giovedì 11 agosto 2022

Afghanistan, donne censurate dai taliban

Sono le donne d’affari, in realtà pochissime, e un tempo le più numerose impiegate nei ministeri, ambasciate, Ong locali e straniere, ad aver subìto l’ostracismo lavorativo del primo anno del secondo Emirato afghano. Che era partito con buone intenzioni e tante promesse proprio nei confronti delle donne, quelle autodeterminate economicamente con un lavoro di concetto, o professionale come le insegnanti dei vari livelli d’istruzione, dottoresse e infermiere finanche giornaliste. Invece gli annunci del portavoce Zabihullah Mujahid, famoso il suo: “le donne lavoreranno spalla a spalla con noi”,  mese dopo mese, si sono rivelati infondati. Sì, i rapporti diplomatici dopo il ritiro delle truppe statunitensi s’erano subito irrigiditi per il blocco dei fondi rimasti nelle banche americane; e i non amati turbanti, che rintuzzavano le proteste contro un loro ritorno, dovevano affrontare guai peggiori: crisi alimentare per due terzi della popolazione e  rilancio di attentati dell’Isis Khorasan che evidenziavano il pressappochismo della sicurezza interna. Ci si metteva anche l’emergenza terremoto nella provincia di Paktika, però sin dall’avvìo il governo talebano risultava spaccato fra orientamenti morbidi e rigidi. Non solo in politica estera, dove Baradar incontrava i potenti del mondo, mentre Haqqani apriva casa ad acerrimi nemici dell’Occidente come al-Zawahiri, ma pure fra i confini domestici. L’attacco di genere, sostenuto un po’ da tutti, assumeva i contorni del blocco dell’istruzione secondaria col pretestuoso alibi della mancanza di divise, della limitazione di movimento, dell’obbligo se non del burqa d’un chador che spingeva indietro la condizione femminile, pur limitata dal fondamentalismo che i vent’anni d’America a Kabul non avevano sradicato né dalle vie, né dalla Loya Jirga. Per le donne e le ragazze dei villaggi cambiava poco. Per le kabuliote, pur non inserite in alcun circuito lavorativo simile a quelli descritti, la differenza era evidente. La polizia religiosa non si comportava come ai tempi del mullah Omar, ma il ministero per la Promozione della virtù e prevenzione del vizio, lanciato già il mese seguente la presa del potere, lasciava presagire poco di buono per la condizione femminile. Così è stato. Ora statistiche da Kabul, riguardanti la minoranza di donne emancipate da particolari occupazioni, sottolineano che a perdere quei lavori sono soprattutto loro (16% in meno, e in alcuni casi 28%), rispetto agli uomini la cui riduzione occupazionale s’attesta al 6%. Sono state raccolte testimonianze di impiegate lasciate a casa, subdolamente ridotte all’inattività seppure non licenziate, tenute a stipendio minimo ma fuori dagli uffici. Oppure “lusingate” dalla possibilità di conservare il salario che serve alla famiglia, trasferendo il proprio ruolo a un uomo di casa. Passo egualmente viscido che degrada anni d’impegno e capacità di quelle donne. Le vendette incrociate, dunque, non seguono traiettorie che scavano in un passato “collaborazionista” coi governi collaborazionisti. Ma rivolgono gli strali alla società femminile, colpita e umiliata in quanto tale.


sabato 6 agosto 2022

Emirato afghano, la forza delle spie

 

Osservatori di questioni talebane ipotizzano che dopo l’eliminazione di Ayman al-Zawahiri - colpito dal drone americano in pieno centro di Kabul, mentre era onorato ospite in un rifugio dorato del clan Haqqani - il ministro Sirajuddin sia riparato in tutta fretta altrove. Probabilmente fuori dallo stesso territorio dell’Emirato, nelle familiari aree tribali delle Fata o nell’altrettanto favorevole Waziristan oppure accettando la protezione dell’Isi pakistano.  L’attentato, preparato peraltro da mesi, rovina l’anniversario della presa del potere un po’ a tutto il Gotha dei turbanti, ma ancor più ai membri della famiglia Haqqani. La ritirata del ministro dell’Interno, l’uscita con lui dello zio Khalil ministro anch’egli (dei rifugiati), e di altri parenti stretti rappresenta una doppia conferma: gli apparati della sicurezza interna sono ampiamente insicuri per gli stessi grandi capi; ai vertici del gruppo continuano divisioni e lotte. Che gli Accordi di Doha, sbandierati da Trump, Biden, mullah Baradar e Khalilzad siano stati una maschera per consentire agli statunitensi di uscire da un disonorevole conflitto lungo vent’anni, e ai taliban di sostituirsi ai politici collaborazionisti locali, è un dato acquisito. Su quanto accade da circa un anno sul territorio esiste un confronto-scontro con vendette postume: il blocco dei miliardi di dollari afghani imposto dall’attuale amministrazione della Casa Bianca con ricadute sulla crisi alimentare della popolazione; le promesse non mantenute dell’Emirato sull’istruzione e i diritti delle donne. I firmatari dell’accordo s’accusano reciprocamente per le mancanze di cui sono responsabili. Così, a seguito dell’uccisione di al-Zawahiri, Washington punta il dito: i talebani ospitavano uno dei maggiori terroristi del mondo disattendendo l’accordo, e di contro additano l’allarme per nuove operazioni di guerra della Cia sul proprio territorio, vietate dai patti qatarini. 

 

L’addio a Kabul, non solo per le truppe Nato, ma per quel personale protetto dai piani di evacuazione che trasferiva in luoghi sicuri soldati e poliziotti afghani fedeli ai vecchi regimi in quanto possibili obiettivi di ritorsione, non ha smobilitato il sistema ‘paramilitare’ occidentale in loco. Lo dimostra, appunto, l’evoluzione della caccia al capo qaedista, giunta a conclusione con l’agguato a suon di ‘lame rotanti’ sganciate dal drone vendicatore. Un aeromobile salito in quota dal Pakistan, o di lungo raggio da basi aree saudite, da portaerei nel Golfo, addirittura da un probabile decollo uzbeko. Non è dato sapere, resta il segreto dei Servizi. Invece palese è la presenza fra chi vive nella capitale afghana, ne percorre le polverose strade, gira per bazar e rivendite ambulanti di una oliata rete d’informatori che riescono a riversare, probabilmente con l’ausilio dell’informatica, notizie e spiate oltreconfine e oltre cortina. Da chi sia composta la rete amica di Washigton sarebbe facilmente ipotizzabile. Collaboratori degli statunitensi meno esposti e conosciuti di chi, temendo faide estreme, ha preferito espatriare. Oppositori dei taliban che non trovano altro modo per contrastare l’Emirato che aiutare gli occupanti d’un tempo, si può supporre venendone ripagati con molto denaro per l’alto rischio che il compito comporta. In fatto di mercimonio si possono prevedere tradimenti interni, ben conosciuti dagli stessi talebani, perché se ne sono avvantaggiati quanto reclutavano soldati dell’Afghan Security Forces stipendiandoli il doppio del governo Ghani. Del resto nel tuttora presente conflitto a distanza che li contrappone ai dissidenti riuniti sotto la sigla dell’Isis Khorasan, in molti casi la scelta dei miliziani non è ideologica né teologica, ma banalmente economica. Nel fiume di dollari che accompagna la militanza accanto alle disponibilità organizzative, gli Haqqani si sono sempre distinti per fiuto degli affari e capacità di attuarli. Oggi sembrano perdere terreno, se stanno rintanati all’estero per timore di finire affettati come l’amico Ayman.

martedì 2 agosto 2022

Eliminato Zawahiri, una giustizia maramalda

Ayman al-Zawahiri, il medico della Jihad qaedista, ha chiuso il suo percorso - combattente o terrorista - su un balcone, così dichiara l’agenzia Reuters, d’una zona neppure tanto appartata di Kabul. In quell’area, abitata anche da Signori della guerra e ora da talebani, ha sibilato il missile che l’ha disintegrato, per volere della Central Intelligence Agency.  Disintegrato in solitudine, s’è inizialmente detto: l’uomo era appunto affacciato all’esterno di un’abitazione. Poi è giunta una precisazione: c’è un’altra vittima. E che vittima! Il figlio di Serajuddin Haqqani, ministro dell’Interno dell’Emirato e uomo di punta dell’omonimo clan che influenza non poco l’attuale governo talebano. Se così fosse il clima di reciproche accuse seguite all’agguato: la Casa Bianca che esulta, dice giustizia è fatta (riferendosi all’attacco alle Torri Gemelle di cui Zawahiri sarebbe stato pianificatore) e incolpa i taliban di aver violato l’accordo di Doha ospitando un terrorista. Mentre i turbanti sostengono che gli Stati Uniti hanno violato la legittimità statale e l’accordo stesso che impediva future azioni di guerra o di “sicurezza” americane sul suolo afghano. Se la morte del rampollo Haqqani verrà confermata la famiglia cercherà vendetta, come del resto il regime di Kabul intende questa della Cia, giunta 21 anni dopo l’attentato addebitato al medico egiziano e a 11 anni dalla prima punizione inflitta a Qaeda con l’eliminazione del capo supremo Osama bin Laden.  Sapere da dove sia partito il drone che ha posto fine ai giorni di al-Zawahiri non è un fatto del tutto secondario. Precisa le dinamiche militari del Pentagono e dell’Intelligence statunitense dopo il grande ritiro del 15 agosto 2021. Dalla fine di quel mese Washington dichiara di non avere militari in Afghanistan, però non ha smantellato e abbandonato tutte le basi aeree create dal 2001. Il drone vendicatore sarebbe potuto partire da una di queste oppure dal confine pakistano, visto che già in occasione dell’incursione di Abbottabad quel Paese aveva ospitato, volente o nolente, il commando dei Navy Seal che agì indisturbato nel penetrare nell’edificio dov’era rintanato bin Laden.

 

Le unità speciali lo uccisero, ne trafugarono il cadavere e lo distrussero. L’Occidente applaudì, ma si trattava dell’ennesima operazione fuorilegge, cui nessun premier alleato oppose critiche. Solo l’ex cancelliere tedesco Schmidt parlò di “chiare violazioni delle leggi internazionali”, quelle in base alle quali i nemici degli Usa vengono appunto bollati di terrorismo e gli vien data la caccia. Ovviamente nel corso dell’operazione, tenuta segreta, il governo di Islamabad né i suoi Servizi furono messi al corrente delle intenzioni americane. Ma Washington potè godere di basi d’appoggio, luoghi che risultano sempre disponibili in virtù della consolidata alleanza politico-militare. Far volare da lì un drone verso Kabul risulta più semplice che da basi emiratine, saudite o del Bahrain. In attesa di ulteriori chiarimenti che non concernono solo la cronaca, è bene ricordare come Zawahiri rappresentasse ormai solo un simbolo, cui tenevano più Cia e Casa Bianca che i nuclei operativi di Qaeda. Gli analisti li dipingono piuttosto in disarmo nelle antiche aree, mentre resistono in Africa occidentale e orientale (Mali e Somalia) e in ristrette enclave siriane. Il dottore se non proprio un uomo morto era certamente consunto, lo riferivano più fonti pur non svelando la tipologia del male. Del resto l’attuale Qaeda ha nuovi leader, un nome noto, non giovane è Saif al-Adel, cinquantanovenne ex colonnello egiziano, che nel curriculum vanta ampia esperienza proprio nel settore degli esplosivi. Altro orizzonte rispetto al riservato e colto Zawahiri, proveniente da un ambiente agiato e intellettuale del Cairo, con magistrati e letterati in famiglia. Lui stesso che aveva scelto la via della ‘guerra santa’, portando l’iniziale contributo medico ai mujaheddin afghani che resistevano all’Armata Rossa, scriveva versi. Teorico e organizzatore Zawahiri riuscì a far crescere Qaeda con varie filiali, nel suo Paese, già all’epoca dell’attentato a Sadat, quindi nella Penisola araba, in India, e lì dove in questa fase i ranghi ridotti della struttura militare cercano giovani combattenti: tutta la fascia sub-sahariana.

martedì 26 luglio 2022

Saïed, la vittoria facile in una Tunisia sempre più povera

 

Voleva vincere facile il presidente tunisino Saïed, per dare una verniciatina democratica al colpo di mano realizzato un anno fa. Da qui la comparsata della nuova Costituzione scritta da mani esperte e ritoccata con le sue manone da 'Robocop' a quattro settimane dal voto referendario. L’esperto di questioni giuridiche Belaïed, che aveva contribuito alla prima stesura della bozza, s’era dissociato. Ma il nuovo presidente-padrone, desideroso solo di superpoteri, non s’è minimamente scomposto. Anzi, non vedeva l’ora di giungere al capolinea della finzione con cui aveva promesso: “un Paese migliore“, “minor disoccupazione“, “un Parlamento disciplinato“, “una giustizia responsabile”, “tolleranza religiosa”, “una democrazia sana”. Eccolo dunque vincitore d’un referendum senza quorum, per il quale ha votato meno d’un quarto dei 9.5 milioni di tunisini iscritti nelle liste elettorali. Il manipolo dei fan festeggia, in testa tanti ragazzotti ingaggiati probabilmente a suon di dollari oppure semplicemente inconsapevoli d’un futuro peggiore del passato. Del resto fra la popolazione dei villaggi interni interpellata nei giorni scorsi da alcuni reporter in viaggio nel Paese profondo, dall’entroterra desertico alle aree minerarie, c’era chi rispondeva che sì era a conoscenza del referendum costituzionale, ma non aveva alcuna nozione sul contenuto della nuova Carta. Qualcuno annunciava che avrebbe votato, probabilmente sì, mentre l’opposizione, iniziando dall’islamista Ennahda, e anche altre forze o associazioni come gli avvocati dei diritti, ribadivano decisi il boicottaggio. 'Robocop' può vantare il 92,3% di consensi, ma trova circa otto milioni di concittadini che voltano le spalle alla sua imposizione. 

 

Quanto alla tanto promessa distensione sociale, credere che riuscirà a prender forma è una pia illusione. Perché l’enorme impegno governativo per inseguire il progetto costituzionale ha tralasciato le reali questioni del Paese. Che oggi, come ieri, sono economiche. Avere la zavorra dei clan familiari (Meddeb, Idriss, Mabrouk ecc.) che lucrano dividendosi gli affari dell’agroalimentare, turismo, grande distribuzione senza offrire alternative alla rinascita dell’imprenditoria interna, è un quadro logoro ereditato da regimi presidenziali che né islamisti, né liberisti hanno voluto risolvere. Saïed è incanalato sulla stessa via, con l’aggiunta di voler tornare al passato in fatto di polizia intimidatrice e sanguinaria. Il rischio che i quattro milioni di nuovi poveri corrono è non avere pane, né semola per il cous-cous, non solo per il blocco dei rifornimenti ucraini nei porti sul Mar Nero, ma per l’ondeggiamento dei finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale. Certo, l’autocrate Saïed piace all’Occidente, meno agli Stati Uniti da quel che s’è visto nei rapporti diplomatici degli ultimi mesi. Sul fronte nord-africano - quello che un occhio arabo definisce Maghreb e Mashreq - è in atto un plurischieramento di nuovi assetti. Le manovre che hanno visto la ‘dinastia Muhammad’ marocchina avvicinarsi a Israele e l’attuale Algeria, tornata in auge nelle relazioni coi volponi del vecchio continente per questioni di rifornimenti di gas, cercare nuovi spazi, devono fare i conti con l’Egitto di Sisi forte dei petrodollari emiratini che vuol dettar legge nella regione. Primi attori, protettori e alleati sono impegnati su una scacchiera mobile. La Tunisia, bisognosa di tutto, dipende per oltre il 70% del rifornimento energetico proprio dal suo confinante occidentale, e non può sottrarsi a una relazione con Algeri che, a est come a ovest, non vede di buon occhio le mosse di Rabat e del Cairo. Perciò il successo del super presidente inizierà presto a fare i conti con un Paese insoddisfatto che continua a emigrare, e otto milioni di oppositori o scontenti. I poteri offerti dalla nuova Costituzione possono servire a incatenare la popolazione, non a incantarla.

venerdì 22 luglio 2022

La presidente aborigena dell’India di Modi

 

Draupadi Murmu, che il prossimo 25 luglio rivestirà il ruolo di Capo di Stato indiano, è la seconda donna presidente del Paese. L’aveva preceduta dal 2007 al 2012 Pratibha Patil, laureata in legge e membro del Partito del Congresso. Murmu consegue un altro primato: è la prima ‘adivasi’ a salire così in alto. Sessantaquattro anni, giunge in politica dalla professione d’insegnante ed è stata candidata dal Bharatiya Janata Party il partito del premier. Draupadi è di origini indigene, appartiene alla tribù Santals, la maggiore dell’India, e nella mossa di Modi si può leggere il molteplice intento di lanciare una figura femminile a bilanciare il machismo politico vigente, giocare la carta di far rivestire l’alto incarico istituzionale a esponenti di aborigeni per velare l’apartheid confessionale rivolto dal suo governo ai musulmani interni. E ancora: promuovere una persona che ha speso anni di vita per l’emancipazione dei ceti poveri dell’area dell’Orissa, dov’è nata. Insomma un’operazione da populismo di ritorno, senza togliere nulla al valore di Murmu. Questo perché nella primavera che verrà la federazione indiana andrà alle urne e il Bjp, desideroso di conservare il potere, ma orfano del suo uomo-guida giunto al secondo mandato dunque impossibilitato a ricandidarsi, cerca di arrivare a quella scadenza coi maggiori punti d’appoggio possibili. La figura presidenziale nella nazione-continente ha poca voce su questioni politiche; ma se, come nel caso della Murmu, è un elemento amico, potrà (potrebbe) garantire quella tranquillità di cui necessita la focosa nazione indiana per rispondere a sfide sempre più complesse. Per questo il partito di governo e gli alleati, fra cui forze fascistisssime dell’estremismo hindu come Shiv Sena, hanno offerto il voto di sostegno alla presidente. 

 

La speranza che la società civile depone nell’ex insegnante riguarda i lunghi anni dedicati a poveri e diseredati, soggetti che in verità rientravano nella campagna populista di Modi sin dal primo successo elettorale. Analisti locali temono che la nuova presidenza ripercorra la strada di chi sta dismettendo l’incarico - il dalit Ram Nath Kovind - che nel quinquennio al vertice del Paese mai s’è ricordato delle origini e ha vestito i panni del fantaccino del premier. Se per l’elezione della Murmu ogni realtà ‘adivasi’ è in festa, gli studenti su tutti, alcuni commentatori posano lo sguardo su un manifesto di propaganda che mostra Draupadi con una scopa in mano, intenta a far pulizia in un tempio hindu ovviamente per renderlo più pulito, bello, accogliente. Metafora neppure tanto velata per un concetto di luogo di culto e casa madre per il popolo indiano. Ma si fa notare come la propaganda Bjp rivolta alle minoranze indigene voglia lanciare a esse accanto al richiamo alla scontata fede hindu, l’adesione all’inquietante progetto dell’hindutva, tutto razzismo e violenza. Su questo gli ‘adivasi’ dal pensiero libero sentono puzza di bruciato, intuendo come l’indipendenza della propria origine e cultura rischia di finire schiacciata. In passato figure di attivisti indigeni sono stati repressi e addirittura uccisi con le accuse più varie, anche di terrorismo. Di recente un movimento locale nel Chhattisgarh è stato azzittito con minacce di persecuzioni. I diritti delle minoranze tribali, su cui la politica governativa e parlamentare si misurano in promesse, non ricevono l’attenzione che meritano. Anzi, il rischio soffocamento è dietro l’angolo. In vari casi gli interessi economici, legati allo sfruttamento del sottosuolo, diventano oggetto di aggressione di aziende private nelle aree tribali - Chhattisgarh, Jharkhand, Odisha - già afflitte da malattie e malnutrizione. Sperare che il simbolo della presidente le aiuti non è un sogno, ma deve fare i conti con gli stessi grandi elettori di Draupadi Murmu.

domenica 17 luglio 2022

Egitto, liste per la galera

 

Spuntano i registri del terrore, le liste di proscrizione, brogliacci scritti a mano che portano in carcere presunti “terroristi” lasciandoli marcire per mesi o anni. Il New York Times mostra le immagini dei taccuini della vergogna di cui non si cruccia l’Egitto di Al Sisi. Uno strumento base della porta girevole delle sue carceri dove finiscono in custodia cautelare i cittadini, dagli oppositori conclamati come Alaa el-Fattah, a giovani critici stile Zaki, passando per le migliaia di detenuti (Human Rights Watch ne conta oltre 60.000) lasciati in bilico, dentro e fuori galera, con l’incubo di tornarci. E’ un pass-partout per fiaccarne la tempra e spegnerne le critiche a un regime odioso, ma molto amato da noi occidentali. Anche altri presidenti egiziani - pensate a Mubarak - governavano grazie a un soffocante sistema di detenzione,  ma Sisi e la sua cricca militare e politica, hanno organizzato il diabolico apparato di schedature e persecuzione degno delle più feroci dittature. La gente viene fermata per strada, visitata nelle abitazioni, monitorata sul web o nei luoghi d’incontro dove, sorbendo qahwa scambia quattro chiacchiere. Da questi luoghi può sparire senza lasciare traccia, senza che parenti e amici sappiano nulla, per finire in una stazione di polizia e poi in cella, in base alle leggi sulla “sicurezza” nazionale. Avvocati dei diritti, anch’essi puntualmente arrestati, denunciano da tempo questa realtà, totalmente ignorata da cancellerie e diplomazie mondiali pronte a spalancare le braccia ai satrapi del Cairo con cui intrecciano affari economici e militari. 

 


E’ un refrain ripetuto e inascoltato, nonostante le vittime eccellenti, Giulio Regeni è un nome a noi noto il cui assassinio ha creato fasi di tensione fra Italia ed Egitto. Eppure la politica di casa nostra ha scelto di stendere l’impietoso velo dell’interesse finanziario di Stato. Un interesse che sostiene il Pil del Belpaese, premiando Eni e Leonardo, energia e armi. Sangue e merda.  Ancor più fitte le pagine con nomi sconosciuti ai più, interni ai meandri egiziani e riempite dei Mohammad che nessuno cercherà perché sono ragazzi qualsiasi, gente comune, senza studi adeguati né coscienza politica. Mossi dall’intuito, dalla constatazione del marcio che li circonda, mossi dal coraggio che i mukhabarat da tempo azzerano a suon di bruciature, shock elettrici, colpi che non lasciano segno accanto a quelli che uccidono. Coi ricercatori, i dottorandi, com’è il caso di Patrick Zaki  con sentenza ancora in sospeso, è più semplice tenere le fila di contatti che certificano un’esistenza pur vessata, fra momenti di prigione e libertà vigilata. Chi è riparato all’estero, fuggendo prima di possibili catture, conserva sui social il passo dell’informazione, di una solidarietà che non vuole spegnersi. Sebbene sia una lotta impari col mondo degli apparati, ai quali le imprese e i governi lasciano carta bianca per quelle porcherie definite vigilanza. Chi finisce in prigione è accusato di cose di cui nulla sa. Il cittadino sospetto è bollato come terrorista, lo si incolpa di praticare o aiutare azioni illegali, reali o presunte, dalle quale deve discolparsi. Lui trova difficile opporre una difesa a congetture e iniziative fantasma che però viscidamente lo costringono a dimostrare l’estraneità. In sette anni quasi dodicimila persone sono cadute in quest’incubo giudiziario, davanti a corti e magistrati che, ben lontani dall’idea d’un giusto processo, volutamente ignorano qualsiasi forma di diritto.

 

Nei primi cinque mesi il cittadino resta prigioniero in base alle accuse del procuratore, il periodo può prolungarsi qualora l’indagine richieda altro tempo. Da qui parte l’altalena dei rinvii che rinnovano la reclusione ogni due settimane pur in assenza di formali accuse. Dopo i cinque mesi si passa a 45 giorni fra una proroga e l’altra e il tempo non giova alla difesa. Al contrario cosparge di pece il cammino verso l’agognata liberazione. Che può tardare o essere rinviata ad libitum, perché il detenuto finisce invischiato in nuove indagini. Così nel labirinto giudiziario e carcerario si perdono le coordinate, si sommano sospetti, accuse, processi in un ingranaggio kafkiano che il regime olia con perfida malignità. La casistica dei malaugurati caduti nella rete poliziesca del Cairo è ampia. Una coppia di sessantenni egiziani residenti negli States che sciaguratamente aveva deciso di fare una vacanza nel Paese d’origine è stata prima accusata dei soliti contatti terroristici, scontati due anni di condanna, si trova invischiata in un’ulteriore indagine. E l’incubo prosegue. Perché aver varcato la soglia carceraria, essere finiti sul librone dei sospetti non offre più garanzie di vita serena. In ogni caso non siamo davanti a un casuale mondo del male, il clima è frutto di meditati piani di potere politico criminale. Gratta, gratta ognuno dei segnalati ha avuto a che ridire del regime, magri in modo generico, non eclatante, ma tanto basta per essere marchiati come nemici del governo ai quali farla pagare. Pagare duro e a lungo. Le recenti avances di Sisi, evidenziate dalla stampa amica, con promesse d’aperture all’opposizione interna (quale?), amnistie a prigionieri hanno il loro rovescio della medaglia nei guai seguenti accaduti ad alcuni di loro, infilati mani e piedi in rinnovati processi. E arresti. Per non parlare degli investimenti edilizi del regime: abitazioni lussuose nelle city del deserto e luoghi di detenzione. Sessanta sono le carceri costruite dal 2011, e 16.000 le reclusioni nel biennio 2020-21, un’accelerazione da record secondo l’Egyptian Transparency Center.  

martedì 12 luglio 2022

Referendum tunisino, un sì per lo strapotere di Saïed

Rispondere sì, per uscire dalla marginalità e dall’esclusione” sostiene con piglio decisionista il presidente tunisino Saïed nel propagandare la sua personale Costituzione, sottoposta a referendum popolare il prossimo 25 luglio. Saïed non ha dubbi: ”Il primo compito dello Stato è realizzare l’integrazione. E questa verrà raggiunta coinvolgendo tutti nell’elaborazione della legislazione. Non c’è da temere per legalità e diritti se la legge primaria viene sottoposta a controllo popolare”. Per lui il controllo popolare consiste nell’assecondare il progetto con cui un anno fa ha preso “per mano” il Paese e dopo un po’ ha preso per il collo il Parlamento, impedendone le funzioni. I fedelissimi del suo disegno da golpe bianco, avallato dall’esercito e tanto simile al più noto percorso del presidente egiziano Sisi, hanno stilato una Carta costituzionale che, mentre mister Robocop  proclama di non guardare indietro, torna al 1959 o giù di lì. Quando il sistema costituzionale puntava al culto della personalità, sotto Bourguiba, oppure all’autoritarismo con Ben Ali, di cui si conoscono i favori dell’Italia craxiana per la conquista del potere. L’odierna Costituzione, che i tunisini potranno approvare consta di 142 articoli, offre ampie facoltà al ruolo presidenziale, privilegiandolo rispetto al modello semi-presidenziale e semi-parlamentare scaturito dalla Carta del 2014. Eppure uno degli estensori, il docente di diritto Sadok Belaïd, denuncia che, negli ultimi giorni, il testo è mutato in peggio, subendo ritocchi a suo parere pericolosissimi. Fra questi la deresponsabilizzazione politica del Capo di Stato a fronte degli accresciuti poteri, e la mancanza d’una visione economica, sociale e di sviluppo della nazione nella Carta da votare. Tali riferimenti, presenti o meno, purtroppo restano sempre su carta senza tradursi in atti concreti. Tardivo grido di dolore di uno degli estensori o lacrime di coccodrillo? Il cinico Saïed per un’approvazione plebiscitaria - visto che fra gli elettori resta il fantasma dell’uomo che non deve chiedere mai, l’importante che sappia decidere - strizza d’occhio all’anima musulmana della nazione, che pure un decennio fa credeva in una conduzione alternativa tramite l’islamica Ennahda

 

Il dibattuto articolo 5 della nuova Carta colloca la Tunisia nella grande Umma araba di fede e di lingua, quindi fa riferimento al Maghreb, un tutt’uno d’interessi e cultura (sic), poi però trattando questioni come i diritti, non occorre essere esperti per notare la contrazione di quelli sindacali e dei lavoratori, iniziando da uno  strapazzato di diritto di sciopero. Eccola l’altra faccia della medaglia oppure quella reale, che i commentatori non schierati col clan presidenziale ricordavano sin dalle prime mosse d’un disegno unilaterale, non aperto ad altre componenti politiche, utile solo a offrire copertura legislativa al colpo di mano realizzato un anno fa, un assist alle élites speculatrici locali avallato dalla comunità internazionale. Un perfetto ritorno al passato, con buona pace dell’affranto Belaïd. Nelle due settimane che lo separano dal voto, l’elettore medio potrebbe tener presente ciò che dalla scorsa primavera i suoi occhi, pur di semplice consumatore, stanno osservando. La penuria alimentare ha toccato il fondo. Gli scaffali dei market sono sprovvisti degli stessi prodotti primari: olio vegetale, zucchero, farina, semola e cereali in genere. E’ la diretta conseguenza della crisi del settore scatenata dal conflitto ucraino, è il disorientamento che la distribuzione di queste materie prime, finora assicurate da Ucraina e Russia, stanno creando in tutto il nord-Africa. Ma la situazione è disperante perché le garanzie dell’attuale sistema politico tunisino e del suo leader sono pari a zero. La popolazione sta peggio rispetto ai fratelli della Umma araba. Prosegue la politica del soccorso con la Banca Mondiale che ha promesso 130 milioni di dollari per tamponare le carenze più evidenti. Però le soluzioni sono lontane a Tunisi come nei villaggi dell’entroterra. L’assenza di piani economici continuano a porre il dilemma d’una cronica disoccupazione e di una sotto occupazione lesiva di diritti e dignità per i giovani, anche nell’unica fonte di reddito: il turismo dei resort. Che è ripreso e, in questa fase di scarso reperimento di alimenti, convoglia lì i pochi prodotti primari che continuano a scarseggiare nei mercati. Sottopagati nel lavoro di camerieri, addetti alle pulizie e alle cucine i ragazzi tunisini sognano solo di fuggire e farsi una vita altrove. Proprio come nel 2010. Andranno alle urne? si ritroveranno nel tardivo pentimento del giurista Belaïd? o invece sosterranno il nuovo uomo forte del vecchio mondo arabo?

mercoledì 6 luglio 2022

Tehreek-i-Pakistan, i terroristi da pacificare

 

E’ Mohsin Dawar, presidente del Movimento Nazionale Democratico e membro dell’Assemblea nazionale pakistana, il jolly che il neoformato “Comitato di supervisione parlamentare” gioca incontrando la delegazione dei Tehreek-e Taliban. I negoziati sono stati appena riavviati. La svolta di riaprire al gruppo considerato terrorista è stata giocata dal premier di aprile Shehbaz Sharif, dopo che il predecessore Khan, era stato contestato dall’intera opposizione anche per questo genere di colloqui, lanciati nell’ottobre 2021 e interrotti senza alcun esito. Le proposte del gruppo fondamentalista di scarcerare un congruo numero di propri miliziani autori di stragi irritava i militari. La Lega Musulmana N aveva preso a pretesto anche tali aperture per attaccare l’Esecutivo e rincarato la dose con le gravi difficoltà economiche vissute dal Paese per chiedere, e ottenere, la sfiducia al primo ministro. Ora lo stesso Sharif affronta un percorso simile.  Il trentasettenne Mohsin Dawar è un pashtun proveniente da una famiglia impegnata in politica. Il bisnonno partecipò alla lotta, non violenta, contro il Raj Britannico. Mohsin manifesta posizioni progressiste, è stato presidente della ‘Federazione degli Studenti Pashtun’ e, per le sue capacità mediatorie, è già stato impegnato nelle difficoltose trattative per il rientro di profughi nella regione del nord Waziristan. Lì nel 2014 l’esercito di Islamabad aveva fatto piazza pulita di militanti del TTP e pure di abitanti, accusati di dar loro sostegno e ricovero. Case, laboratori, rivendite di centinaia di famiglie erano state rase al suolo con bombardamenti. Le aperte prese di posizioni contro la lobby militare ha esposto Dawar a ritorsioni con reiterate carcerazioni, ma ne ha pure aumentato la popolarità che nel 2018 gli ha consentito l’elezione da indipendente nell’area tribale del Waziristan.

 

L’ingresso in Parlamento non l’ha posto al riparo da ulteriori arresti – una volta nel 2019, due nel 2020, un’altra ancora nel 2021 – comunque l’età e la tempra lo continuano a tenere in prima fila nelle questioni calde nazionali, e ora il governo chiede il suo contributo. Il “Comitato Parlamentare per la Sicurezza Nazionale”, che monitora i negoziati, gli assegna la posizione di uomo-immagine, ma dopo aver agito dietro le quinte stavolta la delegazione militare è ampiamente presente e la stampa locale la indica quale suggeritrice di Sharif per rimettere in atto quanto veniva contestato a Khan. Tratto peculiare delle attuali trattative è il profilo etnico, oltre che politico, sono infatti presenti vari capi tribali e chierici. Non si tratta solo di raggiungere un cessate il fuoco, azzerando gli attentati rilanciati nell’aprile scorso, ma di perseguire una vera fine del conflitto.  Il generale Javed Bajwa per le Forze Armate è fra le voci più accreditate del tavolo, stavolta senza rivalità apparenti ha accanto il direttore generale dell’Intelligence Nadeem Anjum. Ci sono poi il capo dei maulana Fazlur Rehman, l’emiro Haq per il gruppo Jamaat-i-Islami, un inviato dell’Emirato afghano, di cui non viene rivelato il nome forse perché non si tratta d’una figura di spicco, oltre a parlamentari. L’auspicato accordo coi TTP che risolverebbe un conflitto latente dal 2008 dovrà essere soggetto ad approvazione parlamentare. Certo i fuorilegge Tehreek per rientrare in territorio pakistano - ne vengono conteggiati 30.000 fra combattenti e familiari - dovranno accettare  consegna delle armi e rispetto della Costituzione, considerati elementi irrinunciabili dallo Stato pakistano. Il miracolo potrebbe verificarsi a detta di taluni osservatori: i TTP avrebbero ammorbidito la loro intransigenza su questi punti. In cambio giungerebbe l’amnistia generalizzata per tutti i prigionieri del gruppo.

giovedì 30 giugno 2022

L’Emirato della virtù

 

Nelle opinioni contro riportate dal quotidiano Le Monde sull’odierno panorama afghano spiccano le indignate dichiarazioni d’un diplomatico occidentale di cui non si rivelano generalità e nazionalità: “Loro (i taliban, nda) non governano affatto. La sola cosa che hanno messo in piazza dopo dieci mesi è la polizia religiosa, incaricata di far rispettare la Shari’a. Essi dispongono solo d’un quarto dei fondi del precedente governo, ma non hanno scusanti: non hanno nulla da lanciare riguardo a fiscalità, agricoltura, trasporti, infrastrutture, energia”. Agli occhi di qualsiasi abitante locale l’affermazione appare senza tempo, visto che questo è il quadro del Paese non da dieci mesi ma da decenni. Nel pur indiretto dialogo fra sordi il portavoce del famigerato Khalid Hanafi, ministro per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dice: “Il nostro ministero è il più importante insieme a quelli dell’Interno e della Difesa (per la cronaca rispettivamente guidati da due uomini duri e puri dell’Emirato: il capo dell’omonimo clan Sirajuddin Haqqani e Mohammad Yaqoob, figlio del mullah Omar, nda). La lotta per la Shari’a era già uno dei pilastri durante il ventennio di guerra. Noi siamo stati invasi anche culturalmente e bisogna ristabilire il valore di certi princìpi, soprattutto nelle città”. Avanguardie di questa “campagna” che i turbanti considerano una guerra “morale” sono settemila addetti del ministero, quasi sempre miliziani e guerriglieri e dunque elementi più votati all’azione che a riflessione e insegnamento. Certo, nei pattugliamenti sono accompagnati da qualche ‘dottore spirituale’ che calza il turbate nero simbolo della saggezza d’un rango superiore. Dalla sede dell’ex ministero degli Affari Femminili dove si sono installati dallo scorso settembre, i controllori della purezza perlustrano strade, piazze e altri luoghi, ammonendo e, in vari casi, punendo peccatrici e peccatori poiché trovano parecchie situazioni “irregolari”. 

 

Al di là della vestizione del burqa, al quale da qualche mese  sfuggono ben poche donne afghane, diverse di loro fermate per strada non riescono a giustificare l’uscita di casa senza un uomo al fianco. Quando la motivazione viene enunciata da una vedova la contraddizione stride, ma lei anche se va al mercato si sente rispondere che la sua condizione non la esime dall’essere accompagnata da un uomo di famiglia. Se quest’ultimo non fosse disponibile, la donna può tranquillamente restare in casa… Non c’è angolo che sfugge a verifiche, le scuole godono del privilegio di simili “visite”. Nel marzo scorso prima della mancata riapertura degli istituti femminili, “spiegato” col ritardo del confezionamento di uniformi per le studentesse peraltro mai consegnate, questi luoghi venivano setacciati periodicamente. Ora si continua con gli istituti maschili. Incursioni anche nelle sale per i ricevimenti matrimoniali. I gestori lamentano autorizzazioni più restrittive che riducono il numero dei clienti, riduzioni addirittura dimezzate e non per distanziamenti preventivi ai contagi da Covid. Nelle sale dei festeggiamenti sono obbligatori ambienti separati per uomini e donne, una situazione che si ripete nei luoghi pubblici, dai parchi agli spazi all’aperto. In alcuni casi c’è turnazione, ma il giorno santo del venerdì, la preghiera in moschea è riservata ai fedeli di sesso maschile. Eppure nella contraddittorietà di quanto oggi si dice e si fa, trapela qualche passo meno restrittivo: i taliban stanno impedendo la radicata forma tribale della pacificazione fra clan nemici col matrimonio, ovviamente forzato, d’una giovane sposa. Gli studenti coranici dicono non è contemplato dalla Shari’a. Inoltre un decreto del mullah Akhunndzada prevede che una vedova possa ereditare il diritto di una donna della famiglia di scegliere il marito. Non c’è da stupirsi, al ministero della Virtù sostengono che l’Emirato non è più quello del 1996. Ma certe attiviste afghane scuotono la testa: è propaganda – ammoniscono – come quella sotto i regimi Karzai e Ghani che proclamavano la difesa delle donne, ma lasciavano campo libero ai fondamentalisti. Eppure i funzionari occidentali, sopravvissuti all’occupazione Nato, pensano che in quegli anni si stesse benone.   

lunedì 27 giugno 2022

Egitto, fame di grano e mobilità avveniristica

Occorrono nove milioni di tonnellate di frumento all’anno per produrre il pane che sfama 70 milioni di egiziani. Così i due-terzi della popolazione che mangia tanti aish, continuerà ad avere cinque pani sovvenzionati al prezzo politico di 1.5 cent, anziché 4 cent cadauno. Da tempo il grande Paese arabo importa cereali, accade da decenni,  molto prima che il conflitto russo-ucraino bloccasse esportazioni e rifornimenti e che la conseguente speculazione dei grandi distributori e delle Borse mondiali facesse lievitare il prezzo del grano, come sta accadendo da mesi. Per quest’immissione di derrate il governo del Cairo è passato da una spesa di tre miliardi di dollari annui a quasi il doppio, una zavorra per il suo indebitamento. Nell’eventualità che le scorte russe e ucraine, costituenti il 62% degli approvvigionamenti nazionali, scarseggiassero, s’è aperto anche un fronte d’importazione dall’India. La quale nell’ultimo mese ha bloccato le cessioni per timore di carenze alimentari interne. Al Sisi cerca prestiti dal FMI, e vista la disponibilità a bloccare le migrazioni che partono dalle sue coste mediterranee verso l’Europa, la Ue metterà una buona parola affinché la direttrice del Fondo Georgieva elargisca contributi. Su un altro fronte politico le petromonarchie continuano a venire in soccorso al generale-presidente, è recente una loro tranche di 22 miliardi di dollari da cui dovranno scaturire contropartite. La più corposa è l’avvicinamento dell’Egitto alla ‘ricomposizione’ mediorientale prevista dagli ‘Accordi di Abramo’. C’è da star certi che quasi nulla dei finanziamenti del Golfo sarà impiegato in servizi di pubblica utilità. 

 

Quei capitali continueranno a finanziare il mercato immobiliare, modello cattedrali nel deserto come la New Cairo, che agli emiri tanto ricorda la recente storia con cui hanno plasmato villaggi di pescatori trasformandoli in Abu Dhabi, Dubai, Manama, Doha col loro sfolgorio di grattacieli in vetrocemento. Invece una notizia ha fatto colpo il mese scorso: Siemens, la storica marca tedesca, s’è accordata col governo egiziano per creare d’una rete ferroviaria di 2000 chilometri di Alta Velocità. Un appalto storico per la stessa società di Monaco che vanta 175 anni di attività industriale: oltre otto miliardi di euro. Il contratto comprende accanto alla struttura viaria, 41 treni che raggiungono 230/km orari, 94 treni regionali e 41 per il trasporto merci, più otto depositi e stazioni. Saranno collegate ben sessanta località del Paese. La manutenzione dell’opera risulterà a carico dell’azienda tedesca per un quindicennio. Le strette di mano fra Sisi e Busch, l’amministratore delegato di Siemens, facevano dire ai due che il grande Stato arabo avrà uno dei maggiori servizi veloci del mondo, e che sta per iniziare una nuova era per il sistema ferroviario non solo egiziano e africano, ma dell’intero Medio Oriente. La prima tratta di 660 km si svilupperà lungo l’asse Mar Rosso-Mediterraneo da Ain Sochhna fino ad Alessandria. La seconda, 1.100 km dal Cairo scenderà ad Abu Simbel, ai confini del Sudan, passando lungo il Nilo. Una terza partirà da Luxor puntando su Hurgada per 225 km. Nei piani di Siemens ci sono 40.000 posti di lavoro, più 6.700 nell’indotto. 

 

Poi, fra chi spera di muoversi diversamente in area urbana, sono comparsi i sognatori in bici. E’ chi vagheggia di diffondere coscienza ecologica contro un inquinamento segnato dalla perenne cappa di smog che soffoca una capitale di cui non si conoscono statisticamente le cifre: il numero degli abitanti oscilla fra i 15 e i 21 milioni, le auto attorno ai 6-7 milioni. Agganciato al desiderio ecologista c’è il pragmatismo di chi ambisce a un potenziale mercato di noleggio bici. Una clientela di nicchia esiste già, sono i giovani fedeli all’ambiente. Certo, garantire loro una sicurezza sulle strade è un fattore che sfugge a qualunque previsione per quanto risulti caotico, irregolare, incontrollato il flusso veicolare nella ciclopica metropoli. Non solo perché le piste ciclabili restano un’utopia, ma perché l’assedio quotidiano del traffico, rilancia l’idea di ampliare ulteriormente la rete stradale per sole autovetture in ogni angolo del Cairo, sbancando anche zone abitate. Accade da tempo a catapecchie e abitazioni della vecchia Cairo nella cosiddetta ‘Città dei morti’. Tombe e cimiteri soffocati e avviluppati a una stratificazione urbana millenaria, che rischiano d’essere tutti abbattuti per far posto alla superstrada che non risparmia neppure la collina di Muqattam. Nei punti dove la troneggiante moschea di Mehmet Ali convive da secoli con reperti cristiani, e ospita anche i tristemente noti, per abbandono e arretratezza sociale, copti zabbalin raccoglitori d’immondizia da generazioni. L’altra Cairo destinata a scomparire è quella galleggiante lungo le Corniche, fra Zamalek e El Warraq. Da domani le case galleggianti sul Nilo, apparse in tanta cinematografia esotica o vagamente tale e da anni trasformate in b&b per turisti, verranno trainate via. L’ordinanza della polizia non ammette deroghe, nonostante una petizione dei gestori cerchi di bloccare l’iniziativa. “La scelta” di Sisi, immortalata in una fiction, sembra non avere ostacoli. 


 

venerdì 24 giugno 2022

Afghanistan, terremoto socio-economico e geologico

A osservarle in foto le poche case di fango e pietra, miracolosamente scampate alle scosse dell’ultimo terremoto afghano nell’area sismica di Paktika, non differiscono da quelle viste di persona un decennio fa dentro Kabul. Sì, in una zona neppure tanto periferica della capitale c’era un accampamento di sfollati dalla provincia di Parvan che viveva in case di fango e pietra. Stamberghe simili ai tuguri squassati due giorni fa da un terribile sisma. Erano profughi interni scappati dai bombardamenti a tappeto della Nato. Ora – scrivono i pochi corrispondenti di agenzie giunti sul posto – chi scava con le mani fra le macerie con gli occhi colmi di lacrime per il dolore, la disperazione, la polvere teme due immediati spettri: la fame e il colera. Con le carenze alimentari la popolazione afghana sta facendo i conti da mesi, visto che gli aiuti internazionali con cui l’Occidente, prima dei talebani, hanno pelosamente condizionato quel popolo sono stati interrotti. Il motivo è noto: bisognava punire l’Emirato fondamentalista e misogeno. Di fatto si sta colpendo un popolo, comprese le madri e i tanti figli da sfamare. Tutto ciò segue il soffocante ventennio di occupazione militare che ha pianificato, in compagnìa d’un ceto politico locale imbelle e corrotto, l’agonia della nazione. Per rendere schiavo un popolo basta farlo sopravvivere di “aiuti” che vanno e vengono secondo come si voglia condizionarlo. L’imperialismo lo fa in molte aree del mondo, in Afghanistan di più. I numeri del disastro crescono: più di 1.000 i morti, più di 3.000 i feriti e se non si farà in tempo a estrarne altri da sotto travi, pietre e polvere le vittime son destinate a salire. I talebani hanno mosso qualche elicottero, pochi, viste le loro incompetenze tecniche, fino a un anno fa gli elicotteri Nato e dell’Afghan National Forces al più li bersagliavano coi razzi. Si sono mosse sette ambulanze di Emergency, ma le strade già impercorribili sono anch’esse spaccate come le case. Racconta un servizio della Bbc che ha intervistato familiari rientrati dal confine pakistano dopo il cataclisma: hanno constatato solo dolore, morti sorelle e parenti prossimi. 

 

Al lutto stretto tanti afghani sono abituati, tre generazioni hanno conosciuto lo strazio delle bombe dal cielo e da terra, quelle americane, dei warlords, dei talebani, ultime dell’Isis Khorasan. La bomba che viene dal cuore della Terra è l’insidia imprevedibile, che certo lacera maggiormente poiché slabbrata e abbandonata è la vita in quelle latitudini. Le scarse carovane di soccorso trovano in ogni villaggio, persone disperate che mostrano la devastazione, e non sanno come proseguire. Senza aiuti, piuttosto che morire lì, varcheranno le montagne fisiche e di una sedimentata disperazione. Migreranno in tanti. Più di coloro che nello scorso agosto volevano fuggire dai taliban. Quest’ultimi, coi ministri preposti a quel che non sanno né possono fare hanno scoperto le nudità, chiedendo ogni sorta d’aiuto umanitario. Loro non sono in grado a fornirne uno degno di questo nome. Certamente sono inadatti a governare, ma non ascoltarne le necessità vorrebbe dire peccare di cinismo in misura maggiore della loro sete di potere e della presunzione che li hanno finora contraddistinti. Chi aiuta chi? può chiedersi l’evanescente comunità internazionale azzerata dalla geopolitica che da mesi sta praticando l’embargo a un Paese che soffre la fame. Ieri le Nazioni Unite hanno messo su una riunione straordinaria per quest’emergenza, Ramiz Alakbarov, responsabile locale dell’Unama ha lanciato il suo grido: “Gli attori umanitari si mobilitino, serve tutto: equipaggiamento di trasporto e scavo, ambulanze,  nuclei medici, medicine”. I mesi scorsi hanno conosciuto restrizioni continue di materiale e fondi, una ritorsione contro la politica coercitiva verso le donne praticata dall’Emirato. Voci raccolte da Tolo Tv, che ha subìto anch’essa l’obbligo di velo alle conduttrici, ribadiscono l’oppressione di diritti femminili e all’istruzione ma per salvare vite umane invitano a mettere da parte ostracismi e fornire i soccorsi primari.  Qualcuno ascolterà?