lunedì 19 ottobre 2026

Chi fa schifo chi

  


Fa più schifo il gesto violento e insulso di spaccare una vetrina, come hanno fatto i minorenni di periferia calati nel salotto della meneghina via Torino, così tanto per il gusto di farlo o per portarsi via un paio di calzature della moda sportiva Under Amour? Oppure dà più ribrezzo constatare i prezzi di quelle vetrine, non sempre esposti, e comunque oltremisura cari? Il Customer care dirà che no, ce n’è per tutte le tasche, scarpe da 250 euro ma pure da 39,99 basta cercare i modelli. Però le tasche dei ragazzi di Corvetto possono esser vuote, dipende dal reddito familiare, e se si abita lì o alla Barona, insomma, anche i genitori non se la passano neppure da ceto medio impoverito. Questo basta per spaccare? Probabilmente no, ma non è questo il punto. Ciò  che la politica tutta in Parlamento s’appresta ancora una volta a censurare è un’ira giudicata senza scopo se non far casino, una rabbia già bollata come opera di “maranza” secondo la Lega, “terrorista” per i Fratelli d’Italia, “feccia” dai seguaci dello spirito di Silvio Berlusconi che la Milano e la nazione classista e razzista hanno avuto premura di rilanciare trent’anni or sono. Poi nell’altra parte dell’emiciclo i nasi strizzati sono quelli sedicenti progressisti che allargano il campo - ma a chi, alle carriere dei loro famigli? - e con una simile puzzetta sotto le frogie pontificano. Tutti a recitare la litanìa della malvagità della violenza e della necessità d’un fronte comune contro i teppisti senza sforzarsi, non tanto di cercare le cause dell’insensata collera, ma neppure di farsi raccontare come si vive nelle periferie-ghetto. Poiché se i poco più che bambini che si sentono potenti e importanti quando il clamore del gesto fa da eco e da ulteriore richiamo possono venire compresi, educati, reinstradati, inseriti attraverso l’impegno di società, parenti, insegnanti, la politica e i suoi sacerdoti che hanno il reale potere su ogni cosa accada attorno a noi, per quanto mostrano da anni e decenni  devono essere azzerati. 

 

Perché hanno fallito. Hanno riempito i loro stessi governi, i media sviolinatori, le teste degli elettori di promesse inattuate o favole inventate per la bisogna della propria sopravvivenza e quella d’un sistema che abbandona a sé i luoghi d’educazione pubblica sviliti a avviliti da una voluta indigenza amministrativa; coi cumuli di cemento di periferie-rifiuto cedute alle losche faccende della malavita organizzata che può reclutare anche i ragazzini dello spacco per un altro genere di spaccature, quelle cerebrali dello spaccio di droghe. Dello stato sociale tagliato e triturato, di diritti costituzionali sempre più negati, dallo studio, al lavoro, alla salute, la cosiddetta società del benessere non di tutti e certamente non per tutti cosa propone da anni se non l’affarismo d’una merceologia arrembante per chi ha e può spendere? Dall’abbigliamento sportivo a quello lussuoso, dal turismo inteso come investimento non come conoscenza, ottundendo quell’apprendimento antropologico, sociale, culturale rappresentato dal viaggio ora impedito non dalle antiche frontiere fra gli Stati ma dal caro-biglietti d’ogni mezzo rapido di locomozione imposto dalle major del trasporto. Resta poco al ragazzotto di periferia nato marginale e marginalizzato da certe schifezze di città, trasformate dai signori del business nel divertimentificio sostenuto con le carte di credito. Società dell’Avere che fagocita quella dell’Essere, e per la pace dei pensatori d’antan è sempre stato così. Perciò si cercava la rivolta. Ahinoi, è sempre più così. E se solo un cinquantennio addietro c’era chi sperava e sperimentava d’attraversare i tentacoli speculativi dell’omologazione, ora chi governa le nostre città e le nostre vite ai bambini cresciuti male e svezzati peggio impone di tacere, adeguarsi o sfibrarsi nell’alienazione quotidiana. Fanno schifo i sepolcri imbiancati della politica, non i disperati della domenica. Quest’ultimi sono le loro ignare vittime, non i responsabili dello sfascio.

domenica 18 ottobre 2026

Cose di casta


  

C’è modo e modo d’essere casta. L’attuale destra di privilegio riesce a corre dietro alle lottizzazioni del centro-sinistra a favore di radical-chic e parvenu di famiglia, e superarle. Ben oltre le favole a misura inventate da una premier, la prima donna Primo Ministro d’Italia occorre riconoscerglielo, sfavorita da un brutto destino e underdog. Belle balle. Il suo cane da guardia e protettore è stato nientemeno che il cavaliere Silvio Berlusconi, pluri primo Ministro e pure pluricondannato, e suo mecenate nella fase della di lei invenzione politica. Le favole sono proseguite con l’invenzione dell’esclusione dai posti di privilegio. Esclusione dai posti di comando sì, prima del successo elettorale del 2022 e della conseguente piazzapulita ben oltre ogni spoil system, ma non dalle lottizzazioni che hanno visto negli anni, prendiamo gli ultimi venti, uomini e donne col Ventennio nel cuore, godere di nomine nei luoghi pubblici destinati al mercimonio del consociativismo. Gli esempi nel regno Rai sono sotto gli occhi di tutti. Come faceva Giampaolo Rossi a iniziare la sua scalata in Rai, diventando presidente di RaiNet dal 2004 se i fedeli alla fiamma e ad Atreju fossero stati ostracizzati? In realtà ostacoli non ce ne sono stati né allora né prima, e nella Rai di Biagione Agnes e in quella dei ‘Professori’ la presenza di raccomandati d’ogni sponda partitica è sempre stata la pietra miliare per entrare, sistemarsi, farsi spazio e godere di stipendioni e benefici. Sia davanti alle telecamere che esaltano notorietà ed ego, ancor più nelle malcelate direzioni che non possono nascondere le pastette che le presiedono.  

 

Ora, trent’anni dopo, la placida sistemazione di Massimo D’Alema non ancora premier, correva il 1995, comunque segretario del Pds, in un alloggio di 180 metri quadri situato in un angolo di Trastevere per seicentomila vecchie lire o poco più, roba che all’epoca per quelle misure a quel prezzo era impossibile trovare casa anche fuori dal Raccordo Anulare, viene fuori che il baldo ministrone della Difesa, Guido Crosetto la fa più grossa. Un centocinquanta metri quadri, non solo per sé perché tiene famiglia, ai lussuosi Parioli al costo d’un posto letto: seicento euro. Seicento euro, non ai Parioli dove gli studentati pur in locazione non esistono, ma in un appartamento nel quartiere di San Lorenzo per andare in Sapienza oppure all’Ostiense per la Terza Università. La fa più grossa perché sono passati trent’anni e tante inchieste su ‘Affittopoli’ e ‘Privilegiopoli’ susseguitesi nel tempo. E richiami continui alla moralità della politica. Moralità, pfff. La faccia e la prassi dei politici continuano a essere quelle della casta, arrogante col sorriso in falsetto; pretenziosa con la cosa pubblica che viene considerata Cosa propria. Ovviamente non desta scandalo, non solo per l’eterna giustificazione craxiana del ‘così fan tutti’ che era pura verità però non restituiva né il maltolto e neppure il vizio a reiterare, la partitocrazia può proseguire all’infinito a straviziarsi, pretendendo di farlo a nome del popolo visto che un’elezione via l’altra, pur con un elettorato dimezzato, il voto al cittadino glielo strappa. Per senso dello Stato, il voto è una conquista, senso di colpa, se non si partecipa vince l’avversario, senso di scambio, dando qualcosa si spera d’ottenere. Chi ottiene di fatto è una casta che si sente sempre più pura e diva.     

Ps Chi vuole saperne di più sulla questione, trova l’articolo a pagina 9 del Domani di ieri.

venerdì 16 ottobre 2026

La trappola della guerra

  


La sorniona scaltrezza con cui il rampollo Mohammad bin Salman, principe di diritto, sovrano di fatto della petromonarchia più nota del Golfo, nonostante il novantunenne genitore Salman bin Abdal Aziz sia tuttora in vita, sta perdendo colpi. Il quarantunenne regge da un decennio il regno sebbene la corona toccasse al cugino bin Nayef, più attempato di lui ma secondo gli accordi interni alla famiglia Saud legittimo successore. Infatti questa monarchia del Golfo non è stata mai ereditaria e attuava l’alternanza fra i fratelli del precedente sovrano, il più anziano introduceva il suo primogenito. Dal 2017 non è stato più così. La rottura di patti e tradizione ha creato non pochi contrasti in seno alla famiglia e nella tradizionalista cultura saudita. Ma tant’è. La voglia di primeggiare, i sontuosi progetti del piano di diversificazione economica del Paese marchiato dalla sigla “Vision 2030”, che fu lanciato dal supponente Mbs dall’alto della sua strabordante fisicità e piacioneria, hanno fatto digerire ai membri dello storico clan la regola del più forte. Anche perché lui non va tanto per il sottile. Sia quando ha fatto sequestrare nella prigione dorata dell’hotel Ritz-Carlton di Riyad, undici principi suoi consanguinei e altri trecento fra ministri in carica ed ex ministri, imprenditori, manager privati tutti accusati (da lui, non da magistrati) di corruzione e appropriazione indebita di capitali della nazione, per liberarli gradualmente e dopo averli resi economicamente inoffensivi. Sia mesi dopo, era l’ottobre 2018, quand’è finito accusato d’essere il mandante della sparizione omicida del giornalista Jamal Khashoggi, smaterializzatosi nel Consolato saudita di Istanbul dove s’era recato per ottenere una documentazione utile al matrimonio con la turca Hatice Cengiz. Nel più classico dei noir, la vicenda Khashoggi ha contorni sanguinosissimi. Li ha rivelati la Cia che seguiva l’uomo, l’ha confermato il Mit che controllava, fuori e dentro, quell’edificio della metropoli sul Bosforo. Il giornalista venne ucciso da una squadretta di mukhabarat, smembrato con una sega elettrica, messo in bagagli trasportati all’esterno e volatilizzati, è il caso di dirlo, su un aereo delle linee Saudia. Un piano, stavolta non economico ma criminale, messo in piedi dal principone. Ma perché tanta violenza? Perché Khashoggi continuava, seppure fosse stato avvertito e redarguito, a inanellare articoli critici su un regno che si trasformava sempre più in regime, e regime non solo autoritario e fondamentalista con l’appoggio offerto alle posizioni del sunnismo wahhabita, questo accadeva già ai tempi d’un altro bin, Laden, e della sua creatura Al Qaeda. 

 

Bensì un regno personalista che non rispettava neppure gli equilibri del suo clan. Nonostante quel cadavere eccellente avesse doppia cittadinanza, saudita-statunitense, pubblicasse sul Washington Post, fosse una voce ascoltata nel mondo arabo, l’omicidio venne messo a tacere. Nella propria “superiorità dorata” Mbs disse di assumersi personalmente la responsabilità di quel “mistero” pur di non intralciare il percorso di rilancio del Paese. E già allora, quando Trump dopo essersi sistemato per la prima volta nello Studio Ovale e aver partecipato all’Alardah, la tradizionale e machista danza delle spade, il signore di Riyad si sentì rinfrancato nel passo compiuto un paio d’anni prima: ficcare il naso nelle faccende yemenite, sostenere l’esercito lealista e attaccare i ribelli Houthi, per giunta pure infedeli, che battagliavano in un conflitto civile. La giovane testa coronata si sentiva potente, aveva messo a tacere i pretendenti di famiglia, giocava alla guerra col tycoon americano che affermava di diffondere la pace a suon di riarmo e bombe, questo un bel tratto di strada antecedente gli assalti a Teheran. Eppure infilarsi in guerre mentre si progetta di continuare a incassare miliardi col petrolio e rinvestirli in intrattenimenti diplomatici, sportivi, culturali, turistici sembra una contraddizione che, forse, solo ora il trono di Riyad riconsidera. Ora che è costretto a chiudere aeroporti e cancellare voli, cercare nuove strategie belliche per difendere le raffinerie di casa la realtà appare in tutta la sua drammaticità. Aver rimboccato la via dello scontro, come Mbs ha deciso da tre mesi fa, dopo che da quattro anni esercito e aviazione sauditi non s’occupavano più dello strisciante conflitto yemenita, sta pesando sulla petromonarchia, sulla lucidità del principe reggente e sul suo progetto di sviluppo. Solo nelle prossime settimane il regno dovrà/dovrebbe ospitare una grande conferenza sugli investimenti denominata Davos nel deserto, poi il torneo internazionale di tennis Six Kings Slam. Per la cronaca quest’ultimo è già stato annullato, le perdite economiche con gli sponsor non sono affatto minime. Del resto la Borsa di Riyad vive un ribasso che non conosceva dal 2022. E che ne sarà della Coppa del Mondo Fifa 2030? Quattro anni sono tanti, ci sarà tempo per pacificare medioriente e mondo afferma l’ottimismo più che del regime del principe dell’azzardo. Finora neppure i missili su Medina lo inducono a smarcarsi dalla trappola della guerra; lui va non solo dove lo porta il denaro, insegue l’irrinunciabile vanità dell’ego.

martedì 13 ottobre 2026

Mani sulla cittadinanza


  

Forse hanno mani meno pesanti dei colleghi maschi nel sollevare e portar via chi contesta l’operato della Commissione che riaggiorna le liste elettorali indiane. Un organismo che da mesi reinquadra gli elenchi ridimensionando il numero degli aventi diritto al voto perché comprensivo anche di deceduti, emigrati, fuggiti non da case ma da capanne, e al tempo stesso d’intere comunità religiose e tribali sgradite all’attuale sistema. Così quest’ultimi elettori vengono trattati come i morti e cassati con un tratto di penna. Sono risultati un numero impressionante: centotrenta milioni, l’intera popolazione, non l’elettorato, d’Italia e di Francia, con l’avanzo d’una decina di milioni di persone. Forse nel trascinare via di peso giornaliste e cronisti negli ultimi due giorni di seriale repulisti repressivo che ha infilato in galera settemila oppositori dell’attuale governo e almeno una cinquantina di reporter, anche durante le loro dirette tivù, le poliziotte usano un approccio meno duro. Forse. Ma la sostanza non cambia, la censura preventiva delle idee e della parola diventa la realtà che stritola la presunta democrazia indiana sotto la leadership di Narendra Modi. Perciò Surya Kant, presidente della Corte Suprema dell'India, ha chiesto spiegazioni a un alto ufficiale della polizia di Delhi senza, per ora, ricevere sufficienti argomentazioni giuridicamente valide in merito allo stillicidio di detenzioni illegali. Detenzioni avvenute utilizzando anche un impianto sportivo, il Chhatrasal Stadium creato per i Giochi del Commonwealth nel 1980, attuando una prassi tipica delle dittature militari. Insomma un clima cileno e argentino degli anni Settanta del Novecento. Dal canto suo “Network of Women in Media India” sostiene che la polizia ha violato l’artico costituzionale 19 comma 1 su libertà di stampa e diritto all’informazione. E poi c’è chi accusa le stesse agenti non sempre e non tanto delicate con le donne. E’ l’avvocata Swaty Singh Malik che ha presentato una petizione alla Corte Suprema sostenendo d’essere stata trattenuta con la forza e malmenata da quattro donne del personale di polizia mentre assisteva alle proteste di questi giorni. L’imponente operazione securitaria da una parte fa intendere come l’Esecutivo abbia indicato alle Forze dell’Ordine di attuare una procedura estrema volta a impedire ogni sorta di contestazione anche di carattere non violento. Dall’altro c’è l’azzardo di forzare la mano attuando la più radicale delle leggi elettorali, quella che sradica strati sociali e politici dalla possibilità di esprimersi alle urne. Un Modiellum addirittura peggiore del Melonellum. E’ tutto dire.  

lunedì 12 ottobre 2026

Patti e fatti

  


Ora c’è la voce del gran mufti Saleh bin Fawzan al-Fawzan, vecchio, grande vecchio dell’esegesi coranica a bollare gli Houthi come “setta sbagliata”. Il regno saudita dà eco alle sue riflessioni di carattere teologico rivolte a quei particolari sciiti, gli zaiditi definiti “gruppo deviante e miscredente dagli insegnamenti del Profeta” seppure risulti moderato rispetto ai duodecimani, per esaltare l’odierno interesse a sostenere la difesa nazionale. Un’attuale difesa, dopo il recente attacco missilistico all’aeroporto di Riyad, correlata alla crisi in atto con cui i ‘Partigiani di Dio’ guidati dal misterioso Abdul Malik bloccano o limitano il passaggio mercantile di Bab al-Mandab. Un tutt’uno, comunque, con l’offesa ormai pluridecennale con cui i sauditi hanno varcato i propri confini intervenendo nella guerra civile yemenita che oppone i lealisti del governo di al-Alimi ai ribelli stabilmente insediati nella capitale Sana’a e in un cospicuo tratto del Paese. Il novantunenne mufti, passato dai giovanili insegnamenti elementari a successivi studi e lauree in Giurisprudenza, Scienza delle successioni islamiche e dottorato in Fiqh (l’impegno interpretativo della Shari’a) è dal 2013 membro del Consiglio degli Shuyukh, il maggiore organo religioso che consiglia il sovrano Saud, e lo scorso anno è diventato gran mufti dell’Arabia Saudita. Con lui la principale petromonarchia fa calare da un’autorità religiosa un’investitura alla ripresa d’una guerra trasformatasi da scompenso locale a tracollo regionale, direttamente collegato al conflitto contro l’Iran che il volere della Casa Bianca tiene tuttora aperto. Dunque sauditi sempre più invischiati sul viscido terreno del contrasto alla guerriglia di Ansarullah tenuta viva da quest’ultimi in base alla propria militanza ideale e religiosa. In merito, pur fra richiami alla parola del Profeta, il moderno regno di Mbs mobilita un esercito ben attrezzato ma non motivato come le fila tribali dei suoi avversari; infatti il supporto all’esercito yemenita lealista nel decennio bellico non è risultato né decisivo e neppure sufficiente a evitare un’ecatombe di vittime che supera le 400.000 unità. Così negli sviluppi dell’emergenza regionale, con preoccupanti risvolti economici per il condizionamento energetico mondiale seguito alle chiusure degli stretti di Hormuz e di Bab al-Mandab, Riyad ha cercato conforto fra chi di eserciti se ne intende: Ankara e Islamabad.

 

Con Turchia e Pakistan il principe bin Salman ha firmato il cosiddetto Accordo de La Mecca, un patto di reciproco aiuto militare nel caso uno dei tre membri risultasse minacciato o colpito da forze esterne. Un patto rimasto finora inapplicato, anche davanti agli attacchi ricevuti in casa dai missili degli Houthi. Perché i due Paesi sunniti alleati, entrambi vogliosi di supremazia nel Grande Medioriente con una propensione più mediterranea dei turchi e medio-asiatica dei pakistani, cercano di tenere alto il ruolo diplomatico ricoperto finora nelle crisi-conflitto che riguardano palestinesi e iraniani. Con la differenza che quest’ultimi, colpiti e umiliati dalle prime azioni belliche israelo-americane che hanno prodotto significative perdite al loro apparato religioso, militare e amministrativo, hanno poi trovato un’orgogliosa solidarietà nazionale all’aggressione, hanno compattato gli apparati della forza (Pasdaran e Artesh) talvolta in contrapposizione, e trovato un’arma efficace nel frenare l’approvvigionamento energetico del mondo bloccando lo strategico passaggio di Hormuz. Da mesi una situazione tenuta in stallo dagli Stati Uniti per non ammettere il proprio fallimento, s’è trasformata in un boomerang che mette in ginocchio le economie dei sodali europei di Trump e Netanyahu. Questa stasi sfavorisce gli stessi grandi produttori energetici del Golfo bloccati nei traffici e negli affari. Smarcarsi da Washington, visto il disinteresse statunitense nel pacificare l’area, è diventata una priorità per Riyad, però gli intrecci delle alleanze risultano complicati. La mossa del mufti, suggerita dal regno, per ora non spinge verso un conflitto religioso con lo sciismo iraniano, che comunque guarda agli Houthi come l’unico rappresentante armato efficiente dopo i rovesci subìti da Hezbollah e Hamas. Quest’azione cerca un presupposto etico per la difesa nazionale, avendo chiaro che ogni sunnismo lavora per sé stesso. E firma per La Mecca, ma non combatte.


domenica 11 ottobre 2026

Cancellazione

  


Il Paese dei grandi numeri decide di continuare a far le cose in grande. Così in questi giorni il governo Modi dopo aver fatto arrestare a New Delhi quattromila manifestanti arriva a ingabbiare decine e decine di giornalisti e fotoreporter; ieri i free lance di testate indipendenti (Hindustan Times, Indian Express, The Wire) oggi anche diversi nomi di pubblicazioni mainstream. E’ l’India della galera, avevano gridato gli attivisti del cosiddetto movimento degli scarafaggi, che già nel luglio scorso avevano lanciato attacchi durissimi al ‘sistema Modi’ per l’esclusione di decine di migliaia di studenti dai corsi universitari. Ora protestano per il repulisti che sotto la regìa del premier è in atto nelle liste elettorali. L’iniziativa era partita da mesi: s’incaricava una Commissione Elettorale di riaggiornare gli elenchi di chi può recarsi alle urne, visto che i registri erano rimasti da tempo senza controllo e riscontravano incongruenze. Così la Commissione stessa ha dato notizia di oltre sessanta milioni di persone trasferite, quasi trenta milioni decedute, altri trenta milioni non trovate, e poi milioni sparsi d’iscrizioni duplicate e irregolarità burocratiche varie. A conti fatti centotrenta milioni di voti si dovrebbero sottrarre ai novecentosessanta milioni di elettori. Ad alcuni partiti d’opposizione, quello del Congresso su tutti, sono sorti dubbi, alla comunità musulmana idem e nelle verifiche svolte nelle scorse settimane i timori trovano plausibile conferma che il bisogno di riordino delle liste celasse il desiderio di disfarsi di elettori scomodi, non classificabili fra i sostenitori del gruppo di maggioranza Bharatiya Janata Party. Da qui le iniziali manifestazioni di protesta che su ordine del Ministro dell’Interno hanno trovato una sospetta e rancorosa repressione poliziesca ritmata a suon di arresti. Sebbene le elezioni nazionali siano lontane, si voterà nel 2029, l’anno venturo ben sette Stati federali sono chiamati alle urne, alcuni come l’Uttar Pradesh sono popolatissimi e significativi per gli equilibri politici generali. Questo distretto vede un’amplissima componente elettorale islamica che sta verificando problemi col mantenimento del diritto di voto proprio a seguito delle cancellazioni operate dalla Commissione. Il sospetto che Modi, vincitore col Bjp nelle consultazioni di due anni or sono con cui ha conseguito il terzo mandato consecutivo, cerchi stratagemmi per conservare il potere viene ormai riferito da molti osservatori internazionali. Nel 2024 solo grazie alle formazioni della cosiddetta Alleanza Nazionale Democratica i seggi in Parlamento sono diventati 292 (239 quelli del Bjp, 232 quelli dell’opposizione) e il leader fautore dell’Hintutva  è potuto restare in sella. Gli oppositori vedono nella tutt’altro che trasparente operazione del riassetto degli elenchi elettorali un modo per disfarsi di voti scomodi. Intanto chi urla va in gabbia. E pure chi scrive. 




mercoledì 7 ottobre 2026

Savia follìa

  


Poteva mancare il rintocco del proprio campanone uno dei paladini del para sionismo italiano, Giuliano Ferrara, nel giorno del ricordo dell’assalto sanguinario del 7 ottobre? Certo che no. E già il titolo del suo intervento, ovviamente sul suo Il Foglio, prepara il contenuto: Guerra – sì guerra – di verità per il sionismo. L’avvìo è nello stile che ama di più, non tanto per la prosa dell’autrice che pur in odore di brutta retorica era maestra di forma, ma nel contenuto, grintoso fino all’eccesso. Così, all’ombra di orgoglio e rabbia, ma con soggetti diversi va a richiamare un assunto su cui ricama convinzioni solo sue e di chi fa dei teoremi la verità del mondo: “Non tutti gli antisionisti sono antisemiti, ma tutti gli antisemiti sono antisionisti”. Sembra un giochino di parole, non lo è. Poiché la prima affermazione che fa un corretto distinguo viene stroncata dal fango con cui la seconda trascina l’antisionismo facendolo combaciare con l’antisemitismo.  Insomma da scafatone della parola applicata alla prestidigitazione Ferrara rilancia un cavallo di battaglia storico del sionismo che vuol salvare sé stesso e il suo progetto colonialista accusando di antisemitismo chiunque osi criticarlo. Accusando gli stessi palestinesi e i loro geni semiti di antisemitismo. Nell’articolo segue l’elenco delle motivazioni del sionismo teorico e militante nato, ripete Ferrara “anche nel solco dello sterminio degli ebrei d’Europa da parte di nazisti e fascisti”. Questa orribile realtà fu la Shoa, il sionismo teorico e pratico coi testi dell’ungherese Herzl e dell’ucraino Jabotinsky nasceva un cinquantennio prima; quindi negli anni Trenta del Novecento nei villaggi palestinesi ancora sotto il mandato britannico giungevano agguati e stragi da parte dell’Haganah, dell’Irgun, della Banda Stern. I pilastri del futuro Israel Defence Forces. 

 

Perciò “il ripario umanitario, socialismo, democrazia, aspirazione alla pace nella tutela della sicurezza” nella testa dei kibbutzim accorsi a lavorare per quella patria-rifugio nata nel 1948 restarono utopia. Prevalse la prassi politica dei padri dell’intero ceto dirigenziale di Israele - laburisti e conservatori, prima degli attuali sionisti messianici: inanellare guerre anziché convivenza. A suo onore lo conferma lo stesso autore in un passaggio che l’allontana dall’odio della maestra Fallaci: “Ovviamente il sionismo non è irenismo, rose e fiori, illusione e proposta di convivenza, è anche presa di possesso di una terra abitata da comunità arabo-islamiche…” Oibò. Fino a giungere al concetto shock del titolo: “non mollare una guerra in carne e ossa contro il terrore (?) e la congiura per l’estinzione violenta dello Stato ebraico dal fiume al mare e intraprendere una lunga guerra di verità, di chiarificazione storica e politica”. Potrà nel suo ruolo di comunicatore ideologico e post ideologico l’ex togliattiano e craxiano e berlusconiano Giuliano riflettere sul fatto che le sorgenti (Hasbani, Banias, Dan) di quel fiume (Giordano) sono sotto occupazione come lo è la terra dove milioni di abitanti della Palestina, diventata nell’offuscamento mediatico Cisgiordania, sono diventati un popolo assetato senza neppure risorse idriche, figurarsi se possono attentare all’estinzione dello Stato ebraico. Altrettanto si può dire del mare prospiciente a Gaza, dove i pescatori non pescano, i bambini non si bagnano poiché l’unico bagno che Israele permette è quello nel proprio sangue. Potrebbe dirlo, sarebbe una scossa alle incallite certezze del ‘popolo eletto’ che decide le sorti dell’altra comunità semita, soggiogata e vessata. Per ora il nostro non lo dice. Scrive, invece, d’una possibilità quella d’un governo Netanyahu di unità nazionale che definisce, bontà sua, “savia follìa”. Altre menti, diverse sono ebraiche, da tempo sottolineano come la concreta follìa intrapresa da Israele è quella di cercare il proprio suicidio accanto all’ecatombe palestinese.