Li vuole così proni, umiliati e vinti, schiavi della sua carognosa brama tirannica. Fosse per lui li impiccherebbe subito, visto che, a suo dire, portavano sostegno ai miliziani di Hamas. Intanto sbava nel vederli ammanettati e sottomessi da poliziotti che agiscono mascherando l’identità tanto quel sequestro non può essere giustificato da nulla. Né sicurezza, ordine, prevenzione. Nulla. Li ha fatti sequestrare nel mare di tutti sulle proprie case galleggianti, mentre veleggiavano attorno all’ideale di libertà. Libertà propria, della Flotilla, e del popolo perseguitato e sterminato dei gazawi. Così Ben Gvir, l’ennesimo satrapo di quel concetto coloniale che è Israele, si compiace d’un potere che la cricca cui appartiene gli concede. Si delizia nel mostrarlo, si fa riprendere e fotografare con gusto, perpetuando oltre il turpe disprezzo per il genere umano, la propria vile potenza di sprezzante persecutore. L’esternazione rivoltagli da Gideon Sa’ar, collega e attuale ministro degli Esteri nel governo Netanyahu “Tu (Ben Gvir, ndr) non sei il volto di Israele. Hai volontariamente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena e non è la prima volta. Hai vanificato sforzi enormi, professionali e di successo (sic) compiuti da così tante persone, dai soldati dell’Idf al personale del ministero degli Esteri”. Scusanti para buoniste d’un sionista in mascherata crisi con sé stesso, col suo passato destrorso nel Likud poi convogliato verso una sedicente Nuova Speranza, il partito condiviso con Benny Gantz, quindi rimangiate a favore di nuovi incarichi negli esecutivi di Netanyahu ai quali aderisce sin dal 2013. Ed è questa giostra di sigle politiche a sostegno d’una presunta “vivacità democratica” di Israele che resta nuda, come il suo re, l’Erode odierno che a favore di telecamera si compiace della mostruosa crudeltà che cova in petto. Un’altra Israele, se esiste è impotente, i dissidenti sono pochi e bloccati da un sistema che milioni di loro fratelli e sorelle, non necessariamente ultraortodossi, approvano. La democrazia d’Israele è fuffa di cui si riempiono la bocca anche tanti politici nostrani bipartizan, come fa la lunga fila dei comunicatori da tastiera e da salotti tivù, estimatori del sionismo di ritorno. O persino d’un kibbutzismo rimasto nel mondo dei sogni del secondo dopoguerra, quando già l’Israele reale costola del terrorismo dell’Haganah, nasceva, viveva e prosperava sulla pelle dei palestinesi. Per quei corpi imprigionati e piegati su sé stessi, ammanettati, genuflessi, faccia a terra, come una fotocopia delle Abu Ghraib e delle Guantanamo della Cia, oggi si muove - incredibile a dirsi - anche il governo italiano poiché fra i sequestrati ci sono nostri concittadini. Palazzo Chigi e la Farnesiana pretendendo scuse, cui magari Ben Gvir risponderà orgoglioso, ricordando Al-Masri: “Ma voi i torturatori, non li amavate?”
mercoledì 20 maggio 2026
martedì 19 maggio 2026
Quel corpo in discarica
Il successo del Bharatiya Janata Party alle recenti elezioni del Bengala occidentale, già criticato per presunti brogli del Comitato Elettorale che ha fatto mancare la convocazione a ben nove milioni di cittadini, in gran parte islamici, sta avendo pure strascichi di cronaca nera. Ne parla un media come The Wire che sfugge, non si sa per quanto, al controllo del governo centrale. Il ritrovamento in una discarica del cadavere di Sahadeb Bag, bracciante del villaggio di Kota nel distretto di Hooghly, sta destando sospetti e ha sollevato le accuse dei familiari e la diffidenza di parte della comunità agricola cui l’uomo apparteneva. Lui era uno dei numerosi lavoratori della terra da tempo elettori del Trinamool Congress, gruppo guidato da Mamata Banerjee che sin dal 2011 aveva strappato il governo di quello Stato federale al Partito comunista dell’India. Trinamool, pur sostenendo le rivendicazioni di strati sociali disagiati, è un partito conservatore che nel Sansad ha rapporti col Bjp. Però nelle amministrazioni locali i due partiti si fronteggiano, in molti casi non solo a parole. I militanti arancioni (il colore del partito di Modi) risultano sempre numerosi, organizzati, agguerriti e faziosi a tal punto che altre comunità (politiche, ideologiche, religiose) difficilmente riescono a contrastarli. Le manifestazioni di giubilo per la conquista del Bengala occidentale da parte del Bjp sono finite sotto gli occhi di telespettatori e dell’opinione pubblica indiana per vari servizi della tivù. Le note sulla sua ingombrante e minacciosa occupazione fisica di uffici amministrati fino ad aprile da aderenti al Trinamool Congress sono rimaste celate; ancor più la “pulizia” delle periferie della città di Calcutta, dove i nuovi amministratori stanno usando bulldozer per demolire case e negozi autorizzati dal precedente governo. I metodi spicci dei seguaci dell’hindutva non sono una novità e se vengono vellicati da istanze legali, reali o presunte, possono innescare pesanti ricadute sull’ordine pubblico. Un esempio di questi giorni viene dallo Stato federale del Madhya Pradesh, dove l’Alta Corte ha accolto un’istanza del Bjp contro la secolare moschea di Kamal Maula presupponendo che il luogo fosse già occupato da un tempio dedicato a una dea hindu.
Fra gli arancioni c’è già chi dice di fare come con la moschea Babri ad Ayodhya, distrutta nel 2019 da una folla infoiata e delirante. Così nelle scorse settimane nel Bengala gli attivisti del Bjp hanno festeggiato un po’ ovunque. Un po’ hanno praticato demolizioni in alcune aree, un po’ si sono scontrati con avversari e, secondo i parenti di Sahadeb Bag, si sono divertiti ad ammazzarlo, presi dall’euforia d’un successo che riconosce solo a sé stessi il diritto di stare in strada con vessilli e canti, più o meno religiosi. Quel corpo nella discarica c’è finito perché l’uomo era un ubriacone, sostengono alcuni abitanti del villaggio ormai votati nell’urna e nella quotidianità al Bjp e quando un giornalista s’è spinto fra loro a raccogliere dichiarazioni, degli attivisti arancioni l’hanno cercato di dissuadere dal fare domande con toni sempre più decisi. Comunque è venuto fuori che quel bracciante era ben conosciuto perché in zona s’era impegnato col Trinamool Congress, diventando un bersaglio politico. Passando di bocca in bocca verso dichiarazioni più “autorevoli” semplicemente perché fatte da un deputato del Bjp (tal Prasanta Digar) l’apparato dei vincitori-castigatori ha sostenuto: “Ho sentito dire che Sahadeb consumava alcol e soffriva anche di problemi cardiaci. Forse è morto dopo essere caduto in stato di ebbrezza. La morte è sfortunata. Ho chiesto all'amministrazione di condurre un'indagine neutrale”. Non solo la figlia della vittima ha negato che il genitore soffrisse di cuore, anzi. Era un uomo di buon cuore, in ogni senso, affermava chi lo conosceva. E la consorte, sostenitrice della tesi d’un omicidio che difficilmente troverà i colpevoli, ha ricordato: “La sua colpa più grande risulta un impegno disinteressato per la gente del villaggio. Organizzando assistenza medica per i malati al lavoro, per le famiglie povere senza alcuna ricompensa. Trascorreva giornate aiutando chiunque ne avesse bisogno indipendentemente dall'affiliazione politica”. Una dedizione ripagata con la morte, affermano nella casa del bracciante, sottolineando l’abbandono della comunità e il crimine piccolo e grande che sempre più cova nella sfera politica.
venerdì 15 maggio 2026
Riaccendere i fuochi
Trasformata in distretto nel 2018 ancora sotto il governo di Imran Khan, il presidente pakistano oggi incarcerato che a differenza d’altri aveva aperto un dialogo coi taliban interni, Bajaur è una zona amministrativa della travagliata provincia del Khyber Pakhtunkhwa. E’ il cuore delle cosiddette Fata, le aree tribali gestite per lungo tempo dalla popolazione pashtun i cui referenti politici appartengono alla grande famiglia talebana in lotta contro la centralità dello Stato pakistano. Questa località di un milione di abitanti ha conosciuto negli ultimi giorni l’ennesima azione armata d’un nucleo dei Tereek-e Taliban (TTP), il gruppo più organizzato dell’insorgenza interna. L’esito cruento dell’azione è costato la vita a otto militari di Islamabad, secondo l’agenzia Reuters anche una decina di assalitori hanno perso la vita per un totale di venti vittime. A queste s’aggiungono altri trenta morti registrati a inizio settimana, cosicché l’annoso scontro riprende forma e sangue sotto gli assalti a strutture militari, autobomba disseminate nel territorio, dura repressione del governo centrale. Quest’ultimo, che negli ultimi mesi a più riprese ha sorvolato coi propri aerei il confine afghano, distante da Bajaur una settantina di chilometri ma lungo ben 2.500 nella famigerata Linea Durand di coloniale invenzione, accusa apertamente i turbanti di Kabul di ospitare e coprire i “fratelli” pakistani. Costoro, se non intercettati e uccisi dalla repressione, mordono e riparano oltre quel confine che non c’è attraverso un territorio montuoso e poroso. Poroso perché difficilmente controllato da eserciti mobilitati, visto che l’unico copioso e organizzato risulta quello dell’attuale Capo di Stato Maggiore pakistano il feldmaresciallo Asim Munir, negli ultimi mesi ospitato a Washington e definito da Trump “il mio maresciallo preferito”. Munir è un ufficiale provetto, con ampi tratti di acume politico, e può essere considerato il reale premier pakistano che dà le carte allo scialbo Sharif junior. Probabilmente le stesse operazioni militari lanciate sui cieli afghani, tutto sommato circoscritte a qualche bombardamento che ha pur sempre prodotto vittime civili (finora 372) mancanti dal 15 agosto 2021, servivano al Pakistan di Munir per accreditarsi quale gendarme dell’Emirato di Kabul. Agli occhi della Casa Bianca tale servizio acquieta angosce ancorate ai ricordi dell’ultimo disastro militare statunitense nel Medio Oriente profondo.
Sebbene il passo bellico sia mutato, non più guerre infinite e impaludate come ai tempi di George W. Bush ma schizofreniche operazioni-lampo con aperture dialoganti e ritorni di fiamme e non si sa cos’altro, visto che Trump usa le bombe per monetizzare affari di guerra e di pace, i fronti d’instabilità creati e trovati necessitano di alleanze locali. La lobby militare pakistana, per decenni svezzata e nutrita dal Pentagono fino alla fornitura dell’atomica, trova nel generale Munir il classico uomo di polso con occhio rivolto non solo a reparti e santabarbara ma ai tavoli della diplomazia internazionale. Infatti il Paese ne risulta avvantaggiato fino a diventare con la crisi di Hormuz l’ago della bilancia per quei colloqui col nemico che Trump disdegna ma di cui il mondo ha bisogno, e in fondo necessitano anche a lui per arrivare con minore affanno alle elezioni di metà mandato. Fin qui la macro politica, che trova sempre negli scampoli degli affari locali riscontri inderogabili. Perciò al feldmaresciallo guerreggiare contro l’Afghanistan non conviene granché. Il Pakistan, e pure l’Iran, negli anni del grande caos afghano hanno cercato sponde in alcuni Signori della guerra per stabilire una sorta di profondità strategica in quel Paese fallito e devastato da vari conflitti; poi dalla nascita del Secondo Emirato i turbanti di Kabul si sono chiusi in una sorta d’enclave politico, rilanciando oppressioni e fanatismi su diritti civili ma cercando aperture economiche nel continente asiatico per sopravvivere. I ‘fratelli’ oltreconfine che impensieriscono i vertici di Islamabad hanno riacceso la conflittualità, che negli anni passati ha avuto folli punte di stragismo verso la popolazione civile (a Peshawar, Lahore), proprio a seguito della restrizione di spazi autogovernati, come sta accadendo nelle Fata. Eppure i grandi moti repressivi (il famigerato “colpo affilato e tagliente”, in urdu Zarb-e Azb) lanciato nel giugno 2014 nel Waziristan settentrionale e durato per tutto il 2015, non produsse effetti stabilizzanti. Tremilacinquecento ribelli, in gran parte dei TTP ma anche del Lashkar-e Islam e del Movimento islamico uzbeko furono uccisi. L’esercito pakistano, che impiegò oltre 30.000 elementi, ne perse solo cinquecento però non risolse il problema. Anzi. La brutalità bellica con bombardamenti dal cielo e da terra e caccia all’uomo nei villaggi, produsse lo spopolamento della provincia con circa un milione di abitanti trasmigrati a sud e riparati in altre aree delle Fata. E nell’attuale decennio la guerriglia continua a deflagrare.
martedì 12 maggio 2026
Austera incoerenza
Il primo a parlare di austerità, come ai tempi della pandemia da Covid-19, è il premier indiano Narendra Modi. Non lo fa riferendosi al nuovo spettro che s’aggira per il globo, l’infezione da Hantavirus, lo indirizza sull’instabilità incistata da taluni conflitti, soprattutto quello statunitense contro l’Iran che blocca i flussi energetici nello Stretto di Hormuz. Così fra un raduno religioso e un comizio (in diversi Stati federali si è votato di recente) che l’hanno visto incoerentemente far muovere masse di cittadini, il leader maximo del Bharatiya Janata Party detta indicazioni alla popolazione più ingombrante del mondo. "Dobbiamo ridurre l'uso di benzina e gasolio. Nelle città con linee metropolitane dovremmo provare a viaggiare in metropolitana... Se dobbiamo usare l'auto, allora dovremmo provare a condividerla con altri” ha esortato il primo fra i 1.380 milioni di indiani. Lui è ovviamente fuori dai giochi, deve guidare il Paese, confrontarsi coi grandi, cercare rimedi per i bisogni che sono ciclopici: la nazione importa il 90% del suo fabbisogno di petrolio e il 50% di gas, e quel che accade soprattutto in Medio Oriente si riflette pesantemente sull’economia e la vita stessa della popolazione. Esplicito l’invito a smettere di viaggiare, naturalmente per quella fetta della popolazione che lo fa perché può permetterselo, come esplicito è il richiamo a un rilancio del lavoro domestico, online e a incontri virtuali. Così sei anni dopo tutto ciò che l’India non fece durante la diffusione del Coronavirus, il rigore torna fra le priorità d’un governo che fa del pressappochismo e dell’incoerenza una ragione di vita. Non è l’unico, certo, ma la stampa non domata dagli ‘arancioni’ sottolinea in queste ore l’incongruenza fra il dire e il fare del Primo Ministro. Negli ultimi tre giorni gli impegni l’hanno portato a: Bangalore per celebrazioni, quindi più a nord nello Stato di Telangana dove l’agenda prevedeva pose di prime e seconde pietre per ferrovie, strade, aree industriali. E ancora su e giù in elicottero all’inaugurazione di un’immensa struttura ospedaliera privata finanziata da Bandi Parthasaradhi Reddy, un riccone che siede nella Camera Alta del Parlamento Indiano e che è bene tenersi amico, al di là degli orientamenti di partito. Chi, politicamente parlando, fa le pulci al premier ammette che non tutti gli appuntamenti potevano essere disbrigati dal suo ufficio di Delhi, ma l’indispensabilità di tale presenzialismo energeticamente gravoso era assolutamente evitabile. Tanto più che in mezzo a tanti incontri Modi continua a lanciare dagli schermi e pure dal vivo sermoni di contenimento di consumi e austerità, e li lancia a una copiosa folla giunta nei luoghi dove si reca. Dopo aver chiesto agli stessi apparati amministrativi interni di coadiuvare una linea d’austerità Modi è volato nell’amato Gujurat per una cerimonia al tempio di Somnath, uno dei dodici santuari hindu dedicati alla dea Shiva. Anche lì la quantità di persone giunte non proprio dal circondario era strabordante. Insomma quest’esposizione personale ottiene l’esatto opposto di quanto Modi raccomanda in contemporanea. Oggi sono previste cerimonie a Guwahati, località sull’immenso Brahmaputra, dove i ras locali del Bjp hanno organizzato ciclopiche presenze dei sostenitori, sottovalutando completamente i richiami al rigore. Schizofrenia allo stato puro ovvero discrepanza fra princìpi teorici e comportamenti reali dell’ennesimo sovrano sotto spoglie di statista.
giovedì 7 maggio 2026
Bec
Uno come Beccalossi lo amavi perché non era perfetto. Era geniale. E il genio, raffigurato di persona, non è bello, risulta meraviglioso per quel che fa. Così Evaristo, nome da Corrierino dei Piccoli, si presentava già col tratto estroso d’una capigliatura a riccioli, barocco di per sé, mozartiano. Quando scendeva in campo, visto che era calciatore, non potevi fare a meno d’aspettarti qualcosa di funambolico, sognando opere divine che squillassero come solo la follìa giocosa sa fare. Lui non deludeva, era nato per questo. Così al fischio arbitrale, all’avvìo dell’agone entrava in scena l’incanto. Perché il calcio, pur modernizzato da atletismo e tattiche geometriche, respira e s’esalta negli incantesimi del fantasista. Mai un termine coniato per i ricami dei piedi s’è rivelato tanto completo per descrivere i miracoli. Gente come il Bec, perché ce n’è stata per quanto vada scomparendo, incarna la pazza idea di cosa fare con un pallone in uno spazio affollato come i banchi d’un mercato nel mattino del sabato. In certe aree di rigore, dove anche ai suoi tempi imperversavano facchini-assassini, Bec sapeva inventare mossette e trasvolare. Talvolta atterrava travolto dal caterkiller avversario. Lì, al cospetto del risarcimento d’un rigore, l’Evaristo in una sera di tarda estate si prese la briga di fallire. Non uno, due tiri dal dischetto in neppure dieci minuti. Lo faceva per entrare nella Storia? Può darsi, uno come lui può escogitare anche l’impossibile, e proprio perché con un gesto minimo mandava in bianco mediani e terzini sarebbe stato un giochino da ragazzi beffare l’avversario estremo. Però quell’errore, quegli errori, diventati a futura memoria teatrali, l’hanno restituito umano da semidio del pallone qual era. Quel che resta di quei giorni, di quelle partite, di quei campionati sono frammenti dimensionati all’umiltà d’un sacro rivelato ma non esibito con supponenza. Vissuto sulla terra, sull’erba amica segnata col gesso. Ricercata dall’infanzia, facendo esaltare tanti bambini come lui, e vissuta nella bella gioventù. Baciato com’era da qualche divinità sportiva il Bec aveva piedi tanto sensibili da muoverli in poche zolle, carezzando la sfera senza pecuoterla, facendola dunque innamorare. Ondeggiando e mimando, poi fintando e scartando il gambone avversario quel solenne numero dieci portava via riccioli e pallone in spazi sempre più minuti. Incarnando da maestro la danza del dribbling rito ancestrale del calcio. Rito indimenticabile. In tanti possono giocare, una cerchia ristretta di fuoriclasse santifica e finalizza il gesto fino a raggiungere l’obiettivo che gli inglesi chiamano goal. Evaristo Beccalossi aggiungeva sospensione e leggerezza, imprevisto e grandiosità. Arte pura. Chi non lo capiva pur allenando la Nazionale volava troppo basso.
mercoledì 6 maggio 2026
Mani sul Bengala
Crolla il mito dello Stato indiano ribelle, anche il Bengala occidentale finisce nelle mani di Modi. Che si felicita coi luogotenenti locali dicendo: “La politica del buon governo del Bjp ha trionfato”. Può parlare di trionfo perché il Bharatiya Janata Party ha fatto il pieno di seggi, 206 su 294, ma gli sconfitti denunciano elezioni pilotate. Si sa che i perdenti nel leccarsi le ferite devono giustificare le proprie mancanze, e l’ultima ‘ribelle’ o meglio donna forte Mamata Banerjee, che con suo Trinamool Congress aveva governato ininterrottamente dal 2011 deve aver fatto il suo tempo. Ancor più il Partito Comunista d’India, cui proprio lei strappò il comando. Nel passato quel lembo di Paese, che conta pur sempre cento milioni di abitanti, aveva creato il mito d’un territorio contrario ai pacifismi gandhiani e alla moderazione del Partito del Congresso, vantaggiosa per i ceti più abbienti. I comunisti governarono il Bengala per trentaquattro anni, cavalcando le battaglie sociali degli strati rurali, in aree predilette per l’agricoltura (riso, tè, canna) grazie all’immensa quantità d’acqua portate dal Gange, ma anche afflitta da disastrose alluvioni complice il clima monsonico. Questo fino alla comparsa della pasionaria Mamata, esordiente in politica col maggior gruppo d’apparato, proprio il Partito del Congresso, per poi fondarne uno personale nel quale ha convogliato il voto degli stessi contadini. Costoro all’inizio del Millennio vedevano minacciati i terreni agricoli dall’impulso di un’industrializzazione rivolta ai distretti di Nandigram e Singur, comprensivi fra gli altri d’un polo automobilistico dove la multinazionale Tata faceva da padrone. Le lotte prima dei comunisti, poi del Trinamool hanno marcato una fase che ora pare lontanissima. Ma allora cos’è successo nell’urna? Da una parte ha giocato il logoramento della carica “sovversiva” della Banerjee, a sua volta accusata di operazioni oscure e corruzione, seppure nelle elezioni generali del 2024 avesse ben rintuzzato un tentativo di egemonia del Bjp: le urne le furono favorevoli con 42 suggi contro i 12 dei filo Modi.
Dall’altra i commentatori non schierati con la grancassa mediatica del premier sottolineano proprio il peso dell’organizzazione del partito di maggioranza “nell’intaccare le elezioni”. Il modo è presto detto: il Comitato Elettorale, un organismo teoricamente indipendente, è stato ampiamente infiltrato da funzionari partigiani a senso unico, quello del Bjp. Il lavoro selettivo del Comitato s’è orientato su elettori di fede musulmana (il 30% della popolazione complessiva), esclusi per cavilli burocratici addirittura in un numero di nove milioni. Perciò più che un cambio di preferenza quest’ultimi hanno vissuto un’impossibilità di espressione ai seggi. Trattandosi di masse povere, un tempo elettrici comuniste poi sostenitrici del Trinamool Congress, l’opposizione s’è ritrovata impossibilitata a contrastare l’ascesa del Bharatiya, ancora una volta favorito con mezzi illeciti nel suo vincere facile. Si sollevano proteste per la scrematura confessionale dell’elettorato che ribadisce comportamenti già noti nella creazione del consenso para hinduista di Modi: discriminare gli avversari non lesinando vere e proprie persecuzioni. La truffa che inficia il risultato, coinvolgendo figure di controllo sopra le parti dell’apparato burocratico, concerne false dichiarazioni di morte per elettori che sono stati letteralmente ignorati dagli elenchi elettorali. Uno scandalo denunciato dalla stessa stampa ufficiale come la testata The Hindu. I “ritocchi” dei votanti rappresentano una tattica già utilizzata in altre elezioni federali a Delhi, nel Maharashtra. Il regista è Amit Shah, gran sodale del primo Ministro e potentissimo ministro egli stesso, gestendo dal 2019 il dicastero dell’Interno. Nato a Mumbai da una famiglia profondamente hindu della borghesia produttiva, il padre era un imprenditore, Shah ha seguito le orme politiche di Modi nel medesimo Stato federato del Gujurat. Il connubio senza scrupoli è stato contestato per l’utilizzo militante degli squadristi del Rashtriya Swayamsevak Sangh, l’organizzazione paramilitare sostenitrice del razzismo dell’hindutva, cui entrambi aderivano in gioventù.
sabato 2 maggio 2026
Figli di Ciro
Se la guerra avrà un rilancio, come promettono i vertici di Washington e Teheran inflessibili, incontentabili, indisponibili a un accordo che per esser diplomatico deve necessariamente prevedere reciproche rinunce, i richiami alla diaspora iraniana lanciati dall’Artesh iraniana sembra più un proclama propagandistico che una mossa produttiva. Anche dichiararsi pronti a rintuzzare nuovi assalti, comunque dal cielo e assolutamente distruttivi come quelli registrati nel marzo e aprile scorsi, appartiene al conflitto delle parole e dei posizionamenti che ciascun fronte lancia all’avversario. Di contro Trump aveva parlato di collasso del Paese mediorientale e del suo possibile ritorno all’età della pietra. Spacconate funzionali al business privato di speculatore finanziario a mezzo insider trading più che di comunicazioni presidenziali, ma da tempo il re americano è nudo e non cela gli intenti delle sue pulsioni. La campagna di ‘volontariato militare’ proposta dai comandi iraniani verso i propri concittadini all’estero rientra nel circuito mediatico delle cento e uno dichiarazioni roboanti cui difficilmente farà seguito un effettivo riscontro. Anche perché tale diaspora è parecchio segnata dall’odio, certo verso un regime ma pure verso una nazione di cui rivendica l’appartenenza. Di questa migrazione iraniana si conoscono taluni riferimenti, ad esempio numerici. Gli ultimi censimenti contavano quattro milioni estendibili a sei con le seconde e in qualche caso terze generazioni, quelle che non hanno mai messo piede nel Paese. Circa due milioni sono collocate proprio negli Stati Uniti, e in Canada. Oltre un milione in Europa, con alte concentrazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania. Altre presenze si dislocano nelle petromonarchie del Golfo, in Asia, in Oceania. Una parte circoscritta dell’esodo, motivato da dissidenza politica, sociale, ideologica verso la Rivoluzione Islamica, trova affiliazioni partitiche. Nota quella parigina dei Mujaheddin del popolo (Mek) vicini all’autoreferenziale leadership di Maryam Rajavi, coniuge di Massoud Rajavi che da oltre un ventennio risulta scomparso, non si sa se passando a miglior vita o celandosi per preservare un’incolumità che travalica un valore di comando svaporato nella memoria.
Nelle manifestazioni pubbliche in talune piazze americane ed europee, seguite alle proteste popolari del gennaio scorso e della repressione interna, sempre maggiore visibilità con stendardi, cartelli, slogan, filmati, interviste e presenze televisive ha trovato la componente monarchica. I cosiddetti ‘figli di Ciro’, come qualche cronista ha definito giovani e meno giovani che sollecitano la caduta del governo degli ayatollah, su cui s’è appoggiato il figlio dello scacciato Reza Pahlavi, Reza junior, accoccolato nel Maryland da quasi mezzo secolo. In realtà, pur accogliendo il principino Ciro fra le proprie fila e in alcuni casi indicandolo quale erede a un ipotetico ripristino del ‘Trono del Pavone’, questi seguaci si richiamano a Ciro il Grande, dunque all’antichissima eredità di quella monarchia preislamica che sognerebbero (sic) di rilanciare. Sebbene in una moderna versione infarcita d’un egemonico colonialismo occidentale, in questo simile alla linea offerta dai Pahlavi del secolo scorso, “incentrata su classismo sociale, autoritarismo, islamofobia” sostengono taluni odierni storici iraniani. Questioni di punti di vista, ribattono gli attivisti della diaspora di tendenza laica e comunque non monarchica. Però negli ultimi due mesi, quelli dell’assalto israelo-statunitense al territorio persiano, assalto distruttivo generalizzato e omicida rivolto non solo ai vertici del regime ma alla gente, una certa spaccatura s’è creata nella diaspora esterna, davanti al plauso con cui ‘i figli di Ciro’ sostenevano bombardamenti e massacri nel territorio che vorrebbero liberato per interposte bombe occidentali. Insomma un minuto pezzetto della diaspora ha detto no. Per costoro l’opposizione a clero e pasdaran non può passare attraverso la guerra. Però una loro presa di posizione ufficiale per le vie di Londra o Berlino li ha visti maltrattati o malmenati dai ‘figli di Ciro’ oppure minacciati sui profili social.
Del resto c’è una componente della diaspora che non ripara solo dietro il classico simbolo di spada e leone, insegue e osanna il leone incoronato e barbuto che grondava anch’esso sangue all’epoca di papà Shah. Lo fa mentre accusa la repressione di Teheran contro i manifestanti di gennaio, una repressione feroce che ha prodotto secondo gli apparati governativi tremilacentodiciassette vittime, secondo Ong dei diritti più del doppio, a detta della diaspora iraniana fino a quarantamila morti. Le cifre hanno importanza? Certo, ma c’è chi le utilizza a fini propagandistici e pure promozionali per scenari sperati. Fra i quali la diaspora più lugubre agita appunto gli stendardi col significativo stemma della Savak, la polizia segreta delle torture e delle sparizioni di oppositori sotto il trascorso regime di papà Shah. Ora se Artesh e Sepah poco possono aspettarsi dal volontariato di difesa della patria rivolto oltreconfine, perché questo sacrificio, secondo i dettami di Hosseini o della semplice coscienza di cittadini, può trovar seguito quasi prevalentemente in casa, altrettanto c’è da aspettarsi dai fieri nemici dell’Iran islamico. Costoro osservano e inveiscono da lontano, vogliono che altri combattano per loro, sperano nell’abbattimento d’un sistema inteso dai persecutori come distruzione e umiliazione d’una nazione. D’una civiltà, islamica e preislamica. Diversi politologi osservano che “i tratti fondamentali di quest’opposizione monarchica s’allineano al modello della destra israeliana guerrafondaia, colonialista, anti islamica e para occidentale”. Se nuovo conflitto aperto ci sarà, riprenderanno le distruzioni e le uccisioni già conosciute. Un tragico giro dell’oca per cui ‘i figli di Ciro’ faranno tifo da fuori, continuando a recriminare persecuzioni a loro stessi sconosciute, disconoscendo le nuove aggressioni subite dal Paese. Forse in un “bel gesto” qualcuno degli oppositori esterni più determinato e coraggioso s’affilierà a qualche agenzia d’Intelligence con funzioni di sabotaggio. Scenario, peraltro, già ipotizzato e conosciuto nei mesi e negli anni passati, ma incapace d’innescare trasformazioni.
giovedì 30 aprile 2026
Chi sa parli
“Chi sa parli” afferma Gad Lerner. Lui magari non sa, fra gli ebrei d’Italia è comunque considerato un eccentrico - famoso, lodato, ben collocato fra la vipperia della comunicazione - ma pur sempre un ex gruppettaro. Eppure l’intelligenza e l’acume giornalistico che lo caratterizzano dovrebbero aver sommato ciò che la Comunità Ebraica Italiana mostra da tempo, non nei presumibili lati oscuri di formazioni paramilitari organizzate al proprio interno, ma nei suoi rappresentanti ufficiali collocati nelle cariche più rappresentative. La Comunità nell’ultimo ventennio ha conosciuto passaggi di consegne inappropriate per una visione democratica delle relazioni nazionali e internazionali. La composta e anche un po’ austera figura del rabbino Toaff, è ormai un ricordo per chi di quella collettività fa parte e per gli stessi osservatori esterni. Quell’uomo erudito e tollerante, lui sì combattente nella Resistenza, ha avuto successori non solo non all’altezza del proprio valore, umano prima che intellettuale, ma opportunisticamente votati a fare da cassa armonica non dell’ebraismo ma della linea dello Stato d’Israele. Linea criminale come i suoi governi. Se il passo marziale, potenzialmente omicida - ed è bene che la magistratura lo persegua per questo reato - di Eitan Bondì, lo sparatore di pallini contro gli attivisti dell’Anpi, non è frutto d’una semplice pulsione soggettiva, ma ha covato nella brodaglia che i padri e le madri, non quelli naturali ma politico-spirituali della comunità stessa, hanno divulgato per anni, c’è ben poco da indagare. I pilastri ideologici d’un ebraismo militante, arrembante, intollerante alla stregua del peggiore oltranzismo razzista incarnato dai gruppi dei coloni ultraortodossi sparsi nei Territori Occupati sono sotto gli occhi di tutti. Bastava ascoltare i discorsi che gli ex presidenti della Comunità Ebraica d’Italia Riccardo Pacifici e Noemi di Segni hanno sciorinato per anni con annesse punte d’odio verso chiunque non accettasse le loro farneticazioni tessute all’unisono coi gli esecutivi di Tel Aviv. E’ semplice Gad, un altro passettino: basta ricordare. E se non è mai troppo tardi, la cura a una diffusa intransigenza suprematista ebraica deve partire da lì.
mercoledì 29 aprile 2026
Guerra alla Scienza
Quando il presidente statunitense dichiara d’aver collassato la capacità bellica del nemico iraniano, un po’ bluffa e sparge fumo su negoziati che interessano anche il suo Paese per un’uscita da un conflitto insensato che danneggia l’intera economia globalizzata. Ma accanto alle esecuzioni mirate contro i vertici iraniani, unico vanto della superiorità tecno-bellica dell’alleanza con Netanyahu, resta la realtà d’una devastazione meno conosciuta, visto che il mainstrem informativo fra gli obiettivi colpiti ha citato quasi esclusivamente siti di produzione e stoccaggio di missili balistici, caserme e servizi dei Pasdaran. Poi s’è purtroppo constatato l’abbattimento di edifici civili coi propri condòmini, ha fatto orrore lo sventramento d’una scuola elementare con tanto dei corpicini degli alunni presenti per la lezione. Il professor Maziyar Ghiabi, direttore del Centro per gli Studi persiani e iraniani presso l'Università di Exeter, ricorda pure gli attacchi rivolti a prestigiose strutture scientifiche. Se n’è parlato poco o nulla. Il 31 marzo scorso aerei da combattimento israeliani e statunitensi hanno bombardato la Tofigh Daru Research and Engineering Company, principale produttore in Iran di princìpi attivi farmaceutici, conosciuti con l’acronimo Api. Sono gli ingredienti che producono l'effetto terapeutico dei farmaci che si tratti d’uccidere i batteri, neutralizzare un virus, regolare gli ormoni o ridurre la temperatura corporea o l'infiammazione. Nei due giorni seguenti un sorvolo congiunto dei medesimi bombardieri ha raso al suolo la sede centrale e tredici laboratori dell’Istituto Pasteur, storica struttura fondata nel 1920 a seguito d’un accordo diplomatico fra il governo francese e quello iraniano. Il Pasteur era uno dei trentatré istituti mondiali impegnati nella ricerca sulle malattie infettive. A detta del professor Ghiabi molti scienziati e stessi funzionari della Sanità pubblica nazionale sono rimasti scioccati da queste distruzioni perché ne risultano disperse unità di produzione, ricerca e sviluppo degli impianti "con ripercussioni a lungo termine sugli anestetici, sulla medicina antitumorale e sui farmaci ospedalieri critici". Senza Api il sistema sanitario iraniano rischia di perdere la sua sovranità davanti a una crisi sanitaria "Non si tratta solo degli edifici, il danno alla cooperazione scientifica e alla preparazione alle epidemie regionali è profondo". Sarà anche questo che ringalluzzisce il tycoon statunitense quando parla di collasso del nemico.
In effetti istituzioni come Pasteur e Tofigh risultavano essenziali nel lavoro di sorveglianza di malattie, diagnostica, risposta alle epidemie e scambi scientifici. "Se chi attacca pensa che riguardi solo noi, non è così! A meno che non si viva in un silos, la nostra regione è altamente interconnessa e la solidità delle infrastrutture sanitarie pubbliche di un Paese contribuisce direttamente alla sicurezza degli altri" ha dichiarato alla stampa internazionale un ricercatore d’una delle strutture colpite, visto che i rischi epidemiologici sono legati ai flussi migratori, commerciali, confessionali, turistici che costituiscono l'ecosistema della vita in Medio Oriente. "Le malattie non seguono logiche di confine" ha concluso lo scienziato. Le strutture Pasteur e Tofigh sono pilastri del sistema sanitario e scientifico iraniano e tra i pochi luoghi in Medio Oriente in grado di sintetizzare Api complesse per farmaci contro il Coronavirus del Covid, vaccini antipneumococcici, antirotavirus e antiepatite B ricombinante. Nel 2021 il Pasteur ha prodotto un vaccino contro il Covid-19 di grande successo tramite una collaborazione, unica nel suo genere, con l'Istituto Finlay di Cuba. Il vaccino, denominato Soberana 2 a Cuba e PastoCovac in Iran, rivaleggiava coi prototipi occidentali molto più costosi come Moderna e Pfizer. Stati Uniti e Israele hanno giustificato l'attacco contro i citati impianti accusando l'Iran di sviluppare Fentanil come parte del suo programma di “guerra chimica”. Il Fentanil è un potente oppioide, noto soprattutto in Nord America con il marchio OxyContin, un tempo commercializzato da un’azienda del gruppo Sackler, la Purdue Pharma, dal 2019 dichiarata fallita per bancarotta. Il professor Ghiabi ribadisce: “Non ci sono prove che l’Iran abbia sviluppato un presunto programma addirittura di guerra basato sul Fentanil, né nei prestigiosi stabilimenti Tofigh e Pasteur né altrove. La calunnia viene lanciata da una rete di think tank neoconservatori americani ripresi da fonti filo-israeliane. Gli attacchi ai presidi scientifici iraniani puntano a una capitolazione della ricerca interna da sommare a quella produttiva industriale e biotecnologica, creando una condizione di dipendenza a lungo termine in vari campi”. Come per i bombardamenti alle università Shahid Beheshti e di Scienza e Tecnologia si mira a condizionare la sovranità scientifica del Paese e a seminare distruzione.
Nb Per chi vuole saperne di più sugli oppioidi da antidolorifico e sul business della famiglia ebreo-americana Sackler, cfr. https://irpimedia.irpi.eu/business-dolore-aziende-famiglia-sackler-guadagnare-oppioidi/
giovedì 23 aprile 2026
Amal un’altra Shireen
L’hanno uccisa mentre lavorava nella località di Al-Tayri. L’hanno finita deliberatamente quando si rifugiava in una casa insieme a un collega fotografo. Saltata l’intera casa, impedito l’accesso a un’ambulanza che interveniva in soccorso. La vittima è Amal Khalil, giornalista quarantatreenne della testata Al-Akhbar e corrispondente di altri media. L’ha uccisa chi? I Terminator di Israel Defence Forces l’esercito del crimine, la macchina sterminatrice dell’entità sionista che vuole disgregare il Medioriente e ci riesce grazie alla complice viltà del mondo. L’assassinio, mirato come quelli ordinati dal governo Netanyahu, e rivolto a capi di Stato o semplici bambini, tutti terroristi secondo la teoria sua e della diffusa schiera dei protettori seduti un po’ ovunque, nelle cancellerie occidentali e sui più insospettabili scranni progressisti. Amal era conosciuta e stimata per l’attaccamento alla professione, per il desiderio di raccontare e documentare anche nei luoghi a rischio, com’è oggi il martoriato sud del Libano, le situazioni più devastanti in cui il genere umano è costretto a sopravvivere. Così la comunità sciita libanese che Israele perseguita e sfratta dalle proprie case col pretesto di colpire Hezbollah, ma col concreto obiettivo di ripetere quanto già realizzato nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania: distruggere e rubare la terra altrui, assassinare e intimorire, imporre un’occupazione militare e coloniale. Se questa realtà che supera qualsiasi distopia cinematografica viene documentata dai temerari cronisti locali, costoro diventano bersagli. E’ teoria diventata prassi: il giornalista è un nemico poiché testimonia, come il bambino che lancia una pietra è un terrorista. Ucciderli non è un crimine, diventa realpolitik. Dice il “Comitato per la protezione dei giornalisti”: “Gli attacchi contro un'area in cui si erano rifugiati i giornalisti e l'ostruzione dell'accesso medico e umanitario costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario”. Serve a poco. Ormai serve quasi a nulla. Scrive il primo ministro libanese Nawaf Salam: “Non risparmieremo alcuno sforzo nel perseguire questi crimini di guerra davanti agli organismi internazionali competenti”. Sarà.
Di fatto l’impunito Israele inanella delitti. L’eliminazione di Khalil è avvenuta mentre era in corso una tregua militare, mentre a Washington rappresentanti di Tel Aviv e Beirut s’incontravano per discutere. Allorché i diplomatici israeliani discorrevano, i militari di Tsahal uccidevano sette cittadini libanesi. Perché durante le presunte tregue la macchina sterminatrice israeliana continua a “lavorare” e se il lavoro dei giornalisti è fatto di parole, quello dei soldati di David è contrassegnato dalla scia di sangue delle proprie pallottole e bombe. Duecentosessantadue cuori di cronisti hanno cessato di battere nei due anni e mezzo di soffocamento della vita a Gaza. Avevano il merito di divulgare notizie e immagini dello scempio, lo facevano come potevano, sotto le bombe, con l’interruzione dei collegamenti, con scarsità di mezzi, con tanta fiducia che il mondo osservante potesse in qualche modo intervenire. Altrettanto per i ventidue operatori dei media assassinati in Libano. E non è l’eccezionalità della fase, l’incrudimento d’un conflitto che non è tale poiché di eserciti nella Striscia come nel sud del Libano ne esiste uno soltanto: l’occupante israeliano. La tragica esecuzione di Amal fa rivenire alla mente la dolorosa vicenda di un’altra martire dell’informazione: la palestinese inviata di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Assassinata nel maggio 2022 a Jenin, anche lei durante un servizio con cui mostrava le violenze dell’Idf in quella che ormai è diventata un’enclave araba assediata da soldati e coloni ebrei. Uccisa da un militare nel ruolo di cecchino Shireen, che aveva in bella vista la pettorina Press e il solo microfono per la diretta. La versione di Israele è che attorno a lei si muovessero terroristi. L’inchiesta avviata e conclusa dalle Nazioni Unite confermò che il proiettile assassino apparteneva all’Idf. La portavoce dell'Ufficio per i diritti umani dell’Onu, Ravina Shamdasani, dichiarò: "È profondamente inquietante che le autorità israeliane non abbiano condotto un'indagine penale". Tutto qui. Avanti con la prossima salma.
Generazione del Fronte
Due punti fermi della contestazione al potere degli ayatollah iraniani, simbolico l’uno, il velo obbligatorio per le donne, molto concreto l’altro, il ruolo della Guida Suprema, risultano piegati o comunque sospesi. Dai tempi della tragica fine di Masha Amini, ormai tante donne specie giovani e soprattutto nella capitale, mostrano fieramente la capigliatura al vento. Niente più fermi, addirittura evaporati i controlli della Polizia Morale, sebbene nello scorso gennaio molte, troppe donne sono finite vittime della repressione seguita alle precedenti proteste. Col secondo atto di guerra israelo-statunitense deflagrato il 28 febbraio è caduta anche la figura politico-spirituale del regime. Non solo il vecchio Khamenei, che per oltre un trentennio ha incarnato la continuità della Rivoluzione Islamica khomeinista, ma pure del suo sostituto, peraltro un erede di sangue che sa di blasfemia verso gli stessi dettami del Ruhollah. S’è detto che il sistema abbia scelto Mojtaba per rintuzzare con la familiarità la furia d’un nemico avvezzo al crimine omicida per sperare nel cambio di regime. Quel figlio ha pagato lo scotto della parentela e della vicinanza logistica al padre preso di mira dai missili, così da restare lui gravemente ferito e da quell’istante impresentabile al mondo e agli stessi concittadini fedeli. La massima autorità incarnante il velayat-e faqih costretta a rimanere in ombra per ragioni di salute. S’è anche ipotizzato un decesso del Khamenei junior insieme ai parenti, moglie e figli suoi, ma Teheran ha smentito: Mojtaba è costretto a non apparire per ragioni d’incolumità. Le stesse contromosse persiane ai bombardamenti fin dentro le proprie case e al reiterato e sfibrante assedio economico puntavano alla sua investitura per non cedere su nessun punto agli aggressori. Comunque l’incarico supremo resta incartato. Così il cambio di regime risulta tutto interno al regime, con un’ufficializzazione di compiti e rappresentanza per quei Guardiani della Rivoluzione potentissimi ma finora agganciati alla voce del lider massimo degli ayatollah e del Paese.
Invece l’ultima guerra, l’eliminazione diretta di figure di primo piano del ceto di comando, e la tattica di bloccare Hormuz, più pungente dei missili balistici sventagliati dai comandi dell’Artesh fra Israele e i lidi di talune petromonarchie troppo yankee tanto per non perdere la faccia, propongono una realtà politica che non incentiva affatto il salto in avanti o un ritorno al passato sognati dalle diverse schiere d’oppositori. Nell’ora della diplomazia forzata materializzata pur fra cento incertezze a Islamabad, Teheran lancia negoziatori militari, facce note attualmente dotate di tutti i poteri del sistema-Stato dopo la disarticolazione del Gotha interno cercata a suon di missili da Netanyahu e Trump. Il prototipo è Mohammad Qalibaf che nonostante un mandato lungo dodici anni come primo cittadino della capitale e pur vantando un pedigree da Pasdaran, non era mai riuscito a diventare primo cittadino della nazione, soccombendo ai chierici, dal moderato Rohani al conservatore Raisi. Ora i negoziatori della Casa Bianca per sbloccare la vicenda del blocco sul mare Persiano o Arabico che dir si voglia, un nodo gordiano che strangola l’energia del mondo, devono interfacciarsi con l’uomo delle antiche bocciature interne, inorgoglito dall’occasione del suo personale riscatto messo al servizio della Patria. Con lui c’è Araghchi, ennesimo laico e anch’egli Pasdaran, addirittura più enigmatico fino a un esasperante (per gli interlocutori assisi sull’altro versante del tavolo) pragmatismo. Negoziatore esperto, già in campo per le vicende del nucleare, che nel secondo vertice pakistano lanciato, ricusato, rinviato dalle parti eppure scadenza inesorabilmente necessaria, rafforza la schiera degli ex ragazzi della guerra Iran-Iraq. Una generazione che non molla, cui l’attuale ministro degli Esteri iraniano aggiunge personali doti di temporeggiatore. Forse agli affaristi Kushner e Witkoff sarebbe convenuto più incontrare qualche anziano ayatollah anzichè ex militari desiderosi di riscatto.
mercoledì 22 aprile 2026
Dervisci
“Cerco di amarti nella solitudine perché nella solitudine nessuno ti possiede tranne me. Scelgo di adorarti a distanza perché la distanza mi proteggerà dal dolore. Scelgo di baciarti nel vento perché il vento è più gentile delle mie labbra. Scelgo di tenerti nei miei sogni perché nei miei sogni non hai mai fine”. E’ sull’onda degli struggenti versi di Jalal al-Din Rumi e di certa passione, umanissima prima che confessionale, che il moderno viaggiatore può percorrere in volo il mare lattiginoso di nuvole sotto di sé e riuscire a carezzare una o più delle leggiadre cupolette del monastero Mevlevi. Oppure può farlo dall’oriente della trapuntata Cappadocia, inanellando chilometri su chilometri lungo il grandioso campo rurale della provincia-granaio di Konya. O ancora calando dal ponte euroasiatico della straripante Istanbul fino a trovare spazi e cieli immensi.
Oggi non è in quel sacro recinto che l’ascetica danza viene donata all’occhio dell’osservatore dalla roteante schiera dei sufi. Il sema si materializza più in là, a mille passi dalla dimora eterna del venerato Maestro. In un’arena acconcia creata all’inizio dell’attuale Millennio dalla locale municipalità. Lì viene celebrato il rito estatico divenuto attuale attrazione di tanto turismo votato a immortalare. Lì il clic e il fermo immagine sul capo pendente, sulla palpebra socchiusa, sullo sguardo sognante dei monaci sono l’epifania d’una partecipazione anche esterna al culto atavico, ora spettacolarizzato dalle aspettative di chi palpita pur solo osservando.
Ma sulla scena circolare, dietro quei passi che sotto la vista di Meidanci Dede sono meditazione e ascesi, vive l’unicità di fondere corpo e anima. Movimento e abbandono. Individuo e comunità. Terra e cielo. Armonia e poesia. Arte tersicorea e prece. E l’ipnosi generata dal ney come un soffio divino s’innesta sul battito del bendir capace fa muovere i corpi. Rotazione e rivoluzione, uomini come pianeti, equilibrio della fisicità universale. La semplice complessità della vita, il suo ciclo che prevede morte e rigenerazione, la stamina che è tenacia e forza. Resistenza e rilancio energetico, gioia misurata nello stare perfettamente insieme senza strafare, misurando passi e oscillazioni alla stregua d’un pendolo dal moto intonato e gentile nei suoi battiti d’un tempo infinito.
Chissà cosa ispirava il Maestro mentre concepiva quest’originale preghiera dalla melodiosa spirale. Sicuramente quiete attiva opposta all’impeto che nella girandola prospetta turbinìo e gorgo tempestoso. Qui il moto è consonanza e precisione, pacifica sintonia illuminata dalla tennùre, la candida veste gonfiata dalla geometrica cadenza. Il magnetismo creato fa addirittura applaudire, a fine corsa, una scolaresca femminile all’apparenza kemalista e laica, mentre il meticoloso rituale del ritiro combacia al millimetro col percorso dell’apparizione. Qualche visitatore chiederebbe addirittura un autografo a ciascuno dei ruotanti, tanto l’incantesimo ha rapito il suo raziocinio. Invece c’è solo posto per l’umile e alternato chinare collettivo del sikke, feltro che spersonalizza, rende eguali e fratelli. Il derviscio si ritira, felice per sé e per tutti d’aver contribuito a un’estasi profondamente umana.















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