venerdì 27 gennaio 2023

Palestina, realtà e finzione

 


Commenti su vari quotidiani, da La Repubblica a Il Foglio, sottolineano come l’assalto e sterminio di ieri del commando della Jihad islamica palestinese nel campo profughi di Jenin (dieci vittime), somigli a quanto narrato dall’ultima serie della fiction “Fauda” diffusa sulla rete Netflix. Non lo mettiamo in dubbio. Che la serie aiuti a capire l’atavico conflitto è, invece, una considerazione che non ci sentiamo si sottoscrivere. Le citate spiegazioni ricordano come lo sceneggiato nasce in Israele, ed è dunque di parte, ma indicano un’ampia diffusione e un discreto successo fra spettatori del mondo arabo. La produzione è indubbiamente professionale nella realizzazione, nelle riprese, nella recitazione d’un cast di ottimi attori, come pure nella trama capace di coinvolgere lo spettatore per le vicende personali che contrappongono e intrecciano situazioni di vita. I riferimenti politico-militari presenti, dalla squadra dello Shin Bet dove “lavorava” il borderline Doron, agli amori di Shirin divisa fra appartenenza al suo popolo (palestinese) e infatuazioni per l’invincibile nemico, incarnato dallo stesso Doron, paiono tessute con l’intento di rapire lo spettatore con un plot densissimo, ricco di colpi di scena e quello che gli anglosassoni definiscono turning point, il punto di svolta. Vicino alla realtà c’è sicuramente quel reale che il mondo israeliano ha imparato a conoscere: le debolezze umane e l’opportunismo in cui cadono alcuni personaggi che si vendono al nemico, diventano collaboratori, praticano un amorale doppiogiochismo. Tutti sul fronte palestinese. Che risponde, questo sì, a una tangibilità politica che nei decenni ha visto strutture e figure di primo piano di quel mondo - pensiamo alla cariatidea Autorità Nazionale Palestinese oppure all’ex responsabile di Fatah nella Striscia di Gaza, Mohammed Dalhan, ed egualmente a inamovibili leader come Mesh’al - incarnare corruzione e sete di potere, ben lontane da interessi e volontà popolari. 

 

Il titolo scelto (Fauda) che in arabo sta per ‘caos’ è di per sé emblematico d’una situazione insostenibile che però appare eterna. Come perenne è diventato più che il conflitto israelo-palestinese, la reclusione di quest’ultimo popolo in quella galera a cielo aperto che lo ospita. Lo ospita e non lo fa vivere. Perché su quelle che sono le sue recenti case (magari ricostruite dopo distruzioni punitive di Tsahal) - non quelle rubate, demolite, trasformate già all’epoca della nascita dello Stato di Israele - la comunità palestinese è piegata a sopravvivere sotto minaccia armata dell’esercito di Tel Aviv che protegge insediamenti di coloni, sempre più invasivi, sempre più asfissianti, sempre più violenti. E quando i suoi giovani si armano hanno le ore contate nella Jenin fuori dalla fiction come in quella filmica. Il caos che traspare nello sviluppo della finzione è un’angosciosa realtà che non trova soluzione. Ma se la trama di Fauda scivola, volente o meno,  nella propaganda, la situazione concreta diventata irrisolvibile è frutto della politica di aggressione che Israele ha praticato dalla sua nascita con qualsiasi governo, al di là dell’oltranzismo di Netanyahu e del razzismo di Ben Givr. Ciò che studiosi, peraltro israeliani, come Pappé e Weizman hanno descritto è come la strategia della cancellazione d’indentità e dell’occupazione d’ogni spazio fisico e mentale del nemico palestinese, rappresentano una finalità di annientamento politico, sociale, culturale, umano. Palestinesi come bersagli se reagiscono, non solo coi razzi, anche con le pietre dei ragazzi dell’Intifada e con le parole della giornalista Abu Aklen. Oppure come zombie, da corrompere, comperare, pilotare e comunque soggiogare come racconta l’infinito caos di Fauda.

mercoledì 25 gennaio 2023

India: Gandhi contro Modi, l’alternativa all’intolleranza

 

Corroborati dalla folle idea del marciatore Rahul Gandhi di avvicinare l’India reale lungo tremilacinquecento chilometri percorsi a piedi, impresa diventata un movimento definito 'Bharat Jodo Yatra', il Partito del Congresso (NC) cerca linfa nuova che servirà a costruire la nuova politica indiana. Almeno così sperano i maggiorenti del partito. Un gruppo che deve svecchiarsi, non solo come età, ma per lo stesso passato d‘appartenenza familiare. In questo Rahul non è affatto un modello: è un uomo di mezza età e proviene dal clan che ha orientato, nel bene e nel male, le sorti indiane e del gruppo politico dov’è cresciuto, che era del bisnonno Nerhu, della nonna Indira, del padre Rajiv. Una dinastia. L’India raccontata dai parenti, che in parte si conserva, il cinquantaduenne Rahul ha voluto guardarla negli occhi dallo scorso settembre. Sulle strade polverose di villaggi lontani dai lussi della Delhi del potere; nelle campagne remote dove lavora circa la metà della manodopera d’una nazione proiettata fra le grandi del mondo. Nelle affollatissime bidonville che in ogni metropoli affiancano le luci e l’high-tech, non disponendo di energia elettriche e in molti casi, ancor’oggi, neppure di servizi igienici. L’immersione nel Paese vero dei dolori e degli afrori è l’unico modo per lanciare la rincorsa alle politiche del 2024 nelle quali il Partito del Congresso cerca un riscatto, avendo l’ambizione di poter dominare alcuni dei punti fermi dell’agenda del Bharatiya Janata Party, al governo dal 2014. Quest’agenda prevede un ulteriore lancio economico per far fronte alla sfida globale (nell’anno in corso l’India avrà la presidenza del G20), e in attesa di fronteggiare, almeno nelle intenzioni, Stati Uniti e Cina, punta a essere il polo d’aggregazione delle economie in crescita del Sud del mondo. Il noto boom demografico gioca a suo favore anche in ambito lavorativo: le statistiche indicano in 900 milioni i lavoratori indiani, nella quasi totalità giovani, anglofoni,  digitalizzati. Un esercito potentissimo sul fronte di produzione e servizi, anche altamente tecnologici. La contraddizione vissuta, per l’ambigua condotta del governo Modi incentrato sul fanatismo religioso che polarizza il Paese, è incarnata da un calo d’investimenti esteri, già messi in difficoltà dal duro biennio di pandemia di Covid 19. 

 

Con ciò una gran quantità di forza lavoro competitiva si ritrova, o può ritrovarsi, disoccupata con ricadute sulla stessa economia che subisce stagnazione. Eccolo un terreno di confronto con l’avversario politico, che può risultare fruttifero se si riescono ad avere proposte alternative riguardanti prospettive e aspettative, salari e futuro rispetto ai richiami identitari, peraltro in chiave fondamentalista e razzista, reiterati dagli arancioni del Bjp. Certo i richiami orgogliosi alla fase d’indipendenza nazionale che Nerhu guidò in prima persona risultano scoloriti, non solo le nuove generazioni, ma gli individui di mezza età come Rahul hanno conosciuto solo un’India in crescita, con mille problemi, ma proiettata verso il futuro. I richiami socialisteggianti sono anch’essi tramontati in virtù della crisi internazionale di quest’ideologia, non gli ideali egualitari e paritari che il gruppo dirigente del NC torna a proporre. Il suo nazionalismo incentrato sull’umanità può essere una sollecitazione davanti al nazionalismo per soli hindu proclamato dal partito di maggioranza, secondo una visione esclusivista che non considera cittadini i fedeli di altre religioni (200 milioni di musulmani, 70 milioni di cristiani) e lascia i laici in un limbo nel quale decidere con chi schierarsi, con il bene e la tradizione figli del credo di Sheva oppure  l’intrusione di restanti etnìe. E’ la scorciatoia razzista dell’hindutva, che Modi e sodali hanno abbracciato a piene mani e che sta facendo crescere in ogni Stato federale odio e intolleranza. “Bisogna vivere e lasciar vivere” dicono i programmi del Partito del Congresso, “avvalorare le nostre diversità” per contrastare i princìpi squadristi e fascisti del Rashtriya Swayamsevak Sangh con cui il Bjp sta andando a braccetto. Ne va del futuro della comunità indiana. Nel recente programma del National Congress accanto a questioni strutturali: combattere le mafie degli appalti e commerci, assumere severe posizioni di difesa ambientale, offrire incarichi direttivi alle donne, compaiono anche orientamenti dal sapore visionario: dare spazio a parola, musica, arte per educare la gente a quanto di più profondo e bello l’umanità può inseguire. Rispetto a temi come la citata soluzione dell’occupazione lavorativa per giovani che presentano qualità e titoli, e l’indirizzo da dare all’economia dopo l’incongruente corsa alla privatizzazione voluta da Modi, sembrano questioni vacue. Eppure gli analisti non le sottovalutano. Lo scontro politico prossimo può trovare alternative al conflitto di moschee, chiese e templi hindu.

lunedì 23 gennaio 2023

Egitto, dalla fame di libertà alla fame alimentare

 

Visto che la politica estera, in ogni latitudine, condiziona sempre più i consensi interni anche l’Italietta meloniana si fa grande e potente guardando fuori dai confini. Come faceva otto anni addietro il collega Renzi. Differenziare le condizioni energetiche di dipendenza dal gas russo create dall’alleato berlusconiano che ha svezzato l’attuale premier, rappresenta l’obiettivo primario di Palazzo Chigi, aggiungendo nel dare-avere con gli interlocutori due ulteriori obiettivi: vendere armi e frenare l’immigrazione. La trasferta egiziana del ministro degli Esteri Tajani rientra perfettamente in questo quadro, poiché il regime cairota ha presunzioni securitarie nella ribollente area libica oltre a essere un partner dell’Ente Nazionale Idrocarburi nell’estrazione di metano dal giacimento Zohr. Dall’incontro col presidente Al Sisi il capo della Farnesina riceve sorrisi e accondiscendenza per consolidare gli affari energetico e militare; quanto alle promesse di efficacia nel controllo delle partenze di profughi dalle coste libiche verso i lidi nostrani non solo si può dubitare, ma si potrebbe a breve constatare ben altro. Già in alcune circostanze sui barconi della speranza e della morte hanno viaggiato degli egiziani, come i compagni di sventura disperati e affamati più di loro. Con la soffocante crisi economica e alimentare che attanaglia la popolosa nazione araba queste presenze aumenteranno esponenzialmente. Tajani si fa bello sostenendo di poter concordare una migrazione legale e controllata. Meravigliosa illusione. La fuga da casa che lavoratori egiziani compivano un ventennio addietro finendo nei cantieri delle petromonarchie in espansione, è terminata da tempo. Sostituiti dai pakistani e cingalesi che hanno ingigantito la corsa verso il cielo di Doha, Abu Dhabi e simili. Il ritorno a casa è risultato ancor più duro, per restrizioni lavorative e della stessa libertà. Sono gli stessi abitanti rivoltatisi contro Mubarak a constatare una situazione addirittura peggiore sotto il megalomane Sisi, un criminale d’aspetto bonario che spinge il Paese nel  baratro non solo per fame di libertà, ma per fame alimentare. L’inflazione alle stelle, il valore della sterlina locale che muta di ora in ora, i prezzi in salita da mattina a sera rendono la vita in Egitto un inferno. 

 

Nelle megalopoli come il Cairo ancora di più. Sebbene non si muoia di stenti più per la rete della solidarietà familiare e amicale che per il supporto governativo a prodotti primari calmierati (pane, farina, riso, olio, zucchero), le prospettive risultano nerissime. Sul suo trono Sisi pensa in grande. Continua a far costruire New Cairo, la capitale amministrativa e residenziale, dove collocare istituzioni, apparato e dipendenti garantiti dei ministeri, più manager e affaristi, i colleghi della lobby militare e quelli legata a essi. Mentre milioni di egiziani, tagliati fuori non solo da un benessere fittizio e speculativo, ma da un’esistenza minima basata sull’arte dell’arrangiarsi quotidiano da ambulante, autista abusivo, cambiavalute in nero, tuttofare di città e campagna, rischiano di dover fuggire per sopravvivere. Nonostante i convenevoli e le chiacchiere di Tajani con l’omologo Shoukry, l’Egitto si prepara a essere una nuova terra di migranti della costernazione. Il debito pubblico, incrementato dalla faraoniche opere celebrative del potere militare, e di Sisi sulla sua casta (alla nuova capitale s’unisce il raddoppio del canale di Suez) ha tempi stretti di restituzione. In assenza di liquidità: gli emiri creditori chiederanno appoggi al proprio sogno di supremazia politica regionale (bin Salman) e affaristica (Al Thani, Khalifa bin Zayed), il Fondo Monetario Internazionale avanzerà consensi a proprie condizioni di supremazia mercantile e finanziaria. La vita interna non può che peggiore, anche perché tutti i vizi della lobby militare e della corte dei tycoon servili restano intonsi. Sono costoro a controllare e soffocare qualsiasi alito dell’economia, e nel mondo che cerca guerre anziché pace, anche rendite fittizie come quelle del turismo risultano ampiamente ridimensionate. Ciò che appariva alla rivolta di Tahrir del 2011, è. Con l’aggravio d’una canea repressiva che impedisce non la ribellione, ma la semplice espressione. Secondo lo zelante ministro Tajani questo regime ha fornito “rassicurazioni sulle vicende Regeni e Zaki”. Forse da parlamentare era distratto quando Sisi offriva le medesime “rassicurazioni” ai governi Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi. Oppure pensa d’essere diversamente considerato per la sua ineffabile scaltrezza diplomatica. 

sabato 21 gennaio 2023

Turchia elettorale, le mosse del sultano

 


Con l’anticipo tattico d’un mese delle elezioni politiche e presidenziali turche (si voterà il 14 maggio) Recep Tayyip Erdoğan, oltre a proporre una sua terza candidatura al vertice dello Stato e a sperare nell’impedimento per l’avversario più temibile, il repubblicano İmamoğlu, cerca di tarpare le ali agli oppositori con l’ausilio della politica estera e sociale. Le amministrative del 2019 che avevano segnato una critica battuta d’arresto per l’Akp (Partito della Giustizia e Sviluppo) che aveva perso la guida delle maggiori città, avevano anche evidenziato lo scontento popolare per le misure d’accoglienza dei rifugiati siriani.  Nell’amata Istanbul, dove si contano oltre 600.000 profughi, una fetta dell’elettorato islamico aveva punito il grande capo disertando le urne o addirittura votandogli contro. Non accettava la linea con cui il presidente ha fatto della Turchia un grande hub per 3.6 milioni di cittadini siriani. In quei seggi primeggiò proprio İmamoğlu, attuale primo cittadino della metropoli sul Bosforo, incappato all’epoca in una polemica con alcuni funzionari pubblici che è diventata motivo di condanna e interdizione dall’attività politica per due anni e sette mesi (è in corso l’appello). Il partito repubblicano la ritiene pretestuosa, un modo per bloccare il maggior candidato dell’opposizione per la guida della nazione.  L’ennesimo strumento giudiziario, che già ha interdetto alla politica capi di partito, come accadde al co-presidente dell’Hdp (Partito Democratico dei Popoli) Demirtaș, detenuto dal 2016 con la grave accusa di fiancheggiamento del terrorismo. 

 

Ora Erdoğan si fa sotto e rilancia. Parla d’un milione di rimpatri “volontari” di cittadini siriani, “con 540.000 già rientrati nelle aree regionali che abbiamo messo in sicurezza” aveva twittato a fine 2022. Si tratta delle zone di confine dove dall’autunno 2019 è attivo il pattugliamento armato dell’esercito di Ankara. Frutto dell’accordo operativo per la sicurezza nel nord della Siria attuato con Putin e tacitamente con Asad, a tutto svantaggio del territorio e delle genti del Rojava che di fronte all’avanzata dei carri armati turchi si sono ritirate a ridosso della frontiera orientale del Kurdistan propriamente detto. Verso le Unità di protezione popolare (Ypg) alla stigmatizzazione e all’accusa d’essere una costola del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), fuorilegge in Turchia e non solo, s’aggiungono sospetti e addebiti di responsabilità sull’attentato che ha insanguinato İstiklal Çaddesi nello scorso novembre. Il richiamo securitario a tutela della popolazione trova consensi diffusi, non solo fra gli elettori dell’Akp, la risistemazione dei siriani oltre i confini meridionali del Paese viene già apprezzata, sono due punti forti del programma elettorale erdoğaniano che deve far fronte alle turbative di un’inflazione al 60%. Inutile dire che i profughi ricollocati non sono certo felici di tornare sotto un regime responsabile, al pari dell’islamismo islamico, del proprio dramma lungo un decennio.  

martedì 17 gennaio 2023

Al Jaber, il futuro dei petrolieri ecologisti

 

Gli chiedono di dimettersi da Ceo dell’Abu Dhabi National Oil Corporation, l’azienda statale degli Emirati Arabi Uniti fondata un cinquantennio fa dall’emiro Zayed bin Sultan, e dodicesima compagnia petrolifera mondiale. Lui il quarantanovenne Sultan Al Jaber, che la guida dal 2016, è diventato il presidente di Cop28, la conferenza sul clima del 2023, programmata a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre. Così per ragioni d’opportunità, per celare minimamente il conflitto d’interessi alcune associazioni come Climate Action, Greenpeace anziché contestare l’investitura invitano il re dei petrolieri a salvare la faccia. Tracy Carty a nome di Greenpeace International ha sollevato lamenti: “La nomina mette a rischio la credibilità degli Emirati Arabi Uniti (ma no, ndr)… La Cop28 deve concludersi con un impegno senza compromessi per una giusta eliminazione di tutti i combustibili fossili. Non c’è posto per l’industria dei combustibili fossili nei negoziati mondiali sul clima”. Belle parole. I fatti hanno detto il contrario nel corso della kermesse chiusasi di recente a Sharm-El Sheik, una passerella delle false promesse da parte delle facce di bronzo della politica economica ed energetica mondiale. Felice è risultato il presidente della Cop27, l’egiziano Shoukry che ha tratto beneficio d’immagine per il suo Paese, accontentando il gran capo Al Sisi. Accanto alla funzione promozionale per la nazione organizzatrice, queste conferenze, che dovrebbero cercare soluzioni concrete all’angoscioso cambiamento climatico in atto nel pianeta, riscontrano la presenza dei lobbisti del petrolio, delle aziende che essi dirigono e rappresentano, degli interessi economici di potentati dell’energia intenti a tessere e disfare la tela della soluzione dei problemi. 

 

Al Jaber è l’esempio lampante cui s’unisce la nuova frontiera dell’ecologismo di ritorno abbracciata dai signori dell’oro nero: le fonti rinnovabili. Così, mentre costoro prospettano future ‘emissioni zero’ di idrocarburi combusti, da spostare comunque sempre più in là nel tempo per continuare l’affarismo petrolifero, partecipano alla spartizione del nuovo terreno energetico investendo su eolico, solare, elettrico. Un esempio, che rientra nel piano della diversificazione economica Vision 2030 dell'inquietante principe bin Salman, viene dalla petromonarchia saudita. Da oltre un quinquennio, con l’allora ministro dell’Energia Khaled al Falih, Riyadh ha avvìato investimenti ecologici rivolti a sole e vento. E nella gestione trovano posto manager come Turki al Shehri, un altro Chef Executive Officer per Engie e precedentemente per Aramco. Aziende ed esperienze petrolifere che dai petrodollari cercano ventodollari e soledollari. Il discorso d’investitura per Cop28 di mister Al Jaber appare integerrimo e umanitario “… Dobbiamo concentrarci sull’azione per il clima rivolta alle esigenze del Sud del mondo, quello più colpito dai cambiamenti climatici. La Cop28 intraprenderà il primo Global Stocktake (GST) dall’Accordo di Parigi. Il GST fornirà le basi per dare slancio a questa e alle future Cop e gli Emirati Arabi Uniti cercheranno un risultato ambizioso in risposta al GST dal processo negoziale. Questo sarà un momento critico per rispondere a ciò che la scienza ci dice che dovrà essere raggiunto: limitare il riscaldamento globale a 1,5° C entro il 2050”. Comunque nel suo intervento non aveva negato: “… che l’azione per il clima oggi sia un’immensa opportunità economica per investire nella crescita sostenibile”. E sulla magìa della “sostenibilità” energetica economisti, finanzieri, imprenditori, comunicatori, leader politici e geopolitici giocano le proprie carte con più opacità che trasparenza. 

 

Poco riferiscono sull’inquinamento dei salvifici pannelli solari e altri strumenti che catturano i raggi solari: rame, piombo, gallio, selenio, indio, cadmio, tellurio e via andare. Se collocati su terreni fertili che, in virtù degli incentivi dei governi proprietari senza scrupoli preferiscono adibire anziché coltivare, la già compromessa terra trova altre sciagure visto che raccoglie le suddette scorie. E taciamo sull’inquinamento paesaggistico… Nei mari soffocati da microplastiche che già devastano la catena alimentare ittica, sono presenti - e sempre più lo saranno - i parchi eolici off-shore, dove svettano pale da 200 metri e più d’altezza. Col logorio le fibre di vetro e le resine epossidiche, derivate dal petrolio, di queste pale semineranno micro-micro plastiche contenenti bisfenolo A, un interferente endocrino pericoloso per la salute soprattutto per la prima infanzia. Tale pericolo in realtà ci accompagna dalla fine degli Sessanta quando questo elemento chimico presente nei recipienti per uso alimentare ha raggiunto diffusioni parossistiche. Un’ultima parola e riflessione: litio, l’essenza dell’hi-tech e della mobilità ecologica attraverso le auto elettriche. Quel che si sa sulla limitata disponibilità del minerale presente solo in alcune aree geografiche; sulla problematicità dell’estrazione per gli imponenti sprechi (1,8 milioni di litri d’acqua per tonnellata di litio) e la conseguente desertificazione del territorio (il cileno Salar di Atacama); sull’impatto ambientale di ritorno con emissioni di anidride carbonica che oscillano dalle cinque alle quindici tonnellate per una di litio raccolta; sulla contraddittorietà del riciclo delle batterie, che costa cinque volte in più dell’estrazione e risulta sconveniente ai produttori, ci offre un orizzonte poco ottimistico e scarsamente ecologico. Eppure l’energia sostenibile vola e le Cop che si susseguono un anno via l’altro come festività da celebrare a ogni costo, propongono presidenti ammaliatori e illusionisti, risolutori non si sa, sicuramente affaristi.

lunedì 16 gennaio 2023

Erdoğan come Salvini: Dio-Patria-Famiglia

 

Venti voti cercano Recep Tayyip Erdoğan, il suo partito e gli alleati nazionalisti per indire un referendum popolare su alcuni emendamenti alla Costituzione. Ma non l’avevano creata a immagine del presidente appena sei anni addietro? Certo, ma non gli basta ancora. Stavolta i ritocchi non riguardano l’apparato istituzionale e securitario, bensì quello dei diritti, fra questi la possibilità per le donne d’indossare il velo in ogni spazio pubblico e privato. Fino a un tratto della presenza al governo dell’Akp, attorno al 2010, vigevano le restrizioni kemaliste sull’interdizione dell’hijab in taluni luoghi e per certi incarichi. Tanto che nel 2013 si era registrata una corposa abolizione di tale divieto. Ora la maggioranza vuole rivedere le ultime limitazioni a quella che un decennio fa era diventata una simbolica questione di appartenenza con cui tante giovani studentesse islamiche erano, ad esempio, coinvolte nella protesta contro il divieto d’indossare il velo nelle aule universitarie. Vinsero quella battaglia. Le leggi laiche subirono trasformazioni. Da alcuni mesi il partito di maggioranza sta proponendo un ulteriore ritocco normativo per appagare in maniera totale il desiderio femminile islamico di apparire velate ovunque,  unendolo ad altre istanze relative al diritto di famiglia. Quest’ultime appaiono tutt’altro che liberali, al contrario se approvate daranno un duro colpo alle esigenze delle famiglie Lgbtq. Infatti si propone di definire famiglia solo l’unione fra un uomo e una donna, come in Italia vogliono la Lega di Salvini e il clero conservatore. Del resto in fatto d’integralismo la globalizzazione dei costumi fondamentalisti avvicina fedi e società spesso in contrapposizione. Nei giorni scorsi l’onnipresente presidente ha criticato due partiti d’opposizione: i repubblicani del Chp e i conservatori del partito İyi per aver rifiutato un incontro coi rappresentanti dell’Akp riguardo alla discussione parlamentare sui suddetti  emendamenti. Una convergenza e un’amplissima maggioranza avrebbero risolto nella sede istituzionale la vicenda. Ma la volata delle elezioni elettoral-presidenziali del prossimo giugno, che di fatto è già partita, fa arroccare ogni gruppo dissidente al governo. E le chiusure sono ermetiche. Col proverbiale misto di foga e paternalismo Erdoğan è intervenuto criticando gli avversari: "Il nostro obiettivo è proteggere la famiglia come istituzione dai crescenti attacchi delle tendenze aberranti da parte delle forze globali e rafforzare i diritti delle donne" ha tuonato. Avrebbe potuto lasciare a colleghi di partito la reprimenda. Però la battaglia consultativa del centenario è una scadenza che gli sta talmente a cuore tanto da non tralasciare alcuna circostanza e nessun tema. Eppure nel blindatissimo Meclis controllato coi 290 onorevoli dello schieramento islamico e i 49+1 deputati del partito dei Lupi grigi di Baçheli suoi alleati, (340 seggi su 600), mancano una ventina di voti per poter portare a referendum popolare i desiderati emendamenti. La legge prevede che occorrono fra i 340 e i 400 voti. A caccia, dunque, di venti deputati in sintonia col tradizionalismo omofobo.

giovedì 12 gennaio 2023

India, la lunga marcia trasforma Rahul

 

Ora che s’appresta ad affrontare l’ultimo tratto dei 3.500 chilometri d’un cammino attraverso il Paese-continente, inizialmente oggetto di scherno non solo fra gli avversari politici, Rahul Gandhi viene visto con altri occhi. Non solo quelli della gente che ha incrociato, giorno dopo giorno, per strade pure polverose, persone d’ogni età e ceto sociale, molti dei quali umili. Ma l’occhio clinico degli stessi commentatori politici lo considera maturo. Qualche scettico sostiene sia un’operazione mediatica, mirata e confezionata. Però una buona valutazione della sua scelta, e probabile metamorfosi, la offre anche qualche decano dell’analisi politica interna. Camminare è un gesto semplice per l’individuo normodotato, camminare a lungo ogni giorno, diventa meno frequente e scontato. Gandhi junior lo sta praticando da tre mesi fra gli indiani, e a chi lo saluta, scambia opinioni, sorrisi e pure selfie, si aggiungono gruppi che gli si affiancano da settimane. L’apprezzamento ricevuto da certi giornalisti va oltre l’iniziativa che è un bagno di folla propagandistico. C’è chi ci legge una maturazione a leader. Solo per aver incrociato gli sguardi dei cittadini da pari a pari, sudando e soffrendo il freddo? Un po’ sì. Rahul – spiegano analisti interni – mostra nuove intenzioni, non quelle del politico che s’apre alle masse con un comizio, un incontro pubblico. Per la sua passeggiata in terra indiana anche quella scomoda - a breve giungerà in quota nella regione del Kashmir - viene utilizzato il termine yatra, cioè pellegrinaggio. Gli si attribuisce una trasformazione filosofica, quasi spirituale. E se c’è chi deride un forzato paragone col Mahatma, da cui riprende per ragioni familiari solo il nome essendo figlio di Rajiv e nipote di Indira ch’era a sua volta figlia di Nehru, la nuova fase che gli si prospetta non è più quella d’essere il rampollo d’un clan che con bisnonno, nonna e padre ha caratterizzato un lungo tratto della storia indiana, accreditandolo come politico per status acquisito.  Un politico ma non leader, si diceva fino a ieri. Dopo questo passaggio, e non certo per imprese camminatorie, il futuro si apre. L’ha accennato lui stesso rispondendo ad alcune domande in un improvvisato incontro coi cronisti “Chi vuole contrastare l’egemonia del Bharatiya Janata Party (Bjp) si sta svegliando” ha dichiarato.  E spiega in quale modo. Rispetto all’uso esasperato della religione hindu, sempre più marchiata dall’ideologia dell’hindutva che manipola la fede soggiogandola a un’interpretazione faziosa, razzista, esclusivista verso i non-hindu, Gandhi riscopre l’appartenenza nazionale, non quella nazionalista, la fede interreligiosa, non il credo fondamentalista. E’ una linea che affascina, tanti incontrandolo e parlando con lui hanno aderito ai propositi. Alle elezioni del 2024 il Partito del Congresso, da anni ai margini ai vertici della Federazione e in molti Stati, potrebbe ritrovare credibilità.  Chissà se Modi e i suoi arancioni riterranno ancora fruttuoso il richiamo al messaggio del bastone che prevale nelle adunate dei propri fan picchiatori.