E’ la Cina la faccia oscura dei colloqui fra Stati Uniti e Iran che inizieranno ufficialmente venerdì a Islamabad. In sordina e per interposti interlocutori gli incontri sono in atto già da una decina di giorni. Eppure al dominus statunitense piaceva, e l’ha fatto tenere, fino a stanotte il mondo in sospeso con minacce catastrofico-distruttive che, però, non mantenute gli fanno perdere la faccia al cospetto d’un elettorato più radicale di lui. Ormai lo chiamano ‘Taco’, rilanciando un acronimo creato fra gli editorialisti di Borsa che sta per ‘Trump Always Chickens Out’, insomma Trump se la fa sotto, ha fifa. Brutta storia per un megalomane che da presidente degli americani inizia a esser sbugiardato dentro casa, intesa non come nazione, ma nella stessa Casa Bianca. Accade fra alcuni esponenti Maga che gli erano fedeli e adesso non solo gli voltano le spalle, ma l’attaccano volendo la sua dipartita politica. Brutta storia, ancora contenuta nei corridoi, ma per quanto? I malumori ribollono e lo spettro di quanto accadrà prossimamente nei colloqui pakistani potrà avere un riverbero nell’azzoppare le velleità supreme del 47° presidente ben oltre il suo ostinato suprematismo. Si parte con due settimane di tregua, gli iraniani volevano la cessazione totale delle ostilità, Trump la resa incondizionata per non finire “nell’età della pietra”. Un compromesso era inevitabile, come accadrà su vari punti, comunque in discussione ci sono quelli iraniani, non le imposizioni statunitensi. Conosceremo passo, passo le decisioni su questioni cogenti, a meno d’una nuova interruzione pro bellica che Israele auspica, e che un Trump lunatico più della missione Artemis potrebbe rilanciare. Intanto a mettere di buonumore i pur acciaccati e compassati iraniani, è la chiave di volta del conflitto: Hormuz. Le ipotesi trumpiane ‘liberatorie’ dello Stretto sono state surclassate proprio dai consulenti delle Intelligence, interna e sionista. I movimenti di truppe addirittura a migliaia, risultano teatro, peraltro costoso a danno del medio contribuente federale. Sul controllo dei flussi mercantili nello Stretto, magari in cooperazione con l’Oman, i Pasdaran non demordono. Tutti, iniziando proprio dalla Cooperazione con la maiuscola, che riunisce i Paesi del Golfo, alleati o partner di Washington, vogliono sciogliere questo nodo e ripristinare il transito di petroliere e cargo diffusori ovunque nel globo d’idrocarburi, gas e derrate.
Sarà un punto imprescindibile dei colloqui, anche più centrale del futuro nucleare di Teheran. Per comprendere il ruolo di Convitato di Pietra della Cina su questa crisi mediorientale e sui possibili accordi occorre seguire le logiche dei mercati, dall’energetico alle diverse tipologie di flussi mercantili e finanziari, sviluppati da Pechino sottotraccia e alla luce del sole. Questioni ben note agli analisti economici che i colleghi di vicende militari e geopolitiche non possono trascurare. Non solo lo ‘Stato canaglia’ come Washington definisce l’Iran, ma le petromonarchie intrecciano da tempo coi governanti e i manager cinesi affari d’ogni genere. Rispetto all’Unione Europea, autolesionisticamente legata mani e piedi all’economia statunitense anche in epoca di castranti dazi, altrove si diversifica. Gli emiri risultano assai più intraprendenti e flessibili degli economisti occidentali e in quest’apertura dei rapporti non vogliono escludere gli scambi con la Cina. L’Iran grazie al governo di Xi aggira le nefaste conseguenze di decenni di embargo, perlomeno nei grandi apparati statali e delle Bonyad, condizione non derimente ma sufficiente per non affondare scambiando petrolio e gas con macchinari e beni industriali. Con tale salvagente le sanzioni diventano lo specchio delle minacce apocalittiche di Trump, più fumo che sostanza: c’è un po’ di danno ma non è irreparabile. Inoltre appare in controluce il grande disegno cinese. Lungo e insinuante come la storica Muraglia. Insinuare la propria moneta - lo yuan - sui mercati internazionali. Impresa ancora improba, con percentuali sfavorevoli dicono gli esperti: lo scorso anno nel mondo il dollaro ha raccolto il 57% di partecipazioni e transazioni finanziarie a fronte d’un 2% dello yuan. Però seguendo quel che accade a Hormuz, dove la moneta cinese può garantire flussi mercantili, un coinvolgimento dei colossi arabi dell’energia, dei mercati asiatici, le sponde dei Brics e della Cooperazione di Shangai, di schegge dei contrasti geopolitici può accelerare una de-dollarizzazione di economia e finanza. Questa sì, un’atomica prossima ventura.

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