della capitale come Tajrish ed Elahieh ma pure in aree decentrate e popolari; ora che donne svelate s’erano viste pure nei raduni di difesa del suolo patrio contro la guerra imperialista dei due Satana yankee e sionista, tornano le restrizioni soggettive e oggettive. Dai social si apprende che certi caffè e locali pubblici di Teheran sono stati avvertiti e taluni chiusi d’autorità perché frequentati da giovani che non rispettavano il codice obbligatorio di abbigliamento islamico. Se le priorità restano la pace, l’uscita dal soffocamento delle sanzioni e un rilancio dell’economia a favore della cittadinanza, per alcune donne la scelta di non velarsi resta un punto di non ritorno.










