lunedì 30 novembre 2020

Iran, tre nodi per mesi caldissimi

Sull’emerita salma di Mohsen Fakhrizadeh, fino al giorno dell’attentato letale guida suprema del nucleare iraniano, pendono almeno tre nodi irrisolti del presente geopolitico della Repubblica Islamica. Il primo: lo squilibrato ‘equilibrio internazionale’, che ha già lacerato l’Iran con l’assassinio del generale Soleimani. Al suo omicidio Teheran ha deciso di non rispondere, le scaramucce su ambasciata e obiettivi minimi statunitensi in terra irachena sono state, appunto, schermaglie. Il secondo nodo si lega proprio alla linea da contrapporre alle sanguinarie azioni nemiche. Moderati e pragmatici sostengono una dignitosa lontananza dall’escalation della risposta ‘colpo su colpo’, e il presidente Rohani non intende applicare la norma decisa di recente da un Parlamento a maggioranza conservatrice: sospendere i controlli degli ispettori Aiea. Collegata a una ripresa dell’arricchimento dell’uranio fino alla soglia del 20% (finora non superava il 4,5%) in virtù della mancata cancellazione delle sanzioni economiche contro il Paese. I falchi meditano vendette non solo da proclamare, sebbene la voce di Qalibaf, presidente del Majles, che reclama una “reazione forte” dello Stato, e la tempestosa: “Piomberemo come tuoni sulla testa dei responsabili dell’omicidio di questo martire” annunciata da Hossein Dehghan, consigliere della Guida Suprema, appaiono più proclami utili alla propaganda che ciascuno inizia a farsi per le presidenziali di giugno, che minacce da attuare a breve. L’unica certezza è l’oggetto della minaccia: Israele, da più parti indicato come il regista e l’esecutore, tramite il suo super braccio armato del Mossad, dell’assassinio del noto professore.

Qui subentra il terzo nodo, di cui discutono gli analisti, ma anche la cittadinanza iraniana che, laica o clericale, riformista o ultraconservatrice, non ama ingerenze esterne, e soffrendo d’una carenza di sicurezza si chiede come si sia potuta materializzare quest’ulteriore operazione paramilitare sul suolo patrio. Una prima versione dell’assalto indicava un commando d’una dozzina di elementi dispiegati per far detonare l’autobomba, sparare sull’auto condotta dallo stesso Fakhrizadeh e sulle due di scorta. Alcuni cecchini erano in auto, altri su moto. Poi è stata diffusa anche una tesi funambolica: i colpi sarebbero partiti da un mitra robotico piazzato sull’auto civetta e azionato da chissà dove, un apparecchio che ha realizzato da terra la funzione dei droni nell’aria. Ipotesi avvincente, ma tutt’altro che provata e diffusa da un’agenzia prossima ai Pasdaran, la struttura nata dalla Rivoluzione Islamica e cresciuta con la cosiddetta “gioventù del fronte” che ha salvato la nazione dalle mire espansionistiche di Saddam Hussein. La milizia dei martiri sacrificatisi per la ‘creatura’ di Komeini, che nei decenni ha costituito l’asse portante del potere degli ayatollah sul versante della forza, venendone ripagata con lo strapotere economico di molte bonyad, fondazioni poste sotto il suo controllo, e con una lobby divenuta partito politico. Eppure quest’apparato tanto potente nella regione, col sostegno dato a nazioni e raggruppamenti alleati in Libano, Siria, Yemen, influente nella politica interna, non riesce a offrire garanzie di copertura del proprio territorio. La forza militare iraniana è indubbiamente cresciuta sul versante della tecnologia balistica di razzi e droni, però su software e cyber apparati, preparazione degli agenti sotto molteplici punti di vista, reti d’infiltrazione i Servizi statunitense e israeliano vantano cospicui margini di maggiore efficienza. 
E a un’esperienza di lunga data aggiungono risorse considerevoli, ad esempio quando occorre finanziare operazioni in territorio nemico. Un sabotaggio è stato registrato nello scorso luglio all’impianto di Fordow, struttura sotterranea di arricchimento dell’uranio sita a 32 km dalla città santa di Qom. E’ il secondo impianto controllato dall’Organizzazione iraniana per l’energia atomica insieme alla centrale di Natanz. In un reparto s’è sviluppato un incendio seguito a un’esplosione, un’azione rivendicata da sedicenti “Ghepardi per la patria”. I servizi interni hanno riconosciuto responsabilità derivanti da una pirateria informatica. Anni fa un libro, scritto da cronisti che avevano prossimità con agenti del Mossad, rivelava come quest’agenzia per le proprie azioni non si fidava di usare ‘esterni’, però grazie a copiosi fondi pagava delatori; acquisiva case sicure dove vivere per settimane o mesi mentre venivano preparati e attuati i piani di sabotaggio. Proprio in Iran, ai tempi della dinastia Pahlavi, l’Intelligence israeliana godeva di coperture della Savak, successivamente i referenti del Mossad possono essere diventati i Mujaheddin del popolo, un gruppo d’opposizione che virò verso il terrorismo. Nei decenni quest’organizzazione, sempre più distante dal suo programma politico laico, ha goduto dei finanziamenti della Cia nei vari uffici sparsi all’estero, iniziando dal presidio parigino della propria ispiratrice: Maryam Rajavi. Proprio gli Stati Uniti, protettori d’una storica loro base operativa in Iraq (camp Ashraf) ne hanno direzionato una parte nell’Albania americanizzata. Coinvolgendo l’Unhcr, alcune migliaia di miliziani sono finiti in una struttura vicina a Durazzo, Manëz. Mujaheddin o meno, chi aiuta i colpi d’Israele sa muoversi in terra iraniana e svergogna la “sicurezza” di Teheran. Fra i tre nodi presenti nell’irrisolto geopolitico e strategico iraniano questo risulta il più inquietante. 

 

 

sabato 28 novembre 2020

Israele a caccia del nucleare iraniano

Ci pensano gli amici del presidente uscente Donald Trump a tenere ben accesa la miccia della tensione internazionale con l’Iran. Uno di questi, l’immarcescibile Benjamin Netanyahu che la maggioranza del popolo israeliano con quattro mandati da premier ha elevato a proprio idolo, ben oltre il padre della patria Ben Gurion, lancia il suo delirio di violenza assassina ancor più in alto di quando iniziò a guidare Israele ventiquattro anni fa. L’ennesima esecuzione lungo la strada del paesino di Absard a est di Teheran, stavolta dell’eminente fisico nucleare Mohsen Fakhrizadeh, segue di due settimane la rivelazione dell'attentato contro il numero due di Qaeda, Amhed Abdullah esplicitamente liquidato dal Mossad il 7 agosto scorso. In questo caso probabilmente l’Intelligence di Tel Aviv non rivendicherà l’azione, ma il dito puntato su di lei e sul governo israeliano, viene direttamente dal presidente Rohani. Parole durissime del moderato della politica iraniana che nella prossima primavera chiuderà il mandato: “Ancora una volta le mani del diavolo dell’arroganza globale si sono macchiate col sangue dell’usurpatore mercenario regime sionista. Il martirio di Mohsen Fakhrizadeh non rallenterà il nostro successo”. Perciò se l’amministrazione Biden vorrà riaprire un dialogo sul “nucleare iraniano” si troverà di fronte una determinazione pari a quella dell’epoca Ahmadinejad quando, sempre l’alleato israeliano, di fisici impegnati sul piano nucleare di Teheran ne eliminava una quaterna alla volta.

In più c’è lo spirito di vendetta che ribolle fra i pasdaran, gli ayatollah intransigenti e la stessa Guida Suprema Khamenei, che sul tragico episodio finora è rimasto silente. Del resto il sessantatrenne fisico assassinato era un loro uomo. Aveva militato fra le Guardie della Rivoluzione ed era un famoso fisico, esperto nel settore missilistico. Aveva ricoperto la carica di responsabile dell’Organismo d’innovazione e ricerca della difesa. Per i suoi nemici un obiettivo sensibilissimo, tant’è che proprio Netanyahu due anni addietro parlando sul tema del nucleare iraniano aveva segnalato lo scienziato nemico come un “nome da ricordare”. Nella sua personale agenda una condanna capitale. Il ministro degli Esteri di Teheran Zarif, ha puntualizzato il precedente indicando in Israele il mandante, sebbene non si sia pronunciato sugli esecutori del colpo. Nonostante il lavoro dello staff di Fakhrizadeh possa rappresentare un incubo per Tel Aviv, la rivalsa difficilmente sarà diretta. Anche alla gravissima perdita del comandante Suleimani a inizio del 2020 non è seguita alcuna operazione. Certo, in quella circostanza era direttamente coinvolta la Casa Bianca, Trump in persona si felicitò per la scomparsa d’un “terrorista”. Ma seppure a Teheran il cosiddetto ‘partito della forza’ prema, è più probabile che una ritorsione verso Israele si giochi fra le componenti alleate nel Medioriente a lui prossimo: Libano e Siria. Invece potrà crescere l’influenza dei duri, pasdaran e ayatollah intransigenti, nella politica interna del Paese che nella primavera prossima affronterà le elezioni presidenziali. 

mercoledì 25 novembre 2020

L’Afghanistan da sgretolare

Terrorizzare la gente, affossare il sistema attuale, con Ghani, e quello futuro, che può imbarcare i talebani. Il programma sfascista dello Stato Islamico del Khorasan in Afghanistan prosegue il percorso di sangue. In un mercato povero presso Bamiyan, con contadini a esporre prodotti della terra e piccoli mercanti con altre merci esplodono due ordigni. Il gemellaggio del terrore fa quattordici vittime. I superstiti si chiedono se avranno la forza della necessità e della disperazione di tornare nello stesso luogo, dopo che mani pietose avranno portato via i poveri resti, la polvere avrà assorbito il sangue, qualcun altro avrà gettato secchiate d’acqua per cancellare le tracce dell’orrore, che invece sedimenta nell’anima d’una popolazione sempre più colpita, turbata, sbandata, abbandonata. In contemporanea, in una conferenza a Ginevra, i sessanta Paesi donatori meditano di ridurre i finanziamenti a Kabul. Nel 2012 erano 16 miliardi di dollari, nel 2016 15, ora se ne propongono 12 miliardi. Oltre il 50% del budget nazionale proviene dagli aiuti internazionali. Sono i piani con cui la “generosa” Comunità internazionale tiene per il guinzaglio l’economia di nazioni fallite, rendendole incapaci di ricevere finanziamenti produttivi esteri e al contempo avviare un'emancipazione economica. Inutile aggiungere che le quote di sostegno sono dirette, solo nominalmente, ai bisogni della gente.

In più dall’inizio dell’operazione di morte definita ipocritamente Enduring Freedom, e d’ogni successiva missione Nato, le nazioni occidentali che puntellano l’occupazione l’accompagnano con le elargizioni della cooperazione internazionale. Le due voci di spesa vengono finanziate in contemporanea dalle Istituzioni, in Italia funziona così. Peccato che anche buona parte di questi fondi venga gestita dal governo locale, dalla sua politica e dai suoi uomini corrotti che ingrassano un sistema e poco o nulla fanno giungere alle ong oneste operanti nelle province afghane. Ora l’accresciuta instabilità in varie aree fa parzialmente chiudere i rubinetti ai donatori. Secondo Mike Pompeo, ancora per poco Segretario di Stato Usa: “La scelta fatta coi negoziati di pace influenzerà la dimensione e gli orientamenti dei futuri sostegni internazionali”. Con la riduzione delle truppe in loco (da gennaio si ritireranno 2.500 militari americani) il blocco occidentale vuol dare un segnale ai talebani diminuendo gli aiuti, proprio a seguito delle aggressioni proseguite nei mesi passati. La posizione d’un rappresentante dell’Unione Europea (Borrell Fontelles) a Ginevra va in questa direzione: “Per un vero processo di pace la violenza deve fermarsi. Ogni tentativo di rilanciare un Emirato islamico avrebbe un impatto negativo per un nostro coinvolgimento”.

Diplomaticamente subalterno il ministro degli Esteri afghano Hanif Atmar dichiara: “Gli insorti devono ascoltare le domande poste dal mondo intero”. Figurarsi se i talebani ascolteranno lui, vassallo del fantoccio Ghani… I colloqui inter afghani nel loro difficile percorso trovano un ostacolo proprio attorno a figure come l’attuale presidente che vorrebbe reiterare una presenza politica, mentre i turbanti sono disposti a interloquire e rapportarsi solo con volti nuovi. I garanti occidentali rilanciano, sostenendo l’impossibile: il governo di Kabul dovrà vigilare su stabilità e sicurezza. Lo dicono per dire, conoscono tutti i limiti di quest’affermazione, ma la lanciano egualmente. I dialoghi stanno proseguendo come un colloquio fra sordi: ciascuno tiene una posizione sgradita ad altri e l’impasse è perfetta. Dopo la notizia del taglio dei fondi Ashraf Ghani ha intrapreso il consueto piagnucolìo. Afferma che i quattro miliardi in meno priveranno – ma guarda un po’ – la promozione dell’istruzione e la difesa dei diritti umani, minando le condizioni di vita e addirittura il suo recente piano sull’anti-corruzione. Detto da lui, al vertice da sei anni, contestato all’elezione del 2014 e nuovamente in quella del 2019 per brogli, sembra una gag. Diventa un assist, servito sul piatto d’argento, alla delegazione talebana che s’è affrettata a far sapere come i fondi esteri sarebbero più sicuri se consegnati a strutture popolari o, ovviamente, a loro stessi.

martedì 24 novembre 2020

Egitto: note dalle carceri di Sisi

E’ Hamada Al-Sawi, il superprocuratore egiziano che ‘si occupa’ nel suo Paese del caso Regeni, a decretare quale sarà la sorte dei tre arrestati dell’Egyptian Initiative Personal Rights. Per come s’è mosso dalla data di assunzione dell’incarico, settembre 2019, c’è poco da sperare. Voluto nel ruolo dall’entourage di Sisi, gode della fama di duro, per lui tutti coloro che gravitano nelle associazioni e ong della difesa dei diritti e della libera espressione possono essere considerati attentatori della sicurezza nazionale, dunque terroristi. Un’accusa che può valere per chi la subisce la pena capitale o l’ergastolo. Amici del trio dei recenti arrestati hanno diffuso sui sociali queste notizie: il direttore Abdel Razek è in isolamento in una cella, giaciglio senza materasso e rasatura dei capelli all’ingresso della prigione. Come da prassi tutti gli effetti personali gli sono stati sequestrati, non ha coperte e vestiti pesanti e soffre l’umidità del luogo. Non sembra per ora aver ricevuto trattamenti a base di tortura. Nell’incarico di responsabile dell’EIPR è stato sostituito da Hossam Bahgat. Reclusi, ma in altre celle, i colleghi Mohammed Basher e Karim Ennarah. Quest’ultimo, recente sposo con una regista di documentari, l’inglese Jess Kelly, aveva preventivato un trasferimento in Gran Bretagna, passo per ora bloccato. La donna ha esposto il proprio dolore a un’emittente televisiva britannica. Fra le consorti private dell’affetto del marito c’è Celine Lebrun Shaat, sposata con Rami Shaat figlio d’un ministro palestinese e di un’egiziana. L’uomo è prigioniero da un anno e mezzo. Negli ultimi contatti con la moglie ha rivelato le condizioni di sovraffollamento della sua cella (tredici persone) con ovvia mancanza di spazio, di prevenzione dal Covid 19, d’igiene minima, visto che il luogo umido è infestato di scarafaggi e altri insetti. Le guardie impediscono a parenti e amici di far giungere ai detenuti ogni genere di conforto e gli stessi insetticidi. Ma questo, finché non si finisce in mano alle squadrette dei pestaggi e dei cavi elettrici, è il minimo…

domenica 22 novembre 2020

L’Egitto che non può cambiare: Zaki resta in galera

Se l’Italia impegnata nel dettare i tempi politici, col presidente Conte, e giudiziari, col pm Colaiocco, al regime repressivo e assassino del presidente Al Sisi doveva ricevere l’ultima risposta sull’efferato omicidio di Giulio Regeni dal clima che si respira al Cairo, purtroppo ogni speranza può considerarsi vanificata ben prima della scadenza offerta del 4 dicembre. La cartina al tornasole di questa tendenza viene dall’ennesimo rinvio a una possibile scarcerazione di Patrick Zaky, legato egualmente al nostro Paese per gli studi in corso a Bologna e dallo scorso febbraio trattenuto nelle carceri egiziane. Lo sarà per i prossimi 45 giorni, questo hanno decretato i giudizi al servizio di una giustizia di parte: quella voluta dal presidente-golpista dal volto bonario e dal cuore perfido. Non ci meravigliamo. Saremmo rimasti sorpresi di un’inversione di tendenza, pur sempre auspicabile, però impossibile per quanto Sisi e la sua cricca hanno creato da anni. L’ex ministro della Difesa, lì collocato nientemeno che dalla sua vittima politica preferita: il presidente Morsi poi disarcionato, ha certamente uno staff di fedelissimi. Negli ultimi anni, con la sedimentazione d’un potere personale sono venuti  a galla anche il classico clanismo e i favoritismi verso i familiari, come nella peggior tradizione dei raìs mediorientali. Ma non si può né si devono sottovalutare i meccanismi tradizionali in cui quest’autoritarismo personalistico si è innestato. Innanzitutto l’appartenenza alla lobby militare, che è l’essenza dell’Egitto moderno, nato dal putsch dei “Liberi ufficiali” nasseriani.

Da quasi settant’anni le stellette fanno il bello e cattivo tempo nella vita politica, sociale, economica, civile e incivile della grande nazione araba senza che islamisti (sempre perseguitati), laici, intellettuali e ogni categoria possano bloccare quel potere. Quest’ultimo elegge capi, boss, raìs e presidenti, nonostante esistano partiti, sindacati, istituzioni religiose (islamiche e copte) che si trovano inevitabilmente a collaborare per la conservazione di questo stato di cose. Chi non lo fa non può essere che perseguito, come accade dal tentativo della grande spallata della rivolta 2011, la cosiddetta primavera di Tahrir. Contro quel cambiamento, affinché i militari (che nei mesi dell’utopica rivoluzione “guidavano” il Paese col Consiglio Supremo delle Forze Armate) ricollocassero un proprio uomo ai vertici ufficiali della nazione, contribuirono forze laiche, liberali, di sinistra, tutte unite contro il pericolo della Fratellanza Musulmana. Nella propria inconsistenza finirono per abbracciare la revanche militare e militarista di quelli che il popolo ribelle individuava come i propri nemici: mukhabarat, poliziotti, militari, baltagheyah (picchiatori della malavita), feloul (nostalgici del vecchio regime). Fra costoro ci sono gli spioni, i torturatori, gli assassini di Giulio Regeni. Ma prima del suo sacrificio, c’è stato quello di migliaia di attivisti e oppositori perseguitati dall’agosto 2013, per mesi, per anni. Poi anche di quella sinistra imbelle che per incomprensione della realtà o per settarismo aveva scelto di stare coi militari. Di accreditarne l’ufficializzazione nelle massime istituzioni laiche: presidenza della Repubblica, ministeri, Parlamento. E’ noto come il sistema consolidato da Sisi sia articolato, travalica la stessa lobby dei suoi sottoposti, che lui mai svenderà per ragioni di democrazia, che ama calpestare, di libertà, che vuole umiliare, di morale, che non conosce.

La rete, su cui ha costruito un potere anche personale, lo lega a quel mondo perché egli ne fa parte. Ci si può illudere quanto si vuole, ma il capo di questo sistema non rivelerà i domicili dei cinque agenti dell’Intelligence individuati dai pm italiani. Coloro che hanno pedinato, sequestrato, fatto fuori Regeni visto come simbolo dell’ingerenza della libera informazione sull’Inferno egiziano che gli amici del presidente hanno creato in questi anni su sua indicazione. E’ triste, ma è così. L’Italia, il suo attuale governo, la nostra magistratura dovranno seguire propri percorsi, additare un uomo e il suo regime, mettere davanti alle crude  responsabilità un Paese, perlomeno quello complice, vile o sottomesso che tiene sponda all’apparato dell’assassinio. L’Occidente addormentato,  simile ai liberali e sinistorsi egiziani che non denunciavano i crimini dei militari del Cairo già nel biennio 2011 e 2012, misfatti basati su stragi, sparizioni, uccisioni, repressioni, imprigionamenti, sono stati svegliati dall’omicidio del ricercatore friulano. Alla buon’ora!!! L’Egitto piangeva i suoi giovani da anni, continua a piangerli giorno dopo giorno, come raccontano gli ultimi giornalisti rimasti, gli avvocati dei diritti, gli operatori di ong ridotti al lumicino. Per rompere quest’accerchiamento alla libertà, questo soffocamento della vita che continua a colpire ogni parola, ogni pensiero l’unica via è la denuncia di quel regime. Sisi non sarà mai un amico del mondo libero, l’ultimo oppressore del popolo egiziano non può che cadere. Una leva alla rimozione possono darla anche i premier occidentali che continuano a richiamare “libertà, giustizia, onore” purché ne abbiano volontà e coraggio.

venerdì 20 novembre 2020

L’Afghanistan delle stragi

Nelle ricostruzioni a posteriori, del resto quest’inchiesta s’è appena conclusa, prende corpo l’idea che quei, forse all’epoca definiti ‘danni collaterali’, che erano corpi in carne e ossa poi ridotti in cadaveri, vennero massacrati per avviare alla guerra reclute. Versare sangue per fare sangue, non a caso la pratica veniva definita “sanguinamento”. La macelleria è quella afghana. Vestivano i panni del boia divise australiane aggregate alla Nato, gli Special Air Service, non i mercenari col tempo sempre più utilizzati, ma militari di carriera sotto la direzione statunitense. Diventavano capri espiatori i contadini della provincia centro-meridionale dell’Uruzgan. Saifullah, Bismillah e decine di simili finiti sparati in testa, in petto, alle spalle più o meno come i martiri delle Ardeatine, solo in numero più ridotto: trentanove. Rivelazioni frutto delle testimonianze acquisite dai responsabili di una Commissione sui Diritti Umani, che sono state utilizzate nell’inchiesta aperta dalle Forze armate di Canberra nei confronti dei propri corpi inviati a sostegno della guerra voluta da George W. Bush e proseguita da Barack Obama. L’epoca dei fatti s’aggira attorno al 2005. Ma talune ‘operazioni speciali’ ed extraordinary rendition sono proseguite anche oltre, durante la prima amministrazione del “presidente della trasformazione”, un cambiamento che la politica estera americana ha solo parzialmente conosciuto. Non sul fronte afghano, dove il ripensamento attorno agli “scarponi sul terreno”, preludio del rientro di truppe che erano giunte a 100.000 unità, è una conseguenza delle ripetute battute d’arresto della campagna militare Usa nei territori occupati.
 
Dal 2010, anno delle maggiori perdite sul campo della missione Isaf (711 proprie vittime), i marines ridussero l’attività di terra e gli stessi pattugliamenti in territori ritenuti ostili. Ora, di perfide fasi del conflitto che di per sé fanno del cinismo un metodo più o meno periodico, la travagliata Repubblica Islamica dell’Afghanistan è teatro da decenni. I fatti ricostruiti, bontà sua, da un tribunale australiano se non in cima ai crimini reiterati su quegli scenari, costituiscono comunque un’operazione criminale. Assaltando famiglie inermi nei villaggi dell’Uruzgan, sfondando porte delle case, puntando armi su donne e bambini, aizzando su di loro cani, sequestrando e passando per le armi uomini solo perché vivevano in aree dove la guerriglia talebana era presente e aspra, ha fomentato nella gente il rifiuto di qualsiasi presenza straniera. Un’occupazione che solo la propaganda, cui le nazioni aggregate alla Nato hanno offerto supporto di uomini e reparti speciali (l’Italia che ripudi ala guerra coi parà del Col Moschin e del 4° reggimento alpini, fino alla task Force 45, coinvolta nelle ‘consegne straordinarie’ della Cia) dichiara di sostegno logistico alla popolazione. Chi quei tank, quelle spregevoli armi d’assalto se li è visti venire addosso e far fuoco, se sopravvissuto, ha incamerato ben altra visione dell’Enduring Freedom e dell’Isaf mission. Come l’ha dell’insulso Resolute Support utile alla conservazione di eserciti che perpetuano le proprie spese autoreferenziali. Grazie a esse, in base a un’occupazione che prosegue le forze talebane hanno costruito il mito della propria resistenza e s’apprestano a rientrare nei palazzi del potere.

I bavagli di Sisi macchiati di sangue

Ha voglia il cantautore Ramy Essam - che quasi un decennio fa, faceva intonare Irhal (Vattene) all’intera piazza Tahrir sollevatasi contro Mubarak - a chiedere ai governi europei di rompere i rapporti con la dittatura di Al Sisi. L’intervista è di ieri, ai microfoni della Rai a seguito della consegna del ‘premio Tenco’ assegnato all’artista. Ma l’accorato appello difficilmente verrà raccolto da esecutivi che nell’epoca Covid guardano agli affari economici, non certo al dramma della repressione nel grande Paese arabo. Mentre Essam solleva il suo grido di dolore, e può farlo solo perché dal 2014 è fuggito dall’Egitto di Sisi di cui ha impresso sulla pelle la ferocia, l’apparato del presidente-golpista continua a colpire. Ieri sera è finito in galera Gasser Abdel Razek, direttore dell’Egyptian Initiative Personal Rights, struttura che da lunedì scorso s’è vista incarcerare il direttore amministrativo Mohamed Basheer e Karm Ennarah, responsabile della giustizia penale. La colpa del trio è d’aver incontrato nei giorni precedenti alcuni rappresentanti di Stati europei alleati del Cairo (Germania, Francia, Gran Bretagna) e un esponente del Canada. Il tema dei contatti verteva appunto sulla repressione e il totale disprezzo dei diritti dei propri cittadini da parte delle autorità egiziane. Un aspetto del tema coercitivo riguardava la pena capitale. Un recentissimo rapporto dell’Eipr denuncia la pratica di cinquantatre condanne a morte nel mese di ottobre, di cui il regime di Al Sisi s’è macchiato senza rivelare i luoghi delle esecuzioni. L’arresto dei tre esponenti dei diritti segue la consolidata prassi dei “quindici giorni” che vengono poi prolungati ad libitum. Anche l’accusa rivoltagli ricalca un copione prestabilito: diffusione di notizie false che incrinano la sicurezza nazionale. Ulteriore addebito è la presunta minaccia di rovesciare il sistema. Del resto dal ministero degli Esteri del Cairo si ammoniscono gli alleati occidentali a non rapportarsi a Ong e organismi (in genere dei diritti umani come HRW, che continua a lanciare appelli per la liberazione di oltre 60.000 prigionieri) “impegnati a screditare il buon nome dello Stato egiziano”. Lo Stato della distruzione delle identità non solo di oppositori e attivisti, ma di giornalisti, intellettuali, avvocati dei diritti e chiunque sia impegnato a rivelare gli effetti del sanguinario regime benvisto dai reazionari del Medio Oriente e del mondo. Tollerato dagli altri per vile affarismo.

mercoledì 18 novembre 2020

Militari turchi affiancano quelli russi in Nagorno Karabach

Il Parlamento turco ha approvato il dispiegamento di proprie truppe nelle aree di confine del Nagorno Karabach, non è ancora certo se entreranno nell’enclave affiancando come ‘osservatori di pace’ i duemila militari di Mosca che Putin aveva inviato in quel territorio nella stessa nottata in cui i governi armeno e azero firmavano l’accordo di cessate il fuoco da lui stesso suggerito. Dipenderà dai patti che i potenti supervisori si daranno nei prossimi giorni. Comunque il presidente Erdoğan non voleva lasciare all’omologo russo, regista delle trattative fra i contendenti, l’unico vantaggio di schierare le proprie pedine in una zona sensibile fuori dai confini statali. Mosca e Ankara praticano da un quinquennio questa tattica, applicata sullo scenario siriano e libico, utilizzando milizie mercenarie nei momenti di battaglia e propri militari nei presidi di pace e pattugliamento, che restano occupazioni di fatto di territori. Pur noto per l’attivismo decisionista Erdoğan non perde il contatto con istituzioni e passaggi previsti dalle leggi, ottenendo peraltro un consenso trasversale fra varie componenti politiche interne. Sull’ultima crisi dell’enclave contesa da un secolo da Armenia e Azerbaijan, il presidente turco coglie l’occasione di accusare l’inconcludente politica estera del cosiddetto gruppo di Minsk (in cui è presente la stessa Russia, Francia e Stati Uniti) per aver congelato una situazione instabile per circa un trentennio, dopo il conflitto conclusosi nel 1994 con l’occupazione armena di vari distretti attorno al Nagorno, prima con l’esercito poi con nuovi insediamenti di popolazione. Ora queste aree verranno restituite al governo di Baku assieme a un pezzo del Karabach.

Come abbiamo visto dal mese di settembre, quando è stato avviato un nuovo scontro in maniera peraltro velleitaria da parte armena che ha pagato un’impreparazione militare, la Russia putiniana si è smarcata dall’Osce e ha fatto intendere a Erevan una sorta di protettorato ma non s’è impegnata in nessun intervento diretto. L’ingenuità del primo ministro Pashinyan - oggi autocritico, oltreché criticato e contestato in patria - e il revanscismo del nazionalismo armeno hanno scelto di attaccare gli avversari che hanno risposto militarmente in maniera più adeguata, anche per le maggiori risorse, ad esempio sul piano missilistico. Le battaglie di artiglieria terrestre e le azioni coi droni hanno seminato morte fra i civili, di entrambe le comunità, con peggiori conseguenze fra le truppe soprattutto armene che reclamano circa duemila vittime. Ma accanto ai danni delle bombe su abitazioni e beni s’aggiungono quelli causati dalla rabbia di chi abbandona le zone perdute. In questi giorni ci sono testimonianze di armeni che pur di non lasciare case agli atavici nemici, le bruciano. E distruggono anche altri beni intrasportabili. E’ quella linea segnata dal fuoco di pogrom, persecuzioni, vendette, riconquiste lunga secoli, che il nazionalismo richiama per non sanarla mai. Inutili sembrano anche le conclusioni dei padrini-mediatori che invocano “la collaborazione fra le comunità per l’interesse di tutti”. Mentre sono già in viaggio decine di migliaia di profughi volontari che s’allontanano da quello che per trent’anni è stata la “loro” terra, poiché non si fidano del futuro. La nazione armena rischia di vedersi invasa da troppa gente che non riuscirà facilmente a ricollocare nei propri confini. E le ferite non si rimarginano.

sabato 14 novembre 2020

Leader di Qaeda ucciso a Teheran

Dell’eliminazione di Abdullah Ahmed Abdullah, alias Abu Muhammad al-Masri, freddato per strada a Teheran da agenti del Mossad che agivano in collaborazione con la Cia, non hanno parlato né la componente colpita, né gli esecutori materiali e i mandanti e neppure il Paese dove l’omicidio è avvenuto ben tre mesi fa. L’annuncia un articolo del New York Times. L’agguato è del 7 agosto, data simbolica poiché quel giorno di ventidue anni or sono le ambasciate statunitensi di Nairobi (Kenya) e Dar es Salaam (Tanzania) saltarono in aria. I due attentati, che causarono 224 vittime, vennero attribuiti dall’Intelligence americana ai gruppi di fuoco facenti capo ad al-Masri all’epoca trentaseienne. Ma perché tenere segreta quest'uccisione? In realtà la notizia dell’oscura eliminazione è stata offerta in maniera alterata. Accanto all'uomo, che viaggiava in auto e venne affiancato da killer in moto, c’era la figlia Myriam passata anch’essa per le armi silenziate, come usano fare gli agenti segreti, la loro identità era sotto copertura. Al-Masri era chiamato Habib Daoud, in Iran figurava come un docente di storia, la giovane è stata sposata con l'erede di Osama, Hamza bin Laden, anni addietro fatto fuori con un drone. L’ipotesi, alquanto credibile, proposta da alcuni analisti dialoganti con la Cia, è che padre e figlia fossero ostaggi coperti dai pasdaran. Vivevano in un’abitazione nel quartiere dove le Guardie della Rivoluzione hanno il loro quartier generale. E nella ricostruzione rivolta alla stampa dagli esperti di terrorismo internazionale, l’Iran si sarebbe offerto a ospitare e conseguentemente controllare alcuni personaggi di spicco della galassia qaedista, al-Masri era diventato il numero due dietro al-Zawahiri, dall’epoca in cui alcuni soggetti al vertice di quell’organizzazione cercavano di sfuggire alla caccia della Cia (dopo l’agguato a Osama bin Laden a Abbottabad, il 2 maggio 2011). Eppure in questo controllo d’un nemico comunque giurato – è nota la contrapposizione iraniana nei confronti di Qaeda, non solo per ragioni religiose – a lungo andare qualcosa non ha funzionato. Col venire a galla di questa notizia, ancora una volta la capitale della Repubblica Islamica Iraniana è stata oggetto di scorribande di agenti israeliani che hanno usato la stessa metodica con cui tempo fa eliminarono scienziati e ingegneri locali coinvolti nel piano dell’arricchimento dell’uranio per il progetto nucleare. Insomma, si è davanti a un buco della "sicurezza" di Teheran, che mette a nudo le capacità di controllo del territorio e degli obiettivi, com’è accaduto nello scorso gennaio con la perdita del comandante Soleimani durante una trasferta a Baghdad. Secondo il ministero degli Esteri iraniano, sulla vicenda la stampa internazionale sta offrendo scenari da finzione  cinematografica, ma al di là di versioni soggettive, i risvolti di taluni risvolti della geopolitica possono risultare anche più azzardati delle trame di certe fiction.  

giovedì 12 novembre 2020

Egitto, tangenti per una libertà vigilata

Nell’Egitto repressivo di al-Sisi si rafforza un business particolare. L’illegalità dell’illegalità vede uomini della National Security - il braccio armato che pedina, preleva, tortura e quando serve elimina cittadini alla maniera di Giulio Regeni - che intascando denaro liberano il prigioniero. Tanto lo tengono d’occhio, sanno dove vive, gli impongono perquisizioni domiciliari e appena vogliono lo riacciuffano. Si tratta d’una pratica che può anche sfuggire ai controlli, se mai qualche superiore si premunisse di farli. Oppure chi sta sopra sa e magari guadagna anche lui. Una robetta con cui gli scherani del potere, nel mondo a parte che li utilizza e li protegge, arrotondano stipendi già macchiati di sangue. E’ accaduto ad alcuni detenuti. L’hanno denunciato sui social media sempre in anonimato, perché ciascuno sa quel che rischia venendo allo scoperto. Un ‘pay and go’ (paghi ed esci, ma puoi rifinire in gattabuia), l’altra faccia dello ‘stop and go’ (ti arresto, ti rilascio per poi riarrestarti) praticato da quei magistrati, che periodicamente rimandano i processi, rinnovano le detenzioni di mese in mese, come stanno facendo dallo scorso febbraio con lo studente Patrick Zaky. L’inferno repressivo egiziano è variegato e vanta gironi peggiori di quelli che si sono conosciuti. Prendiamo un detenuto noto come Mohamed Soltan, figlio d’uno studioso di giurisprudenza islamica. Soltan junior ha anche una cittadinanza americana ed era passato per Wadi el-Natrun, il famigerato ‘carcere oscuro’, nel governatorato di Beheira, a 75 km nord dal Cairo, di cui lanciamo un breve vademecum. 

Da testimonianze raccolte attraverso avvocati dei diritti, poiché non si riescono a effettuare sopralluoghi in quella struttura, si sa che i detenuti sono ammassati fino a sessanta in celle di venti metri quadrati. Nel periodo invernale non vengono distribuite coperte. Le celle sono prive di finestre per passaggio d’aria. Non è permesso nessun esercizio fisico, solo in circostanze particolari con un numero minimo di detenuti (situazione non presente da sette anni a questa parte) veniva concessa una passeggiata giornaliera di qualche minuto. Durante visite di familiari, che durano anch’esse pochissimo, 5-7 minuti, sono state denunciate molestie a mogli e sorelle dei reclusi da parte delle guardie carcerarie. Quest’ultime, in svariate occasioni, hanno insultato e percosso i prigionieri davanti ai congiunti. Sono stati presentati esposti per torture inflitte ai reclusi usando bastoni e cavi elettrici, mentre nei mesi caldi li si lascia ignudi per ore sotto il sole e poi li si ‘visita’ con squadrette del pestaggio. Ecco, Soltan ha conosciuto questi trattamenti, perché nell’agosto 2013 era presente al sit-in di protesta contro la rimozione del presidente Morsi e relazionò ad alcuni media in merito alla strage della moschea Rabaa, dove fra i mille e i duemila attivisti della Confraternita islamica vennero massacrati. Il numero non è stato mai rivelato dalle autorità. Dopo un rilascio scaturito da uno sciopero della fame e un intervento internazionale dell’amministrazione statunitense, Soltan ha denunciato a un Tribunale americano l’ex premier egiziano El-Beblawi proprio per i trattamenti subìti nel ‘carcere oscuro’ dove sono passati tanti Fratelli Musulmani.

Però le ritorsioni verso i Soltan proseguono. Un gruppo di suoi cugini in Egitto non sono stati reperibili per giorni. I parenti hanno temuto un rapimento, una vendetta trasversale contro il riottoso Mohamed. Recentemente sono ricomparsi, erano stati fermati dalle forze dell'ordine e per il rilascio forse c'entra il meccanismo descritto.  Un altro Mohamed, il nome è di copertura poiché quest’attivista è perseguitato da sei anni, sta subendo la condizione ora vissuta da Zaky. Dopo un rilascio nel 2018, il giovane s’è visto condannare a tre anni di sorveglianza da trascorrere per dodici ore, in genere tutte diurne, in un commissariato. Lui accetta, non può fare altrimenti. Il suo tempo non è solo sospeso, è pieno di scherni e ulteriori violenze. A un certo punto Mohamed non ce la fa più: nel 2019 denuncia abusi fisici e sessuali ricevuti in certe giornate di permanenza nel posto di polizia. Viene condannato per falso e rinchiuso in galera con una totale incertezza sul futuro. Ne segue un’ulteriore richiesta di rilascio firmata da un giudice, non sappiamo se unta con denaro. Ma voci fondate sostengono che anche diversi magistrati provenienti dall’ambiente militare, e in certi casi privi della laurea in legge, si prestano al mercimonio. Tanto l’imputato resta a vista., ostaggio del loro volere. Ora quel Mohamed è tornato da dov’era partito, in un commissariato, peraltro molto centrale, a Qasr el-Nil, vicino piazza Tahrir. Fra i casi conosciuti prosegue l’andirivieni dal carcere di Tora della madre e della sorella di Alaa el-Fattah, che lo sostengono nelle reiterate reclusioni susseguitesi dal 2006. E’ la tristezza egiziana, che prosegue.

mercoledì 11 novembre 2020

Nagorno amaro per gli armeni

Gridano contro il premier Pashinyan, i cittadini infuriati che hanno assediato i propri rappresentanti fin dentro il Parlamento armeno. Ma per il primo ministro l’accordo firmato con l’Azerbaijan sotto la supervisione di Mosca è l’unica soluzione praticabile. Anche a seguito della critica condizione militare sul campo di battaglia, dove i loro morti in divisa superano abbondantemente le mille unità. Del resto, dopo la perdita della città di Shusha, i margini di manovra per l’esercito di Yerevan erano minimi. Forti e ben equipaggiate sono apparse le Forze armate di Baku, non a caso negli ultimi dieci anni Aliyev hanno investito cinque volte i miliardi utilizzati dall’Armenia per armamenti. Materiale che per entrambi proviene da forniture russe, sebbene l’Azerbaijan abbia potuto spendere ulteriori ‘fondi energetici’ per la tecnologia dei droni turchi e israeliani. Ma al di là di quel che s’è visto nelle sei settimane di battaglie, e di tregue fragilissime, il conflitto del Nagorno Karabakh non poteva durare perché i padrini dei due contendenti decidevano altro. Solo l’infatuazione patriottica poteva far credere agli armeni che Putin si sarebbe preso in carico la loro difesa sulla base della radice cristiana delle chiese armena e ortodossa. Al capo del Cremlino fa gioco tenere buoni rapporti col patriarca Cirillo I, ma al di là di combattere il fondamentalismo islamico quando serve e fa comodo, in Cecenia più che in Siria, non si lascia trascinare in conflitti d’orientamento religioso. E l’Islam sventolato dal mallevadore degli azeri, Recep Tayyip Erdoğan, ha più contorni geopolitici che intenti ideologico-confessionali. Nella sistemazione e ripartizione del Medioriente siriano i due capi di Stato si sono minacciati e poi abbracciati attuando una reciproca convenienza nel lasciare Asad al suo posto e ripulire il Rojava dai combattenti kurdi. Si sono poi misurati nel Mediterraneo libico dividendosi su chi deve governare lo scatolone di petrolio, ma tenendosi bordone nel rintuzzare le iniziative occidentali, francesi e italiane, egualmente rivolte a sfruttare la Libia per i propri interessi energetici. Nel Caucaso, dove passano pipeline ed esistono Paesi dai copiosi giacimenti di gas e pure di petrolio, i due autocrati molto più realisti e concreti di sedicenti statisti europei hanno valutato che spartirsi ruoli e bottini conviene assai più che mordersi a vicenda. Anche perché ciascuno conta un numero maggiore di nemici rispetto agli alleati. Per ora è così. Non è detto che duri. Ma non poteva certo essere il ‘giardino montuoso’, enclave contesa da un secolo, a far cadere il castello degli accordi economici e tattici tessuti nell’ultimo quinquennio.

lunedì 9 novembre 2020

Turchia, il primo genero del presidente lascia le Finanze

Cinque anni da ministro, dal 2015 al 2018 dell’Energia, negli ultimi due alle Finanze, ma da ieri Berat Albaykar, marito di Esra, secondogenita di Recep Tayyip Erdoğan, non ha incarichi. S’è dimesso. Ufficialmente per motivi di salute e per star accanto ai familiari (con Esra hanno quattro figli) che avrebbe troppo trascurato per la troppa dedizione alla politica. Bisognerà vedere se il presidente-suocero accetterà la conversione casalinga. Le dimissioni del responsabile dell’Interno Soylu furono rifiutate e il ministro è stato costretto a proseguire nell’incarico. Mentre già si solleva l’eco nostalgico affinché Albaykan non lasci: “Il nostro Paese, il nostro popolo ha bisogno di lui” ha dichiarato il ministro dei Trasporti Sayan, uno dei fedelissimi dell’Akp e del presidente. Eppure c’è chi valuta la mossa come un’epurazione per porre freno a un dissesto finanziario senza pari. Due giorni addietro l’attuale signore della Turchia aveva licenziato il governatore della Banca Centrale Uysal, sostituendolo con l’ex ministro delle Finanze Agbal. Girandola d’incarichi fra disarcionati, poiché anche Agbal era stato rimosso dal dicastero per far spazio proprio ad Albaykan. Come fanno notare gli analisti di settore la situazione finanziaria turca è allarmante, l’inflazione corre al 15%, molte imprese sono indebitate, il valore monetario è ai minimi storici. Le ricette per farvi fronte si sono succedute con repentine mosse anche inverse, aumentando e abbassando i tassi d’interesse. Quest’anno la lira turca ha perso più del 40% di valore nei confronti del dollaro statunitense. Il rapporto import-export registra un divario negativo, ben oltre le cadute provocate ovunque dalla pandemia Sars CoV2. La Banca Centrale ha promesso di provvedere alla liquidità degli istituti di credito. Vari economisti criticano la posizione di Erdoğan che ora chiede bassi tassi d’interesse, vuole che le banche elargiscano prestiti a buon mercato per rilanciare crescita e consumi. 

 

Dalla cancelliera Merkel giungono un consiglio e una rassicurazione: la richiesta di garantire l’indipendenza alla Banca Centrale turca e la certezza che nessun Paese, europeo ed extra, desideri destabilizzare l’economia di Ankara. Invece Erdoğan in sessioni internazionali e in comizi locali ha affermato che la caduta del valore monetario della lira sui mercati sia frutto di “terrorismo economico”.  Ovviamente fa il suo gioco, evitando di valutare errori propri e del genero, però che un pezzo di geopolitica sia stata gettata nella finanza monetaria dal presidente che non se ne vuole andar via dalla Casa Bianca, può rispondere a verità. Più d’un analista sostiene come la pressione sulla lira turca sia aumentata dallo scorso settembre anche a seguito della mancata estradizione del pastore statunitense accusato di terrorismo dall’Intelligence anatolica. Del resto, davanti a tanto abbandono di orientamenti politici nell’area bollente siriana, seguito all’incarico di Trump, il presidente turco e l’omologo russo hanno dato vita a scontri e incontri fino ad accordi economico-energetici e strategico-militari. Washington non ha gradito e, secondo Erdoğan, la vendetta sarebbe stata sciorinata con le turbolenze monetarie. Quanto queste posizioni potrebbero mutare con l’amministrazione Biden, è questione tutta da verificare. Su Albaykar resta il dubbio se si tratti di bocciatura o tutela. Il sultano protegge il clan familiare, soprattutto quando da esso riceve coperture e vantaggi. E Berat è stato aggregato per linea matrimoniale, doppiamente vantaggiosa: per il leader che si contorna di soggetti fidati in via parentale e per il virgulto salito presto nell’iperuranio del potere. Figlio d’un giornalista diventato egli stesso politico, Albaykar dopo una laurea in economia a Istanbul e la specializzazione a New York, era entrato nella Çalık Holding, vera potenza dell’imprenditoria turca impegnata nei settori energetico, estrattivo, edile, immobiliare, tessile, di telecomunicazioni e finanza tout court.
Il giovane ci si accomoda, sino a diventarne nel 2007 amministratore delegato, i detrattori sostengono in virtù del precedente matrimonio con Esra. Chiacchiere a parte, la carriera di Berat è tutta in ascesa e dallo staff del primo ministro, intanto diventato presidente, entra nel partito di governo con un’elezione parlamentare nel giugno 2015, subito ripetuta e confermata nel novembre dello stesso anno. In quell’occasione il premier Davutoğlu lo nomina ministro nel settore energetico. Col progetto “National energy an mine strategy paper” il periodo è ricordato per gli stratosferici investimenti di aziende elettriche che hanno anche accumulato miliardi di debiti per fondi presi in prestito sul mercato finanziario. Analisti del settore ritengono che questa sia stata una delle zavorre del debito della lira turca a partire dal 2018. Ben al di là degli attuali presunti ostracismi monetari mondiali. Proprio nel giugno di quell’anno il genero del presidente rientra nel Meclis messo a punto dalla nuova Costituzione e dopo pochi giorni il suocero Recep, lo nomina responsabile del dicastero di Finanze e Tesoro. Immediate le dimissioni da deputato (per incompatibilità d’incarichi in base ai dettami della Carta costituzionale) e choc delle cronache finaziarie con la lira turca che scricchiola e perde circa il 4% del suo valore sui mercati. C’è anche un Albaykar ‘segreto’, quello coinvolto in fughe di denaro verso paradisi offshore per evitare il pagamento di tasse alla Çalık Holding, iniziativa non proprio patriottica visti mancati introiti dell’erario statale. Ben peggiori le accuse ricevute per contrabbando di petrolio derivante dai traffici dello Stato Islamico nel periodo del sedicente califfato di Al Baghdadi. Le contestazioni provenivano da fonti russe, durante il braccio di ferro fra Mosca e Ankara nei territori siriani, ed erano state riprese da alcuni esponenti del partito repubblicano. Il governo turco ha sempre rigettato gli addebiti parlando di macchinazione.