Piangono certi sudditi, i congiunti d’un clan bicentenario, sicuramente anche il figlio Tamin bin Hamad che dell’impero paterno è erede e poi gestore da tredici anni. Piange lo sceicco Nasser bin Faisal, parente e direttore generale del gioiello comunicativo nato per la famiglia e lanciato nel globo, l’emittente Al Jazeera che ha rivoluzionato l’informazione satellitare e del web, questo il suo necronologio: “È stato lui il visionario dietro l'idea originale e colui che ha gettato le basi di questa grande istituzione mediatica”. Il monarca assoluto Hamad bin Khamifa Al Thani ha terminato il suo tempo terreno a 74 anni. In Qatar sarà lutto per alcuni giorni mentre si rinfiamma la Terza guerra del Golfo con la solita spinta dell’America trumpiana che ha ripreso a bombardare l’Iran. Mentre i missili di Teheran sulle petromonarchie alleate dell’US Army sono la risposta immediata nei giorni della vendetta decretata alla celebrazione d’un altro dolore, i funerali di Stato per l’ex Guida Suprema Ali Khamenei realizzati nella scorsa settimana. Per ora sono le basi statunitense Arifjan in Kuwait e al Salem in Bahrein a essere colpite, il Qatar non è nel mirino dei Pasdaran. I missili Zolfaghar e Qiam avevano centrato la base statunitense Al Udeid nella scorsa primavera, quando è impazzata la battaglia a distanza contro le aggressioni delle aviazioni statunitense e israeliana. Al Udeid è a sua volta un fiore all’occhiello del defunto sovrano di Doha nei rapporti con Washington. Quel centro strategico delle armate americane in Medioriente, attualmente conta diecimila truppe stanziali, venne creato nel 2004 grazie alla concessione di papà Al Thani a George W. Bush. Funse da servizio bellico di primo piano per l’intera aggressione Nato dell’Iraq, utilizzato per oltre cinque anni anche dalla Royal Air Force britannica nelle operazioni Telic e Herrik che tanta morte hanno portato in Iraq e in Afghanistan. Hamad bin Khamifa fu, dunque, un capo di Stato enormemente disponibile all’escalation guerrafondaia dell’Occidente nella regione. In cambio il suo regno riceveva riconoscimenti e concessioni per la diversificazione dell’affarismo economico che si emancipava dal solo commercio di idrocarburi. Alla stregua dei simili piani messi in atto dal saudita Mohammed bin Salman con la propria ‘Vision 2030’, il rampollo Tamin divenuto padrone delle decisioni del minuscolo emirato di tre milioni di abitanti, ha cercato di lanciare il Qatar come luogo d’affari, spettacoli e turismo per ricchi, conseguendo l’apice con l’assegnazione del Mondiale di calcio nel 2022.
Sul versante geopolitico gli Al Thani consolidavano il ruolo di Doha quale sede di colloqui e trattative internazionali fra problematiche, personaggi, nazioni e sistemi in conflitto fra loro. Così si sono accolti i talebani della Shura di Quetta in trattativa con l’esercito statunitense in uscita dall’Afghanistan, la diplomazia che discuteva della Siria post Asad, fino ai recenti incontri per dipanare la crisi di Hormuz, tuttora in corso. Sempre di papà, il figlio Tamin subentrò in seguito, le intuizioni per ulteriori diversificazioni dell’economia gasiera grazie ai cui proventi s’acquistavano come fossero caramelle hotel e resort in Costa Smeralda e squadre di football, nella fattispecie il Paris Saint Germain. Nella propria generazione di sceicchi tradizionalisti, Hamad fu un innovatore che anticipava la fantasiosa e arrembante gioventù degli emiri figli di papà. Ma rispetto a mogli, tre, con la copiosa prole di ventiquattro figli, e tradizione culturale, la fedeltà al wahhabismo ha prodotto un conservatorismo di fondo del suo regno, con supporto economico alle tendenze fondamentalismo dell’Islam, sostegno della Fratellanza Musulmana nel corso delle “Primavere arabe” sia nei contrasti socio-politici egiziani, sia nella guerra civile siriana. Luci per il clan di casato, dunque, e ombre per la cittadinanza tutt’altro che beneficiaria d’un Pil (230 miliardi di dollari) fra i più elevati del mondo, privilegi per pochi e una quasi nulla redistribuzione della ricchezza. Per tacere delle condizioni delle minoranze, di diritti civili e di genere, dei numerosissimi lavoratori stranieri, attratti dai possibili guadagni che in realtà fanno i conti con oggettive condizioni di sfruttamento, e non solo nei lavori manuali. “Il calcio della schiavitù “venne definito il lavoro in occasione dell’approntamento degli stadi mondiali che contava una dozzina di morti a settimana per incidenti e assenza di prevenzione. Il totale delle vittime fu di 1.200, un conto approssimativo poiché alcuni ricercatori denunciarono decessi per infarto non riferiti ai cantieri edili che costruivano gli stadi. Oggi l’erede Tamin che lo piange assieme ai tanti fratelli e sorelle, può continuare a sognare in grande col mattone, come ha già fatto col rifinanziamento del quartiere meneghino di Isola, gestito dal fondo Qatar Investment Authority, e accaparrarsi un nuovo club calcistico. Anni addietro pensava al Napoli, ora chissà…







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