mercoledì 6 maggio 2026

Mani sul Bengala

  


Crolla il mito dello Stato indiano ribelle, anche il Bengala occidentale finisce nelle mani di Modi. Che si felicita coi luogotenenti locali dicendo: “La politica del buon governo del Bjp ha trionfato”. Può parlare di trionfo perché il Bharatiya Janata Party ha fatto il pieno di seggi, 206 su 294, ma gli sconfitti denunciano elezioni pilotate. Si sa che i perdenti nel leccarsi le ferite devono giustificare le proprie mancanze, e l’ultima ‘ribelle’ o meglio donna forte Mamata Banerjee, che con suo Trinamool Congress aveva governato ininterrottamente dal 2011 deve aver fatto il suo tempo. Ancor più il Partito Comunista d’India, cui proprio lei strappò il comando. Nel passato quel lembo di Paese, che conta pur sempre cento milioni di abitanti, aveva creato il mito d’un territorio contrario ai pacifismi gandhiani e alla moderazione del Partito del Congresso, vantaggiosa per i ceti più abbienti. I comunisti governarono il Bengala per trentaquattro anni, cavalcando le battaglie sociali degli strati rurali, in aree predilette per l’agricoltura (riso, tè, canna) grazie all’immensa quantità d’acqua portate dal Gange, ma anche afflitta da disastrose alluvioni complice il clima monsonico. Questo fino alla comparsa della pasionaria Mamata, esordiente in politica col maggior gruppo d’apparato,  proprio il Partito del Congresso, per poi fondarne uno personale nel quale ha convogliato il voto degli stessi contadini. Costoro all’inizio del Millennio vedevano minacciati i terreni agricoli dall’impulso di un’industrializzazione rivolta ai distretti di Nandigram e Singur, comprensivi fra gli altri d’un polo automobilistico dove la multinazionale Tata faceva da padrone. Le lotte prima dei comunisti, poi del Trinamool hanno marcato una fase che ora pare lontanissima. Ma allora cos’è successo nell’urna? Da una parte ha giocato il logoramento della carica “sovversiva” della Banerjee, a sua volta accusata di operazioni oscure e corruzione, seppure nelle elezioni generali del 2024 avesse ben rintuzzato un tentativo di egemonia del Bjp: le urne le furono favorevoli con 42 suggi contro i 12 dei filo Modi. 

 

Dall’altra i commentatori non schierati con la grancassa mediatica del premier sottolineano proprio il peso dell’organizzazione del partito di maggioranza “nell’intaccare le elezioni”. Il modo è presto detto: il Comitato Elettorale, un organismo teoricamente indipendente, è stato ampiamente infiltrato da funzionari partigiani a senso unico, quello del Bjp. Il lavoro selettivo del Comitato s’è orientato su elettori di fede musulmana (il 30% della popolazione complessiva), esclusi per cavilli burocratici addirittura in un numero di nove milioni. Perciò più che un cambio di preferenza quest’ultimi hanno vissuto un’impossibilità di espressione ai seggi. Trattandosi di masse povere, un tempo elettrici comuniste poi sostenitrici del Trinamool Congress, l’opposizione s’è ritrovata impossibilitata a contrastare l’ascesa del Bharatiya, ancora una volta favorito con mezzi illeciti nel suo vincere facile. Si sollevano proteste per la scrematura confessionale dell’elettorato che ribadisce comportamenti già noti nella creazione del consenso para hinduista di Modi: discriminare gli avversari non lesinando vere e proprie persecuzioni. La truffa che inficia il risultato, coinvolgendo figure di controllo sopra le parti dell’apparato burocratico, concerne false dichiarazioni di morte per elettori che sono stati letteralmente ignorati dagli elenchi elettorali. Uno scandalo denunciato dalla stessa stampa ufficiale come la testata The Hindu. I “ritocchi” dei votanti rappresentano una tattica già utilizzata in altre elezioni federali a Delhi, nel Maharashtra. Il regista è Amit Shah, gran sodale del primo Ministro e potentissimo ministro egli stesso, gestendo dal 2019 il dicastero dell’Interno. Nato a Mumbai da una famiglia profondamente hindu della borghesia produttiva, il padre era un imprenditore, Shah ha seguito le orme politiche di Modi nel medesimo Stato federato del Gujurat. Il connubio senza scrupoli è stato contestato per l’utilizzo militante degli squadristi del Rashtriya Swayamsevak Sangh, l’organizzazione paramilitare sostenitrice del razzismo dell’hindutva, cui entrambi aderivano in gioventù.

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