martedì 22 settembre 2026

Ceuta dietro l’angolo

  


E’ fra i centoquaranta, e forse più, annegati e gli ottantamila che raggiungendo Ceuta sognavano d’entrare in Europa che si misurano i grandi assenti alle elezioni marocchine di domani. Tanti giovani fra i diciotto e i venticinque anni le snobberanno nonostante la claudicante monarchia cerchi di rilanciare anche con l’urna il buon nome nazionale. E’ previsto un vuoto milionario e a doppia cifra, oltre dodici milioni, visto che la quota dei ragazzi di quell’età iscritta nelle liste dei votanti non supera il 3%. E accanto agli eclatanti e surreali giorni dell’enclave, tuttora contesa alla Spagna nei piani della dinastia alawita, dove esercito e polizia marocchine spingevano una massa giovanile scontenta e rissosa che già da un anno aveva sollevato proteste e rivendicazioni contro il proprio governo, l’agiatissimo re, con oltre due miliardi di dollari di patrimonio ma malato, a causa di una sarcoidosi, cerca un nuovo primo ministro per offrire al principino Moulay Hassan un terreno solido su cui continuare a regnare. Con una benevolenza molto più esterna che interna, visti i rapporti amplissimi e solidissimi sugellati da quest’ennesimo sovrano-affarista col colonialismo di ritorno francese e non solo. Certo, c’è un pezzo di Marocco benestante e molto più, addirittura miliardario come l’attuale primo ministro, il berbero Aziz Achannouch, che in caso di successo del suo partito (Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti) e della coalizione (Partito dell’Autenticità e della Modernità e Partito dell’Istiqlal) difficilmente ripeterà il mandato. Non solo perché chiacchierato per corruzione ma poiché con le sue sessanta aziende fra cui: Afriquia, Tissir Gaz, National Gaz, Ultra Gaz, Mini Brahim, Speedy, Oasis Café, Maghreb Oxygène, Nissa Min Al Maghrib, Femmes du Maroc che gli fruttano un patrimonio stimato lo scorso anno da Forbes in 1,6 miliardi di dollari, rappresenta l’immagine di quella minoranza di Pase che attraverso la commistione fra affarismo e politica ai danni degli strati più deboli della popolazione s’arricchisce e se ne infischia di eguaglianza, stato sociale, redistribuzione della ricchezza. Non una novità nell’Africa e nel Maghreb bistrattati da nuove figure d’antico sfruttamento, ma il fatto non costituisce un’attenuante. Eppure ciò che i marocchini non ottennero con l’immediata adesione alle cosiddette ‘Primavere arabe’, tutte ahiloro fallite e represse, è rimasta un’incompiuta. 

 

Sia per i ceti più arretrati, sempre costretti alla migrazione più o meno accolta da un’Europa matrigna e sanguigna, sia verso i ceti medi, quelli con salari mensili anche di 4000 dirham (mille e cinquanta euro) oggi in difficoltà rispetto a quando, cinque anni or sono, la citata coalizione d’un centro-destra che potremmo definire laico ha sostituito il partito islamico (Partito della Giustizia e Sviluppo) al governo per un decennio. Così fra una migrazione consolidata che non torna più in patria dai suoli francese e pure italiano dove vive, ma invia ai parenti solide rimesse comunque utili alle famiglie e anche allo Stato, c’è quella disperata vista a Ceuta. C’è pure un mondo giovanile che volta totalmente le spalle al sistema plurisecolare dei Mohammad, però può restare sedotto da un classico dell’alienazione seppur legato al gioco più bello del mondo del pallone. Lì la nazionale rossa marocchina è diventata una realtà, non solo quando ha umiliato con un secco 3-0 al Mondiale qatarino del 2022 i più noti rossi di Spagna, in seguito laureatisi campioni continentali e poi iridati. Ma vincendo, seppure a tavolino, la Coppa d’Africa dell’anno in corso e lanciandosi come sede (con Spagna e Portogallo) per il Campionato del Mondo 2030. Questo come si rapporta alle elezioni di domani? Attraverso un politico che si chiama Fouzi Lekjaa, già rodato e inserito nel Palazzo come ministro del Bilancio del governo uscente e soprattutto in qualità di Presidente della Federazione calcistica marocchina, il suo asso nella manica con tutta la notorietà e l’indotto che deriveranno dai futuri Mondiali. E’ lui l’uomo del destino che arriva a Rabat, in perfetta sintonìa con la Casa reale e il suo raggruppamento politico, in cui milita però anche un outsider di lusso: la cinquantenne e attuale sindaco di Marrakech Fatima Ezzahra El Mansouri.  Avvocato di buona famiglia egualmente introdotta nelle sfere affariste del regno, può rappresentare la svolta “femminista” con cui il malandato Mohammed VI vuol consolidare ancor più la presenza di capitali europei nel Maghreb occidentale. Nelle urne, che potrebbero vedere un’affluenza anche peggiore dell’ultima tornata algerina dove ha votato poco più del 20% degli aventi diritto, si prospettano un gioco tutto interno al potere già esistente foriero di ulteriori migrazioni disperate.

lunedì 21 settembre 2026

Crisi iraniana sotto vetro


  

Nei cinque giorni per discutere tutto e decidere nulla che vanno sotto l’81° assise delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro di New York, avviata stamane, ci potrebbe essere spazio anche per un incontro fra i presidenti statunitense e iraniano. Così perlomeno s’annuncia. Se non accadrà i colloqui fra le parti, avviati e stoppati e comunque in corso dovrebbero riprendere a latere coi mediatori qatarino e pakistano in appuntamento costante nel Golfo. Lì mosse e contromosse sono ormai note, l’ultima dell’attuale segretario del Consiglio di sicurezza di Teheran Mohsen Rezaee ribadisce richieste già rivolte in più circostanze: fine della guerra su ogni fronte, non interferenza negli affari interni, revoca del blocco navale americano, scongelamento dei beni iraniani all’estero. La Casa Bianca tende a non rispondere. Segue il proprio copione: lanciare proclami su un ipotetico accordo senza circostanziarne né contorni né punti fermi, mirando a non valutare le richieste avversarie anche perché talune, come quelle che coinvolgono i fronti palestinese e libanese, dipendono solo dalle smanie guerrafondaie e coloniali d’Israele cui Trump lascia carta bianca. Fra l’altro sempre lui apre una porta a una ripresa degli attacchi, l’ipotesi peggiore, che mette in difficoltà i mediatori iraniani, non tanto il presidente Pezeshkian ma l’equilibrato Araghchi e il pragmatico Qalibaf, aperti al negoziato, che potrebbero non contenere le risposte militanti dell’ala dura dei Pasdaran e lo stesso responsabile dei Guardiani, Vahidi, nel ruolo di pontiere fra la voglia di rivalsa del corpo e il realismo politico-militare in atto. Nei giorni corsi la capitale iraniana ha visto sfilare, con intenti ovviamente propagandistici e anche di sfida, decine di migliaia di persone, fra cui gli immancabili volontari basij (in genere calcolati fra le centomila e un milione di unità) accanto a reparti del Sepah. Forse le autorità erano al corrente di quanto s’era tenuto poco tempo prima in Germania. Ne ha parlato di recente l’agenzia Axios: un incontro segreto fra i capi militari dell’alleanza israelo-statunitense e quei comandi militari arabi (Egitto, Bahrein, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabia e pure Qatar in formato bellico anziché diplomatico-pacifista) disposti a fornire sostegno in caso di ripresa delle offensive. Una variante degli umori trumpiani per non smentire la possibilità di nuovi colpi di testa e di mano.  Dunque ogni svolta è possibile, compresa quella egualmente inquietante d’una tensione lasciata vagare e strisciare. Questa da una parte aumenta malumori e preoccupazione alla cittadinanza iraniana stressata da una crisi incistata da oltre un anno e sedimentata sulle pesanti carenze economiche, ma al tempo produce cogenti emergenze energetiche per un terzo della popolazione mondiale, con l’Occidente europeo nel pieno d’un ciclone inflattivo fatto pagare a contribuenti e acquirenti d’ogni mercato nazionale. La souplesse prosegue, la guerra economica pure.  

domenica 20 settembre 2026

A cercar la bella guerra

  



Che ci fanno gli Eurofighter italiani nella base militare King Fahd di Ta’if, presso La Mecca? Già, che ci fanno? La domanda è di Nasr al-Din Amer, vice capo dell’Autorità per i media di Ansar Allah, che ha aggiunto ”Non siamo in guerra con l’Italia e non vogliamo che venga coinvolta in atti ostili verso il nostro Paese o che sostenga atti di aggressione contro la nostra gente”. Ma quei caccia, operativi a tutti gli effetti, su cui Palazzo Chigi ha dato scarse o nulle informazioni, stanno lì dal mese di marzo assieme a ben settecento nostri militari. Politici distratti e vaghi non avevano circonstanziato l’ennesima prostrazione del governo Meloni quando - nel marzo scorso in pieno bombardamento israelo-statunitense sull’Iran - la coppia Tajani-Crosetto, cioè i nostri ministri di Esteri e Defesa, annunciavano in Parlamento un aiuto richiesto dalle petromonarchie che la maggioranza di governo acconsentiva. Quel dispiegamento di Forze Armate tricolori teoricamente doveva proteggere cittadini e interessi nazionali in loco. Invece. Invece la missione, marchiata Arabia con tanto di logo, s’inserisce nel coacervo delle contraddizioni della geopolitica nella regione, quella degli attacchi contro l’Iran voluti da Netanyahu e Trump, con tragici e sanguinosi effetti sulla popolazione. E quella su ferite non sanate attorno a Sanaa e al territorio dove da oltre un decennio si combatte la guerra civile yemenita (240.000 vittime) fra truppe lealiste, sostenute e protette dal regime saudita, e i sempre più vincenti ribelli Houthi. Pare proprio che la nostra missione cerchi un posto all’ombra, accanto ai leader guerrafondai di Tel Aviv e Washington, in quell’Arabia Saudita che ha ripreso a insidiare i nemici Houthi. Nemici di Riyad, mica di Roma. Tant’è che loro lo sottolineano. Eppure a via Venti Settembre passano altri pensieri che conducono il responsabile del dicastero a concentrare nella penisola arabica ulteriori attrezzature d’alta tecnologia bellica spargendo militari in varie basi. Fattore che non sfugge ai non sprovveduti guerriglieri, molto più attrezzati dei gruppi di vecchini armati di pugnale che manifestano a favore di telecamere quando c’è da parlare di loro. Così fra decisioni prese a senso unico fra ministro e Stato Maggiore in tempi più recenti si è giunti ad ammettere davanti a politici, acquiescenti perché di maggioranza e impotenti perché d’opposizione, che i reparti di quella e differenti missioni viaggiavano da una base all’altra nella regione, venendo, ad esempio dal Kuwait e dagli Emirati Arabi Uniti, per rafforzare quel che i sauditi vogliono rafforzare. Mentre droni e missili viaggiavano sui baschi dei reparti italiani, poiché Iran e petromonarchie si scambiavano e scambiano attacchi diretti, per i reparti nostrani non c’è stata guerra. Fino a quando lealisti yemeniti e Ansar Allah hanno ripreso le offensive e un aereo tricolore è stato colpito. Che fare si dicono ora gli strateghi nostrani? Spostare un bel gruppo di avieri lontano dalle infuocate coste centro-meridionali del mar Rosso, sebbene i più arditi nel governo più longevo della Storia della Repubblica e la premier stessa, premano per impelagarsi ancor più nelle acque contese (siamo o non siamo un popolo di post navigatori, combattenti ed eroi?). Per non esser soli c’è stato un assist, sotto forma di missiva, lanciato all’Unione Europea affinché condivida con le fregate dell’operazione Aspides una presenza armata accanto ai mercantili che vogliono transitare nello stretto diventato angusto di Bab al-Mandab. L’Alta rappresentante estera Kaja Kallas ha annuito, ci sarà da discutere di spese da dividere. Oltre alla futura gloria per respingere possibili bersagliamenti degli Houthi. Ma vuoi mettere l’emozione dell’azione pur non essendo in guerra.


 

venerdì 18 settembre 2026

Ribelli mica teppistelli

    

Eravamo ribelli, ma non accoltellavamo i professori. Neppure quelli prevenuti che consideravano una scuola a Centocelle un ghetto da evitare, però il destino e l’incastro del Provveditorato li aveva spediti lì a farsi le ossa o per chissà quale punizione. La punizione nel Millenovecentosessantotto c’era per tutti: scolari, insegnanti, bidelli e genitori coi doppi turni ch’erano già un lusso, davanti ai tripli incrociati qualche anno prima alle elementari. “Centocelle, sogna e stende, è ‘n coro de serande e sulla strada c’è ‘n’orchestra de padelle …” canta oggi Emilio Stella nuovo menestrello di periferia. Una periferia diventata multietnica col kebabbaro a sostituire la drogheria de la sora Adele e i bengalini al posto dell’emigrazione familiare dal sud nostrano. Ma quei ragazzetti dodicenni e tredicenni che un giorno di marzo di quell’anno speciale avvicinandosi a scuola, la media Giovanni Verga, avevano trovato “il bidello Giggino che armeggiava con un tronchese attorno a un lucchetto e una catena giganteschi che tenevano chiuso il cancello, si stupirono solo un po’. C’era anche il preside imbestialito che commentava coi professori un cartello affisso. Gli studenti universitari avevano serrato tutte le scuole cittadine per protestare contro lo sgombero delle aule di architettura a valle Giulia da parte della polizia. A Spartaco e compagni quest’azione era piaciuta. Né Giggino, né i carabinieri accorsi riuscivano a rompere le massicce catene. Il preside sacramentava “Che c’entro io con l’Università?”, mentre il maresciallo proponeva di abbattere il cancello con un’autoblinda fatta arrivare dalla caserma…” (da Leggeri e pungenti. Storie luoghi e volti di periferia, 2017). Quegli scolari presero quel giorno di sciopero forzato, vergato con la vernice rossa sui dazebao, come un’insperata manna dal cielo e, sognatori, inventarono gare sportive di gruppo. Era la strada a instradarli su una via seppure polverosa e irta d’incertezze a seguire un codice di comportamento che il gruppo stesso, magari rissoso, riusciva comunque a darsi. 

 

E le famiglie con loro. E i professori pure. Perché quel metaforico triangolo ad angoli anche acuti, riusciva a comunicare. Con incomprensioni e contraddizioni ma riusciva a farlo, perché ognuno ricopriva fino in fondo il suo ruolo. Dallo studente secchione a quello svogliato, dal maestro non solo di sintassi ma di vita, al padre indaffarato col mestiere ma non indifferente al mestiere di padre, così le madri che potevano pure supplire al ruolo d’un marito talvolta assente ma poi lo supplicavano o lo obbligavano a capire e fare, non a distrarsi e demandare. Era una Centocelle in una Roma e in un’Italia imperfette ma perfettibili e ci credevano tutti. Pure un preside un po’ paranoico e ossessionato dalle scartoffie da seguire e rispettare che comunque organizzava, coi professori più che contro di loro, una scuola utile a migliorare l’esistenza di ragazzetti riottosi e spesso pure disobbedienti. Eppure lontani da quelle oscurità della mente che conducono a dissociazioni emotive e sensoriali. Su cui possono discutere esperti ed educatori, noi invecchiati bene o male possiamo ricordare episodi e gesti addirittura eclatanti, talvolta pungenti senza essere taglienti. Qualcuno il coltellino a scatto in tasca lo portava, poi magari ci giocava a ‘punteruolo’ sui marciapiedi ancora non asfaltati. Quello lungo oltre i cinque centimetri, nessun ferramenta d’un tempo lo vendeva ai minori. Il passare del tempo e del commercio l’hanno sdoganato su qualsiasi sito d’acquisti online dove, figurarsi, si comperano anche armi da fuoco. Ma non è questo il buco nero. Il buio della ragione e del sentimento scaturiscono dall’aria che tira, da Centocelle a tanti incroci del mondo nel trascorre giornate senza apprendere princìpi esistenziali capaci di far svaporare frustrazioni e sostituirle con fantastiche creazioni di adolescenti che crescono e si misurano, senza la paura di cadere, di vergognarsi per questo vedendo nella vendetta un riscatto. Insegnare a fallire meglio conduce alla riuscita d’ogni prova, d’ogni progetto e sogno. Poter continuare a desiderare è quanto di meglio possono fare allievi, prof, il bidello Giggino, madri, padri e l’intera società che ricoprendo a fondo i ruoli si misurano con sé stessi. Così s’accantona l’angoscia e si rilancia il futuro.

Omicidi

 

Chi ha ucciso giorni addietro Molavi Yousef Gorgij, un imam sunnita che guidava la preghiera del venerdì nella moschea di Zahedan? Zahedan è un luogo simbolico e controverso dell’Iran a ridosso del confine pakistano. E’ lo strategico e caldo capoluogo del Sistan-Balucistan, abitato in maggioranza da beluci e periodicamente scosso da ripetute ribellioni di quest’etnìa che dal 1948 rivendica un’indipendenza, principalmente dalla nazione pakistana, la quale formandosi in quell’epoca ha annesso l’area di Baloch. Il chierico si distingueva per cercare ostinatamente l’avvicinamento fra sunniti e sciiti, superando i contrasti religiosi all’interno della vita di comunità. L’esecuzione, avvenuta davanti alla propria abitazione, fa dire ai Guardiani della Rivoluzione che s’è trattato d’un agguato commissionato proprio per spezzare l’intento con cui il religioso mirava ad aggirare i conflitti settari. Non c’è palese certezza ma i sospetti planano su Israele avvezzo a destabilizzare la regione anche rinfocolando le contraddizioni interne. Accanto a una considerazione del capo dell’Irgc Vahidi che sottolinea la continuità del progetto sionista di colpire la nazione iraniana fomentando il terrore, segue un dispaccio dell’Intelligence di Teheran con cui si comunica la recente scoperta e l’azzeramento di tre cellule eversive intenzionate a seminare panico e sangue. Ne è coinvolto il gruppo salafita Jaish Ul-Adl, attivo dal 2012, e che lo scorso anno annunciava l’unione con altre componenti della galassia jihadista locale riunite sotto la sigla Fronte dei combattenti del popolo. Nel condurre prevalentemente attacchi contro pasdaran, poliziotti e guardie di frontiera iraniani da una parte e militari pakistani dall’altra, i jihadisti beluci potrebbero aver cambiato obiettivi ed essere anche gli esecutori del citato omicidio. Esecutori in proprio per rinnovate strategie oppure imbeccati dietro compensi e rifornimenti d’armi dai Servizi israeliano e statunitense che agiscono sotto copertura in quella parte di territorio. 

 

Del resto quest’uccisione non è l’unica. Altri rappresentanti religiosi sono finiti nel mirino dei killer. A luglio un altro imam, Mohammad Rigi, anch’egli guida della preghiera nel giorno santo era stato freddato a Mirjaveh, nella medesima area beluca. Così il kurdo sunnita Mohammad Nezhati, freddato nell’area azera di Piranshahr; lui un chierico che risultava vicino ai Basij, e la sua eliminazione ha rinfocolato l’ipotesi d’una vendetta postuma di questa comunità sottoposta nell’autunno 2022 alla repressione di manifestazioni presto tramutate in violenta ribellione anti regime. Ma quattro anni da quegli eventi sembrano un’eternità. Inoltre nessun gruppo kurdo ha rivendicato questo colpo davanti a un clima geopolitico precipitato con una guerra d’aggressione portata nel territorio iraniano che non ha prodotto nessun vantaggio per le minoranze etniche come promesso da Trump. Sia lui sia i predecessori della Casa Bianca non avevano disdegnato di lusingare, armare e utilizzare la militanza armata kurda non tanto e non solo contro l’Isis sul territorio del cosiddetto Daesh (fra Siria e Iraq), ma incentivare quelle velleità e rivalità fra cinque organismi che agiscono sull’Iran stazionando e trovando riparo nel Kurdistan iracheno (Partito Komalo, Partito democratico dell’Iran,  Organizzazione del Kurditan iraniano, Partito della vita libera, Partito della libertà del Kurdistan). Formazioni talune di vecchia data, altre di più recente creazione ma tutte meno strutturate e incisive della guerriglia kurda per eccellenza, quella del Pkk che agivano in Turchia e delle Ypg presenti nel Rojava. Anche per questo tre giorni fa il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha ospitato a Teheran un leader del Kurdistan noto per la lunga dinastia con cui la sua famiglia, Talabani, ha gestito quella fetta di territorio, peraltro particolarmente ricca di riserve energetiche. Insieme hanno ribadito non solo rinnovata cooperazione economica ma il comune interesse di una bilaterale sicurezza, allargata al più vasto territorio iracheno, dai movimenti terroristici del Jihad islamico. Talabani ha, altresì, ricordato che il Kurdistan non si presterà a un uso bellico del proprio territorio da parte statunitense per attacchi all’Iran. Anche per evitare una ripetizione delle reazioni missilistiche di Teheran su Erbil e Harir.

 

martedì 15 settembre 2026

Accordo scordato

  

Di foto, come s’usa, ne hanno fatte molte. Così per le strette di mano e gli assensi a favore di telecamere. L’accordo era storico: nasceva la ‘Nato islamica’, aveva azzardato qualche commentatore. Tutto questo il 7 agosto scorso, in una sede che più santa non si può: La Mecca dove il padrone di casa bin Salman, mister Erdoğan e Sharif hanno messo nero su bianco le loro firme vincolanti per una difesa comune in caso d’attacco a ciascun membro. Un mese dopo la prova del nove. Arriva un assalto dei Partigiani di Dio yemeniti che con droni e missili bombardano infrastrutture militari ed energetiche dei Saud. Però nessuno si muove. Non c’è alcuna reazione bellica da parte dei tre, neppure dei diretti offesi che hanno scelto una risposta diplomatica, ferma ma non graffiante. In realtà i militari di Ryadh un passo marziale l’avevano compiuto, prima. E da questo è scaturita l’offensiva dei miliziani. Nelle ultime settimane i sauditi avevano soffocato e ristretto lo spazio operativo di certe infrastrutture gestite dagli Houthi, da lì i citati lanci sull’aeroporto di Sanaa e qualcosa in più: l’avanzata su Mocha e sull’isola di Perim che consentono un controllo più diretto su Bab el-Mandab. E questo infastidisce maggiormente i sauditi e il mondo, perché produce un sigillo su quel varco e sul passaggio di petroliere. Eppure il portavoce degli Ansar Allah s’è subito speso in rassicurazioni: la chiusura riguarda esclusivamente le petroliere di Ryadh. Una conferma non rassicurante per i tanti Paesi che attendono quei cargo per propri rifornimenti di greggio. E’ questa la guerra tuttora in corso, dopo che i bombardamenti statunitensi sull’Iran, l’alleato-patron dei ribelli yemeniti, si sono quasi spenti come pure le reazioni dei Pasdaran sulle locali petromonarchie, quinta colonna di Washington nel Golfo. Esaminare i motivi dello stato di quiete bellica fra i membri del Patto de La Mecca, è semplice. Il comune denominatore resta il mantenimento della sicurezza nell’area per molteplici ragioni. In testa quelle economiche che direttamente e indirettamene coinvolgono ciascuno fra forniture energetiche, belliche e tecnologie applicate a guerra e pace. I loro legami sono solidi, i commerci pure e serve tenere lontana l’instabilità. Eccezion fatta per un’ostilità palese e duratura e tale non viene giudicata l’ultima mossa degli Houthi. Ma il Convitato di Pietra in questo triangolare dell’ordine è l’Iran. Il Pakistan se lo ritrova sul confine occidentale, ne condivide instabilità interne fomentate dal movimento autonomista dei beluci, da sempre guarda con maggiore apprensione quanto si muove sull’altro immenso limes, quello orientale con l'India. Con un competitore regionale qual è l’Iran messo sotto pressione da oltre un anno dagli attacchi delle aviazioni israeliana e statunitense e soffocato da un embargo economico senza fine, Islamabad non intende interferire. Ne rispetta l’orgoglio e probabilmente lo teme. Anche perché in casa gli islamici sciiti sono una nutrita schiera, oltre trenta milioni di individui che a rigor di logica non vanno stuzzicati creando tensioni col mondo degli ayatollah. Con l’Iran non intende alzare polveroni neppure bin Salman. E’ il motivo per il quale al momento le incursioni degli Houthi godono d’una certa immunità. Ovviamente l’equilibrio è labile, lo sblocco del blocco a Bab el-Mandab, come a Hormuz, dipendono da fattori oggettivamente diplomatici anziché da scaramucce militari. Per il superamento della crisi che coinvolge Teheran, già nei mesi scorsi Sharif e il suo supervisore della forza, il generale Munir, hanno vestito i panni dei costruttori di pace. Ora pur non volendo soffiare sul fuoco il trio dell’Islam stabilizzante, usa l’arma della pazienza per quanto rischi di perdere la faccia davanti al montare d’un ulteriore braccio di ferro con gli irriducibili ribelli. 






lunedì 14 settembre 2026

Non bastano i Brics

  


Sorridono tutti. La foto di rito ha contorni protocollari orientati all’ottimismo, ma gratta gratta anche i Brics nel recente ultimo summit appena concluso a New Delhi, praticano il cerchiobottismo tipico delle Nazioni Unite: dire e non dire e soprattutto non condannare. Nella fattispecie i conflitti in corso, né quello israelo-americano contro l’Iran né quello russo-ucraino. Del resto a vigilare sugli amici c’era Vladimir in persona, perciò nessuna reprimenda su ciò che interessa e riguarda Mosca. Neanche condanne sull’altra crisi perché se all’Iran, rappresentato dal presidente Pezeshkian, avrebbe fatto comodo, la censura delle offensive si sarebbe dovuta allargare alle risposte di Teheran contro i Paesi del Golfo, e nell’assise ci sono gli Emirati Arabi. Per tacere delle vicinanze militanti ai Pasdaran degli Houthi, passati al contrattacco sul lembo finale del Mar Rosso. Il cui controllo-clausura, per ora rivolto alle petroliere saudite, pesa su una fetta della distribuzione mondiale degli idrocarburi ma non per gli autosufficiente Stati Uniti che continuano a farsi belli col fare bullo del loro presidente, disseminatore di minacce più o meno false, bombe vere, dazi roventi. Tali sciagure gli alleati occidentali, prostrati al volere di Washington, comunque le trasferiscono sui bilanci delle singole nazioni che si rivalgono su cittadini resi inermi e spesso inetti dai partiti di riferimento, siano al governo o all’opposizione. Così quella che dovrebbe essere una rivolta globale, visto che economicamente è guerra, ondeggia fra promesse e turlupinamenti di governi e politici di grido. Molti dei membri Brics, sia fra chi ha e vende materia energetica sia fra chi ne beneficia tengono a far pesare il loro 40% e passa di Pil globale, cercando d’accorciare il tempo in cui quella cifra supererà la boriosa supremazia dell’Ovest, estesa per alleanza a Levante a campioni della tecnologia come Giappone e Sud Corea. Nelle necessità sempre globali dei nostri giorni (cambiamento climatico, sovrappopolazione) tali emergenze dovrebbero trovare soluzioni qui e ora. Invece il mantra è: accadrà domani.  

 

In verità la Cina di Xi Jinping un grande balzo alla maniera e oltre Mao zedong, l’ha fatto sul versante della cosiddetta “tecnologia verde”. E proprio di recente ha notificato che la principale fonte d’energia nazionale deriva dal solare: 1.288 gigawatt contro le 1.285 gigawatt provenienti dal carbone. Quest’ultime comunque resistono ed esistono mentre il fabbisogno energetico d’un Paese in straordinaria espansione tecnologica, dovrà presupporre sforzi altrettanto serrati. L’altro gigante, l’India col suo miliardo e quattrocentosettantaseimila milioni di individui da sfamare anche d’energia, è molto più arretrato. Anzi, risulta il terzo Paese del globo responsabile di emissione d’anidride carbonica (oltre il 7%). Eppure Modi e i suoi capitani d’affari (Ambani con l’impero petrolchimico e delle comunicazioni; Adani infrastrutture, logistica, porti; Jindal acciaio ed energia; Nadar ipertecnologia) sottolineano, come quella quota s’abbassa a 1,8 tonnellate pro capite, un’inezia dicono rispetto ai grandi inquinatori: australiani (15 tonnellate a persona), statunitensi (14,9), canadesi (14,3), tedeschi (8,1) e pure italiani (5,4). Appassionatamente anche i piccoli, si fa per dire, come il Brasile pensano in grande e vogliono crescere, ma con Bolsonaro e Lula stesso non hanno protetto quel bene supremo dell’umana natura che è la foresta amazzonica a vantaggio dei disboscamenti imposti dai fazendeiros. Insomma numeri e desideri enormi però coscienza ecologica ancora arretrata. Gli undici membri più gli aggregati si sono presi l’impegno di rafforzare il multilateralismo e la multipolarità, osservando che un mondo multipolare può espandere le opportunità per i mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo, ampliare il potenziale costruttivo e godere d’una globalizzazione e una cooperazione economica universalmente vantaggiose, inclusive, sostenibili ed eque”. Sperano, ma lo devono volere, che certe guerre in cui sono implicati cessino e con esse, lutti e disastri per i propri abitanti, i “nemici”, chi sostiene i conflitti guadagnandoci, e chi li sta a guardare. 311 milioni di tonnellate di gas serra sono stati versati in atmosfera nei quattro anni del conflitto ucraino, addirittura peggio in quello contro l’Iran: 5 milioni di tonnellate di gas e oltre un miliardo di danni climatici solo nelle due prime settimane dell’attacco.