sabato 1 agosto 2026

Antidoto all’autocrazia

  

  

La recente spallata ricevuta dal governo indiano di Narendra Modi per opera d’un movimento prima virtuale e giocoso, quindi materializzato nelle strade di Delhi e di altre città universitarie con sit-in pacifici seppure attaccati a randellate e gas lacrimogeni dalla polizia, rappresenta l’ennesima lezione popolare a un regime populista tuttora al comando. Questa lotta è l’ulteriore dimostrazione d’un pluralismo esistenziale presente nella complessità dello ‘Stato-continente’ che il Primo ministro si rifiuta d’accettare.  Immerso com’è nel suo disegno autoritario che dipinge l’India a senso unico, confessionale innanzitutto. La nazione degli hindu (Bharat), patria a una dimensione quella del proprio credo volto a umiliare con pratiche esclusiviste e razziste altre millenarie fedi presenti su quel territorio. Nel suo delirio di supremazia Modi snobba il laicismo dei fondatori del Paese moderno e i suoi ideali anticoloniali. Le crepe al cemento armato di un‘India fanatica e fondamentalista come il suo attuale leader s’erano già viste nel 2019 con le contestazioni alla legge sulla cittadinanza con cui il partito di governo (Bharatiya Janata Party) discriminava, e discrimina, gli abitanti islamici. Neppure un anno dopo la ‘pace sociale’ interna, lanciata dal primo mandato di Modi (2014), incontrava il calloso impatto delle mani di bracciati e contadini mobilitati contro una presunta riforma volta a intaccare il mercato dei piccoli agricoltori a vantaggio di multinazionali interne e internazionali. Con un Pil ancora al 50% frutto del lavoro dei campi quella lotta ha rappresentato non tanto un braccio di ferro fra vecchio e nuovo, ma la forza della manualità rurale che resiste allo strapotere delle holding e alla propria inesorabile migrazione. Durata diciotto mesi, coi toni più che irruenti dei blocchi stradali, degli assedi ai palazzi del potere, della sfida a una polizia assassina che ha reso cadaveri oltre seicento manifestanti anche quella è risultata una lotta vincente davanti alla quale Modi e i suoi ministri hanno fatto marcia indietro cancellando le riforme anticontadine. Ma pur ridimensionato alle urne il Bjp ha retto e continua a governare. 

 

Se qualcosa c’è da cogliere nell’ultima sfida, definita da uno zelante magistrato pro regime degli ‘scarafaggi’, che ha prodotto le dimissioni del ministro dell’Istruzione, degne di nota sono la capacità e la rapidità di mobilitazione degli universitari che contestavano i test d’accesso ai corsi di medicina e la solidarietà ricevuta non solo nella categoria di chi s’approccia agli studi accademici, ma della popolazione giovanile, spesso laureata e impossibilitata ad accedere a un mercato del lavoro pronto a valorizzare titoli e capacità. Certo nulla di nuovo, in Oriente come in Occidente, lì dove la disoccupazione giovanile e intellettuale rappresentano piaghe di modelli sociali che non esaltano le risorse in maniera equanime e trasparente, perpetuando caste, lobbies, appartenenze partitiche, favoritismi. E il rilancio d’un metodo di contestazione pacifica che tiene botta davanti alle botte e repressioni varie. C’è da dire che differentemente dai ruvidi soggetti rurali in strada negli anni scorsi, distintisi per barricate e assalti alle forze dell’ordine che riscontravano vittime in maggioranza fra le proprie fila, gli studenti hanno adottato una gandhiana compostezza e pur percossi e maltrattati (ma non ammazzati) hanno opposto fermezza e scherno alle chiusure mentali prima che amministrative del ministro Pradhan. Uomo d’apparato, già a capo del dicastero di gas e petrolio dal 2014 al 2021, pianificatore dell’energia nel Bharat modiano che pensa da monolitica potenza globale e rifiuta d’osservare la ricchezza delle sue particolarità. Il luogo scelto simbolicamente dagli universitari, il settecentesco osservatorio di Jantar Mantar (letteralmente strumenti per misurare l’armonia dei cieli) assume metaforicamente il valore di scrutare i dettagli e guardare avanti. I loro corpi distesi a osservare di notte gli astri e di giorno impedire passivamente alle guardie di smobilitare una protesta rivolta espressamente contro il sistema d’un potere corrotto che non garantisce futuro ai suoi figli migliori. Per quest’ennesimo fallimento del Bjp e del Primo ministro la politica indiana potrà mettere in discussione la presunta sacralità del suo leader e l’infallibilità della gestione amministrativa che si fa forte davanti a un’ostilità inventata, additando le critiche come un attacco alla sicurezza nazionale, considerando il dissenso un tradimento alla patria. Un morbo che l’autocrazia populista inocula continuamente all’elettore-suddito.



giovedì 23 luglio 2026

Mbs, l’ora del nucleare

  


A chi sì, a chi no. Lo decide Trump sebbene nel Congresso ci siano diversi deputati contrari a un allargamento del nucleare in un’area sconvolta come il Medio Oriente. Eppure in questi giorni arriva l’accordo fra la Casa Bianca e la casa regnante di Riyad sulla possibilità di sviluppare un programma nucleare in Arabia Saudita. Si partirà dall’uso civile e poi chissà, l’arricchimento dell’uranio per l’armamento bellico potrà sempre arrivare. Specularmente è quanto Washington vieta a Teheran in un perfetto gioco di pesi e misure contrapposti. Gli onorevoli statunitensi contrari alla decisione sostengono il rischio d’una proliferazione senza controllo; lo staff trumpiano esalta soprattutto i vantaggi dell’ennesimo affare: saranno aziende e tecnici americani a divulgare la conoscenza e a realizzare gli impianti atomici in quel Paese. La firma fra le parti è prevista per il fine settimana, la sigleranno il Segretario all'Energia Usa Chris Wright e il Ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman. Israele storce il naso, non vorrebbe interferenze nel Medio Oriente vicino, visto che in quello allargato c’è da tempo l’ingombrate presenza degli ordigni indiani e pakistani. Sul tema nucleare il pensiero corre immediatamente alle bombe atomiche finora simbolo di deterrenza, che con l’impazzimento dell’ultimo modello della geopolitica costituiscono l’angoscia d’un mondo che per ora vede talune superpotenze uccidere e distruggere con le cosiddette armi convenzionali. Certo, sempre più sofisticate, sempre più guidate da una tecnologia costosissima che pochi possono permettersi. La concessione offerta alla più antica fra le petromonarchie se è legata al citato business che detta ogni mossa del presidente-tycoon, rilancia un ruolo del principe bin Salman rispetto agli emiri competitori, al Thani e bin Zayed, leader di Qatar ed Emirati Arabi egualmente votati alla diversificazione dei propri capitali dai proventi petrolifero e gasiero. Da quel che è trapelato finora sulla stampa statunitense, accanto alla fornitura di reattori e nozioni per avviarli l’accordo richiede alle società americane coinvolte nell’arricchimento dell’uranio un diretto controllo della gestione, tenendo dunque i sauditi ai margini dell’operatività. Inoltre verrebbe meno l’adesione saudita al sistema di salvaguardia stabilito dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica che, per conto delle Nazioni Unite, controlla la non proliferazione nucleare. Il veleno comunque presente nel patto Trump-Salman riconduce al genero dorato del presidente: Jared Kushner, già durante il primo mandato trumpiano eminenza grigia della prospettata ipotesi del nucleare saudita. L’azienda di servizi nucleari pronta a vendere e istallare reattori nel Paese arabo è Westinghouse Electric di cui è proprietario Brookfield Asset Management, colosso finanziario da 1.200 milioni di dollari patrimoniali divisi fra attività immobiliari, strategie di credito, investimenti in fondi non quotati in Borsa. Beh, nella circolarità dell’affarismo del clan Trump-Kushner quella società ha fornito alla famiglia di Jared oltre un miliardo di dollari per sanare un buco finanziario pregresso. Briciole per il suo cespite, ma tutto torna nei giri mercantili e finanziari di Trump & C.   

mercoledì 22 luglio 2026

Scarafaggi

  

   

Il Cockroach Janta Party cioè Partito popolare degli scarafaggi, che partito non è o non lo è ancora, mette a soqquadro New Delhi e punta con migliaia di giovani sul Parlamento. Chiede le dimissioni del premier Narendra Modi e del ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, rei di avallare concorsi truccati per l’ingresso alla facoltà di medicina. Gli scontri di piazza sono di ieri, con una polizia in assetto antisommossa che manganella e spara lacrimogeni ad altezza d’uomo sui giovani in mobilitazione sin dal maggio scorso. La protesta era iniziata virtualmente sul web dove ha raggiunto 22 milioni di adesioni, s’è definita col termine “scarafaggi” perché quello è l’epiteto usato da un giudice nei confronti degli studenti. Settimana dopo settimana il movimento s’è ampliato, ha raggiunto un numero copioso di sostenitori e ha iniziato a scendere per le strade. Ha trovato solidarietà in noti attivisti antiregime come Sonam Wangchuk, entrato in sciopero della fame a sostegno della contestazione studentesca. A loro favore s’è mosso pure Raul Ghandi, leader della maggiore formazione d’opposizione, il National Congress, che è stato fermato dalle forze dell’ordine e poi rilasciato a seguito d’un sit-in dimostrativo davanti alla dimora del Primo ministro. Anche le vie di Mumbai e Bangalore hanno visto giovani in età universitaria contestare un sistema d’ingresso a talune facoltà, medicina su tutte, tutt’altro che trasparente. Nelle scorse settimane s’erano registrati suicidi di ragazzi riconducibili alla disillusione di poter accedere a determinati corsi di laurea capaci d’aprir loro un futuro professionale. Dati ufficiali indicano una disoccupazione da tempo consolidata al 40% della popolazione giovanile, mentre gli indiani sotto i 25 anni d’età s’attestano attorno alla metà dell’intera popolazione. Ma ad esser messa sotto accusa non è solo la gestione scolastica e universitaria, la sanità e il sistema giudiziario mostrano carenze spaventose e l’opposizione informale o organizzata al Bharatiya Janata Party cresce. 


 

lunedì 20 luglio 2026

Missionari dell’oppressione

  


Ghiacciano il sangue nostro i fotogrammi che illustrano la violenza al simil-velluto con cui gli operatori del ministero dell’Interno, correntemente agenti della polizia di Stato, atterrano un uomo agitato nel quartiere bolognese del Pilastro. Gli sono letteralmente sopra, lo schiacciano faccia a terra per ‘calmarlo’ e renderlo ‘inoffensivo’. L’ammanettano mentre Abderrahim Fakir, questo era il suo nome, urla ancora. Poi sempre meno, l’affanno prevale, l’ossigeno gli manca, i lamenti si fanno flebili fino a spegnersi senza che i ‘tutori dell’ordine’ recedano dalla propria ordinaria missione d’oppressione. Fino ad ammazzarlo secondo un ineccepibile protocollo repressivo. Tanto per gli aguzzini di Stato è pronto il cosiddetto scudo penale introdotto dall’attuale governo. E’ la sicurezza bellezza, dicono i padrini politici d’uno Stato securitario dal sapore fascista. Ma ghiacciano il sangue nostro quelle figurine di contorno alla scena del crimine che sono i sanitari, sopraggiunti anch’essi a seguito della richiesta dei cittadini disturbati dalle escandescenze di Abderrahim. Non uno, ma quattro. Eppure non fanno nulla, osservano. Osservano una scena che non è un “trattamento sanitario obbligatorio” che al limite avrebbero dovuto praticare in prima persona. Paiono straniati dall’intervento poliziesco, risultano estraniati e succubi davanti a un’autorità superiore alla propria. Del resto le leggi attribuiscono ai sanitari tutti - dal medico al soccorritore - un ruolo di pubblico servizio, non considerandoli pubblici ufficiali. E possiamo ipotizzare che nell’intervento richiesto dai condomini con chiamate al 113 e al 118, l’azione degli agenti abbia prevalso su quella sanitaria. Assente del tutto il buon senso da parte di ciascun intervenuto, poliziotti nerboruti e soccorritori inerti, davanti ai rantoli umani, al cospetto d’un corpo prono, soggiogato, tormentato da trasformare dopo un po’ in cadavere. E questo è tragicamente accaduto, ma non per incidente casuale. L’operazione era ad alto rischio non per chi la praticava al cospetto d’un individuo turbato sì, ma mica armato. Risultava rischiosa per chi la subiva secondo un protocollo che consente di finire immobilizzato sotto il peso di due corpi, con una mano e un gomito che torchiano la nuca, schiacciano il volto sull’asfalto, incuranti dell’aria svanita, degli ansiti diventati allarme estremo per un corpo in totale sofferenza. Poteva non morire il signor Fakir e magari non staremmo a discutere e commentare la strisciante letalità del Decreto Sicurezza, voluto e decantato dal governo Meloni. Visto che i suoi efferati effetti si celano dietro il presunto bisogno di difesa del cittadino, come l’eversione d’un esecutivo autoritario e parafascista ben si camuffa dietro i doppiopetti e le mise di onorevoli e ministre. Mentre la crociata dell’oppressione trova consensi nel diffuso perbenismo socio-politico, culturale, comportamentale ormai capace d’alienare umanità e saggezza.  

lunedì 13 luglio 2026

La dipartita del capoclan


  

Piangono certi sudditi, i congiunti d’un clan bicentenario, sicuramente anche il figlio Tamin bin Hamad che dell’impero paterno è erede e poi gestore da tredici anni. Piange lo sceicco Nasser bin Faisal, parente e direttore generale del gioiello comunicativo nato per la famiglia e lanciato nel globo, l’emittente Al Jazeera che ha rivoluzionato l’informazione satellitare e del web, questo il suo necronologio: “È stato lui il visionario dietro l'idea originale e colui che ha gettato le basi di questa grande istituzione mediatica”. Il monarca assoluto Hamad bin Khamifa Al Thani ha terminato il suo tempo terreno a 74 anni. In Qatar sarà lutto per alcuni giorni mentre si rinfiamma la Terza guerra del Golfo con la solita spinta dell’America trumpiana che ha ripreso a bombardare l’Iran. Mentre i missili di Teheran sulle petromonarchie alleate dell’US Army sono la risposta immediata nei giorni della vendetta decretata alla celebrazione d’un altro dolore, i funerali di Stato per l’ex Guida Suprema Ali Khamenei realizzati nella scorsa settimana. Per ora sono le basi statunitense Arifjan in Kuwait e al Salem in Bahrein a essere colpite, il Qatar non è nel mirino dei Pasdaran.  I missili Zolfaghar e Qiam avevano centrato la base statunitense Al Udeid nella scorsa primavera, quando è impazzata la battaglia a distanza contro le aggressioni delle aviazioni statunitense e israeliana. Al Udeid è a sua volta un fiore all’occhiello del defunto sovrano di Doha nei rapporti con Washington. Quel centro strategico delle armate americane in Medioriente, attualmente conta diecimila truppe stanziali, venne creato nel 2004 grazie alla concessione di papà Al Thani a George W. Bush. Funse da servizio bellico di primo piano per l’intera aggressione Nato dell’Iraq, utilizzato per oltre cinque anni anche dalla Royal Air Force britannica nelle operazioni Telic e Herrik che tanta morte hanno portato in Iraq e in Afghanistan. Hamad bin Khamifa fu, dunque, un capo di Stato enormemente disponibile all’escalation guerrafondaia dell’Occidente nella regione. In cambio il suo regno riceveva riconoscimenti e concessioni per la diversificazione dell’affarismo economico che si emancipava dal solo commercio di idrocarburi. Alla stregua dei simili piani messi in atto dal saudita Mohammed bin Salman con la propria ‘Vision 2030’, il rampollo Tamin divenuto padrone delle decisioni del minuscolo emirato di tre milioni di abitanti, ha cercato di lanciare il Qatar come luogo d’affari, spettacoli e turismo per ricchi, conseguendo l’apice con l’assegnazione del Mondiale di calcio nel 2022. 

 

Sul versante geopolitico gli Al Thani consolidavano il ruolo di Doha quale sede di colloqui e trattative internazionali fra problematiche, personaggi, nazioni e sistemi in conflitto fra loro. Così si sono accolti i talebani della Shura di Quetta in trattativa con l’esercito statunitense in uscita dall’Afghanistan, la diplomazia che discuteva della Siria post Asad, fino ai recenti incontri per dipanare la crisi di Hormuz, tuttora in corso. Sempre di papà, il figlio Tamin subentrò in seguito, le intuizioni per ulteriori diversificazioni dell’economia gasiera grazie ai cui proventi s’acquistavano come fossero caramelle hotel e resort in Costa Smeralda e squadre di football, nella fattispecie il Paris Saint Germain. Nella propria generazione di sceicchi tradizionalisti, Hamad fu un innovatore che anticipava la fantasiosa e arrembante gioventù degli emiri figli di papà. Ma rispetto a mogli, tre, con la copiosa prole di ventiquattro figli, e tradizione culturale, la fedeltà al wahhabismo ha prodotto un conservatorismo di fondo del suo regno, con supporto economico alle tendenze fondamentalismo dell’Islam, sostegno della Fratellanza Musulmana nel corso delle “Primavere arabe” sia nei contrasti socio-politici egiziani, sia nella guerra civile siriana. Luci per il clan di casato, dunque, e ombre per la cittadinanza tutt’altro che beneficiaria d’un Pil (230 miliardi di dollari) fra i più elevati del mondo, privilegi per pochi e una quasi nulla redistribuzione della ricchezza. Per tacere delle condizioni delle minoranze, di diritti civili e di genere, dei numerosissimi lavoratori stranieri, attratti dai possibili guadagni che in realtà fanno i conti con oggettive condizioni di sfruttamento, e non solo nei lavori manuali. “Il calcio della schiavitù “venne definito il lavoro in occasione dell’approntamento degli stadi mondiali che contava una dozzina di morti a settimana per incidenti e assenza di prevenzione. Il totale delle vittime fu di 1.200, un conto  approssimativo poiché alcuni ricercatori denunciarono decessi per infarto non riferiti ai cantieri edili che costruivano gli stadi. Oggi l’erede Tamin che lo piange assieme ai tanti fratelli e sorelle, può continuare a sognare in grande col mattone, come ha già fatto col rifinanziamento del quartiere meneghino di Isola, gestito dal fondo Qatar Investment Authority, e accaparrarsi un nuovo club calcistico.  Anni addietro pensava al Napoli, ora chissà…

venerdì 10 luglio 2026

Le pistole di Erdoğan

 

  Non manca di realismo e cinismo l’uomo che da quasi trent’anni, a seconda dei punti di vista, dirige o tiranneggia la Turchia, il premier e presidente di lungo corso e percorso, Recep Tayyip Erdoğan. Nel summit Nato organizzato in questi giorni ad Ankara, cogliendone il tratto di pragmatica furfanteria il re dei Capi di Stato-canaglia Donald Trump lo teneva sottobraccio. Sorrisi, strette di mano e piani di sedicente difesa, ma soprattutto affari d’un pezzo di mondo armato, quello che tuttora esiste e resiste al secondo Dopoguerra targato North Atlantic Treaty Organisation. Nell’incontro c’erano tutti i bastioni dell’autoproclamata democrazia globale coi capifila dell’Unione Europea a trazione militarista ben incarnata da Frau Von der Leyen. Incontri, colloqui, accordi e un hediye confezionato in una scatola rossa e nera. Qualcuno dei partecipanti non l’ha neppure aperto, ficcandolo in valigia e scoprendo il contenuto in aeroporto o giungendo a casa propria; altri ne hanno scrutato il contenuto e l’hanno considerato bizzarro (sic). L’ormai ex premier britannico Starmer e il collega tedesco Merz hanno lasciato il dono in terra turca. Dentro quei cofanetti vellutati i membri dei Paesi dell’Allenza Atlantica hanno trovato un revolver, modello Gumusay 357 Magnum, prodotto da Makine ve Kimya Endüstrisi, storica armeria bellica turca risalente addirittura al Tophane-i Amire, l’Arsenale reale ottomano. Tradizione dopo tradizione l’industria è stata conservata dal kemalismo oltre Atatürk ed è attuale fiore (di piombo) all’occhiello della Repubblica di Turchia targata Akp-Mhp, la ferrea coalizione di governo. Conta dodici stabilimenti, ottomila dipendenti, esporta in ventinove Paesi. Insomma è un vanto dell’economia nazionale e dell’orgoglio presidenziale anatolico, ma non diversa dalla “fierezza” delle transalpine KNDS France e Thales, delle teutoniche Diehl Defence e Sig Sauer, di BAE Systems e MBDA britanniche e dei “gioielli“ nostrani Leonardo e Beretta. Visto il contesto e le aspirazioni dei partecipanti, lo scaltro Erdoğan, che già nell’ultima campagna presidenziale per lui nuovamente vincente (2023) aveva dedicato comizi e propaganda alla capacità industriale turca non disdegnando il settore bellico, propone ad alleati cultori dei conflitti, un simbolo di prodotto “genuino” e tascabile, magari da tenere su tavoli di trattative, in certi casi, irruente. Fra i leader che hanno intascato il regalo senza commentare c’è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Gli informati dicono che l’arma sia stata depositata a Palazzo Chigi insieme ad altri doni.  


 

martedì 7 luglio 2026

I calci al calcio

  


Il problema non è solo Donald Trump che inquina le regole del calcio come fa con la geopolitica mondiale. Il problema è il mondo e il mondo dello sport di conseguenza. Guardatene i leader: servi o impostori. Esagerazione? Insomma… Per anni quelle che vengono definite le Istituzioni sportive sono state occupate da signori, magari simpatici e piacioni, che non si sono comportati differentemente dai mariuoli della Politica con la maiuscola. Prendiamo mister Blatter, un altro svizzero che della Federazione Internazionale del Football è stato re dal 1998 al 2015, lui si scandalizza per la sottomissione dell’attuale principino della Fifa, il connazionale Gianni Infantino, ai voleri del tycoon newyorkese cancellando la squalifica al calciatore-pestatore statunitese Bologun. Purtroppo di falli simili ne sono pieni i terreni di gioco, per provare a ‘rieducare’ e stabilire giustizia serve la squalifica. Azzerare quest’ultima, com’è accaduto grazie alla piaggeria del presidente Fifa, costituisce un precedente pericoloso. L’han detto tutti, pure i commentatori più accomodati e accomodanti davanti a qualsiasi potere. Poi giunge la Provvidenza della scoppola sul campo della formazione Usa e Donald, che è uomo di fede oltreché di mondo, tralascia i capricci e parla di qualcos’altro di cui non capisce un’acca. Ma quelli che capiscono, soprattutto d’intrighi, come i signori Blatter e Infantino, restano. Ce l’abbiamo con la pacifica Svizzera? Nient’affato. Ce l’abbiamo con questi suoi concittadini e con coloro che la casta sportiva premia immatricolandoli in certi ruoli. Joseph Blatter, oggi novantenne, nella Fifa dal 1981 ha inanellato una prestigiosa carriera, prima da segretario generale quindi da presidente, ma s’è trovato a sporcarla con denari corruttivi a favore d’una stella del pallone, Michel Platini, il quale dopo aver sgambato e pennellato delizie pedatorie, inciuciava per scalare posizioni dirigenziali. Condannati entrambi dal Comitato Etico Fifa, lo scorso anno si son visti ripuliti da quella condanna grazie alla Corte Suprema di casa Blatter.   Oggi, come ogni bravo politico condannato, mister Joseph fa il predicozzo, dicendo cose assolutamente giuste, però fra il dire e il suo fare ci son passati due milioni di euro sozzi. In fondo bazzecole rispetto a quello che i palloni, mondiali e nazionale, fanno circolare in un tourbillon di pecunia che serve a molte cose. 

Qualche esempio per ricordare. Falso in bilancio: il prezzo gonfiato del calciatore Lentini (18 miliardi di lire nel 1992, valutato più di Maradona) nella transazione fra Milan e Torino, leggi Berlusconi-Borsano. Secondo l’accusa della magistratura il Milan avrebbe corrisposto al presidente del Torino altri dieci miliardi in nero. Nel 2002, durante il secondo governo Berlusconi, giunse la prescrizione dal reato, visto che nell’anno precedente un decreto delega votato dalla maggioranza aveva depenalizzato il “falso in bilancio”. Questioni di club calcistici e affari italiani si dirà. Certo, ma il vizio è diffuso e si va dai crac finanziari di Cragnotti che tramite Cirio regalava ai tifosi laziali scudetto e trofei, per poi collassare dietro i magheggi debitori dei suoi bond gonfiati. O l’eminenza grigia parmense Tanzi (il commendatore Parmalat) che portò il club calcistico a sorridere attorno a otto trofei internazionali per crollare nel 2003 dietro il maggiore scandalo finanziario europeo col buco di 14 miliardi di euro che ha fatto versare lacrime amarissime a un quarto di concittadini-risparmiatori, molti dei quali anche tifosi. Insomma dai presidenti cosiddetti benefattori (Andrea Rizzoli, Angelo Moratti) degli anni Cinquanta-Sessanta, agli avvoltoi che col calcio fanno altro, stravolgendone l’aspetto ludico e inzeppano debiti su debiti in associazioni sportive che vorrebbero defiscalizzate. Inter (734 milioni di euro), Juventus (639), Roma (636) e altri ancora che infilano debiti su debiti. Sono le facce oscure d’un calcio italiano in crisi d’identità, sia nelle formazioni infarcite di giocatori stranieri e strapagati neppure tanto vincenti nei tornei, e conseguenti ricadute su una Nazionale assente da tre edizioni mondiali consecutive. Sia di club blasonatissimi la cui gestione è nelle mani di fondi finanziari. Brookfield Asset Management, RedBird Capital Partners, Hartono Entertainment li conoscete? Forse sì, forse no. Intanto si tifa per loro, perché l’appassionato di calcio guarda il proprio orizzonte, spesso disinteressandosi di quel che c’è attorno, anche a lui stesso. 

 

Certo se poi, in curva o in tribuna con tanto d’abbonamento in mano, gli scagnozzi del capo ultrà gli scippano il posto dicendo che è roba loro, l’orizzonte s’è fatto scuro. Forse ci riflettono, forse si sentono impotenti, ma non sanno né riescono a riequilibrare nulla. Soprattutto i diritti. Al di là della conquista delle curve, parliamo di quanto tifosi, sportivi, società, dirigenti, Lega, Federazione, Stato subiscono e tollerano (o forse incentivano?) in fatto di zona franca per l’esaltazione violenta, fascista, razzista incistata da oltre un trentennio, coi Boccacci rimpiazzati dai Diabolik e dai Lucci, le bandiere non contano. Conta l’apologia di reato mai perseguita né dalla politica nazionale né da quella sportiva (l’inapplicata legge Mancino e gli irrisori Daspo solleticano gli ultrà) e conta le enclavi malavitose che le curve calcistiche sono diventate sotto gli occhi degli steward, dei poliziotti, di questori, prefetti e ministri dell’Interno e dello Sport. E’ la Bell’Italia della “Doppia curva” in cui dominano gli uomini delle ‘ndrine che fanno affari anche lì, perché lasciarseli sfuggire se nelle metropoli già si guadagna con lo spaccio e la ripulitura del riciclaggio commerciale? Troppo pessimismo? Beh, è questa la realtà, ma poco giornalismo la racconta. Se non c’è mai stata un’Italia pura né nel sogno del ‘boom economico’ né nell’allucinata ‘Italia da bere’ siamo scivolati nell’immenso degrado italico, con riflessi internazionali di prim’ordine, certo, che non sono comunque consolatori. E ricordiamolo: non possiamo scagliare né prima né seconda pietra. Quello che prosegue con gli attuali campioncini viziati che magari scommettono anche sulle proprie benevoli mamme, c’era già stato in tempi non sospetti. Eppure egualmente loschi. Il Totonero nostrano che nel 1980 sporcò club grandi e piccini  (Milan, Bologna, Lazio, Perugia, Avellino) con calciatori d’altri tempi e altra classe (Rossi, Albertosi, Savoldi, Giordano, Manfredonia) puniti da sanzioni comunque comminate: retrocessioni, radiazioni, condanne, ebbe un epilogo particolare per il notissimo Paolo Rossi. I tre anni della sua squalifica divennero due, in tempo per la partecipazione e il personale exploit ai Mondiali di Spagna. Lì Pablito incantò col triplete al Brasile, la doppietta in semifinale alla Polonia, il primo gol nella finale contro la Germania. In tribuna ballava anche la pipa di Pertini mentre il Nando dei commenti di classe annunciava, ricordava e ribadiva: “Campioni del Mondo”. Vittoriosi sul campo, per nulla nella legalità.