martedì 24 febbraio 2026

Gli Iran d’opposizione e di governo

  


Meno ampie, più raccolte in alcuni atenei e soprattutto non represse, nei giorni della riapertura dei corsi universitari sono riapparse contestazioni al governo degli ayatollah. Tutte nelle grandi città (Ishfan, Mashaad, Teheran). Se ne sa poco, quanto hanno divulgato le agenzie statali e ciò che mostrano alcuni video inseriti su quei social non filtrati dal regime. Ma proprio alcuni filmati diffusi da canali come Telegram vengono contestati e non dalle fonti islamiche ufficiali. Già in precedenza certi comunicati, ovviamente dall’estero, degli eredi dei Mujaheddin del popolo (Mek)  parlavano di manipolazione di immagini antiregime nelleproteste di gennaio. Il dito è puntato sulla frangia monarchica pro Reza Pahlavi che per gli accusatori tenta di accreditarsi come punto di riferimento delle contestazioni. In quei video gli slogan a favore d’una salita al potere dell’erede dello Shah risultano aggiunti ad arte sulle vere parole d’ordine della piazza indirizzate contro la Guida Suprema. Nel corto circuito di contestazione e sanguinosa repressione esiste una lotta fra fazioni antagoniste per stabilire una gerarchia dell’opposizione alla Repubblica Islamica. E’ solo la conferma della frammentazione d’un pur ampio fronte di reazione al regime che a fine dello scorso anno partiva dallo scontento economico dei bazari, penalizzati dalle sanzioni internazionali per allargarsi ad ampi strati della cittadinanza piegata da una paurosa inflazione e dall’impoverimento generalizzato. E’ una vasta onda di proteste economiche cui s’aggiungeva quella politica del consolidato versante femminil-femminista denominato ‘Donna-vita-libertà’ che aveva infiammato ampie aree del Paese nel 2022. E tali erano le componenti in genere conosciute che hanno rinnovato la protesta ferma ma, a loro dire, pacifica. A essa s’accompagnava la rabbia spontanea giovanile che ha incendiato e sparato nelle notti dell’8 e 9 gennaio, diventando essa stessa bersaglio della durissima repressione dei Guardiani della Rivoluzione. Tremila secondo il governo, oltre settemila per l’Ong statunitense Hrana. Numeri in ogni caso copiosi nei quarantasette anni di potere para khomeinista. In aggiunta, secondo la versione dei vertici di Teheran, si sono mossi nuclei di professionisti di azioni di guerriglia, autoctoni più che stranieri, autorganizzati o addestrati dall’esterno. E’ la tesi di operazioni dirette da Intelligence straniere che dal 2010 in più occasioni hanno compiuto omicidi mirati (su ingegneri del nucleare e capi dei Pasdaran) e pure attentati nel Paese. 

 

Che un’opposizione addestrata e armata stia operando nel cuore di Teheran, l’affermano recenti comunicati ancora una volta dell’organismo dei Mujaheddin del popolo che riferisce d’un attacco al complesso che funge da residenza di Kamenei avvenuto ieri. Realtà, propaganda? A loro dire realtà, ancora una volta in pieno centro cittadino. Infatti nei dintorni d’un viale della capitale non distante da piazza Azadi sono dislocati luoghi istituzionali come le sedi del Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, l’Ufficio centrale della Magistratura, luoghi presidiatissimi oltreché simbolici del potere attuale. Secondo i Mujaheddin alcuni loro nuclei si sono scontrati con la vigilanza, sono stati respinti lasciando sul terreno decine di propri miliziani. Tutti uccisi. Per quest’ennesimo scontro interno, operazione ben diversa dai pur duri tafferugli di piazza del gennaio scorso, i protagonisti non possono che essere combattenti strutturati per assalti armati. Le ipotesi che siano soggetti da tempo reinseritisi nell’ordinaria quotidianità iraniana o elementi reclutati in loco dall’antico gruppo politico, riparato da decenni fuori dai confini nazionali e mantenuto nei ranghi militari in Iraq. Durante l’occupazione statunitense del 2003 era famoso il campo Ashraf dove cinquemila guerriglieri del Mek godevano della protezione e addestramento della Cia. Dunque sempre più i volti politici dell’attuale Iran sono frazionati in tre, quattro, dieci componenti e se l’opposizione agli ayatollah risulta diversa e divisa, lo stesso Stato filo Kamenei discute d’un futuro orientato su una triade di poteri comprensiva di clero, esercito, milizie Pasdaran e Basij detentrici di forza militare ed economica. Intanto viene a galla quel mondo kurdo-iraniano, organizzato in gruppi politici in genere silenti ma ultimamente più vicini che vanno dallo storico Kurdistan Democratic Party of Iranian, datato 1945, al giovane (2004) Free Life Party of Kurdistan. Taluni sono poco più che sigle, altri dichiarano un corpo militante degno di questo nome, e s’avvicinano per dire la loro sul futuro iraniano. Però il raggruppamento comunista denominato Komala s’è sfilato sostenendo che l’ipotetica alleanza manca d’un progetto, mentre il governo regionale del Kurdistan propriamente detto ha avvertito che non permetterà a nessuno di “utilizzare il territorio per iniziative rivolte contro Paesi vicini”. Con ciò il raggruppamento resta orfano o claudicante. Nella divisione etnica locale la spina del Beluchistan parla da oltre un decennio il linguaggio jihadista del gruppo Jaysh al-Adl che rivendica autonomia regionale. Il loro sunnismo deobandi li pone fuori da qualsiasi rapporto con opposizione d’ogni sponda, laica e confessionale, perché detestano pacifismo progressista, marxismo, progressismo femminista ed egualmente il confessionalismo sciita. Hanno interessi para tribali eppure ci sono anch’essi nella scacchiera iraniana posta sotto scacco dagli eventi e venti di guerra.

 

 

  

domenica 22 febbraio 2026

Mestizia rojava

  


L’amarezza più profonda nel volto del Rojava che non c’è più la esprimono le voci di donne kurde che hanno combattuto e fatto politica di rappresentanza. Non che le altre non siano coscienti del retropasso subìto negli ultimi quattordici mesi che sanno di Shari’a nonostante le promesse di non calcare la mano da parte del governo di al Sharaa, ai loro occhi rimasto al Jolani. Più delle sorelle ventenni gli occhi delle trenta e quarantenni delle Unità di difesa delle donne hanno conosciuto il percorso più lungo, dalla ribellione ad Asad, e pure a Erdoğan, diventata sogno sulla linea di confine che da Afrin, passando per Kobanê, diventava Cizre, cantone dopo cantone. Non un gioco, ma un universo per uscire dal giogo degli autocrati siriano e turco, che aveva profumo di autogestione d’un territorio con fasi di pace armata e poi di guerra aperta soprattutto contro lo Stato Islamico insidiatosi da Mosul a Raqqa. Una vicenda lontana più di dieci anni e quasi sfumata, se non ci fossero le vestigia umane raccolte, dopo la sconfitta dell’Isis, nel campo di al Hol, circa quarantamila fra ex miliziani e loro familiari tenuti sotto controllo e tiro dalle forze kurde. Ora anche questi combattenti (circa settemila e tanti non originari della Siria) con mogli, figli e parenti vengono dislocati altrove, proprio per ordini del governo di Damasco in sintonia con gli accordi internazionali su cui pesano il disimpegno statunitense, l’iper impegno turco a favore della nuova Siria, e il benestare delle petromonarchie. Progetto: un nuovo piccolo ordine in quel tratto di medioriente siriano, che resta precario, ma non vuol essere libertario neppure nel futuro dibattuto dai vertici kurdi. Che avevano dovuto ingoiare il frazionamento dei cantoni del Rojava con tanto di diminuzione del territorio anto controllato a causa la creazione delle aree di tutela turca imposte dall’esercito di Ankara. Quindi anno dopo anno, negli ultimi cinque, un ridimensionamento dei loro spazi politico-militari fino all’inquadramento nelle nuove Forze Armate siriane accettato di recente dal vertice, maschile, delle Forze Democratiche Siriane. Tutto questo è noto, quasi nel dettaglio. Meno spazio hanno avuto le voci femminili ricercate solo ultimamente, a cose fatte, anche da quei media mondiali a cavallo fra il mainstream e l’indagine sul campo che non disdegna le ragioni dei perdenti. Così, ad esempio, giorni fa su Le Monde appare il rammarico d’una di queste risolute donne nel riassumere tutto ciò contro cui hanno lottato e che ora rischia il colpo di spugna: la poligamia (o meglio poliginia), i matrimoni imposti alle minori, il tutore parentale garante per gli spostamenti femminili, le violenze domestiche. Tutto ciò rischia di tornare, almeno nei fantasmi comportamentali ben conosciuti dalle combattenti kurdo-siriane. Cancellando una lotta iniziata nel proprio ambito culturale anche prima dell’idea dell’autogestione nel Rojava, lavorando su fattori comportamentali che, se aiutati da norme rispettate nella comunità, riuscivano a rappresentare l’embrione d’una società paritaria di genere. Aneliti di femminismo che non solo rischiano d’essere schiacciati a vantaggio del sempiterno maschile, ma regressioni verso gli aspetti bui del fondamentalismo islamico in materia di legislazione familiare rispetto a diritti civili come quelli riguardanti il divorzio e la gestione dei figli. E’ soprattutto quest’orizzonte che preoccupa le combattenti kurde, non quanto hanno ascoltato riguardo a un loro futuro nel nuovo esercito solo se accetteranno d’indossare l’hijab. Il velo è un simbolo, la sostanza di perdere la rappresentanza politica che avevano finora è molto, molto più pericolosa. Affermano che la società kurda non accetterà mai leggi ostili alle donne e non lo dicono per scaramanzia ma per convinzione anche dei loro uomini. Che comunque politicamente sotto scacco, hanno creduto alle guarentigie della nuova gestione a Damasco.

mercoledì 18 febbraio 2026

Chiusure e speranze

    


“La prima fase si è conclusa con lo scioglimento dell'organizzazione (Pkk, ndr) e la fine della lotta armata. Passeremo ora all'aspetto dell'integrazione, che è la questione centrale della seconda fase” parole del capo storico del Partito dei lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan dall’isola-prigione di Imrali dov’è tuttora recluso. L’ha ribadito di recente in un colloquio col deputato Mithat Sancar del Partito dell’uguaglianza e della democrazia (Dem), recatosi a visitarlo. Quest’ultimo ne ha reso pubblici i pensieri con un’intervista a un’emittente televisiva. E’ trascorso un anno dal primo pronunciamento anti armatista di ‘Apo’, come i seguaci chiamano affettuosamente il proprio leader. Nella sua ricostruzione politica aveva sottolineato come negli anni Ottanta, in una Turchia erede delle feroci dittature militari, non ci fosse spazio per qualsiasi rivendicazione della pur cospicua minoranza kurda (su quel territorio l’etnia sfiora i trenta milioni di cittadini). Perciò le due voci che il neo formato partito d’ispirazione marxista-leninista si dava, erano: propaganda e azioni armate. Ora il grande capo, che già in altri momenti (2009-2012) aveva aperto trattative col regime di Erdoğan pur nella contrarietà dell’ala militarista del Pkk, ritiene ci sia spazio per una "integrazione democratica". Gli ultimi fedelissimi alla linea originaria del gruppo hanno deciso di abbassare le armi, consegnarle, addirittura bruciarle, tanto per offrire un segnale perentorio ai nemici d’un tempo. Nei mesi scorsi le notizie su una decisione definita storica da parecchi politologi e osservatori, sono state comunque limitate. I gruppi organizzati militarmente in Iraq e Siria hanno seguìto i passi dettati dal Gotha dirigente con ampia ricaduta sugli eventi locali che nella fascia settentrionale siriana denominata Rojava segnava la dolorosa perdita di gran parte delle zone controllate dalle Unità di difesa del popolo. Quella continuità amministrativa nel nord-della Siria non esiste più. 

 

 

La geopolitica l’ha sacrificata a un realismo che ha visto rafforzare le posizioni turche a sostegno del piano nazionale dell’attuale presidente siriano Al Shaara, un piano insidiato da Israele che preme per il frazionamento di quell’intero Paese a proprio vantaggio. Ancora una volta, pur con le armi in pugno, l’etnia kurda è risultata un vaso di coccio rispetto a interessi internazionali. E’ stata utile nella lotta allo Stato Islamico ma non lo è al progetto di ‘pacificazione’ d’un territorio che cerca un nuovo assetto interetnico dopo il regime di Asad. Questa la valutazione degli Usa, sostenitori para bellici delle Forze Democratiche Siriane durante la ‘guerra civile’, diventati, non solo sotto l’amministrazione Trump, assertori d’una stabilizzazione richiesta dal mondo arabo, quello affaristico in primo luogo. I kurdi hanno accettato sotto la supervisione dei clan dei Masoud e Nechirvan Barzani e Bafel Talabani, il ceto della ricchezza petrolifera del Kurdistan, che rischia poco e solidarizza a singhiozzo con le altre comunità. Ma l’assenso è venuto anche dall’occhio lanciato gli ostacoli, quello del citato Öcalan e dei rappresentanti militari delle YPG. La fase nuova in cui credono i sostenitori de “l’integrazione democratica” in Turchia, Siria, Iraq (l’Iran resta ai margini per i subbugli interiori legati alle contestazioni del potere centrale) è un percorso, certamente tutto da scrivere, però diverso dai progetti trascorsi.  "In Siria l'integrazione non è una semplice fusione.  In Turchia il riconoscimento dell'esistenza e dei diritti kurdi, la democrazia e la tutela di tali conquiste sono una parte fondamentale di questo disegno" sostiene Sancar. Incredibile a dirsi oggi le aperture per Öcalan, che chiede di concludere una personale reclusione in atto da ventisette anni, vengono dal capo dei Lupi grigi. Il nazionalista Bahçeli, strettissimo alleato del presidente turco, fa esplicito riferimento al "diritto alla speranza" basato su un principio giuridico della legge turca rivolto agli ergastolani. Costoro, dopo aver scontato una buona parte della pena, devono avere la possibilità di rilascio. Bahçeli aveva già parlato della scarcerazione di Demirtaş (parlamentare del Partito democratico dei popoli recluso dal 2016) e proposto il reintegro dei sindaci rimossi. 


lunedì 16 febbraio 2026

Uomini e topi

   

 


Erano più soli e triturati da un perverso destino i braccianti George Milton e Lennie Small a Hill Country negli anni Trenta del Novecento o lo sono oggi nell’abbandono del mondo i familiari di Fayez al-Jadi? Questo padre palestinese, che sotto le vessazioni perpetuate da Israel Defences Force nei due anni dell’orrore per una dozzina di volte ha fatto avanti e indietro fra il nord e il sud della Striscia di Gaza, racconta in un’intervista all’emittente Al Jazeera la grama condizione esistenziale di moglie e figli. I ratti mangiano le tende dove siamo costretti a vivere. Ci camminano addosso mentre dormiamo. Mia figlia di diciotto mesi se li è trovati sul viso. Ha gastroenterite, vomito, diarrea e malnutrizione”. Ratti, mica il topolino che il gigante Lannie carezza in cerca d’un morbido conforto per mitigare una cronica mancanza d’affetto. Tutto sommato Lennie mangiava, a Gaza si rischia d’essere mangiati dai topi. La gente della Striscia sta molto peggio degli straniati braccianti stagionali nell’America strangolata dalla ‘Grande depressione’ descritta nel romanzo di John Steinbeck. I gazawi conoscono genocidio e oppressione, affamamento e privazione di tutto. La crisi sanitaria predisposta dallo Stato d’Israele, perseguitando le agenzie Onu e le Ong come Médecins sans Frontières dedicate a sostegno e cura di gente già martoriata dalla carneficina dell’Idf, raggiunge uno stadio di non ritorno. Senz’acqua corrente e col sistema fognario distrutto le malattie infettive si diffondono, mietendo ulteriori vittime. Attualmente la scabbia azzanna i bambini più dei cani randagi che vagano in cerca di cibo. Lo cercano anche i ratti descritti dal genitore intervistato che infestano tutto, visto che i militari di Tel Aviv impediscono da settimane l’accesso alla principale discarica di Gaza e l’accampamento di al-Taawun soffoca fra i rifiuti. Le micro discariche sviluppatisi non lontano dalla tendopoli costituiscono un pericolo assoluto per la popolazione, cui comunque non è consentito d’accatastare i rifiuti altrove. Secondo le stesse autorità del luogo i sopravvissuti dalle bombe a fusione sono al cospetto d’un altro ordigno tossico e infettivo. Le aree popolate come Yarmouk risultano egualmente a rischio sanitario. La quotidiana lotta per la sopravvivenza ha raggiunto un punto di rottura “Giuro su Allah - dice una madre - che mangiamo il pane dopo che i topi ne hanno mangiato”. Altrove, a Washington, nei progetti del ‘Bord of Gaza’ inventato da Trump per soddisfare la sua foia di potere e denaro s’inizia a discutere d’un progetto che se ne infischia del futuro palestinese e delle stesse emergenze attuali.  Ventidue Paesi partecipanti (Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaijan, Belgio, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan) e l’Italia aggregata come osservatrice. Promesse d’investimenti: cinque miliardi di dollari. Per fare cosa? Lo decide il tycoon biondo. Per ora a Gaza uomini e topi si rincorrono. 


 

sabato 14 febbraio 2026

La mia Africa

      


Piega della chioma a parte le pose con cui Giorgia Meloni s’è presentata ad Adis Abeba all’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana paiono più da Livia Drusilla che da Cleopatra, seppure l’approccio amichevole e anche le sue parole dicono: “Non più logiche predatorie ma altro”. Ecco, capire cosa sia quest’altro nella brillantezza tutta enunciata dell’ormai citatissimo “piano Mattei”, giunto al terzo anno della sua invenzione, resta tuttora un parziale enigma. Il Capo del governo italiano rilancia: “Il Piano Mattei non è soltanto un insieme di progetti, ma una strategia strutturata con impatto concreto per le comunità coinvolte. L’obiettivo è creare un “patto tra nazioni libere”, in cui i partner africani e l’Italia lavorano insieme alla definizione e realizzazione di iniziative condivise”. E ancora: “Il programma è visto oggi come una strategia internazionale in grado di generare risultati tangibili, grazie anche alla collaborazione con organismi come la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo”. La strategia internazionale, comune, finora non ha trovato l’interesse dei Paesi europei che al più, come fa Parigi da decenni, camminano e lucrano in proprio; né tantomeno Berlino concentrato sulla sua economia claudicante e sull’impatto bellico nell’est Europa. L’Occidente d’Oltreoceano è disinteressato alla questione, nonostante i sorrisi e gli inchini profusi verso Trump e il suo staff dalla creatrice del “Piano”. Le presenze che da molto più tempo agiscono sul territorio africano sono il gigante cinese e l’ingombrante Turchia. Allo stato dell’arte non certo partner. Si tratta di due entità con cui sia personalmente sia per interposto organismo, quale può essere l’Unione Europea, Giorgia Meloni non vanta evidenti reciprocità. Con la Turchia, che verso l’Africa ormai da tempo con Mavi Vatan ha costruito un’autostrada d’acqua pure con dirimpettai italiani qual è la Tunisia, Roma deve fare i conti. Certo, questo governo ha ereditato un vuoto pluritrentennale rivolto all’altra sponda mediterranea. Il Belpaese ha fatto appassire i buoni rapporti, al più affaristici che riguardavano ad esempio il gas algerino, con accordi quelli sì stabiliti in prima persona da Enrico Mattei col generoso fifty-fifty, conservati ben oltre la sua morte anche da chi governandoci aveva obbedito agli ordini di chi odiava l’avversario commerciale delle Sette Sorelle, facendolo brillare in aria. 

 

Ma quel gas, che ancora all’inizio del Terzo Millennio conveniva alle casse del nostro Stato e soprattutto alle tasche di noi consumatori, venne in buona parte sostituito con quello acquistato da Vladimir Putin, amico di Berlusconi, della Merkel e di tutta l’Ue prima della sua demonizzazione per causa ucraina. Si sa, la geopolitica è un valzer e l’Italia e l’Europa preferiscono ora danzare con l’ultimo lupo apparso all’orizzonte. Così s’acquista a prezzi sempre elevatissimi il metano statunitense che poi è il rozzo scisto presente in quel tipo di rocce, estratto per fratturazione idraulica delle stesse, con uno spreco elevatissimo d’acqua e il pericolo d’inquinamento delle falde. Un attentato ambientale con cui da oltre un ventennio ogni amministrazione di Washington, Repubblicana e Democratica, ha cercato e ottenuto il primato mondiale nelle vendite di quell’energia. Nella certezza che alleati-prostrati ne accettassero passivamente gli svantaggi. Ad Adis Abeba l’energia e i suoi affari e il fattore umano delle migrazioni continuano a essere i reali pallini del piano meloniano. Dicendo: “Non vogliamo favorire l’immigrazione per avere manodopera a basso costo” Meloni sostiene un princìpio che forse non piace a tanti suoi elettori di Confagricoltura e pure della Coldiretti. Comunque dando atto a tali buone intenzioni, il fine è restare in linea col contenimento della migrazione, uno dei punti base del suo patto di governo in Italia. Ma i leader incontrati dopo i convenevoli col padrone di casa, il premier etiope Ahmed Ali, hanno ribadito i propri bisogni: interscambio tecnologico e conoscenza per poter agire in proprio e spezzare il colonialismo di ritorno che fa ancora da padrone in tanti angoli dell’immenso continente. Gli investimenti previsti superano i 5 miliardi di euro, finora è stato elargito un miliardo e trecento milioni, sono in programma cento progetti per quattordici Paesi che chiedono d’implementare il sapere per autoprodurre in proprio. La vera svolta che cancella la subordinazione con cui la volpe europea continua usufruire (e sfuttare) i serbatoi africani minerali, vegetali, umani. Gli assi nelle maniche del governo di Roma, le aziende pubbliche e private Eni, Enel, Cassa Depositi e Prestiti, Leonardo, Terna, Snam, Sace, Simest, Acea,  saranno d’accordo?

giovedì 12 febbraio 2026

Anno quarantasette

  


Più rituale che profondamente sentita la celebrazione del 47° anniversario della Rivoluzione Islamica ha dipinto del tricolore iraniano piazza Azadi, luogo iconico della capitale iraniana. I rossobiancoverde trasversali degli stendardi brillavano sul nero dei tanti chador femminili delle fedeli che non mollano il velo. Nelle note della stampa ufficiale come Tehran Times il comizio del presidente Pezeshkian ha cercato passaggi nel nome del ricordo. “Perché abbiamo fatto una rivolta? - ha affermato riferendosi a quando gli islamisti scendevano in piazza per sobillare anziché reprimere - Abbiamo fatto una rivolta per amministrare la giustizia, diventare indipendenti e annunciare al mondo che gli iraniani possono sviluppare il loro Paese facendo affidamento sulla volontà, capacità e conoscenza, oltre a portare dignità e libertà alla nazione”. Differenti momenti rispetto all’orientamento delle scorse settimane, poi un richiamo all’intera comunità poiché “Oggi l'unità nazionale è più necessaria che in qualsiasi altro periodo”. E’ un riferimento agli stessi orientamenti di oppositori all’attuale regime, visto che incarcerati quale la premio Nobel Narges Mohammadi continuano a stigmatizzare qualsiasi intervento esterno nei contrasti del Paese, ancor più se mascherati da campagne di “liberazione”. Ma chi spererebbe in un cambio di passo da parte del ‘riformista’ Pezeshkian può disilludersi davanti al suo discorso. “Il Paese ha bisogno d’un leader in grado di conciliare tutti i diversi punti di vista e gusti politici e guidarli verso un futuro migliore” ha sussurrato nei microfoni davanti alla folla. Il nome del leader indicato è il simbolo del potere islamico, l'ayatollah Ali Khamenei, contro cui si scagliavano le piazze di gennaio. Continuità assoluta, dunque, perché come il presidente spiega: “Questa leadership è stata finora in grado di proteggere con forza l'establishment da tutte le sfide ed è proprio per questo che ha suscitato tanta ostilità da parte degli avversari”. Così le rivolte di gennaio, che secondo le fonti del governo hanno causato la morte di oltre tremila cittadini “… hanno profondamente addolorato il popolo iraniano per la perdita di persone care”. Le scuse: “Siamo obbligati a scusarci con la nazione e abbiamo il compito di aiutare tutte le famiglie che hanno sofferto in questi eventi” possono suonare false e irritanti eppure vengono egualmente pronunciate. Del resto se la repressione di strada s’è fermata con lo smorzarsi della protesta, prosegue la stretta su elementi politici riformisti anche noti. Recenti sono state le reclusioni di alcuni esponenti del cosiddetto Fronte Riformista, un cartello che raccoglie oltre venti gruppi d’opposizione, presenti nel Paese. Tra gli arrestati anche ex giovani della Rivoluzione Islamica celebrata ieri. Il settantenne Ebrahim Asgharzadeh, già membro del Majlis nel quadriennio 1988-92, è stato un leader studentesco prima vicino alle posizioni dell’ayatollah Beheshti poi del presidente Khatami. Fu fra gli artefici dell’assalto all’ambasciata statunitense e del sequestro del personale americano, la famosa crisi dei 444 giorni, sebbene personalmente non approvava un così lungo sequestro.  Arrestata anche Azar Mansouri esponente del Partito dell’unione delle nazioni islamiche dell’Iran, fondata nel 2015 durante il primo mandato del presidente moderato Rohani. Proveniva da altre organizzazioni d’impronta riformista (Fronte di partecipazione islamico dell’Iran guidato da Reza Khatami fratello del presidente) e disciolta dopo le proteste dell’Onda Verde. A seguito del bagno di sangue di gennaio Mansouri dichiarava “Esprimo tutto il mio disgusto e la rabbia verso chi ha trascinato senza pietà i giovani di questa terra nella polvere e nel sangue”. Il Ministro dell'Intelligence Esmail Khatib, il presidente della Corte Suprema Gholam-Hosseini Mohseni Eje’i non hanno gradito, così anche per lei si sono aperti i cancelli delle prigioni di Stato.

mercoledì 11 febbraio 2026

Giudea e Samaria

  


Ora se non tutti, quasi tutti parlano dell’arma dei coloni la più efficace alla cancellazione dell’esistenza palestinese nella Cisgiordania, che gli uomini con kippah ed M16 per bocca del proprio profeta politico Smotrich definiscono alla maniera biblica: Giudea e Samaria.  Loro possono più di Israel Defence Forces che occupa i territori palestinesi dal 1967, anche perché immediatamente dopo iniziarono a insediarsi a Gerusalemme est, nel Golan, nel Sinai (fino al 1982), a Gaza (fino al 2005), appunto in Samaria. Occupazioni di fatto benedette dai governi laburisti dei premier Eshkol, Meir, Rabin con l’esercito che assecondava violenze crescenti sulla popolazione araba. Da domenica scorsa l’ultimo esecutivo delle occupazioni e delle discriminazioni, quello Netanyahu che aggiunge la personale passione per il genocidio, offre un ulteriore aiuto alla sostituzione della cittadinanza in Cisgiordania. Attraverso l’abrogazione d’un divieto sulla vendita diretta dei terreni locali e rendendone possibile un acquisto dai singoli proprietari. Finora i coloni interessati alla terra e alle abitazioni esistenti potevano acquistarle solo da società registrate su aree controllate dal governo d’Israele. Le nuove norme ne facilitano il passaggio di proprietà in base alla legge oltre che alla forza. Siamo davanti a un ulteriore passo che elimina controlli e supervisioni, sempre appannaggio dello Stato israeliano, su compravendite che possono mascherare frodi o prevaricazioni. Insomma i palestinesi perdono anche quel filo legale con cui potevano opporsi a operazione proditorie poiché i coloni dovevano richiedere un permesso d’acquisto al Ministero della Difesa che, in caso di aree sensibili, poteva opporsi. Accadeva di rado ma esisteva questa possibilità. Adesso non più. Gli stessi registri catastali, che non erano facilmente consultabili, non si prestavano a poter rintracciare i proprietari, da questo momento per società immobiliari e gruppi di coloni sarà più facile la rincorsa alla terra.  

 

Non solo Gaza da edificare secondo interessi speculativi di resort extra lusso per la clientela di Kushner e soci, ma una egualmente martoriata Cisgiordania da trasformare definitivamente con questi nuovi appigli giuridici. Anzi i promotori della nuova norma, il citato Smotrich e il ministro della Difesa Katz, sostengono che essa corregge l’intrinseco razzismo che “discriminava gli ebrei americani ed europei e qualsiasi persona di etnìa non araba interessata all’acquisto immobiliare in Giudea e Samaria”. I due ministri israeliani si scagliano di fatto contro gli Accordi di Oslo del 1993 che già in fase di formulazione e di stretta di mano fra i rappresentanti delle parti in causa, Rabin per Israele, Arafat per l’Organizzazione della Liberazione della Palestina, mostravano enormi limiti. I territori (della Cisgiordania e Gaza) su cui avrebbe avuto giurisdizione l’allora nascente Autorità Nazionale Palestinese, restavano sotto occupazione militare dell’Idf, il popolo palestinese che dieci anni dopo conoscerà l’umiliazione d’un territorio seviziato dal Muro di Sharon, era tenuto a vista da militari israeliani e da funzionari dell’ANP, i primi armai, i secondi acquiescenti che ne controllavano ogni movimento. Le speranze di pacificazione generate, a maggioranza pur relativa, sui due fronti non trovavano conferme e miglioramenti successivi. I limiti erano rappresentati dall’assenza del diritto al ritorno della numerosa diaspora palestinese, da un’autodeterminazione tramite uno Stato degno di questo nome rimasto solo nelle intenzioni, da un’economia autoctona mai implementata nonostante i richiami d’una cooperazione per energia, acqua, trasporti, finanza, commercio, industria, telecomunicazioni. Per anni è accaduto l’inverso e anche “nei territori a pieno controllo dell’ANP” i coloni hanno potuto scorrazzare, insediarsi, violare patti, beni e persone. Per domani si prepara il peggio, ma esso stesso è partito da lontano.  Neppure dalla ‘Guerra dei sei giorni’ ma dalla volontà sionista di creare un focolare ebraico in Palestina. Un focolare che non ammette i palestinesi.