In quell’immenso archivio della vergogna e dei presunti misteri tramandati da ogni governo del Belpaese il delitto Pasolini veste, come e più di altri, l’abito perfetto del depistaggio. Un’esecuzione programmata, voluta, costruita, tramandata e seppellita più del cadavere straziato della vittima. A ogni anniversario del giorno della morte si rinnova il desiderio, spesso ipocrita e a posteriori, di far luce su quanto di più luminoso e palese è stato per decenni sotto gli occhi d’inquirenti, magistrati, legislatori. Molti dei quali, quasi tutti, anno dopo anno facevano come il presunto cieco del proverbio: non volevano vedere. A cinquantuno anni dalla tragica notte - è trascorso oltre mezzo secolo! - all’epoca non segnata dagli effetti speciali di Halloween ma da quelli criminali del clerico-fascismo, non a caso a lungo denunciati dall’intellettuale, spunta fuori l’ennesimo testimone. E’ un ex carabiniere, oggi settantenne, che nel 1975 era fra i militari utilizzati a raccogliere dichiarazioni fra gli abitanti dell’Idroscalo, luogo del sanguinoso agguato. Fornirà elementi all’ennesima inchiesta diretta da un nuovo pubblico ministero (Silvia Santucci). Nel 2010 Angela Molteni aveva prodotto un lavoro (“Enigma Pasolini”) che prendendo spunto da “Petrolio”, il famoso libro incompiuto del poeta-scrittore, cercava nelle vicende della prima loggia occulta, la P1 di Cefis, e dell’altro “mistero italico” la morte di Enrico Mattei, il filo che riconduceva ai motivi dell’odio sistemico verso le intuizioni, le rivelazioni, le denunce lanciate da Pasolini stesso. Se solo la magistratura avesse voluto ricucire e scavare fra le varie tracce indicate ad esempio da giornalisti, uno per tutti un giovane Furio Colombo, e anche in fasi successive, quando la “pecora” designata, il minorenne Pino Pelosi era ancora vivo, sarebbe comparso più d’un percorso alternativo e reale. Si preferì una verità di comodo preconfezionata a modello di regime. Nell’auspicato conforto che i nuovi passi dell’attuale piemme, le testimonianze dell’ex carabiniere, il lavoro d’un meticoloso legale (Stefano Maccioni) impegnato in una ricostruzione di quella nera notte e soprattutto dei tanti, troppi, giorni perduti a non conferire onore all’irreparabile perdita del poeta, conducano pur tardivamente ai mandanti dell’omicidio, rilanciamo un brano della prefazione del citato libro di Molteni che chi vorrà potrà consultare sul web.
“… In tanti casi il Palazzo non è così ineffabile come ama apparire. Perciò non c’è da meravigliarsi se i massacratori di Pasolini siano balordi di periferia come i conoscenti di Pelosi. I fratelli Borsellino, frequentatori d’una marginale sede missina nei pressi di Casalbruciato, sono fascisti di poco conto se paragonati a Giuseppucci e Abbruciati prossimi al giro degli stragisti Fioravanti e Carminati. Se i killer furono scelti fra costoro senza che si utilizzassero armi, tutto ciò aveva lo scopo di rendere verosimile l’omicidio fra omosessuali. Se invece si trattò di una sorta di Armata Brancaleone fuori dal set, lo potrebbe affermare soltanto Pelosi che da gran bugiardo sicuramente trascinerà l’informazione nella tomba.
E’ comunque un particolare secondario per lo sviluppo degli eventi perché della tragica fine del poeta interessa conoscere più i mandanti degli esecutori. E concentrarsi sulle ragioni d’un delitto preparato da tempo dalla campagna d’odio che – come sottolinea nelle sue riflessioni Angela Molteni, curatrice di quel pozzo di note pasoliniane che è pasolini.net – “si manifestava in molti ambienti e non solo da parte dei fascisti”.
Una campagna che riuniva perbenismo clerico-fascista e radical-chic anche di vedute “progressiste” e che fece comprendere alle menti assassine come ormai l’intellettuale fosse isolato… “
https://www.yumpu.com/it/document/read/6925070/illustrazioni-fuori-testo-pier-paolo-pasolini-pages/5






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