Il problema non è solo Donald Trump che inquina le regole del calcio come fa con la geopolitica mondiale. Il problema è il mondo e il mondo dello sport di conseguenza. Guardatene i leader: servi o impostori. Esagerazione? Insomma… Per anni quelle che vengono definite le Istituzioni sportive sono state occupate da signori, magari simpatici e piacioni, che non si sono comportati differentemente dai mariuoli della Politica con la maiuscola. Prendiamo mister Blatter, un altro svizzero che della Federazione Internazionale del Football è stato re dal 1998 al 2015, lui si scandalizza per la sottomissione dell’attuale principino della Fifa, il connazionale Gianni Infantino, ai voleri del tycoon newyorkese cancellando la squalifica al calciatore-pestatore statunitese Bologun. Purtroppo di falli simili ne sono pieni i terreni di gioco, per provare a ‘rieducare’ e stabilire giustizia serve la squalifica. Azzerare quest’ultima, com’è accaduto grazie alla piaggeria del presidente Fifa, costituisce un precedente pericoloso. L’han detto tutti, pure i commentatori più accomodati e accomodanti davanti a qualsiasi potere. Poi giunge la Provvidenza della scoppola sul campo della formazione Usa e Donald, che è uomo di fede oltreché di mondo, tralascia i capricci e parla di qualcos’altro di cui non capisce un’acca. Ma quelli che capiscono, soprattutto d’intrighi, come i signori Blatter e Infantino, restano. Ce l’abbiamo con la pacifica Svizzera? Nient’affato. Ce l’abbiamo con questi suoi concittadini e con coloro che la casta sportiva premia immatricolandoli in certi ruoli. Joseph Blatter, oggi novantenne, nella Fifa dal 1981 ha inanellato una prestigiosa carriera, prima da segretario generale quindi da presidente, ma s’è trovato a sporcarla con denari corruttivi a favore d’una stella del pallone, Michel Platini, il quale dopo aver sgambato e pennellato delizie pedatorie, inciuciava per scalare posizioni dirigenziali. Condannati entrambi dal Comitato Etico Fifa, lo scorso anno si son visti ripuliti da quella condanna grazie alla Corte Suprema di casa Blatter. Oggi, come ogni bravo politico condannato, mister Joseph fa il predicozzo, dicendo cose assolutamente giuste, però fra il dire e il suo fare ci son passati due milioni di euro sozzi. In fondo bazzecole rispetto a quello che i palloni, mondiali e nazionale, fanno circolare in un tourbillon di pecunia che serve a molte cose.
Qualche esempio per ricordare. Falso in bilancio: il prezzo gonfiato del calciatore Lentini (18 miliardi di lire nel 1992, valutato più di Maradona) nella transazione fra Milan e Torino, leggi Berlusconi-Borsano. Secondo l’accusa della magistratura il Milan avrebbe corrisposto al presidente del Torino altri dieci miliardi in nero. Nel 2002, durante il secondo governo Berlusconi, giunse la prescrizione dal reato, visto che nell’anno precedente un decreto delega votato dalla maggioranza aveva depenalizzato il “falso in bilancio”. Questioni di club calcistici e affari italiani si dirà. Certo, ma il vizio è diffuso e si va dai crac finanziari di Cragnotti che tramite Cirio regalava ai tifosi laziali scudetto e trofei, per poi collassare dietro i magheggi debitori dei suoi bond gonfiati. O l’eminenza grigia parmense Tanzi (il commendatore Parmalat) che portò il club calcistico a sorridere attorno a otto trofei internazionali per crollare nel 2003 dietro il maggiore scandalo finanziario europeo col buco di 14 miliardi di euro che ha fatto versare lacrime amarissime a un quarto di concittadini-risparmiatori, molti dei quali anche tifosi. Insomma dai presidenti cosiddetti benefattori (Andrea Rizzoli, Angelo Moratti) degli anni Cinquanta-Sessanta, agli avvoltoi che col calcio fanno altro, stravolgendone l’aspetto ludico e inzeppano debiti su debiti in associazioni sportive che vorrebbero defiscalizzate. Inter (734 milioni di euro), Juventus (639), Roma (636) e altri ancora che infilano debiti su debiti. Sono le facce oscure d’un calcio italiano in crisi d’identità, sia nelle formazioni infarcite di giocatori stranieri e strapagati neppure tanto vincenti nei tornei, e conseguenti ricadute su una Nazionale assente da tre edizioni mondiali consecutive. Sia di club blasonatissimi la cui gestione è nelle mani di fondi finanziari. Brookfield Asset Management, RedBird Capital Partners, Hartono Entertainment li conoscete? Forse sì, forse no. Intanto si tifa per loro, perché l’appassionato di calcio guarda il proprio orizzonte, spesso disinteressandosi di quel che c’è attorno, anche a lui stesso.
Certo se poi, in curva o in tribuna con tanto d’abbonamento in mano, gli scagnozzi del capo ultrà gli scippano il posto dicendo che è roba loro, l’orizzonte s’è fatto scuro. Forse ci riflettono, forse si sentono impotenti, ma non sanno né riescono a riequilibrare nulla. Soprattutto i diritti. Al di là della conquista delle curve, parliamo di quanto tifosi, sportivi, società, dirigenti, Lega, Federazione, Stato subiscono e tollerano (o forse incentivano?) in fatto di zona franca per l’esaltazione violenta, fascista, razzista incistata da oltre un trentennio, coi Boccacci rimpiazzati dai Diabolik e dai Lucci, le bandiere non contano. Conta l’apologia di reato mai perseguita né dalla politica nazionale né da quella sportiva (l’inapplicata legge Mancino e gli irrisori Daspo solleticano gli ultrà) e conta le enclavi malavitose che le curve calcistiche sono diventate sotto gli occhi degli steward, dei poliziotti, di questori, prefetti e ministri dell’Interno e dello Sport. E’ la Bell’Italia della “Doppia curva” in cui dominano gli uomini delle ‘ndrine che fanno affari anche lì, perché lasciarseli sfuggire se nelle metropoli già si guadagna con lo spaccio e la ripulitura del riciclaggio commerciale? Troppo pessimismo? Beh, è questa la realtà, ma poco giornalismo la racconta. Se non c’è mai stata un’Italia pura né nel sogno del ‘boom economico’ né nell’allucinata ‘Italia da bere’ siamo scivolati nell’immenso degrado italico, con riflessi internazionali di prim’ordine, certo, che non sono comunque consolatori. E ricordiamolo: non possiamo scagliare né prima né seconda pietra. Quello che prosegue con gli attuali campioncini viziati che magari scommettono anche sulle proprie benevoli mamme, c’era già stato in tempi non sospetti. Eppure egualmente loschi. Il Totonero nostrano che nel 1980 sporcò club grandi e piccini (Milan, Bologna, Lazio, Perugia, Avellino) con calciatori d’altri tempi e altra classe (Rossi, Albertosi, Savoldi, Giordano, Manfredonia) puniti da sanzioni comunque comminate: retrocessioni, radiazioni, condanne, ebbe un epilogo particolare per il notissimo Paolo Rossi. I tre anni della sua squalifica divennero due, in tempo per la partecipazione e il personale exploit ai Mondiali di Spagna. Lì Pablito incantò col triplete al Brasile, la doppietta in semifinale alla Polonia, il primo gol nella finale contro la Germania. In tribuna ballava anche la pipa di Pertini mentre il Nando dei commenti di classe annunciava, ricordava e ribadiva: “Campioni del Mondo”. Vittoriosi sul campo, per nulla nella legalità.



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