mercoledì 16 giugno 2021

Presidenziali in Iran, astensione e conservazione

L’elezione presidenziale numero diciotto dall’avvìo della Repubblica Islamica Iraniana può avere, anche prima dell’apertura delle operazioni di voto, un vincitore: l’astensionismo. Questa appare la tendenza che reporter in loco e analisti internazionali stanno offrendo da settimane, soprattutto dal giorno del giudizio espresso dal Consiglio dei Guardiani, il severo selezionatore dei candidati. Dei sette ammessi: Mohsen Rezai, Saeed Jalili, Ali Reza Zakani, Hossein Ghazizadeh, Mohsen Mehralizadeh, Abdolnasr Hemmati, Ebrahim Raisi è quest’ultimo il candidato forte. Già provato nell’elezione del 2017, dove ancora una volta un pezzo di popolo sostenne il moderato Rohani, per evitare una caduta nel conservatorismo che il chierico di Mashhad si porta dietro dall’epoca della sua formazione a Qom. Studiò con l’ayatollah Motahhari, uno dei più importanti discepoli di Khomeini, cofondatore del cosiddetto ‘clero combattente’ che tanta importanza ebbe nell’orientamento teologico della Rivoluzione Iraniana. I detrattori di Raisi, soprattutto i Mujahedin del Popolo riparati da decenni all’estero, ne sottolineano le nefandezze delle condanne a morte inferte ai propri commilitoni, all’epoca prigionieri politici nel Paese dopo i conflitti interni del biennio 1979-81. Raisi insieme ad altri tre membri fu nominato dal marja Ali Montazeri, responsabile della repressione, aveva 28 anni e si distinse per rigore e risolutezza. Le pene capitali comminate furono migliaia, sebbene è tuttora aperta la controversia sul numero delle vittime: duemilaottocento per ammissione del regime, trentamila secondo gli oppositori che non erano solo Mujahedin, ma Fedayn e aderenti al Tudeh. 

 

Dopo la morte di Khomeini, l’emarginazione di Montazeri a favore di Khamenei diventato Guida Suprema, sponsor clericale di Raisi divenne l’ayatollah Yadzi (recentemente scomparso) che lo volle procuratore a Teheran. Da quel momento sotto la potente ala dei principisti la carriera di Raisi è stata tutta in ascesa: nel decennio 2004-2014 ha ricoperto l’incarico di vice capo della Giustizia, divenne poi membro dell’Assemblea degli Esperti, nel 2016 Procuratore generale del Paese e dal 2019 Presidente della Corte Suprema. E’ tuttora il più accreditato a sostituire un malandato Khamenei, in più occasioni dato per spacciato, ma coriacemente attaccato al ruolo di Guida Suprema. Un incarico presidenziale del mullah della città più tradizionalista porrebbe qualche problema alla distensione con gli Stati Uniti, che da tempo l’additano fra le nove figure pubbliche iraniane responsabili  di violazione di diritti umani. Ma l’altalena della politica estera mondiale all’occorrenza volta pagina in fretta. Certo, anche lui dovrebbe smussare posizioni di un’intransigenza fuori dal tempo, come l’affermata, e mai smentita, segregazione sessuale femminile “la maggior parte delle donne lavora meglio in certe condizioni” disse pubblicamente. Comunque, egli stesso di fronte a un possibile successo, già dimezzato dalla prevista bassa affluenza, avrebbe storto il naso sulla rigida selezione dei candidati (seicento i nominativi) attuata dal Consiglio dei Guardiani. Un parterre striminzito e privo di reali avversari non può che ridimensionare l’elezione stessa e il vincitore. Però ormai è fatta. L’ala ultraconservatrice vuole riprendersi le redini ufficiali del Paese, sebbene i settori militare ed economico li tiene ben stretti e controllati col ‘partito dei Pasdaran’. Che alle elezioni presentano un loro uomo potente ma non carismatico, Mohsen Rezai, mentre quattro anni fa schieravano il sindaco di Teheran Qalibaf, ora non utilizzato. Eppure più che esporsi direttamente con una carica visibilissima, i Pasdaran hanno impedito l’ascesa di moderati navigati e di spessore come Larjani e di para riformisti come Zarif. 

 

Quest’ultimo è stato bruciato dalla rivelazione, compiuta dall’agenzia Fars, su dichiarazioni anti Soleimani, che di per sé è una bestemmia assoluta, visto che dopo l’assassinio il generale della Forza Al-Qods più che martire è diventato un santo (cfr. https://enricocampofreda.blogspot.com/2021/04/iran-le-verita-strappate-zarif.html). In tal modo il cerchio s’è chiuso attorno a figure minime, con l’unica eccezione del tecnocrate Hemmati, che è economista e professore e pure brillante nell’eloquio. Non teme le missioni impossibili, ha guidato la Banca Centrale, organismo esposto ai marosi dell’inflazione che da anni affligge una nazione  dove anche la spesa minuta nei bazar sta diventando una piaga purulenta. Però la svalutazione del rial, da anni in caduta libera, non pone in buona luce l’uomo d’apparato. Lui, e altri esponenti del regime, punteranno l’indice sull’embargo statunitense, dichiarando peraltro una verità inconfutabile. Negli anni della stessa presunta ‘distensione’ sul nucleare per gli accordi raggiunti, l’embargo è stato responsabile d’una forma subdola di ostacolo finanziario. Impediva o limitava le transazioni, da quelle delle grandi aziende alle stesse attività minute d’un turismo brevemente rilanciato prima del gelo creato dal Covid 19. Accanto all’inflazione anche la pandemia ha colpito duro, per numero di vittime (il più copioso del Medio Oriente), per difficoltà di ottenere vaccini e inocularli (le cifre ufficiali sono ferme al 5% di popolazione) e i problemi sedimentano. Tanta gente eviterà il seggio anche per evitare i contagi, seppure il contagio più temuto dai vertici dell’establishment sia stato contenuto proprio con questa scelta limitata e scontata, volta a conservare un futuro  direzionandolo al passato.

martedì 15 giugno 2021

Egitto, Fratelli Musulmani dalla prigione alla forca

Mohamed Beltagy prima di entrare nel Parlamento egiziano, incarico che ha ricoperto dal 2005 al 2010, dunque durante l’ultima presidenza Mubarak, era un medico. Oltre alla professione, l’attenzione per questioni sociali l’aveva già spinto verso l’attivismo politico aderendo alla Fratellanza Musulmana. Da deputato attento alle questioni internazionali Beltagy nel maggio 2010 era a bordo della Mavi Marmara in rotta verso Gaza. Quella missione, organizzata dalla Confraternita turca İnsani Yardım Vakfı e denominata Freedom Flotilla, trasportava aiuti umanitari alla popolazione della Striscia posta sotto assedio e conseguente embargo da Israele. La nave subì l’arrembaggio dei reparti speciali di Tel Aviv che uccisero nove attivisti umanitari. Non è stata l’unica violenza osservata da vicino dal medico-deputato. Nel luglio 2013 dopo il colpo di mano militare, sostenuto anche da partiti laici, contro il presidente Mohamed Morsi, Beltagy già defraudato dei suoi beni posti sotto sequestro da un procuratore nominato dalle Forze Armate, vide morire Asmaa, sua figlia diciassettenne, che partecipava al sit-in di protesta davanti alla moschea Rabaa al-Adawiyya. La ragazza fu uccisa con colpi d’arma da fuoco che la colpirono al petto e alle spalle. Morì come centinaia di altri giovani e adulti, una strage passata sotto silenzio, di cui solo pochi media parlarono. Il crimine, perpetrato con l’uso di armi leggere, mise a tacere un numero spaventosamente alto di cairoti. La Brotherhood denunciò la morte di duemila persone, passate per le armi nella piazza e nelle vie circostanti, Human Rights Watch ne ha accertato un migliaio, ma le autorità impedirono ogni sopralluogo internazionale e usarono seppellire molti cadaveri in fosse comuni, bloccando ogni cerimonia funebre. 

 

Era in atto quello stato d’assedio di cui la capitale, e il Paese intero, non si libereranno più, col passaggio del feldmaresciallo Abdel Fattah Sisi da ministro della Difesa, qual era all’epoca della strage, a Presidente della Repubblica. Beltagy, come altri politici islamici non potè piangere sua figlia. Venne arrestato poco dopo dalle Forze della Sicurezza di Giza. Rimase in prigione fino alla sentenza che nell’aprile 2015 gli inflisse vent’anni di reclusione. In questi giorni la condanna è tramutata in pena capitale. Coivolge lui e altri esponenti del Partito della Libertà e Giustizia, tutti detenuti. Fra i più noti Osama Yassin, già ministro della Gioventù durante il governo Qandil, l’esecutivo che rimase in piedi per circa un anno prima del citato golpe bianco. Lo stesso Yassin è un medico, ma durante la rivolta del gennaio-febbraio 2011 era noto come “capo della sicurezza” fra la gioventù islamica che partecipava agli scontri di piazza Tahrir. Era vicino alle posizioni d’un altro leader forte della Fratellanza Khairat al Shater, il carismatico imprenditore in predicato a diventare presidente, che il partito mise da parte preferendogli Morsi. Al-Shater, come altre figure di spicco della Confraternita, venne condannato a morte nel 2015, una pena bloccata a favore dell’ergastolo. Verso gli attuali condannati - oltre a Beltagy e Yassin, anche Essam Sultan e Asfwat Hijazi sono stati colpiti dalla pena capitale - si potrebbe registrare la catena dei rinvii, quella sorta di “fine pena mai” che coinvolge nomi, loro malgrado, diventati noti, come lo specializzando all’università di Bologna Patrick Zaky. Mentre per lui le speranze di libertà non scompaiono, e sebbene di recente qualche detenuto sia stato rimesso in libertà, per i citati esponenti della Fratellanza, su cui oscilla lugubremente il cappio militare, sarebbe già un obiettivo minimo bloccarne l’esecuzione capitale.

domenica 13 giugno 2021

Modi, il populista bollywoodiano

Se il populismo negli ultimi anni è stato, ed è, una frenesia aggregante capace di mettere radici in differenti sistemi della geopolitica mondiale, è anche vero che il peso specifico che caratterizza alcuni degli interpreti più in voga si relaziona a diverse variabili. Insomma il carisma, presunto o recitato, non basta. Donald Trump ha accoppiato spunti eversivi e la potenza dell’impero americano, il suo giro di giostra durato un quadriennio è parso lunghissimo e forse non avrà altre chance. Una meteora? Lui probabilmente sì, non il modello in sé. Altrove dei pesi massimi, laici o parareligiosi, che paiono immarcescibili, Putin ed Erdoğan, da un ventennio orientano a piacimento il rispettivo panorama politico interno. Ci riescono grazie all’indubbia capacità di gestirlo e farlo condizionare da scelte internazionali, anche quelle particolarmente rischiose segnate, accanto agli affari, da intrecci, intrighi, conflitti diretti e per procura. Populisti di cabotaggio inferiore, limitati nell’influenza internazionale come il brasiliano Bolsonaro, e i soggetti piccoli-piccoli alla Viktor Orbán, chiuso sulla sua popolazione, oppure che vivono quel ruolo nella presunzione di poter agguantare incarichi nazionali di primo piano (Salvini e Meloni), fanno parlare di sé solo nei prosceni interni. Ma il populista pop per eccellenza, Narendra Modi, non viene valutato in tutta la sua deflagrante pericolosità. Eppure la ricaduta delle sue azioni sul Paese prossimo a toccare il top demografico mondiale, pur di fronte alla disperante situazione di morte per la pandemia del Covid, risulta inquietante. Dalla sfera legislativa (le norme sull’apartheid verso gli immigrati islamici in Kashmir e le recenti decisioni scagliate contro gli agricoltori) con conseguenti ricadute securitarie e sociali, i tagli ai già  scarsissimi fondi per sanità e istruzione, l’uso fondamentalista della religione hindu che va a braccetto col razzismo nazionalista delle formazioni dell’hindutva che fanno dell’esclusivismo e dell’intolleranza il proprio credo e la propria esistenza. La corrispondenza fra il partito di maggioranza e i picchiatori del Rashtriya Swayamsevak Sangh ha trovato nel populista Modi un facilitatore sin dall’epoca in cui l’uomo guidava lo Stato del Gujrat.

 

Sebbene la violenza sembra lontana mille miglia dall’immagine rassicurante, quasi ieratica, che le sue pose da guru con tanto di filosofica barba propongono e diffondono. La macchina di propaganda di cui gode poggia sui maggiori media nazionali, che ovviamente anche chi l’ha preceduto ha utilizzato a proprio vantaggio come il contestato clan Ghandi. Però gli attuali comunicatori d’apparato non contengono un servilismo che sfiora una ridicola illogicità e trattano gli ascoltatori da infantili creduloni cui si può dire di tutto. Gli ultimi due mesi - quelli delle migliaia di vittime quotidiane di Sars CoV2, delle pire spontanee che cercavano di impedire ulteriori malattie con la putrefazione dei cadaveri, della carenza cronica di posti letto, bombole d’ossigeno, vaccini - vengono tamponati da slogan: “il premier non è apparso perché troppo impegnato”, “non ha parlato perché lavorava, lavorava e lavorava”. A confronto il tanto ridicolizzato regime di Kim appare un sistema aperto al confronto. Comunque ultimamente Modi ha riparlato e ha promesso di far vaccinare 900 milioni di adulti indiani, nonostante tutto ciò che s’era saputo della crisi del Serum Institute di Pune, i contratti stipulati per forniture estere, la fuga del suo manager (cfr.  https://enricocampofreda.blogspot.com/2021/05/covid-19-e-disastro-indiano.html). Nell’India odierna basta credere: a Brahma, Shiva, Baba Ramdev e naturalmente a Modi. E soprattutto non essere informati non tanto sulla quantità dei contagi, totalmente fuori controllo nelle forme iniziali e nelle varianti che si producono, compreso il terribile “fungo nero” che gli scienziati non sanno ancora se correlato alla pandemia, ma anche sul numero delle vittime, assolutamente sottostimato, su dove e come vaccinarsi. Non c’è bisogno di chiosare, perché questo accade anche altrove, che l’appartenenza a ceti benestanti è una discreta garanzia di tutela anche sanitaria, ma proprio gli strati diseredati che credono e votano il premier-guru non focalizzano i modi e la sostanza del raggiro. Seguono fedelmente un capo che ama le adunate oceaniche meticolosamente coreografate con danze e musiche che paiono uscire dagli Sudios di Bollywood, che seleziona le interviste, evita i contraddittori con avversari politici e giornalisti incalzanti. Finora gli è andata bene, il popolo continua a guardarlo con occhi incantati, chi gli si oppone conosce la galera, certe regioni vivono da mesi in stato d'assedio. E' un film destinato a durare?

venerdì 11 giugno 2021

Bharatiya Janata Party, spaccature sulla rivolta contadina

Il Punjab, uno fra gli Stati indiani che ha dato impulso e manifestanti alla gigantesca protesta contadina contro la legge voluta dal partito di governo, non offre nessun contributo allo sblocco d’una situazione congelata. Del resto sono direttamente il premier Modi e il suo ministro dell’Agricoltura Narendra Singh Tomar a difendere a spada tratta le normative che gli agricoltori contestano. Le contestano perché ne mette a repentaglio un’attività autonoma a vantaggio delle multinazionali del settore. Ma ultimamente alcune crepe si sono create nel raggruppamento arancione punjabi. Taluni attivisti, che nei mesi scorsi avevano solidarizzato col ceto rurale, hanno chiesto al centro del partito di fare retromarcia. Lo spettro è la perdita di consensi nelle elezioni del prossimo anno. Non contenti degli avvertimenti, questi esponenti sono tornati per via fra gli agricoltori, che rinnovano il tam tam contestatore nonostante i tentativi di nuovo isolamento che la drammatica situazione sanitaria indiana imporrebbe. Il condizionale è d’obbligo, visto che su molte tematiche l’Esecutivo non riesce a contenere esuberanze e desideri di ampi strati della popolazione, esasperati per vari motivi. “E’ meglio che il governo riveda le leggi” dicono alcuni militanti locali del Bjp. E aggiungono che lo spettro delle violente rivolte regionali d’un quarantennio e un trentennio addietro s’aggira in un ambiente sempre pronto a infiammarsi. Composto da una popolazione non così numerosa - trenta milioni d’abitanti - ma tutti impegnati nell’agricoltura per la straordinaria fertilità di quelle terre poste fra cinque fiumi, questo è il significato del nome dello Stato. Frumento e altri cereali con cotone e alberi da frutta costituiscono un patrimonio non indifferente per l’India contadina. Scontentarne la gente, tutta hindu ed elettrice del Bharatiya Janata Pary, non è un atteggiamento ragionevole,  sostengono i riottosi del Bjp.  

 

Veterani di questo raggruppamento nel Punjab che, in qualche caso, hanno rivestito incarichi pubblici nazionali, si mostrano fortemente critici sulla rigidità ideologico-legislativa degli attuali vertici e temono una disastrosa ricaduta socio-politica per Modi. Definito carismatico e capace di rendere possibili cose impossibili, ma su questo tema potrebbe pagare uno scotto altissimo, peraltro già apparso in recenti scadenze alle urne; scontentare i contadini è un errore per la copiosa categoria, per il Paese e pure per il partito. Più chiaro di così? Insomma, i vertici nazionali non possono rilanciare la litanìa che questa legge rappresenta una garanzia sociale, quando gli interessati affermano il contrario. Non si convince con le buone intenzioni chi s’è già fatto i conti in tasca e sostiene che non riuscirà a sfamare i figli. E le famiglie degli agricoltori sono assai numerose… Fra l’altro la cocciutaggine dei consiglieri di Modi e lui medesimo, sta mettendo in crisi alleanze locali, con cui il Bjp amministra vari Stati. All’inverso cresce la solidarietà verso gli agricoltori, altre categorie sono colpite dalla determinatezza fin qui dimostrata e tramite i propri rappresentanti d’associazione promettono aiuti d’ogni sorta. Se una parte della stampa indiana sta dando voce alle dichiarazioni ufficiali del leader Bjp del Punjab, tal Ashwani Sharma, significa che dai palazzi di Delhi si cerca di recuperare una situazione interna che può detonare. Dice Sharma: “Alcuni colleghi offrono punti di vista personali che non hanno alcun peso. Il premier è impegnato a garantire sussidi alla gente dei campi, mentre c’è chi cerca di denigrarne l’operato. Chiedo a tutta la popolazione: cosa ha fatto per anni il Partito del Congresso per i contadini? Perché non ha adottato una moratoria sui loro debiti anche davanti a gesti estremi come il suicidio attuato da alcuni?”. Nell’India aggredita dal Covid la lotta rurale ricompare e spacca il partito del premier.

martedì 8 giugno 2021

Herat, giù le bandiere della guerra

L’ammainabandiera dell’occupazione si svolge a Camp Arena, la base Nato di Herat, casa dei militari italiani, e per vent’anni di diversi giornalisti nostrani ‘incorporati’. Il parà che oggi saluta la mesta discesa degli stendardi (tricolore, stelle e strisce, e l’inventato simbolo del Resolute Support) che tre generazioni di cittadini afghani - dunque non solo i taliban - hanno considerato bandiere di guerra, da domani all’11 settembre prossimo volerà via assieme ai commilitoni. Trascinandosi apparecchiature di difesa e offesa, quelle armi che hanno sempre rappresentato la smaccata contraddizione di missioni cosiddette di pace. I primi cento in divisa giunsero dalle caserme nostrane dal dicembre 2001, due mesi dall’avvio dell’operazione Enduring Freedom. L’ottobre successivo i reparti furono rafforzati con centinaia di specialisti alpini, parà, bersaglieri, carabinieri per l’Isaf Mission, e dal 2014 per il citato Resolute Support. Cinquantamila nostri militari si sono alternati negli anni, con una punta massima di quasi cinquemila effettivi, sempre e comunque diretti dal comando statunitense. E cinquantatré bare di ritorno, più quella d'un suicida. Una missione di servizio più che alla Nato alla politica estera americana, che con George W. Bush decise l’invasione dell’Afghanistan. La mantenne durante i due mandati di Barack Obama, raggiungendo il massimo delle truppe sul campo: 140.000 uomini. Proseguì con Donald Trump, seppure con l’intenzione di sganciarsi da un pasticciaccio geopolitico che ha prodotto esclusivamente danni. Non solo per la disfatta del sedicente progetto di democratizzazione del Paese, una gigantesca balla venduta a un’opinione pubblica che si è voluta, e si vuole, tenere disinformata sulla reale situazione interna. I fatti hanno svelato la corruzione dei politici promossi dall’Occidente - prima Hamid Karzai, quindi Ashraf Ghani -; i loro rapporti coi vecchi Signori della guerra, reintrodotti nelle Istituzioni e nei governi; il sostegno a un fondamentalismo non inferiore a quello dei talebani che si volevano combattere. 

 

Balle sulla diffusione di servizi scolastici, tuttora impossibili per ampi strati di ragazze e ragazzi che vivono in province perennemente in guerra. E sull’implemento della giustizia civile e penale (a lungo nostri parlamentari si sono vantati di questo), mentre la giustizia era ed è impedita da magistrati conniventi con boss locali, con guerrafondai, coi talebani stessi. Fino all’ulteriore gigantesca bugia della riorganizzazione d’un esercito nazionale che, pur inquadrando fino a 350.000 uomini, ne ha continuato a perdere migliaia per la mancanza totale di prospettive socio-politiche d’uno Stato inesistente. Ai denari gettati al vento: 2.200 miliardi di dollari da parte statunitense, dieci miliardi sul versante italiano, s’aggiungono le inquietanti percentuali sulle condizioni di vita: un tasso di povertà al 55% (nel 2001 era del 33%), su quello di disoccupazione (circa il 10% della media mondiale inalterato anch’esso, come la condizione dei diritti civili). Mentre la produzione dell’oppio in diciott’anni è più che raddoppiata.  Cifre ufficiali dell’Unama dichiarano duecentocinquantamila vittime, ma altre voci provenienti da ambienti contigui ricordano come i numeri passano essere sottostimati, alla stregua di quelli dei grandi massacri interetnici della guerra fra i warlords nel quadriennio 1992-96. Ottantamila morti dichiarati, secondo associazioni afghane per la giustizia come il Saajs l’ecatombe fu più ampia. La fredda contabilità che dal 2017 a oggi, in una fase di attenuazione del conflitto, ha visto aumentare stragi e vittime civili. C’è poi la penosa questione dei questuanti d’uno stato di protezione: cinquecento fra interpreti, tuttofare e propri familiari, al servizio dei reparti militari italiani chiedono d’essere portati via perché temono rappresaglie talebane. I turbanti dicono che se costoro si pentiranno d’un passato compromesso dalla prossimità con le truppe d’occupazione non gli sarà torto un capello. Nessuno si fida e la richiesta si fa pressante. Oltre ai profughi Roma dovrà attendere anche l’arrivo dei “collaborazionisti”.

sabato 29 maggio 2021

Covid-19 e disastro indiano

Se non fosse il disastro che è, con tutti gli intrighi, i sotterfugi, le bugie, i drammi che affliggono decine di milioni di cittadini, la vicenda di mister Poonawalla farebbe da trama a una delle tante produzioni di Bollywood, tutt’altro che a lieto fine. Anche per lui fuggito a Londra con l’avvenente consorte e i pargoli, sembra giunta la sorte avversa del destino. In realtà cade in piedi, finisce in un’enorme e lussuosissima abitazione nel paradiso dei signori: l’area per straricchi di Mayfair. Comunque continua a dire di star male e aver paura di tremende vendette. Proprio così. Adar Poonawalla è figlio di Cyrus, il creatore del Serum Institute di Pune, azienda nata nel 1966 e diventata leader nella produzione mondiale di farmaci. Adar ne è da tempo l’amministratore delegato, sarebbe meglio dire era, poiché su quella carica pende quell’incertezza che l’ha fatto riparare nel buen retiro  dell’ex matrigna coloniale, inseguito - sostiene sempre lui -  da minacce pericolosissime. Più che dalla gente comune, moribonda e sofferente in gran numero, le intimidazioni potrebbero venire da chi contesta alla multinazionale d’aver trascurato il mercato interno dei vaccini anticovid, per lucrosi contratti internazionali. Nelle scorse settimane davanti ad alcuni centri dove i ricoverati crepavano per mancanza d’ossigeno e di altri strumenti di supporto alla malattia comparivano manifesti che accusavano “Perché avete spedito i vaccini dei nostri bambini all’estero?” Alla domanda legittima e disperata, la polizia ha risposto con retate rivolte ad attivisti dell’opposizione. Ma anche figure di primo piano della politica nazionale: Sonia Ghandi, per il Partito del Congresso, Sitaram Yechury per quello comunista, e lo spauracchio del premier Mamata Banerjee, che ha umiliato il Bjp nella recente elezione nel Bengala, hanno chiesto conto a Modi di tanta criminale sciatteria verso il terribile male. Lui semplicemente se ne infischia. 
 
Proprio gli affari del Serum Institute e del suo super manager, hanno avuto il benestare governativo, e dopo l’accordo addirittura d’un anno fa stipulato con AstraZeneca per la produzione del Covidshield ad uso interno, le mosse successive dello scorso gennaio vedevano Poonawalla dirottare 70 milioni di dosi a Paesi stranieri. A fine di quel mese s’è verificato un incendio della nuova linea di produzione aziendale del vaccino (casuale, doloso? nulla trapela) e secondo quanto dichiarato alla stampa l’amministratore delegato, temendo per la sua incolumità, ha fatto velocemente le valigie trasportando l’intera famiglia nel sicuro riparo britannico. Ancor’oggi Poonawalla afferma che potrebbero “tagliargli la testa”, facendo intendere quasi una vendetta di sponda jihadista. Una versione benvista dal fondamentalismo hindu, che un anno fa aveva diffuso la teoria del “Coronajhad” per lo sviluppo assunto dalla pandemia in un’area di Delhi dopo un incontro di massa organizzato da una Confraternita islamica. Purtroppo simili raduni sono ripresi dopo l’estate. A maggio scorso Modi aveva decretato alcune settimane di chiusura di molte attività, la ricaduta sulla micro economia di milioni di famiglie i cui pasti quotidiani dipendono dalla possibilità di lavorare, aveva delineato una situazione esplosiva. Nei mesi estivi s’era registrato  un calo dei contagi, pur fra controlli minimi e riscontri insignificanti. Nei mesi di ottobre e novembre giungevano le ciclopiche manifestazioni degli agricoltori, provocate da decreti governativi in loro sfavore, seguite da una sorta di liberatoria per feste private, pubbliche e religiose. I contagi risalivano paurosamente, eppure il negazionismo governativo era assoluto. Scarsissimi gli investimenti sul disastrato settore sanitario, disprezzo e persecuzione verso medici e scienziati che lanciavano accorati appelli, imbarazzanti suggerimenti per tamponare la pandemia con “urina di vacca e unguenti a base di olio di sesamo, di cocco e burro da porre nelle narici due volte al giorno”. Un pazzesco mix di menzogne e superstizione che ha condotto, dietro certi guru promossi consiglieri del governo, milioni di hindu a immergersi, come da atavica ritualità, nelle acque del Gange, per poi galleggiarvi cadaveri. 

 

Le pire sotto cielo sono apparse in decine di servizi, in centinaia d’immagini che il contenimento repressivo del Baharatiya Janata Party non è riuscito a oscurare. Certo, l’apparato mediatico di sostegno ha prodotto, e continua produrre, un’enorme disinformazione tramite i propri canali. La più inquietante riguarda gli apparati e istituti preposti proprio alla notifica dell’attuale stato della malattia. Diversi organi, anche sul web, trasmettono cifre aggiornate ogni ora - attualmente indicano in 320.000 le vittime - ma diversi studiosi di statistica, anche indiani, sostengono che i numeri sono ampiamente sottostimati. I cittadini deceduti per Coronavirus sarebbero oltre un milione, alcuni esperti sostengono che come per altre percentuali il governo impone agli istituti un abbassamento anche di cinque volte i dati finali. Così dopo un anno, l’India potrebbe aver registrato oltre un milione e mezzo di vittime, quota che rapportata al miliardo e 350 milioni di abitanti può apparire contenuta, ma di per sé non lo è, e in ogni caso rappresenta la peggiore catastrofe del Paese dalla sua indipendenza. Nessuna carestia, nessuna inondazione monsonica ha fatto altrettanto. Il guaio è che con l’orientamento dell’attuale esecutivo al potere l’orizzonte rimane oscuro. Accanto all’altolà tutto in spirito nazionalista imposto alla grande azienda farmaceutica di Pune: i vaccini devono restare in loco, e ne sono previsti con un logo che mostra l’effige neanche a dirlo di Modi, il sistema ospedaliero non viene rafforzato, quello preventivo neppure, la sovrappopolazione non solo negli enormi slum, ma nelle stesse periferie delle metropoli con estrema  promiscuità abitativa, lasciano inalterata la minaccia di nuovi focolai. Cui s’aggiunge la questione delle varianti. Chi non viene vaccinato, dunque centinaia di milioni di persone, visto che per quest’anno il governo promette d’inoculare 300 milioni di dosi, presta il fisico a diventare un laboratorio per sviluppi del Sars-CoV 2 in nuove versioni. Le varianti indiane sono due. Forse tre. Per ora. Del domani non v’è certezza.

venerdì 28 maggio 2021

Taliban, la vera trattativa sul terreno

Né Doha, né Mosca e neppure Ankara. Le trattative reali, sul terreno che sa di polvere ocra e di polvere da sparo, si fanno in certe province attorno a Kabul. A est, Laghman, a ovest Wardak e poi a Baglan e Lugar, tanto per completare i punti cardinali. Tanto per ricordare chi comanda e dove, e soffoca in una morsa la capitale. Ritiro della missione Nato dal primo maggio aveva decretato con tanto di firma ufficiale l’ex presidente americano Trump. Più avanti ha ribadito l’odierno capo della Casa Bianca, Biden, cercando uno spazio personale in una decisione già presa  più che presso lo Studio Ovale, nella stanze blindate del Pentagono. Così è scaturita la proroga fino al simbolico 11 settembre prossimo. Eppure il ventennio della disfatta e del disonore non si cancellano, restano nelle mente di chi li ha subiti (milioni di afghani), di chi ci fa i conti oggi (governanti fantoccio e loro apparati), di chi gestisce il presente e prepara il futuro (i talebani). Quest’ultimi hanno formato una sorta di Comitato di trattativa locale, rivolto ai disperati che vestono la divisa d’un esercito fantasma, quello messo su con retorica e prosopopea dalla Nato con la struttura del Resolute Support. Coi suoi istruttori, anche italiani, che traevano guadagni personali nello stare in loco, per addestrare qualcosa d’inservibile, un’armata Brancaleone che, al di là di qualche ardimento o vendetta personale, non ha cuore né interesse a battagliare contro i turbanti. Così, l’ennesima madornale bugia, venduta per anni sui media occidentali: l’autodifesa afghana a prescindere dalle truppe d’occupazione, è venuta allo scoperto. 

 

In realtà l’inefficienza si palesava a ogni assalto nemico, sempre più baldanzoso - l’assedio di Kunduz, durato settimane, i ripetuti attacchi a Lashkar Gah - e attualmente che il futuro del Paese è segnato, perché i marines stanno già smobilitando da alcuni centri, ecco che i governatori tutt’altro che provvisori si fanno vivi. Si tratta dei comandanti talebani che telefonano, sì telefonano, o inviano i loro messi in certi avamposti, dove sono asserragliati, e sarebbe meglio dire abbandonati, reparti dell’esercito di Kabul. Gente che mangia a stento e beve acqua piovana (quando c’è) dicono agenzie come Reuters. Gli ambasciatori parlano coi capi, dicendogli: guardatevi attorno, scrutatevi in faccia, siete in condizioni disperate, chi ve lo fa fare a combattere per Ghani? Se vi ritirate non vi uccidiamo. Se entrate nelle nostre file, vi nutriamo e vi paghiamo. E’ quanto raccontano cronisti locali al New York Times. Una verità che, pur conosciuta, i portavoce politici statunitensi non dichiarano per pudore, e l’attuale governo afghano cela per disperazione. Al di là dei feroci e criminali attentati contro gli hazara, compiuti dall’Isis del Khorasan seppure attribuiti agli studenti coranici, quest’ultimi non sembrano voler neppure attaccare più l’esercito di Kabul. Cercano di comprarselo. Poi qualche militare, qualche poliziotto che li ha in odio, magari combatterà come l’ultimo kamikaze. Uscendo dalla propria “Fortezza Bastiani” in terra afghana, come in un passo d’un infinito ottocentesco “Grande gioco”.


 

lunedì 24 maggio 2021

Gaza, quel che resta di certi giorni

Si specchia in una pozza torbida lo sguardo di tre oggi bambini, domani – se gli andrà bene, molto bene perché la morte è sempre dietro l’angolo – giovani gazawi. Cerchio d’acqua, forse liquame poiché l’Israel Defence Forces ha picchiato duro con le sue bombe non solo su palazzi. Ha colpito strade, interrompendone molte di gran comunicazione e cercando la ragnatela a lei ostile dei tunnel. Quegli ordigni hanno scavato trincee, aperto voragini, divelto tubature d’acqua potabile, già insufficienti per un milione e mezzo di gente. Hanno sventrato fogne. Chi osserva di persona ciò che resta dei giorni dell’anomalo conflitto, parla di tanfo, del puzzo nauseabondo degli scoli che tracimano da condutture colpite, per sbaglio? Chissà. Dodici anni addietro non è stato così, si sospetta che lo sia anche stavolta perché aerei e droni sanno su cosa e dove tirare, lo Shin Bet ha lavorato meticolosamente, lo testimonia l’uccisione di alcuni capi nemici, sebbene qualcuno sia sfuggito agli omicidi mirati. Come in altre occasioni, far fuori alcuni militanti ha divelto molte vite innocenti. Morte anche fra costoro. Morti bambini. Pure queste sono cronache d’esecuzioni annunciate, perdite collaterali all’obiettivo primario, con un’aggiunta che arrotonda la cifra e la porta da dieci a cento, da venti a duecento e passa. Saranno stati una ventina i capi di Hamas e della Jihad “eliminati”? I portavoce della Difesa israeliana non l’annunciano, forse sono di meno, il resto è una manciata di cadaveri che il popolo piange e che portavoce anche più illustri dei direttori delle testate nostrane - s’è scomodato Bernard-Henri Lévy - addebitano alla resistenza palestinese che imprigiona i gazawi. Così parlò il filosofo-scrittore, questo replicano diversi pappagalli mediologici.   

Fra chi ancora incredulo, nonostante l’età abbia salutato l’infanzia e s’avvicini all’adolescenza, osserva dai buchi una realtà che continua a non comprendere e soprattutto ad accettare e chi ormai sa che quello è l’orizzonte ordinario conosciuto dalla nascita, lì è scampato almeno in tre guerre a distruttivi missili celesti, perciò sfoglia magari qualche pagina salvata oppure pensa a come fuggire. Forse pensa a scampare alle bombe, i maestri del mainstreaming diranno: a scappare dallo Stato (sic)- galera di Hamas. Certamente rincorrere una vita nuova è il pensiero più giusto felice, pieno, desideroso d’un futuro che viene negato ai ragazzi della Striscia  anche dal corto-circuito della politica locale. Ma s’è detto cento e cento volte: lo straniamento di questi giovani, destinati a crescere e invecchiare, nella privazione d’una vita ordinaria alla stregua dei fratelli della Cisgiordania, è frutto delle tare che il loro vero carceriere, la politica d’Israele, ha creato dopo presunti accordi. Firmati e disattesi. Quelli di Oslo 1993 e il ritiro dell’Idf dalla Striscia nel 2005 hanno solo prodotto da una parte insediamenti di coloni fondamentalisti, dall’altra embarghi e raid sanguinari. Osservare dall’alto macerie è più speranzoso rispetto a non poterle guardare se si è finiti sotto quintali di cemento e gli occhi ormai sono chiusi, il respiro è spento, il sangue gelato. I cuori che restano battono per un orizzonte che non dovrebbe restare eguale, ma per chi conta e comanda, per chi decide e uccide il futuro d’una popolazione senza il diritto alla vita è un fuscello. Lo si può estirpare senza dover rendere conto all’umanità e per i più fedeli del popolo eletto, neppure a Dio.

mercoledì 19 maggio 2021

Gaza, l’arma della resistenza oltre le armi

Il conflitto a distanza fra le Intelligence israeliana e iraniana vede in azione da circa un ventennio agenti del Mossad e quelli dei Pasdaran in un’ampia area mediorientale. I primi usano infiltrare il nemico, e per colpire gli ingegneri di Teheran impegnati nel programma nucleare hanno probabilmente reclutato dissidenti persiani. I reparti Al Qods hanno intrapreso una copiosa formazione di quadri militari fra gli Hezbollah libanesi e i combattenti di Hamas e della Jihad palestinese. Nell’attuale ‘guerra’ fra Israele e Hamas - come i media mainstream amano definire l’impari battaglia dell’aria di questi giorni (227 vittime palestinesi, 12 in Israele) - appare un ben superiore impatto balistico della resistenza gazawi rispetto all’ultima grossa offensiva ricevuta dall’Idf col cosiddetto ‘Margine di protezione’. Sebbene i missili in dotazione ai miliziani palestinesi non possano competere con quelli che esplodono con precisione millimetrica sulla propria lingua di terra, né possono essere teleguidati verso obiettivi avversari, la loro gittata (alcuni sui 100 km), il numero (oltre 3.000 razzi in otto giorni), l’intensità (fino a 470 lanci quotidiani) evidenziano alcune novità. Una capacità considerevole nonostante lo stato di embargo vissuto dal milione e mezzo di abitanti della Striscia e dalle stesse forze politico-militari impegnate in una Resistenza che si mostra viva, anche sul fronte delle armi. I tanto discussi razzi non giungono più dall’esterno, spediti com’erano fino qualche anno fa attraverso celate e lunghe vie di percorrenza: rotte marine nel Mar Rosso verso il Sinai o via terra dal Sudan ed Egitto, quindi sempre coi carovanieri trafficanti di tutto sino ai cunicoli del confine sud di Gaza. Quel periodo s’è chiuso. Vitali restano sempre i tunnel contro cui Israele lancia bombe oppure cerca di tamponarli anche con progetti di mura sotterranee, compiacente il regime di Al Sisi. La dozzina di chilometri meridionali della Striscia non è sigillata e la Santa Barbara della resistenza armata palestinese vive un’altra fase. Quella della fabbricazione in loco. L’Intelligence iraniana ha istruito nuovi quadri alla fabbricazione degli esemplari dei proiettili usati in questi giorni, che provocano qualche problema Israele, non solo nelle zone prossime ai detestati gazawi. 

 

Taluni missili hanno gittate lunghe, circa 100 km, dunque possono raggiungere e superare Tel Aviv. La tecnologia è quella dei Fajr iraniani. Ciò che ha maggiormente preoccupato lo Stato maggiore d’Israele è la quantità di razzi lanciati e la loro modalità, cioè l’uso della balistica. L’intensità dei lanci può confondere l’intercettazione del pur sofisticato sistema di protezione aereo - l’Iron Dome - che tutela il territorio israeliano. I razzi giunti a bersaglio, e in qualche caso mortali, costituiscono quel 5% di tiri non intercettati dal meccanismo difensivo. Ma i palestinesi, oltre ad aver acquisito nozioni per la produzione in loco con tanto di base di lancio, sono stati addestrati alle variabili del moto dei proiettili. Non sfruttando tutta la lunga portata del razzo e tenendo una traiettoria bassa si riesce a ingannare i radar del controllo elettronico israeliano e a bucarlo. Il Mossad, come suo costume, non resta a guardare. Fra i nemici eliminati in questi giorni ci sono anche alcuni esperti di balistica e ingegneria: Juma Talha, responsabile di Ricerca e Sviluppo del governo di Hamas, Sami Radwan che era a capo del Dipartimento Tecnico nella Striscia e l’ingegnere Jamal Zabdeh per i Progetti Industriali. Freddati dai missili intelligenti, e investigatori, diremo noi. Come facesse Israele a sapere dove questi uomini si trovassero, seppure la Striscia sia un territorio circoscritto, appartiene al ‘mestiere’ dell’Intelligence. Aggirare l’Iron Dome è sicuramente più difficile che perforare la rete di protezione di cui la resistenza si dota. La guerra di spie, informatori, infiltrati di Israele col Partito Islamico e i suoi sostenitori regionali va avanti da tre decenni e continuerà. Come proseguirà la resistenza ben oltre la tecnologia delle armi, visto ciò che mostra il sentimento di ciascun palestinese a ogni livello.

martedì 18 maggio 2021

La psicanalista palestinese Samah Jabr: “La resistenza è un diritto e un dovere”

Più e meglio d’una pianificazione politica, sia rispetto all’immobilismo cariatico di Fatah sia dell’islamismo più o meno intransigente,  l’intervista che la psicanalista palestinese Samah Jabr ha concesso ieri alla rivista online Lundimatin, pone punti chiarissimi nell’incistata questione palestinese, tornata a insanguinare vari angoli abitati dal suo popolo. La linea che Israele ha intrapreso da oltre un ventennio – secondo la regìa di Netanyahu e non solo, diciamo noi – gioca sul binomio: palestinesi barbari terroristi o sottomessi disumanizzati. Nell’uno, con omicidi mirati e bombardamenti generici, e nell’altro caso, tramite lo stillicidio d’una frammentazione d’un popolo: i fuoriusciti tenuti lontani da una terra che si chiamava Palestina, chi vive sotto embargo (Striscia di Gaza), chi è sotto occupazione (Cisgiordania), chi nella precarietà dei campi profughi in Giordania, Libano, Siria, a tutti costoro s’impedisce di ricreare una dignità comunitaria, un’essenza economica, una rappresentanza degna d’autorevolezza, di ascolto e accettazione mondiale. Teoricamente questo era previsto nel 1993, non è mai stato così. A tal punto che il sostegno al popolo palestinese, non solo e non tanto per le angherie subìte, ma per la propria capacità di resistenza è riconosciuta da Paesi solidali, limitata però da iniziative come i recenti ‘Accordi di Abramo’, dall’attivismo internazionale, minuto o organizzato, non dalle parolaie istituzioni internazionali come l’Onu reso impotente da veti e aggiramento delle risoluzioni. La stessa Autorità Nazionale Palestinese tende a passivizzare il suo popolo, relegandolo al ruolo di beneficiario di carità internazionale. Una linea che Israele gradisce perché gli toglie dal panorama geopolitico un interlocutore attivo e rivendicativo. 

 

Perciò, sostiene la psicoterapeuta
che vive e lavora a Gerusalemme e della capitale scippata dal sionismo prim’ancora che dai coloni ultraortodossi conosce le mille e una contraddizioni,  i palestinesi devono uscire dal ruolo di vittima che molti vogliono cucirgli addosso. Esiste un’ampia gioventù palestinese, straniata dallo stallo d’una condizione bloccata, la cui prospettiva è unicamente quella di reiterare azioni già viste, se non per esperienza diretta per informazione acquisita. C’è il desiderio d’uscire dal tunnel – materiale e metaforico – non per diventare bersaglio o supplice d’aiuto, bensì per vivere un’esistenza degna della dignità che anima chi sente di voler affermare una differente vita personale e collettiva. D’altra parte Jabr non dimentica come i traumi per i connazionali siano sempre presenti e s’aggravino. Essi vivono sotto perenne minaccia di repressione, prigionìa, espulsione, massacro. Per loro la Nakba esiste da settantatrè anni e continua a perpetuarsi giorno dopo giorno. Questa gente subisce quotidianamente la ripetizione di un’illegalità davanti ai propri oppressori. Non possono che conseguirne angoscia, depressione, frustrazione, umiliazione psicologica, sofferenza sociale. Il male creato dall’occupazione va oltre gli episodi anche cruenti e luttuosi in sé, l’impotenza viene interiorizzata, si perde l’autostima soggettiva e collettiva di poter trovare uno sbocco a una condizione asfittica. L’impotenza paralizza i più, al di là dell’invecchiamento, della mancanza di energie e di soluzioni a medio termine. Però la resistenza contribuisce a tener viva la voglia di vivere, per quanto tutto ciò appaia un paradosso nei giorni in cui a Gaza la morte saetta improvvisa, azzerando anche la vita dei bambini. Eppure la resistenza umanizza, mostra come gli interventi esterni non sono in grado né vogliono proteggere i palestinesi. La resistenza è un diritto e un dovere. E sebbene la solidarietà internazionale dal basso sia una linfa benefica, quel che manca è una ripoliticizzazione interna, unica salvezza per la gente che soffre, da cui può e deve emergere una rigenerata leadership nazionale.  

sabato 15 maggio 2021

Israele, l’odio per l’informazione

Nessuna vita vale un edificio, per quanto simbolico, per quanto utilissimo. Dunque l’angoscia per le vittime, centoquaranta con trentanove bambini, che i palestinesi contano fra le macerie della Striscia rappresentano l’inaccettabile in questi giorni di morte dal cielo. E anche per chi, senza responsabilità diretta, muore dentro i confini d’Israele. Ma la polverizzazione, minacciata e poi eseguita, dell’edificio presente a Gaza City, dove operavano l’emittente Al Jazeera e l’Agenzia giornalistica Associated Press è l’ennesimo tassello che Israele pone alla sua strategia d’oscuramento dei propri crimini. Evitare di mostrare, parlare, scrivere è sempre più difficile nel sistema globalizzato dell’informazione. Eppure si cerca di farlo. Lo fa soprattutto chi sa di stare nel torto, chi considera i reporter nemici di cui sbarazzarsi, impedendo loro di lavorare in ogni modo, con qualsiasi mezzo. Così dopo l’ultimatum dell’Idf, che ha evitato di aggiungere altre morti innocenti a quelle già mietute fra i civili di Gaza intimando di sgomberare l’edificio che sarebbe stato raso al suolo, il proprietario dello stabile (indicato anche come un membro della Sicurezza nell’area) chiedeva qualche altra manciata di minuti per salvare parte della strumentazione abbandonata all’interno dopo l’intimazione di sgombero e la fuga del personale lì impegnato. Nessuna proroga è stata concessa. E computer, telecamere, video, macchinari professionali sono stati seppelliti sotto le lastre di cemento della torre implosa su se stessa e sbriciolata. Così i teorici dell’informazione corretta, sempre e tanto invocata, trattano l’informazione. Chiaramente quella dell’edificio la considerano nemica, faziosa, propagandistica perché appartenente all’holding che gestisce e finanzia l’emittente qatarina dall’epoca della fondazione (1996). In realtà Israele, non solo l’attuale governo d’Israele e il suo leader che ne indirizza la politica da oltre un ventennio, etichettano in questo modo chiunque (giornalista, opinionista o cittadini del mondo) la pensi diversamente da sé. Tanto da aver marginalizzato anche altre voci ebraiche, neppure tanto dissidenti come intellettuali democratici defunti e in vita. Impedire, poi, alla stessa Associated Press, storica agenzia internazionale con oltre centosettant’anni di cronaca narrata, di continuare a farlo in quel palazzone di Gaza City, è sintomatico della grande falsità che Israele racconta di se stessa: essere una democrazia. I fatti dal 1948 dicono altro.

mercoledì 12 maggio 2021

Palestina, una storia con troppi nemici

La politica estera della Casa Bianca che, col verbo dell’amministrazione Biden, s’impegna ad adottare un approccio di difesa dei diritti nelle controversie internazionali mostra un fiato cortissimo nella crisi israelo-palestinese di questi giorni. Sia sulla Spianata delle Moschee, ridotta a un campo di battaglia e ancor più sulla Striscia di Gaza ridiventata bersaglio dei raid aerei dell’Idf. Ci sono anche i razzi lanciati sul territorio israeliano,  finanche su Tel Aviv - alcune fonti dicono un migliaio - che hanno provocato una terza vittima, dopo le due donne colpite ad Ashkelon, mentre cinquantatré risultano finora i cittadini arabi morti nell’escalation militare che ha tutta l’aria di rinverdire le campagne di sangue degli ultimi dodici anni, da Piombo fuso del 2009 al Margine di Protezione del 2014. E mentre Hamas, direttamente colpita nella Striscia sia con l’uccisione mirata di tre responsabili più l’abbattimento d’un grande edificio di sua giurisdizione, e la Jihad islamica si scambiamo col premier Netanyahu accuse e minacce su chi pagherà di più nelle prossime ore, nel dramma e nella morte già fioccano le denominazioni: Guardiani delle mura la chiama Tel Aviv, Spada di Gerusalemme rispondono da Gaza,  da Oltreoceano non giungono segnali di contenimento d’un contrasto che già scivola in aperta offensiva. Israele muove truppe sui confini e richiama oltre cinquemila riservisti. Anche perché in alcuni centri dove la convivenza con gli arabo-israeliani si snodava senza contrasti, la litigiosità è deflagrata in base alla virulenza di questi giorni: a Lod, a sud di Tel Aviv, la cittadinanza palestinese ha dato alle fiamme sinagoghe e auto. Stavolta la popolazione d’Israele non osserva in tivù quel che compie Tsahal alle vite degli altri, vede la propria vita in pericolo, ovviamente non su tutto il suo territorio.

A un Biden meditabondo o assai più in attesa di mosse internazionali, soprattutto russe e turche visto che quei due capi di Stato si confrontano su questa crisi, sopperiscono suoi subalterni, ad esempio Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale, che si confronta con l’omologo israeliano. Più che altro per sostenere la linea della difesa degli storici alleati. Nessuna parola sui blandi tentativi dell’Onu di ripristinare la calma, anche perché proprio gli Stati Uniti stanno prendendo tempo e per ora impediscono la formulazione di testi e risoluzioni. L’attuale ambiguità non stupisce di certo, è una posizione adottata da decenni con le più svariate amministrazioni sempre unite nell’avallare l’occupazione illegale di Gerusalemme nel 1967, l’annessione di fatto del 1980, fino ai passi ampiamente provocatori del 2017 col riconoscimento della Città Santa quale capitale d’Israele. Certo, gli ultimissimi voltafaccia delle più occidentali fra le nazioni arabe firmatarie del cosiddetto ‘Accordo di Abramo’, hanno posto una pietra tombale sull’annosa rivendicazione d’uno Stato Palestinese, promesso, concesso per modo di dire a Oslo, e scippato dalla prosecuzione delle occupazioni illegali dei coloni, proseguite ora col parossistico sfratto da Sheikh Jarrah. Think tank democratici che in questi giorni osservano e, magari, commentano col solito buonismo di ritorno le fiammate di violenza nei luoghi, anche quelli di preghiera, dove i palestinesi sono ghettizzati, sostengono che occorre lavorare per isolare e prevenire violenze. Eppure da oltre un decennio le contraddizioni - palesi, stridenti - nella Cisgiordania occupata e nella Striscia martoriata non solo dal fuoco aereo, ma dall’embargo terrestre, sono rimaste inalterate. Quindi hanno incrementato la frustrazione sociale e civile d’un popolo ridotto a servitù dal fanatismo dell’ultradestra israeliana ormai padrona d’uno scenario politico incistato dal non  senso d’un sistema che gode della discriminazione imposta a cittadini piegati dall’apartheid. Egualmente la casta politica palestinese congela presente e futuro (le elezioni rimandate ancora una volta sono l’ennesima prova), davanti ai falsi fratelli del mondo arabo avvelenatori di pozzi e al cinismo geopolitico internazionale. E il cerchio appare tragicamente chiuso.  

sabato 8 maggio 2021

Kabul, sabato rosso sangue

Ancora donne e ragazze. Ancora Dasht-e Barchi, l’area sciita di Kabul. Ancora morte, ancora sangue. Sangue senza pietà che lascia a terra un centinaio di persone, quaranta vittime e circa sessanta di feriti. Tanti ne arrivano all’ospedale di Emergency, dove i letti quasi non bastano.  L’ennesimo attentato - diviso su tre esplosioni: un’autobomba e due ordigni improvvisati - si è sviluppato nel pomeriggio, quando le studentesse d’una scuola del quartiere abitato dalla comunità hazara stavano uscendo dopo la fine delle lezioni. La zona è stata più volte deturpata da attacchi, un anno fa con l’agguato senza cuore a un ospedale pediatrico di Médecins Sans Frontières nel corso del quale vennero assassinati addirittura neonati. Quello fu un crimine dell’Isil afghano, questo di oggi non è stato rivendicato, ma c’è chi giura che la matrice sia la stessa. I talebani, prim’ancora di ricevere accuse di responsabilità, che l’attuale governo volentieri rivolge loro, si sono dichiarati estranei e hanno condannato l’azione. Il presidente Ghani non ha perso l’occasione per accusarli pur non potendo esibire prove da parte degli uomini dell’Intelligence, solitamente in ritardo su tutto. Ha dichiarato: “I talebani con l’escalation della loro illegittima guerra, si mostrano ancora una volta non solo riluttanti a risolvere i problemi, ma complicano la situazione”. Parole di chi non sa cosa dire e fare, di chi si sente abbandonato dagli stessi mallevadori d’un tempo che hanno organizzato il ritiro militare entro l’11 settembre. Di fatto il rientro delle truppe Nato pone in seria difficoltà l’esercito afghano che, nonostante il decennio di cura, preparazione, finanziamenti e ogni tipo di sostegno ricevuto dall’Occidente non è in grado di garantire la sicurezza al territorio e alle Istituzioni. Intanto la fase di transizione è incertissima, i talebani dovrebbero far parte d’un esecutivo provvisorio su cui è contrario una parte dell’attuale establishment che però non ha né forza bellica, né presa sulla popolazione. Quest’ultima continua a essere bersaglio di contendenti spesso anonimi, come gli attentatori dell’Isil. L’agenzia Onu dell’Unama ha riferito che nei primi tre mesi di quest’anno le vittime civili hanno superato la quota di quelle registrate nel 2019.