C’è un volano che tinge d’azzurro non solo l’orizzonte sul Bosforo, ma altri panorami anatolici e mediorientali della Turchia: l’attuale finanza. Proprio quello che fino a due anni or sono era lo spettro della situazione interna e che nelle elezioni amministrative aveva incrinato lo strapotere del partito di governo (Akp) a favore dell’opposizione repubblicana (Chp) sembra raddrizzarsi e puntellare un governo che molti politologi davano al capolinea. Il miracolo ruota attorno all’operato dell’attuale Ministro delle Finanze Mehmet Şimşek. Cinquantotto anni, nativo d’un distretto di Batman, territorio dove l’etnìa kurda è maggioritaria e a cui appartiene la sua famiglia d’origine. Nucleo umile, otto figli, Mehmet l’ultimo, vissuto senza la madre che muore poco dopo la sua nascita e forse anche per questo altamente motivato negli studi orientati sull’economia. Viene notato e valorizzato dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) e lui si presta alla carriera. Era già stato a lungo nel dicastero dell’Economia sotto gli esecutivi di Erdoğan e Davutoğlu, dal 2009 al 2015. Era un’altra epoca e un’altra Turchia, però la formazione e l’esperienza sembrano tornargli utili. Oggi riesce non solo a contenere ma addirittura a diminuire il tasso inflattivo sceso di quasi 15 punti, 31% attuale contro il 44,5% di circa un anno fa. Il tutto fa respirare l’economia e rivitalizza un Pil che a fine 2025 s’è attestato a 3.7%. Per l’anno in corso il Fondo Monetario Internazionale prospetta una crescita a oltre il 4%. Un tratto di questa rinascita sta oltre il confine meridionale, per ciò ch’è accaduto in Siria con la dipartita di Asad e i programmi di rilancio dello Stato nazionale siriano che ruotano attorno al governo di Al-Sharaa, accettato dagli Stati Uniti e dall’occidente europeo sotto quella sorta di tutela offerta proprio dalla Turchia erdoğaniana. La quale, mentre il Medioriente rischia ulteriori terremoti, perpetrati da Israele contro Gaza, Libano e Cisgiordania e provando ad allungarli sino al territorio iraniano, trova nella diplomazia del discusso padre-padrone di Ankara un pilastro. A esso s’uniscono pure le petromonarchie, incredibilmente protese a scongiurare assalti all’Iran, giustificabili da parte americana dai moti interni e dalla recente repressione. Centralità politica turca, dunque, sia per il peso delle proprie Forze Armate nella seppur malmessa Nato, centralità negli affari d’una ricostruzione siriana, terreno d’investimenti che dureranno anni se nessuna turbativa bellica bloccherà un percorso cui tengono parecchi attori e altrettanti interessi. Da parte sua Ankara s’è già accaparrata un contratto da sette miliardi di dollari per la produzione energetica del Paese confinante, cui s’aggiunge il ripristino e l’ampliamento dell’aeroporto di Damasco, per il quale lavoreranno le aziende già impegnate nel fare grande lo scalo istanbuliota di Havalimanı. Inoltre dall’estate scorsa è attivo il gasdotto fra Kilis e Aleppo capace di fornire sei milioni di metri cubi di gas quotidiani.
Insomma affari a gonfie vele. Per i quali s’è trovata la quadratura del cerchio ai residui d’instabilità di confine fra le aree dell’ex Rojava, un sogno autodeterminato e armato che non piaceva né a Erdoğan (sebbene coinvolgesse più il territorio siriano ma con un riflesso fra l’armatismo delle Ypg e quello del Pkk) né ad Asad e ora ad al Sharaa. Il presidente turco, che aveva già forzato una mano armata contro i kurdi di Siria con tanto di cingolati Altay sul confine rojavo diventato area cuscinetto, ha spento definitivamente i fuochi di guerriglia in casa accordandosi con Öcalan per il disarmo del Partito dei lavoratori del Kurdistan in cambio di autonomie locali, quello di cui si discuteva quindici anni fa. L’incognita è se verranno mantenute le promesse, se il grande vecchio della rivoluzione kurda verrà fuori da una delle più lunghe reclusioni della storia politica internazionale. Sul suo futuro per ora c’è silenzio. Invece un altro vecchio del panorama anatolico, l’alleato dell’Akp Bahçeli (Mhp) cui si deve il rilancio dei colloqui col Pkk e la nuova fase vissuta dal governo islamo-nazionalista, s’esprime a favore della liberazione di Demirtaş, leader e parlamentare dei kurdi che combattono solo con la parola nel Meclis, un onorevole incarcerato da oltre nove anni per fiancheggiamenti, mai dimostrati, con l’armatismo kurdo. Nell’aria di ‘guerra e pace’ che gira per il mondo la conciliazione coi kurdi sta avvantaggiando il ruolo diplomatico, mai dismesso, di Erdoğan. Certo, i giorni che stanno vivendo i combattenti delle Forze Democratiche Siriane sono pieni d’amarezza. Hanno dovuto forzosamente accettare l’integrazione nell’esercito in divenire di Damasco, l’affermano i loro stessi comandanti come Ayman Ghayda per “evitare un bagno di sangue”. Conservano un controllo su Kobanê e il lembo orientale siriano da Hassakah a Semalka verso il confine iracheno, ma non è detto che sarà per sempre. Anzi visto il ridimensionamento del loro ruolo autonomo probabilmente questa tappa sarà una parentesi. L’esercito siriano è in costruzione, il Paese è in divenire, se sarà una confederazione con riconoscimenti alle minoranze kurde, druse, alawite si vedrà. Non ha deposto favorevolmente la fase di scontro aperto d’un anno fa fra le milizie di al Sharaa, non ancora nuovo esercito nazionale, e gruppi lealisti alawiti nostalgici di Asad, in cui soprattutto quest’ultimi e le proprie famiglie hanno avuto la peggio. Ad opporsi a una ricostruzione siriana è principalmente Israele, che punta ad ampliare l’occupazione ben oltre il Golan come fa con la Cisgiordania dopo aver raso al suolo Gaza, offrendola ai piani speculativi dell’affarismo internazionale. E incrementando future migrazioni e condizioni da rifugiati. Forse i profughi siriani rientreranno in patria, sicuramente i palestinesi amplieranno la propria diaspora.














