venerdì 14 agosto 2026

Cinque anni dopo

  


A cinque anni dall’istaurazione dell’incubo dell’Emirato afghano, che la diplomazia statunitense nei mesi precedenti l’agosto 2021 aveva accettato e avallato prima di fare le valigie per Washington, alcune attiviste della sempreverde Rawa (Revolutionary Association Women of Afghanistan) in continuo contatto col Coordinamento italiano sostegno donne afghane hanno risposto a domande poste da giornaliste e attiviste italiane collegatesi in conferenza stampa. Un incontro virtuale ma vivacissimo. Nelle migliaia di chilometri di distanza la rete, con le precauzioni del caso viste le possibili conseguenze che loro stesse spiegano, ha consentito a Nihal, Bahin e altre giovani attiviste d’illustrare ciò che i propri occhi vedono quotidianamente e quello che le proprie menti e mani fanno. In clandestinità e con immensa determinazione. Applicando ogni stratagemma, alla maniera in cui anni addietro incontrammo una nota militante dell’epoca spuntata da sotto un burqa. Una fase in cui non governavano i talebani ma gli amici dell’Occidente, sempre comunque infidi per le donne. “I talebani non sono cambiati, sono solo diventati più spietati. Rispetto a tempi passati hanno maggiore supporto finanziario e accesso alla tecnologia, così possono controllare la vita privata delle persone”. “Hanno anche ricevuto maggiore sostegno internazionale, di fatto sono stati normalizzati. Sapete che da tempo vietano alle giovani l’accesso alla scuola secondaria e all’università, impediscono il lavoro femminile oltre a controllarne, direttamente o tramite gli uomini di famiglia, movimenti e presenza nella società. Subiamo una segregazione sistematica”. “Alle donne è vietato di vivere, vengono segregate in quanto donne, non hanno accesso a nulla, non possono fare nulla”. “Il genere femminile è soggetto a condizionamenti restrittivi, non viene colpito solo nell’istruzione, sul lavoro, nell’abbigliamento, siamo assediate nella privacy. Ormai lo stesso lavoro casalingo può subìre la censura dei controllori”. “Un esempio: se vogliamo ottenere una Sim card dobbiamo mostrare la carta d’identità elettronica, questa consente a chi vuole controllarti di ricevere ogni informazione comprese quelle biometriche. In alcune province periferiche alle donne è proibito di avere una personale Sim card, e se la ricevono attraverso il marito o parenti maschi, ecco che il controllo s’allarga alla famiglia”. “La rete viene utilizzata a scopo coercitivo dal Ministero del Vizio e della Virtù: s’inducono impiegati e funzionari all’ascolto delle chiamate, ultimamente ad Herat sono state individuate partecipanti a incontri di piazza tramite i loro cellulari”. “Ormai quando usiamo i telefoni, quando parliamo o ci connettiamo a Internet diamo al sistema di controllo talebano la possibilità d’individuarci”. 

 

“I talebani dicono che tutto è normale, ma in troppe zone questa normalità non esiste. Nel nord del Paese, nel Badakhstan, ad esempio, ci sono state manifestazioni contro il regime, i miliziani le hanno attaccate perché accusano quegli abitanti di fede ismailita (corrente dell’Islam sciita, ndr) di non essere musulmani”. “Il sostegno che possiamo ricevere dall’esterno, anche solo diffondendo le notizie che non passano nel circuito mediatico, risulta importantissimo. Nelle nostre strutture lavoriamo pure col supporto di uomini a noi solidali, prevalentemente in famiglia. Le squadre sanitarie non sarebbero possibili senza le figure maschili indispensabili per gli spostamenti di noi tutte, secondo le normative vigenti sul mahram”. “E ci sono uomini che contribuiscono al lavoro domestico, alla cura dei figli, cose semplici ma di enorme aiuto fisico e mentale. Questa vicinanza ci rende più forti, capaci di lavorare senza stress”. “Fra gli impegni consolidati della nostra associazione l’istruzione femminile resta centrale. Continuiamo a gestire scuole nelle province di Herat, Farah, Bamyan, Badakhsha, Kabul, Jalalabad e soprattutto Nangarhar nonostante i talebani abbiano chiuso centri  che potevano operare alla luce del sole. Oggi abbiamo corsi clandestini in queste aree, le insegnanti sono ben radicate nei luoghi, conoscono a fondo la popolazione. C’è stata la perquisizione talebana in un corso a Bamyan, quando i miliziani sono entrati nel locale domandando: cosa fate in queste classi? La risposta è stata: studiamo il Corano. Le insegnanti istruiscono le partecipanti, le abituano a dichiarare al più l’apprendimento di sartoria e artigianato, mai dell’istruzione generale e della lingua inglese. Così anche le consolidate strutture che avevamo aperto nel periodo dell’occupazione Nato continuano a esistere, ma operano in modo diverso. Alle Ong locali l’attuale governo impedisce la realizzazione di progetti come l’alfabetizzazione, accettano quelli che distribuiscono beni e servizi a donne e famiglie. Per finanziarli bisogna pagare una tangente, non sempre riesce ma ci si prova, e usare stratagemmi burocratici: sostituire la parola “donne” con “famiglia”. Mentre la prima attira l’immediata censura, il medesimo progetto rivolto alla “famiglia” magari riesce a passare”. 

 

“Esiste il tentativo a metà strada fra la geopolitica istituzionale che coinvolge le stesse Nazioni Unite e il soft power del turismo internazionale che mostra filmati di località del Paese decontestualizzate dalla realtà, alcuni palazzi di Kabul o il complesso dei laghi Band-e Amir a Bamyan, aiutano certamente il regime a sostenere che tutto è sotto controllo e la sicurezza è garantita. Si tratta di operazioni di propaganda sostenute dagli stessi talebani; divulgano notizie falsate per nascondere quel che viene fatto contro le donne e l’intera popolazione”. “Pur nella difficoltà di movimento e nei controlli del web Rawa conserva rapporti col mondo sociale e politico, in Italia come in Iran. La repressione che le iraniane hanno conosciuto in questi anni non è diversa dalla nostra riguardo a carcerazione, tortura, esecuzioni pubbliche”. “Gli eventi estremi penalizzano ancor più le donne, penso alla situazione appresa da una nostra squadra sanitaria che aveva prestato soccorso in occasione del terremoto nella zona di Herat. C’erano donne ancora sepolte sotto le macerie che non potevano essere estratte perché non avevano attorno parenti di sesso maschile. L’autorità talebana non lo permetteva. A Patkia ad alcuni membri del nostro gruppo portatori di medicinali è stato imposto di consegnare il materiale alle guardie talebane, che peraltro sostenevano bisognasse curare innanzitutto gli uomini, senza privilegiare donne e bambini”. “Il lavoro di Rawa, avviato dal 1977, è stato molto complesso nelle varie fasi attraversate dal nostro Paese, noi lo proseguiamo. Non ci arrenderemo mai, non rinunceremo al nostro obiettivo: lottare contro il fondamentalismo islamico e l’imperialismo statunitense per la liberazione dell’Afghanistan. Certo, l’attuale situazione è difficilissima. All’arrivo del secondo Emirato avevamo lanciato manifestazioni di strada, abbiamo scelto di rinunciare perché ci esponevano a una durissima violenza. Siamo tornate in clandestinità per salvare noi stesse e le iniziative che continuiamo a svolgere, iniziative che creano sostegno e coscienza sociali. La quotidianità è durissima per tutti, figurarsi per noi donne militanti. Dobbiamo salvaguardare la vita. Gli arresti di donne avvengono frequentemente sotto la giurisdizione dei controllori del Ministero del Vizio e della Virtù, l’uso “improprio” dell’hijab è un pretesto diffuso per incarcerare. Trasferite nei luoghi di detenzione le donne vengono maltrattate, molestate sessualmente o violentate, gli stupri nelle carceri si ripetono frequentemente. In qualche caso, soprattutto fra le comunità rurali la popolazione è solidale e si ribella, ma non riesce a scalfire il potere dell’abuso imposto da un fondamentalismo che nei decenni ha avuto vari volti, attualmente è quello talebano”.

mercoledì 12 agosto 2026

Tempi talebani

  


I cinque anni di Akhundzada non sono peggiori dei cinque del mullah Omar. Messi a confronto il quinquennio che portava i talebani al potere (1996-2001), dopo la lunga mattanza soprattutto di civili di varie etnìe scatenata dai Signori della guerra, e quello del ritorno al comando (agosto 2021) dopo il ritiro delle truppe Nato patteggiato dagli Stati Uniti, offrono scenari simili e diversi. Certo, sul sempre misterioso attuale leader taliban, e sul capo della Corte di Giustizia Abdul Hakim Haqqani, pendono i mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale, ma sebbene politica e magistratura seguano percorsi e logiche differenti, a inizio estate l’Unione Europea ha sdoganato una delegazione di turbanti ricevendoli a Bruxelles per un contatto definito tecnico. Trattasi della migrazione afghana considerata ingombrante da tanti membri della vecchia Europa che rivalutano rimpatri e deportazioni. Insomma fra la cacciata dei talebani da Kabul con l’Enduring Freedom e il loro reingresso con la fuga occidentale dall’allora aeroporto Karzai, ci sono differenze non solo in entrata e uscita. I miliziani attaccati da W. Bush soffocavano la libertà e lapidavano le donne, quelli cui Trump (e Obama) hanno lasciato presente e futuro continuano a soffocare la libertà e mettono il genere femminile in cantina impedendogli di studiare e lavorare, cosa che sotto i governi-fantoccio protetti dalla Nato non accadeva. Quale il male peggiore? Per le attiviste di Rawa, nascoste ma sempre attive, la sostanza non cambia. Per la diplomazia internazionale è così in parte, visto che coi talebani ci si confronta, come con altri fondamentalisti sparsi per il mondo. Non è solo realpolitik, è la faccia attuale della geopolitica che sempre più racconta le semi-verità che le piacciono. Si strappa le vesti per i diritti civili e di genere, ma gira le spalle ai diritti delle popolazioni, specie se risultano migranti. Questa ‘rogna’ non la vuole più soltanto il primo Ministro italiano Meloni che, turlupinando italiani e i familiari Mattei, ha brevettato quel “piano” utile per centri detentivi sparsi qua e là, comunque lontano dai propri confini. Esuli e migranti afghani e non solo, non li vogliono, per ora, neppure  tedeschi e austriaci, da lì i salamelecchi bruxelliani ai talebani.

 

Quelli della nuova ora, magari con esperienza sul groppone come il ministro degli Esteri Amir Muttaqi, colgono la ghiotta occasione perché quest’uscio semi aperto dalla Ue rappresenta per la propria politica una ventata d’aria diventata asfittica, dopo mesi di conflittualità con un vicino, amato e odiato. Benvoluto nella famiglia allargata che vede nella Shura di Quetta un ramo con cui interloquire, seppure l’altra Shura, a Peshawar, conservi autonomie e schegge incontrollabili, mentre da sempre i governi di Islamabad, qualunque siano, esprimono solo velleità di controllo, infiltrazione, sopraffazione. E’ la storia d’un contrasto secolare che passa per la Linea coloniale Durand, prima della nascita dei moderni Stati. Però l’ingerenza pakistana finora non aveva usato l’aggressione diretta con tanto d’esercito schierato, raid aerei e bombe sui civili com’è accaduto da un anno a questa parte, accusando i vicini di vicinanza estrema, aiuto e rifugio a miliziani come i Tehreek-i Taliban, bombaroli senza scrupoli. L’Emirato di Kabul che da guerrigliero s’è fatto governo, ha alzato un pochino la voce. Niente di più. Ha subìto più che contrattaccato perché nulla i suoi kalashnikov potevano contro i missili terra-aria degli aggressori. S’è, inoltre, ritrovato fra due fuochi, quello bellico di Islamabad e quello ideologico di taliban poco ortodossi con cui da tempo discute, litiga e si pone obiettivi differenti. Ma di cui teme la capacità di conversione verso i princìpi del Califfato di tanta dissidenza, transitata sulla sponda dell’Isis-K da quasi un decennio, e diventando una spina nel fianco di chi governa Kabul. Nei confini dell’Emirato, oltre all’abisso dei diritti, per la gente c’è nuovamente la fame causata dalla caduta libera degli aiuti umanitari, dagli asset nazionali congelati nelle banche svizzere e statunitensi appunto dal 2021, dal soffocamento di qualsiasi economia rurale o diversificata, mentre si tace dell’oppio. E per le donne ridotte al silenzio, ci sono l’obbedienza al peggior pashtunwali, quello patriarcale, la sottomissione della mancanza d’istruzione e dell’emancipazione da lavoro, tutto è tornato all’anno zero. Come ricordava la generazione Rawa intermedia, quella delle Malalai, Selay, Belqis riparate all’estero già durante la nuova ascesa talebana, per non finire represse. Eppure la resistenza femminile prosegue, in clandestinità, personale e di gruppo per riproporre le perle sociali che hanno continuato a brillare nella polvere afghana. Ne riparleremo.

lunedì 10 agosto 2026

Mani tese

  


Pregare a mani tese non solo in direzione della Mecca ma verso il proprio presente e futuro, è l’immagine rilanciata da due protagonisti del recente patto militare, il presidente turco Erdoğan e il principe saudita bin Salman, patto che coinvolge anche il premier pakistano Sharif. L’hanno definita la Nato asiatica o l’Alleanza sunnita, di fatto è, sarebbe o sarà, un rapporto di solidarietà fra tre Paesi interessati e finora in competizione per l’egemonia regionale, che puntano ad aiutarsi in una fase e in un’area dove la conflittualità è incistata da tempo. Lo scontro bellico e commerciale in corso fra Stati Uniti e Iran, con tutte le costellazioni alleate sull’uno e l’altro schieramento che fa dire ai tre statisti musulmani: lanciamo un monito di pacificazione, ma difendiamo pure i nostri interessi nazionali sotto ogni profilo. Il futuro e il condizionale servono a ricordare la frequente volatilità delle posizioni prese negli ultimi anni proprio da Erdoğan e bin Salman, negli orizzonti interni e in quelli regionali, con tanto di contrapposizioni, accuse dispotiche, veti. Poi la rabbia scema e gli scenari mutano, assetti fino a poco prima inconciliabili s’accomodano diversamente. Tre momenti, tanto per circostanziare. All’esplosione delle proteste note come ‘primavere arabe’ l’allora primo Ministro turco guardò favorevolmente al desiderio di cambiamento popolare contro la corruzione del regime di Mubarak,  appoggiando una parte della piazza che si riconosce nella Fratellanza Musulmana. Le ‘quattro dita’ che simbolizzano l’Islam politico vengono spesso mostrate pubblicamente dal leader dell’Akp. La reazione militare, il golpe bianco di Al Sisi e le sanguinose repressioni su tutto il territorio egiziano vengono criticate dal governo di Ankara e viste di buon occhio da quello di Ryad, sebbene poi entrambi i Paesi abbiano usato il pugno di ferro con le opposizioni di casa propria. Egualmente nella crescente guerra civile siriana Erdoğan e bin Salman sono su posizioni antitetiche. Vantano il comune denominatore di opporsi al clan Asad che controlla quella nazione da decenni, ma il principe lo fa con l’esplicito intento di contrastare la presenza iraniana in quel lembo di Medioriente; l’esponente turco, egualmente infastidito dall’influenza di Teheran in un Paese confinante, sostiene, più o meno velatamente, i gruppi jihadisti di contrasto agli alauiti di Damasco. 

 

Anche attorno alla crisi libica, seguita alla caduta di Gheddafi, Ankara sosteneva insieme all’Occidente i pur instabili governi di Tripoli, Ryad si allineava col signore della guerra Haftar che spadroneggiava in Cirenaica. Verso la fine del 2018, quando il disastro umanitario delle comunità siriane è in gran parte compiuto con cinquecentomila vittime e milioni di sfollati in giro per il mondo ma gli Asad sono ancora al potere, scoppia il caso Khashoggi. Il giornalista saudita un tempo vicino alla corona quindi profondamente critico specie con la linea deterministica e aggressiva del giovane rampollo che ha sostituito l’anziano sovrano, entrò il 2 ottobre di quell’anno nell’ambasciata del suo Paese a Istanbul per procurarsi documenti necessari al matrimonio con una cittadina turca (Alaa Nassif). Non ne uscirà più. O peggio, secondo le rivelazioni di intercettazioni ambientali ricavate dalla Mit turca, verrà trasportato a pezzi in almeno un paio di valigie, dopo essere stato trucidato e smembrato con una sega elettrica da un manipolo di agenti sauditi. Un orribile omicidio su commissione che vedrebbe quale mandante il principe ereditario, stanco delle critiche ricevute a mezzo stampa da Khashoggi. La vicenda è clamorosa, degna della criminalità più efferata, certo manca del corpo del reato, i cui brandelli sarebbero finiti in pasto ai pesci del Mar Nero, secondo indiscrezioni o invenzioni. Per un paio d’anni la Turchia erdoğaniana batte insistentemente sulla losca vicenda, i sauditi promettono di collaborare per l’accertamento dei fatti, ma non lo fanno. E la crisi ha riverberi economici: per l’insistenza delle accuse Ryad boicotta le merci turche, provocando un calo del 92% delle esportazioni verso il regno del Golfo 2021. L’anno seguente la svolta: i due statisti s’incontrano ad Ankara e come se nulla fosse successo si tendono le mani. Vogliono ristabilire buoni rapporti economici, firmano accordi su tecnologia, difesa, energie rinnovabili. Nessun rancore per i sospetti pregressi, colpo di spugna sulla sparizione e probabile omicidio di Khashoggi, con tanto d’oblìo alla richiesta di giustizia della vedova che è pur sempre una cittadina turca. E’ il trionfo d’una geopolitica smaccatamente incoerente, finalizzata al qui e ora, alle spartizioni sottotraccia e palesi di pezzi di mondo. E il Corno d’Africa, nell’angolo della Somalia, dei suoi porti presenti e di quelli realizzabili in appoggio a rotte commerciali per le quali Ankara è impegnata da oltre un decennio mentre i sauditi, sfibrati dalla secessione yemenita degli Houti cercano partner per rintuzzare la resistenza di mare, terra, aria. Ora vista la sospensione dei passaggi su Hormuz, sperano che a Bab el-Mandeb non accada la stessa cosa. E cercano aiuti. Le mani tese di quest’accordo a tre, ha nel terzo partner, il Pakistan di Sharif e del generale Munir, il reale decisore delle strategie belliche del Paese, il punto di forza, non tanto per la deterrenza delle 170 bombe atomiche vantata da Islamabad ma per il suo impatto da dodicesima potenza bellica mondiale. Vista la refrattarietà trumpiana con gli amici d’un tempo, vige il “fai da te”.

venerdì 7 agosto 2026

Una storia ignobile

  


Quella di Spin Time potrebbe essere l’ennesima ignobile storia gucciniana d’un capitalismo ottocentesco trapiantato nel Terzo Millennio. La vicenda ha varcato le mura aureliane, è finita nei notiziari nazionali, la conoscono in tanti. Ma ripetiamone i princìpi sociali d’una occupazione abitativa in metropoli da decenni spogliate dell’edilizia popolare per l’inerzia d’ogni partito che le amministra. I numeri degli abitanti delle città italiane non aumentano, aumentano le case, aumenta la cementificazione favorevole a un solo Dio: il denaro d’un mercato immobiliare che fa affari e spacca la cittadinanza fra chi può e chi non può. I primi sono quelli che pur a costo di enormi sacrifici riescono ancora ad acquistare un immobile. I secondi sono i dannati dell’urbe a mille euro al mese se va bene, in città dove urbanisti, architetti e palazzinari continuano il sacco iniziato nel secondo dopoguerra, consumando scriteriatamente il suolo per farne merce e quattrini. A Roma, Milano, Torino, Napoli, Palermo. Ovunque. Questo davanti all’angoscia d’un cambiamento climatico che mette in ginocchio la quotidianità e fa schizofrenicamente parlare gli stessi amministratori che avallano le cementificazioni di ‘isole verdi’ per non crepare di calura. Lo fanno in maniche di camicia quando inaugurano spruzzini d’acqua rivestiti di foglioline mentre fanno innalzare solo grattacieli e complessi d’edilizia residenziale extra lusso, da ventimila euro a metro quadro. Spin Time che uno spazio un tempo pubblico (l’ex sede romana dell’Inpdap) poi privato, lo occupa dal tredici anni è una Comune di solidarietà: spazi per mangiare e dormire in un melting pot di nazionalità con cui si condividono necessità e sogni, quelli minuti ma dal grande cuore che il consumismo di chi ha tanto non sa comprendere. In questa storia ignobile del capitalismo finanziario ci sono dentro politica, partiti, avidità delle strutture che determinano la vita di tutti noi. Una società finanziaria, InvestiRe Sgr, e una banca, Finnat Euramerica, entrambe create dalla famiglia Nattino. InvestiRe è una giovinetta di poco più di vent’anni, ha però idee chiarissime rilanciate come un’etica: fare denaro. 

 

Se la morale del denaro può definirsi tale, per lei tutto fila liscio come l’olio. Ne fa abbasta, vanta sette miliardi di euro di portafoglio immobiliare e un rapporto con 180 investitori istituzionali. Finnat è un’ultracentenaria, nasce nel 1898, si rifà il trucco nel 1961 attraverso la multinazionale Morgan, prosegue la sua attività come banca specializzata nella fornitura di servizi d’investimento per clienti istituzionali, imprese, privati. E affari per affari, gli imprenditori come i Nattino sono andati a nozze con una delle operazioni che un governo dei primi anni Duemila (Berlusconi due) offriva a chi voleva mangiarsi pezzi di Stato: la cosiddetta finanza creativa del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Questi creando la Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici metteva sul mercato, a vantaggio di Paperoni, immobili residenziali e commerciali di ex enti pubblici, qual era l’Inpdap. Fu allora, nel 2004, che InvestiRe Sgr incamerò l’edificio del quartiere Esquilino, uno dei 27.000 più 54.000 immobili dismessi dallo Stato. Il quale incamerava obbligazioni sul mercato finanziario che alla fine del giro di giostra, nel 2009 quando lo SCIP venne sciolto, non aveva prodotto gli introiti sperati perché le spese per il mantenimento delle strutture e la gestione delle vendite s’erano rivelate onerose. L’iniziativa si rivelò in gran parte favorevole a banche, fondi e privati che si ritrovavano per le mani immobili acquisiti sottocosto. Un po’ quel ch’era accaduto agli oligarchi russi che si spartirono le aziende dell’ex Unione Sovietiche all’epoca di Eltsin. Certo, ci potevano essere spine nel fianco. Spin Time rappresenta una variabile nel ‘tempo di rotazione’ che per gli eredi Nattino trasforma beni in capitali. Così l’occupazione del 2013 ha fermato gli interessi più o meno speculativi dei proprietari, aprendo con loro e col Comune una vertenza sul diritto alla casa fino allo sgombro d’una settimana fa. Mentre in queste ore le trattative con Roma Capitale, intesa come autorità cittadina che in un empito d’inattesa solidarietà (a fronte d’un proprio percorso edilizio tutto extralusso e per nulla popolare) vedono InvestiRe Sgr rifiutare l’offerta capitolina per acquistare l’immobile. Il padrone del vapore vuole di più, lascia i deboli su un asfalto che fuma a 60°. Con un cuore a salvadanaio se ne infischia di tutto. E’ l’ennesima storia ignobile del capitale nella Capitale.

 

giovedì 6 agosto 2026

“In fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora”

      

Vederlo nelle ultime apparizioni pubbliche, volute da altri o cercate da intervistatori ammirati dal mito, era come specchiarsi a una certa età. Ci si ritrova un po’ acciaccati, segnati comunque da anni inferiori, ma non certo minimi. Dunque vecchi. Schizzava alla mente la strofa di Amerigo: Quand’io l’ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio…” abbracciata a un’affermazione di lui, Francesco Guccini modenese di Pàvana, sulle lodi che Seneca fa della senilità, bollate dal nostro con uno stentoreo: ‘Seneca era un coglione’. Voce dal sen fuggita d’un personaggio anti diplomatico ma gentile e cordiale. Come dargli torto? non solo davanti alla sofferenza d’un fato fottuto che ormai lo privava d’una vista sicura, rivolta alle amate letture, l’essenza della sua arte cantautoriale; ma pure al cospetto del percorso quotidiano che quando s’allunga ti ruba l’energia, il benessere per continuare a camminare, rimirare, ascoltare, provare, riprovare e fare cose. Le tante cose della vita. Che Guccini aveva fatto da piccino, i giochi nel mondo rurale un anno via l’altro in via di sparizione e tutte le esperienze che da ragazzi rendono uomini. Studenti e gazzettieri, suonatori e cantautori. Così lo si rammenta agli esordi: sbarbato, con un maglione da fratelli Karamazov, chitarra al braccio in un biancoenero televisivo mentre narra in una ballata la cupa vicenda d’un bimbo ridotto in cenere e fumo dalla perversione di Auschwitz. Sicuramente era il timbro profondo di quella voce a ipnotizzare senza essere disturbati da un marcato rotacismo, ma erano soprattutto le storie che il cantautore modenese e bolognese con arcaiche radici in appennino, sapeva regalare. Fatti che diventavano leggenda pur parlando di semplici uomini d’un mondo antico e presente ai giorni nostri. Mettere sul piatto il vinile che ruotava e t’immergeva in un evento, era come scivolare fra le pagine di chi sa descrivere momenti e intrecci della Storia. Potevi scorrere Jack London e Beppe Fenoglio o ascoltare Radici. “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava. Con che voce parlasse, con quale voce poi cantava” E ancora “… E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano. Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite".

 

Era come leggere: “E, all’improvviso, là fuori dove un grande spruzzo si solleva al cielo, come una divinità marina che si solleva dal tumulto di schiuma e dal bianco ribollente, sulla vertiginosa, traballante, sovrastante e ricadente precaria cresta appare la testa scura di un uomo. Rapidamente, si alza attraverso il bianco irrompente. Le spalle nere, il petto, i fianchi, le gambe – tutto ci viene proiettato bruscamente davanti agli occhi…”. “… Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”. Davanti a simili descrizioni puoi avere quindici oppure ottant’anni, resti comunque rapito da parole, testi, fatti, immaginazioni. E’ il potere della Letteratura, vergata con la maiuscola, quella che Guccini ha divorato per anni restituendo liriche incomparabili. E non era solo l’epica dell’’America come Atlantide’ e della ‘bomba proletaria’, c’era il sentimento del ricordo a segnare un’esistenza di amori e passioni, di sensazioni espresse con la tenerezza d’uno sguardo. “E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei…” Più di Madame Bovary la morbidezza di questa strofa circola nelle teste nostre da oltre cinquant’anni. E all’infinito possiamo ripeterla, dondolando fra il vagone e il magone. In età piuttosto matura ci regalava la sua Signora Bovary, brano e album di completezza assoluta, davanti ai Bertocelli che l’avevano da un pezzo seppellito e a chi diceva che Guccini fosse solo parole, eccole note avvolgenti fuse con lemmi esistenziali in un mix di melanconia struggente, marcata dai sax tenore e soprano di Antonio Marangolo. “Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi, di mezza festa e di quasi male. Di coppie che passano sfilacciate come garze stese contro il secco cielo autunnale…” Per Guccini-Bovary in fondo all’oggi c’era comunque la notte, in un viaggio completo vissuto a pieno.

mercoledì 5 agosto 2026

Velare


  

Se gli ultimi mesi di vita iraniana sono stati tempestati di minacce e attacchi statunitensi e israeliani, con bombe, sangue e morti prevalentemente civili, quasi cinquemila, più tre o quattro milioni di sfollati interni, le immagini provenienti dalla quotidianità scandita da avvenimenti pubblici come i solenni funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei e degli altri morti nell’attacco del 28 febbraio scorso, hanno sempre mostrato donne in chador al seguito delle manifestazioni di sdegno, lutto e orgoglio. Su quest’onda, politica prima che emotiva, la componente conservatrice della società e delle istituzioni rilancia un ritorno al passato in materia d’abbigliamento, criticando la sospensione della legge sul velo diffusamente accettata nel 2024. Le contestazioni di quella direttiva erano diventate endemiche alla fine del 2022 dopo la morte di Masha Amini, accusata da un controllo della polizia morale d’essere una ‘malvelata’, e avevano avviato il movimento “Donna, vita, libertà” che dalle proteste sui costumi allargava sguardo e critiche sulla mancanza di libertà e la conseguente repressione in ampi settori della vita civile. La lotta per i diritti s’intrecciava al malcontento sociale, gli oppositori della Repubblica Islamica, interni e fuoriusciti, fomentavano una ribellione al sistema degli ayatollah. Le conseguenze sono note: vittime per via, arresti e condanne a morte. Ma nel 2024 dall’elezione alla presidenza di Massoud Pezeskian, l’apparato istituzionale, pur condizionato dalle varie componenti storicamente presenti nel Parlamento e negli organi di potere clericale e militare, applicava una tolleranza estetica proprio nei confronti d’uno dei simboli del verbo khomeinista: l’obbligatorietà del velo nelle apparizioni pubbliche femminili. Nel contrasto fra politica riformista e tradizionalista, la disputa attuata dalle cosiddette ‘malvelate’ risaliva oltre vent’anni prima. Durante l’amministrazione del più riformista fra gli ayatollah saliti alla presidenza: Mohammad Khatami. 

 

L’attuavano prevalentemente donne giovani o dei ceti benestanti, non che rifiutassero di portare l’hijab ma l’indossavano in maniera ‘sbarazzina’ e volutamente ribelle verso le regole e le ronde della Gašt-e Eršâd. In quella fase un po’ erano represse fermate e multate, un po’ erano tollerate, ma solo nei quartieri ricchi della capitale e successivamente in qualche angolo ‘occidentalizzato’ delle città turistiche come Esfahan e Shiraz, non certo a Qom, a Yadz e soprattutto Mashhad, dove lo stesso flusso turistico dall’estero resta condizionato da norme religiose e comportamentali. Successivamente l’amministrazione dell’altro presidente-ayatollah riformista ma molto più moderato, Hassan Rouhani, alimentò di pari passo colloqui sul nucleare e la speranza di riduzione del feroce embargo dei Paesi occidentali, aprendo braccia e bazar ai flussi turistici. In quella fase vertici politici e popolazione sognavano una cancellazione della punizione dell’embargo, e tante giovani elettrici pur con un velo a mezzatesta lo sostenevano ed erano parzialmente tollerate. L’ondivaga repressione sull’estetica dei costumi, tornata col cupo successore Raisi, è proseguita sino ai citati giorni della violenta morta di Masha. Ora, dopo quasi due anni in cui non la parziale velatura ma capelli al vento, teste femminili orgogliosamente scoperte avevano invaso le strade, mica solo nei quartieri più giovanili e spigliati della capitale come Tajrish ed Elahieh ma pure in aree decentrate e popolari; ora che donne svelate s’erano viste pure nei raduni di difesa del suolo patrio contro la guerra imperialista dei due Satana yankee e sionista, tornano le restrizioni soggettive e oggettive. Dai social si apprende che certi caffè e locali pubblici di Teheran sono stati avvertiti e taluni chiusi d’autorità perché frequentati da giovani che non rispettavano il codice obbligatorio di abbigliamento islamico. Se le priorità restano la pace, l’uscita dal soffocamento delle sanzioni e un rilancio dell’economia a favore della cittadinanza, per alcune donne la scelta di non velarsi resta un punto di non ritorno.  

lunedì 3 agosto 2026

India matrigna

  


Cosa pensano gli “scarafaggi” indiani fuoriusciti dal web e tracimati nelle strade d’un Paese che s’illude e un governo che abbaglia i suoi figli? Pensano e gridano che il presunto gigantismo nazionale in chiave hindu è un pericoloso inganno. Perché non vale per tutti e già esclude le categorie a rischio, i fedeli d’altre religioni. Poi perché discrimina troppi cittadini, non solo i derelitti dalit (attualmente calcolati in duecento milioni) che neppure la nascente patria gandhiana riuscì a riscattare e che restano atavicamente collocati ai margini d’una società comunque in movimento. Eppure nell’ultimo trentennio e poco più tale società ha fatto passi giganteschi e fiduciosi dietro alle liberalizzazioni del mercato interno e globale. Però il boom dell’incremento dei redditi, sviluppatosi dal 1980 al 2015, a un certo punto ha iniziato a girare a vuoto; guarda caso è accaduto poco dopo l’ascesa del partito populista di Narendra Modi. Coincidenze? Forse. Fatalità del fato che ha introdotto il blocco assoluto durante la pandemia da Covid-19? In parte sì, ma tutto il contesto mondiale ha risentito di quell’imprevisto, cui s’aggiungono le crisi geopolitiche che penalizzano Stati grandi e piccoli soprattutto se privi di fonti energetiche proprie. I commentatori economici indiani che parlano fuori dal coro degli adulatori del regime di Delhi, ricordano che la linea del Bharatiya Janata Party  schiacciata sul più smaccato liberismo, ha ampliato un orientamento accettato e avallato dallo stesso National Congress ora all’opposizione. Con esse solo un 10-12% dei lavoratori indiani godeva, e gode, d’un impiego sicuro e formale che fosse in una fabbrica, in un ufficio, su un terreno agricolo, in una miniera o in una struttura di servizio. La gran parte del sistema lavorativo continua a essere gestito in maniera informale e sproporzionato fra quella minoranza para-garantita e un esercito di occupati informali più o meno precari. In tal modo lo stesso ceto medio che faceva e fa studiare la prole inseguendo il sogno d’una scalata sociale, ne ha visto solo una parziale attuazione che, peraltro si sta sempre più contraendo. Insomma anche nel popolatissimo est globale gli esecutivi che dovevano governare e stabilizzare posti di lavoro creando certezze sistemiche non hanno fatto seguire alle promesse i fatti. Ne consegue un corto circuito fra la formazione di giovani lavoratori e il loro sottoutilizzo, spesso squalificante rispetto a preparazione e investimenti (sembra una fotocopia dell’Italia con numeri molto più grandi). Tutto ciò continua a originare un’esclusione sociale e una stasi dell’agognato ascensore sociale che ormai per i più risulta esplicitamente fermo. Un pezzo del malcontento sviluppatosi ultimamente attorno ai test universitari per l’ingresso nella facoltà di medicina insieme all’accusa di ‘pastette’ rivolte alle autorità, nasce anche da simili incongruenze, con laureati impossibilitati a esercitare professioni peraltro indispensabili e che rivelano l’esplicito cinismo d’una sopraffazione stipendiale. Dunque sottopagati o espulsi. La disoccupazione è lo spettro che s’aggira fra le stesse classi urbane (con punte del 40% fino ai 25 anni d’età e del 20% fino ai 29) messe di fronte all’amletico dubbio: restare nel Paese adattandosi a impieghi informali o cercare fortuna altrove in un mondo dove i governanti somigliano al premier di casa perlomeno sui vizi di nazionalismo, segregazione, chiusura delle frontiere. Eppure la potenza economica del Bharat tanto cara al ceto politico e imprenditoriale interni lancia parole d’ordine a tutto tondo su sviluppi esponenziali del Paese, che dopo aver superato demograficamente la Cina, pretende di scavalcarla su ricerca scientifica e tecnologica. Peccato che il sistema di pianificazione non ne difenda le menti migliori creando in loro frustrazioni e insicurezza.