Il sorriso di Ahmed Douma è cristallino e al tempo disarmante come i suoi versi d’uomo impegnato, poeta ribelle, attivista indomito. Dentro e fuori dal carcere da quasi metà d’una giovane vita che oggi conta trentotto primavere. Ancor prima di quella araba del 2011, che lo iscriverà negli annali fissi della carcerazione e della tortura inflitte dal generale golpista al-Sisi, Ahmed incontra la ‘manualità’ dei mukhabarath. Prima dei martiri Khaled Saeed e Giulio Regeni. Ahmed avrà una sorte, diciamo così, benevola, purgata dagli esiti letali ma non priva d’una persecuzione duratura che prosegue tuttora. Nel febbraio 2009, quando la Striscia di Gaza iniziava a vivere i prodromi della sua ecatombe genocidaria praticata dall’esercito di Israele nell’ultimo biennio, l’universitario Ahmed si reca con altri colleghi a prestare solidarietà e soccorso alla locale popolazione afflitta dall’operazione denominata Piombo Fuso che sotterra milletrecentotrenta palestinesi e ne ferisce oltre cinquemila. Per questo venne arrestato, processato da un Tribunale militare egiziano e condannato a un anno di reclusione. Nei passaggi carcerari viene pure torturato. Un successivo arresto giunge nel gennaio 2012, l’Egitto era sotto il controllo del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Nell’aprile 2013, definendo criminale il presidente Fratello Musulmano Morsi, Douma rimediò un'altra condanna: sei mesi per insulti alla massima autorità statale. L’appello lo portò fuori, per poco. A dicembre una protesta contro i processi militari per la cittadinanza civile gli costa tre anni di reclusione, più lavori forzati e una multa. Le protese di rappresentanze anche internazionali, di Ong dei diritti servirono a poco, nel febbraio 2015 il Tribunale Penale del Cairo gli commina l’ergastolo. Quattro anni dopo giunge una riduzione di pena con condanna a quindici anni. Il suo via vai giudiziario è condiviso con migliaia di attivisti, quelli noti e vivi come Alaa Abdel Fattah, lo pongono al centro dell’attenzione senza alleviarne le sofferenze. Poi arriva l’onda dell’ambiguo progetto “simpatia e benevolenza” messo in atto dal presidente al Sisi e giunge la grazia. Douma viene scarcerato, esce dall’inferno di Tora, può strizzare gli occhi sotto un sole giaguaro e respirare aria e sabbia di casa. Per poco. Nel gennaio di quest’anno piovono altre accuse: diffusione di false notizie atte a turbare la sicurezza pubblica e la pace, le stesse rivolte ad Aida Seif el Dawla, una più anziana attivista che si batte da anni contro la tortura e la violenza contro le donne, e Mahienour el Masry, avvocata dei diritti. Ancora fermi e rilasci a singhiozzo. Giorni addietro fra le associazioni di sostegno ai perseguitati politici egiziani circolano notizie di possibili scarcerazioni e risoluzioni fra i detenuti politici. Dice il resoconto di una di esse: “Ahmed Douma s’è recato alla Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato a seguito di una citazione ricevuta pochi giorni prima. Come ormai consuetudine non è stato informato delle accuse mosse nei suoi confronti o dell'oggetto del suo interrogatorio. Dopo ore di interrogatorio, gli avvocati di Ahmed hanno appreso che era accusato di “aver pubblicato false notizie e dichiarazioni all'interno e all'esterno del Paese con l'intento di disturbare la quiete pubblica e diffondere il panico” in relazione a un articolo pubblicato su Al-Araby Al-Jadeed titolato “Da una prigione nello Stato a uno Stato nella prigione”. Gli è stata ordinata la custodia cautelare per quattro giorni in attesa del caso n. 2449 del 2026 e da allora è sotto custodia delle autorità egiziane”. La custodia è ulteriormente prolungata per quindici giorni. Quanto durerà ancora? Certo, meglio che crepare, com’è accaduto ad altri detenuti… ma qual è l’esistenza umana nell’Egitto piagato dalla sadica satrapia di al-Sisi?


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