mercoledì 2 settembre 2026

Sfumature di verde

  


Sappiamolo. I pensierini del sindaco Gualtieri scritti di suo pugno e pubblicati su La Repubblica del 2 settembre (Acqua, alberi, energia così Roma combatte la sfida dell'afa) spuntano come alibi d’un andamento ambiguo e contraddittorio che continua a fare della giunta della capitale, come di altre città italiane (non possiamo non pensare alla 'Milano da edificare' del modello Sala) luoghi del cemento, altro che aree verdi. Certo, questa giunta rispetto al nulla di amministrazioni romane precedenti (Raggi, Marino, Alemanno) o dell’affarismo della coppia Rutelli-Veltroni, ha piantato a suo dire 700.000 alberi. In realtà una parte di essi sostituiva i continui abbattimenti di precedenti arbusti - crollati, invecchiati, pericolanti e pericolosi - mentre la metropoli in svariate zone sta conoscendo operazioni di ricostruzione o costruzione ex novo, sotto una parola magica: ri-qua-li-fi-ca-zio-ne

 

Però un conto è riqualificare gli ex Mercati Generali, di cui all’inizio del Terzo Millennio il sindaco Veltroni decantava un recupero a sfondo socio-culturale, facendone imbiancare la cinta muraria su via Ostiense per poi lasciare il resto alle sventure future (e tutto è fermo da oltre vent’anni); altra cosa è “riqualificare” l’area dell’ex Fiera di Roma su via Cristoforo Colombo demolendo i vecchi padiglioni e costruendo abitazioni residenziali. Al Campidoglio dicono: ma i 44.000 metri quadri edificabili sono stati ridotti rispetto al progetto iniziale. Vero, ma non basta. Davanti alla crisi climatica che assedia il mondo e tante città, a Roma serve vero coraggio e un’inversione di tendenza non dedicando solo sei ettari del luogo citato (queste le quote della giunta) al verde pubblico, bensì tutto lo spazio disponibile. Tutto. Per raffreddare quell'angolo dell'urbe. 

 

Ma come? c’è già del verde a un chilometro di distanza (il parco di Tor Marancia) dicono sempre al Campidoglio. In una metropoli diventata per due mesi due, e siamo al terzo, più bollente del Cairo, il verde non basta mai. E poi lì dove certi boschetti erano presenti, proprio ai margini del parco di Tor Marancia, il Comune due anni or sono ha predisposto tagli totali delle piante, per pavimentare il terreno e creare giardinetti. Un giardinetto dentro al parco, ci vuole una certa inventiva… Eppure quel lavoro è costato oltre due milioni di euro pubblici. Potevano essere dedicati ad altro, ma ora quel margine è recintato e per taluni ordinato. Giusto, ma si poteva conservare il boschetto, che ne dice sindaco? Parecchi abitanti gliel'hanno chiesto per mesi, proponendo alternative di preservazione botanica. Sono stati inascoltati e turlupinati da assessori, dirigenti, funzionari del Comune. Il sindaco non l'hanno potuto avvicinare: era occupato a tagliare nastri. E l'ha fatto anche in quel giardinetto. Nell’approntare il progetto il Comune ha collocato un tot di lecci (c’è un business della piantumazione?) diversi dei quali non hanno attecchito e restano impalati e stecchiti, mica per la calura di questi mesi, per l’incuria d’una manutenzione inappropriata.

 

La città del grande impegno di Gualtieri per bissare il mandato vede nell’anno che verrà l’avvio del progetto dello stadio dell’As Roma nell’unica area verde del quartiere di Pietralata. Proprio nei 14 ettari dov’è presente un bosco, documentato amministrativamente come “Parco” e finora preservato volontariamente da un Comitato locale. Quest'ultimo ovviamente s’oppone allo sterminio di fusti e arbusti previsto nel progetto “Stadio”. Invece l’attuale giunta considera l’impianto, da collocare a ridosso dell’ospedale Pertini, una priorità pubblica facendola correre nella sua definizione operativa. Il Campidoglio di Gualtieri chiama anche quest'operazione: riqualificazione e rigenerazione, concedendo nei 27 ettari, 11 al verde. Un verde artificiale nel verde naturale destinato a conoscere tagli e ritagli delle piante esistenti. Con buona pace del maestro di Pietralata, il saggio e visionario Albino Bernardini, che in quegli angoli veraci di natura portava i propri alunni a osservare istrici e gheppi. E a imparare come si preserva la vita.

Mezzo mondo

  


Trent’anni di vita, nasce nel 1996, come fronte di sicurezza all’invadenza occidentale nel Levante dove il crollo dell’Urss ricreava vari Stati nazionali asiatici, potenziali partner non solo mercantili per le influenze a stelle e strisce. E furono tre ex repubbliche sovietiche (Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan) a rivolgere lo sguardo nuovamente a Russia e Cina, formando il primo nucleo della Cooperazione di Shanghai (Sco) in queste ore riunita nella kirghiza Biškek. I giganti dell’organizzazione vedevano la guida (alcolica) di Boris Eltsin a Mosca e quella (affaristica) di Jiang Zemin a Pechino, con quest’ultimo che nella personale scalata al potere era partito proprio da Shanghai di cui era stato sindaco. L’unione d’intenti del primo gruppo degli Stati della Cooperazione seguiva i prodromi della Nuova Via della seta tracciati da Deng Xiaoping, che comunque nel 1997 alla “verde” età di 97 primavere lasciava definitivamente ogni incarico. Ma gli sopravviveva l’impronta del cosiddetto “socialismo con caratteri cinesi” qualcosa di ben diverso dal “socialismo comunitario maoista”. Eppure i due padri dell’odierna Cina rappresentano un tutt’uno, dimenticate come sono le tendenze e battaglie interne dei seguaci. L’unità e la forza odierne di Pechino sono incarnate dall’attuale leader Xi Jinping in un continuo richiamo a un passato, lontano e vicino, incardinato su esempio, teorie, opera dei due ‘imperatori’ di quel socialismo. E lui, il terzo imperatore, dopo averne raccolto l’eredità ha incarnato il sogno di supremazia totale con cui alleati e avversari stanno facendo i conti. Cosicché, affermano molti analisti, il Paese rialzatosi grazie a Mao e alla sua Lunga Marcia, che ha prosperato con le quattro modernizzazioni di Deng, vuole diventare potente (e dominante) con la Belt and Road Initiative di Xi. La Sco è un tassello di questa strategia che punta ad ampliare i gangli d’una centralità senza venir percepita come propositrice di supremazia. Dopo aver raccolto le prime adesioni, dove ciascun membro gioca la sua partita, ad esempio la Russia putiniana ha pensato di risollevarsi dalla fase dello sfacelo statale seguendo anche antiche tattiche di dominio tramite la forza, il gruppo ha trovato nuove aggregazioni.

 

A cominciare dal gigante indiano che fa sponda con l’Occidente, ma sa di poter pretendere molto di più riguardo a economia, sviluppo, crescita del Pil. Quindi le adesioni fra i “rejetti” dell’Occidente, come l’Iran che dopo la quarantennale guerra economica subìta a opera di americani ed europei, si ritrova la sanguinosa guerra dei missili sulle proprie case. E Pakistan e Bielorussia che per differenti motivi non hanno vita semplice con diplomazie e mercati dell’Ovest. Mentre gli Stati Uniti, sbronzi del proprio potere secolare rilanciano minacce, offese e stragi in alcuni luoghi del mondo e un’Europa, declinante e servile, li segue pur sognando un’identità mai rinnovata dall’idea di crociate politico-confessionali, oggi questo gruppo conta circa la metà della popolazione del globo e quasi un quarto del Pil mondiale. Certo, i suoi adepti vivono in simbiosi precaria. La Cina, sempre intenzionata a evitare l’uso delle armi, s’è malmenata con l’India su territori di confine. Quest’ultima e il Pakistan moderni sono ai ferri corti sin dalla loro nascita. Ancora la Russia putiniana, e forse anche post, continua a confondere difesa e offesa, non solo a ridosso dei propri territori. Ma intanto l’accordo tiene. Soprattutto i tre grandi nel sottolineare quest’appartenenza trovano conforto a ulteriori affari (Cina), allontanano lo spettro dell’isolamento (Russia), ottengono dalle pianificazioni internazionali ossigeno per le contraddizioni politico-sociali interne (India). A breve, 12-13 settembre, il summit dei Brics, vedrà un’assise ancor più ampia, con Brasile, Indonesia, Sudafrica, paesi arabi come Egitto e EAU. Non tutti esenti da incoerenze ma interessati a guardare al globo oltre l’armamentario di guerra. E’ vero, passi concreti per affrontare lo spettro dell’incendio climatico galoppante, non se ne vedono neppure su questi tavoli. E su questo  allarme improcrastinabile si misura il reale umanesimo di cui ogni terrestre necessita, in luogo della demagogia di chi governando manovra l’esistenza di tutti.

lunedì 31 agosto 2026

Onta nera

  


Gli strali metaforici e gli stracci verbali che segnano da mesi il non rapporto di Recep Tayyip Erdoğan con Benjamin Netanyahu, seguono le quasi rotture commerciali decise da più di due anni dalla Turchia verso Israele. Motivate dalle stragi di Tsahal nella Striscia di Gaza contro cui s’è scagliato lo sgomento della nazione turca che si dice vicina al popolo palestinese. Di conseguenza l’import-export anatolico ha cestinato una fetta del Pil derivato da quegli scambi: 5,4 miliardi di dollari di merci in uscita e quasi due in entrata, facendo prevalere un pragmatismo ideologico motivato politicamente. Un pragmatismo comunque non assoluto, come in più occasioni hanno fatto notare osservatori dell’affarismo energetico. Non è un segreto che i flussi di greggio e petrolio raffinato direzionati allo Stato ebraico proseguono, provenendo anche da fonti insospettabili. Se l’Azerbaijan rifornisce quasi la metà del fabbisogno israeliano di greggio, cui s’aggiungono gli approvvigionamenti russi e kazaki anche Gabon, Brasile e Nigeria fanno la loro parte (per un 3% c’è stata pure l’Italia, come riferiva una statistica di Oil change international di due anni or sono) nei transiti e nella raffinazione sono coinvolte le immarcescibili “Sette sorelle” e una recente nuova potenza: la compagnìa azera Socar. La quale ha nella turca Socar Türkiye la maggiore filiale estera con la raffineria Aliağa di Smirne dove sorge il colosso petrolchimico Petkim, acquisito dall’Azerbaijan nel 2008. Tali presenze e simili conduzioni hanno motivato le contestazioni avanzate da manifestanti turchi pro Gaza che in più occasioni avevano sollevato braccia e grida davanti alle sedi anatoliche di quest’azienda. "Nessun porto per il genocidio" avevano gridato e "Il petrolio che scorre dalla linea Baku-Ceyhan non è petrolio ma sangue". L’oleodotto in questione si sviluppa per 440 km in terra azera, 250 in quella georgiana e oltre mille sul suolo turco, aggira la rotta del Mar Nero fra la Russia e il Bosforo e offre ai mercati occidentali l’oro nero con l’iniziale gestione della British Petroleum e ora della Socar. E’ vero che gli intrecci della rete energetica che va dai pozzi all’estrazione, passando per il trasporto via mare o per condutture terrestri, quindi la raffinazione e la distribuzione nei mercati lega soggetti commerciali e nazionali differenti (un esempio è il citato polo turco di Petkim acquisito da Socar, dove al business a due s’aggiunge un terzo elemento APM Terminals del gruppo di navigazione danese Maersk), ma l’affare e il malaffare comuni non costituiscono un mezzo gaudio né salvano  ognuno dalle valutazione morale e politica di certe scelte. In questo caso il greggio che Baku decide di fornire a Israele con la sua Socar, continua a transitare per strutture portuali turche e viene imbarcato e trasportato su petroliere danesi. Questa fornitura consente a Israele di svolgere funzioni quotidiane rivolte all’energia civile, ma si può presumere che l’utilizzo militare con cui vengono riempiti i serbatoi dei jet che bombardano la Striscia non venga meno. Al solito Israele in merito non si pronuncia né rivela alcunché, ed è stata una nuova generazione di attivisti come i 1000 Youth for Palestine a contestare l’ipocrisia di chi s’indigna per un genocidio in corso, però di fatto non rompe del tutto il giro degli affari. Il comportamento di Erdoğan e quello di vari leader arabi segue questa deriva; il loro cammino per la sicurezza regionale col Patto de La Mecca mira a proteggere sé stessi più che la disastrata situazione di cittadini e profughi palestinesi. Quei cittadini seppur assediati, da tre anni ridotti nella condizione di senza vita, senza casa, senza tenda, senza cibo, senza terra, senza speranza alcuna, nonostante l’impegno di tanti campioni della solidarietà.


  

domenica 30 agosto 2026

Alleanza sunnita

  


La definizione di ‘Nato islamica’ lanciata da qualche commentatore è sicuramente a effetto, ma oggettivamente avventata. A cominciare dai numeri, tre Paesi, che pur importanti e con ampie velleità di supremazia regionale, risultano comunque pochi per un disegno di strategia militare dell’area. Un angolo di mondo in conflitto eterno per la presenza di Israele, dove però popolazioni smembrate da guerre dell’ultimo quindicennio come iracheni e siriani cercherebbero pace più di alleanze securitarie. Il primo passo dell’accordo stipulato da Erdoğan, bin Salman e Sharif per conto di Turchia, Arabia Saudita e Pakistan è comunque una vicinanza difensiva per sancire il bisogno di protezione dai piani distruttivi, suprematisti, razzisti che nell’ultimo triennio Tel Aviv ha rilanciato sulle terre palestinesi, e poi in Libano, Siria fino all’Iran. Le tensioni vanno ben oltre i contrasti verbali fra Erdoğan e Netanyahu. Leader che non si sono risparmiati reciproci sprezzanti paragoni con Hitler, o epiteti da ‘vampiro succhiasangue’ del primo sul secondo, e ‘antisemita’ del premier al presidente. A infastidire Netanyahu, pronto su ogni terreno ad alzare il tiro per confermare il ruolo di duro in vista delle elezioni d’ottobre, è lo sgretolamento del “Patto d’Abramo” tessuto dall’amico Trump del primo mandato, e comunque rilanciato nel secondo ma con effetti meno efficaci. Di mezzo il conflitto con Hamas e il meticoloso sterminio dei gazawi, che hanno prodotto nelle monarchie del Golfo, dove primeggiava la disponibilità di bin Salman, un raffreddamento degli ardori di benevolenza verso Israele. Sia chiaro, nessun emiro ha voltato le spalle a Tel Aviv, ma quel progetto d’apertura del mondo arabo verso un Paese guidato da ministri che dicono di “voler sterminare i palestinesi” è oggettivamente ridimensionato. Da qui le evoluzioni regionali in un territorio ben più ampio che coinvolge Turchia e Pakistan, entrambi assillati dai conflitti che li sfiorano visti i raid dell’aviazione israeliana sui rispettivi confini siriano e iraniano. 

 

I passi dettati dal quel discusso stratega dell’ultimo ventennio mediorientale che è Erdoğan non puntano a sostituirsi alla diplomazia statunitense, peraltro ambigua e ondivaga verso più d’una situazione critica. Il presidente turco cerca una sicurezza regionale e ha trovato sostegno nel principe saudita intenzionato a rafforzare i presìdi difensivi oltre le forniture dei caccia statunitensi. Islamabad funge da terza gamba col connubio amministrativo-militare della coppia Sharif-Munir. Tradotto in future strategie d’economia bellica cui nessuna delle tre nazioni rinuncia, la Turchia può portare in dote un ampio bagaglio di competenze in progettazione di piattaforme e ingegneria dei sistemi, il Pakistan ha eguale esperienza ingegneristica unita a integrazione e produzione, l'Arabia Saudita gode di strabordanti capitali di fonte energetica e può puntare su ampliamenti produttivi industriali. Certo, bisognerebbe combinare consultazioni strategiche e pianificazioni emergenziali. Quindi sorveglianza aerea e marittima, allerta missilistica, e qui già si pone la contraddizione che vede Ankara legata alla Nato, l’Alleanza Atlantica tuttora viva e vegeta. Per tacere della necessaria condivisione d’Intelligence che potrebbe trovare refrattarie le strutture stesse per quanto esse hanno mostrato negli anni passati. Si pensi allo Stato nello Stato costituito da Inter-Services Intelligence su cui i governi di Islamabad spesso possono poco o nulla. O chi come il Mit turco e Al-Mukhabarat al-Amma saudita in un passato non remoto hanno seguito l’un contro l’altro percorsi a dir poco battaglieri attorno al truculento omicidio del giornalista Khashoggi. C’è poi l’ipotesi della condivisione di potenziali aggressioni non cercate, ma subìte. Come dovrebbero interagire i tre soggetti se ad attaccarne alcune città o infrastrutture fosse non tanto un esercito come Israel Defences Forces ma l’imprevedibile guerriglia di Ansar Allah, i partigiani Houti in aperto contrasto con Ryadh? Insomma la via sunnita alla difesa ha un percorso instabile nel bene e nel male tutto da definire.

mercoledì 26 agosto 2026

Il mazziere

  


Lo indicano come un politico, e in effetti siede nella Knesset quale esponente del partito fondamentalista Sionismo religioso. Nel Parlamento di Israele infarcito di criminali, teorizzatori di genocidi presenti e futuri, razzisti, difensori di assassini in divisa e kippah, un delinquente come Zvi Sukkot si sente a casa. Ieri nello stile vigliacco dei coloni-sicari, protetto da un manipolo di militari di Israeli Defence Forces, s’è presentato armato d’una mazza edile davanti al monumento del villaggio Madama dedicato ai martiri palestinesi di Nablus, assassinati in varie fasi dell’occupazione-sterminio attuata da Israele in Cisgiordania. E tum, tum, tum ha iniziato a colpire e sfregiare. I soldati guardavano svogliati o ammiccanti. Sorridevano e lasciavano fare. Anzi erano lì per proteggere il devastatore, che aveva un regolare permesso di “visita” a  monumenti. Successivamente con una nota l’Idf dirà d’essere stata tratta in inganno, che il fine del killer della pietra spedito lì da Smotrich era manipolatorio. Proprio così. Ma cosa c’è da attendersi da un esercito maestro di menzogne, attuatore e complice d’infamie? In quella stele,  fatta erigere nel 2008 da militanti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, erano menzionati i nomi di alcuni combattenti del gruppo politico, tacciato di terrorismo da Unione Europea e Stati Uniti, uccisi dalle forze di repressione di Tel Aviv. Gesto stupido quello di Sukkot? Provocazione in linea con le quotidiane angherie compiute dal fanatismo sionista sempre tollerate, protette, coperte dall’amministrazione statale e dai suoi organi della forza. Bisognerà conservare quel marmo sfregiato, quelle tacche sui nominativi simili alle cicatrici sui corpi che generazioni di palestinesi subiscono da decenni dagli aguzzini del settarismo ebraico. Simili ai moncherini senza gambe che si trascinano su un carrettino, a tronchi senza braccia che pure sopravvivono e imparano a tenere il corpo a galla e nuotare. Voleva cancellare la memoria di Tayeb Ali Faraj, Bnei Berak, Shadi Nassar il disonorevole in keppiah che brandiva l’enorme martello. Sforzo inutile. Quei nomi sono scolpiti nei cuori della sua gente che tramanda la Storia e le nefandezze della Storia. Per quanto Netanyahu, Smotrich, Sukkot godano dello sterminio che ordinano, i monconi di giovani e vecchi palestinesi percossi e menomati camminano, respirano, pensano e testimoniano una volontà di futuro. La loro resistenza incisa nella pietra e nella carne continua.

 

venerdì 21 agosto 2026

Resistenza

  


Tornare a morire non solo d’infezioni ma di parto e ovviamente d’infezioni da parto, è uno degli spettri che s’aggirano nelle polverose strade afghane. Certamente nelle carovaniere del desertificato Registan, fra Helmand e Kandahar. Ma i dati raccolti dalle strutture mediche di sostegno come i centri di “Medici senza Frontiere” raccontano vicende altrettanto drammatiche anche nelle città, si tratti di Herat o Mazar e pure nella capitale. Il più recente rapporto delle Nazioni Unite sulla Sanità testimonia la sciagura in atto: la mortalità infantile, che a inizio millennio s’aggirava sui 1300 casi per 100.000 nascite s’era più che dimezzata (521), mentre nell’ultimo triennio ha ripreso a crescere passando a 640 decessi. E’ l’ennesimo prezzo fatto pagare a un Paese che la politica imperialista occidentale voleva “salvare” ed emancipare e ha invece abbandonato a crescenti destini infausti. Dettati dai governi Karzai e Ghani, sostenuti dall’occupazione Nato, che non creavano servizi statali (alla scuola e sanità provvedevano le Ong, locali ed esterne) e che si sono squagliati al cospetto dei talebani. L’assistenza in loco è venuta meno con la ritirata militare e politica dell’Occidente, quindi è mancato e sta mancando quel sostegno economico elargito fino al 2021 dalla Banca Mondiale. Il potere talebano fa il resto e lo peggiora. Ha organizzato una ‘caccia alle donne’ allontanate dalla vita pubblica, segregate e oppresse dagli organi repressivi centrali della polizia che ‘perseguita il vizio e incentiva la virtù’ e dai parenti maschi che spargono su figlie, mogli, sorelle attuali frustrazioni e atavici pregiudizi conditi con versetti del Corano, interpretati a discrezione da mullah compiacenti con l’oscurità della tradizione e l’invasività della repressione patriarcale e machista. Quando si recano nei sempre scarsi centri medici operativi i leader talebani, e pure i loro sottoposti, vorrebbero per le proprie mogli quelle dottoresse che scarseggiano a causa delle norme manipolate d’una d’una Shari’a che essi stessi hanno imposto. Per le espulsioni delle studentesse universitarie dai corsi di medicina come per qualsiasi altra branca di studi, per l’apartheid che relega in casa quelle ginecologhe, cardiologhe, dentiste e specialiste d’ogni genere cui le ordinanze di Akhundzada impedisco di esercitare la professione. 

 

E’ il black-out che l’Emirato crea con le proprie mani in casa sua, non volendo garantire un futuro al genere femminile e ostacolando la stessa stirpe maschile di probabili turbanti, soffocata dall’incongruo radicalismo del pensiero prim’ancora che da quello della fede. Ma se muoiono neonati e minori di entrambi i sessi, muoiono soprattutto partorienti e puerpere. E chi fra loro riesce a generare “al volo” in un taxi o sull’uscio d’un ospedale perché, non essendo accompagnata dal mahram di famiglia per i motivi più vari: il marito lavora periodicamente in Iran o in Pakistan, un fratello o cugino è indaffarato oppure non crede che la congiunta sia malata oppure sia giunta alla fine della gestazione o semplicemente perché non vuole scocciature e non si presta all’accompagnamento, chi per pietà, per sensibilità umana assume quel ruolo cerca di evitare problemi coi controllori della virtù ed essendo “irregolare” glissa, lasciando la donna sola con se stessa fra le “acque già rotte” o la pozza di sangue. Levatrici,  infermiere, ginecologhe ancora in servizio negli ospedali di queste storie ne narrano a centinaia alle attiviste, alle comunicatrici che celate sotto il burqa proseguono un impegno resistente, in faccia alle facce e alle barbe di quei resistenti col turbante che prendevano il potere cinque anni or sono. Così si definivano all’epoca, erano pur sempre i difensori d’una nazione invasa e occupata… La loro forza, la loro retorica gli faceva reclutare molta gioventù negli ultimi due anni di disfacimento di quel regime voluto dagli americani che aveva a capo un pashtun allevato in Oregon, formato a New York, occupato a Washington. Nonostante le attuali imposture il regime che l’ha sostituito con un disprezzo anche superiore di quello della tribù Ahmazdai, cui apparteneva l’ex presidente Ghani, trova nell’oppressione forzata delle donne un muro di genere. Un muro silente ma esistente e presente. Un nuovo muro di resistenza.  

mercoledì 19 agosto 2026

Come prima, più di prima

  


I taliban avvelenano l’aria e la vita femminili con regole vecchie e nuove leggi, confidano in assoluta segretezza alcune ragazze afghane, ma è il rilancio d’un clima austero e misogeno nella società e nelle famiglie a rendere le donne prigioniere. Come prima, più di prima. A controllarle in anticipo sugli agenti della ‘promozione della virtù e della repressione del vizio’ sono gli uomini di casa. Padri e poi mariti, fratelli e cugini, coloro che possono, a propria discrezione, farle uscire e muovere per brevi tratti oppure ridurle in cattività totale. Diventando i loro padroni e signori. Spesso, più per paura d’essere essi stessi repressi che per credo politico o religioso. Ci si mettono anche molte madri e sorelle maggiori a loro volta sottomesse alla Shari’a coi maschi di famiglia a presiedere il controllo collettivo e complessivo del clan. Così nell’Afghanistan tornato Emirato, nonostante le iniziali promesse di quei mullah almeno all’apparenza più diplomatici - i Baradar, i Muttaqi - il pensiero e l’azione che passano e dettano comportamenti sono i voleri dell’uomo solo al comando: Haibatullah Akhundzada, l’oscurantista di Kandahar. Integerrimo servitore di Allah e figura oppressiva per mogli, figlie, sorelle e donne tutte, minacciate di detenzione, fustigazione lapidazione per i vizi più gravi come l’adulterio. Ed è doloroso sapere che nell’intimità familiare le bambine diventate ragazze vivono traumatizzate certi passaggi esasperati negli ultimi tempi da un fondamentalismo capace di riverberare nelle case quel senso di vigilanza e repressione rilanciati come nuova mentalità comune del maschio, pashtun e non. Le giovani che durante la guerra imposta dall’occupazione della Nato hanno trascorso i loro giorni fra impegni familiari e quelli lavorativi o sociali in qualche Ong, donne che poteva lavorare sul territorio, rimarcano l’ossessione diffusa dai talebani che s’avvicinavano a Kabul per riconquistarla: azzerare l’impegno femminile, ovunque, in pubblico e in privato. Sradicandone la presenza nei luoghi di lavoro al femminile, la sanità, le scuole. Dopo i mesi dell’insediamento al potere un anno via l’altro è andata così.

 

Azzerare tutto, rendere il genere inattivo, cancellarne la presenza, rintanarlo in casa sotto la “custodia maschile” con la complice omertà delle anziane. Un disastro. Colpire attraverso la paura non fatui desideri di vita giovanile ma il diritto all’esistenza primaria, alla conoscenza, alla pianificazione personale del futuro. Invece quella preservazione dal vizio, ripropone una figura costretta all’ombra, alla dipendenza, all’accettazione passiva dei matrimoni imposti e precoci, che non erano scomparsi nel ventennio di sedicente democratizzazione. Per questo le attiviste, noi abbiamo ascoltato alcune giovani di Rawa costrette giocoforza alla clandestinità, rivendicano tuttora una resistenza all’imperialismo occidentale per nulla d’aiuto quando a imporre i matrimoni forzati erano membri di quei governi sostenuti dalla Nato. E il desiderio tutto femminile di resilienza deve fare i conti con l’uso subdolo della tecnologia in funzione securitaria. Sembra che oggi Kabul pulluli di videocamere (si vocifera siano quasi 100.000) installate per via, non certo per controllare il traffico, in alcune aree sempre copioso e soffocante. Telecamere sparse non solo in centro città, anche in strade periferiche e poco battute. E non tanto da figure femminili rese, per forza di cose, ombre celate sotto burqa e, alla maniera salafita, lunghi guanti a celare ogni centimetro di pelle, ma dagli stessi abitanti che in certi luoghi come mercati e moschee fluttuano numerosi. Si piazzano telecamere sparse all’esterno anziché, come venti e dieci anni addietro, a ridosso delle ambasciate nella “città proibita” o di quelle palazzine che commercianti ricchi o gruppi di sodali dei Signori della guerra difendevano da sorprese d’ogni genere. Questi visori li impone la polizia talebana, e il proprietario dell’immobile è invitato a non opporsi e collaborare pena il taglio di servizi essenziali come acqua e luce. Anche qui, per quieto vivere si collabora.