Restano ignoti. Non militi perché non combattevano, la guerra la subivano e sono stati massacrati. Erano solo cittadini finiti sotto le macerie di abitazioni bombardate dall’esercito di Israele. E’ l’emittente Al Jazeera a divulgare la storia di Lina, moglie d’una delle migliaia di vittime scomparse e mai più trovate perché il loro corpo è stato disintegrato dalla gragnuola di missili lanciati l’8 ottobre 2023 nell’area Shuyajea di Gaza City. Dopo la sfuriata assassina dell’Idf, nelle settimane seguenti familiari e abitanti hanno cercato gli scomparsi fra ruderi e calcinacci, scostando come potevano le macerie. Grattando la terra, scavando, ma le vertiginose buche aperte dalle bombe, la frantumazione delle strutture in cemento armato lasciavano poche speranze. Lina e altre donne si sono rivolte alla Croce Rossa “Senza nessun risultato - ribadisce sconsolata - nessuno sapeva niente e poi sono finiti anche loro sotto il tiro dei caccia e dell’artiglieria”. Lei è rimasta a curare i due figli, spostandosi come decine migliaia di abitanti trasformati in profughi, avviliti e affamati, perseguitati dalla perfidia criminale del governo di Tel Aviv. Potevano solo provare a sopravvivere, a non finire maciullati come chi non c’era più neppure come cadavere. Quindi dall’ottobre 2025 con la tregua, peraltro continuamente violata da Israele, e dunque col rischio di finire sventrati da esplosioni, quasi trecento salme sono state restituite ai parenti. Ma il dolore diventava addirittura peggiore per chi osservando le carni straziate, i cadaveri sfigurati e bruciati, cercava di carpire qualche segnale, una cicatrice pregressa e identificare il proprio caro. Lina rammenta le sensazioni di quei momenti, divise fra la speranza, seppure aleatoria, di non avere certezza del decesso del marito e il pensiero di non saperlo ridotto in nulla da un ordigno. Osservare cadaveri in decomposizione accanto alla durezza della condizione fisica comporta un profondo trasporto ideale, il desiderio di dare dignità alla morte, già di per sé matrigna e nel caso di vittime di vili bombardamenti espressione di estrema crudeltà non solo bellica. Poi fra i pensieri sovrapposti avanza un’ipotesi: forse fra le decine di povere spoglie osservate nei giorni precedenti, una poteva essere quella del suo uomo. Però il riferimento arrivava troppo tardi, quei cadaveri per ragioni di sanità erano stati tutti seppelliti, senza nome, a Deir el-Balah, il cimitero dei dispersi. Tombe catalogate con un numero progressivo che rientrano nella testimonianza di morte diffusa nella Storia dallo Stato d’Israele. Quel luogo delle lacrime palestinesi continua a espandersi, sia per il crescente numero di defunti privati dell’identità, sia perché le condizioni di chi riesce a sopravvivere davanti a un genocidio che prosegue il suo macabro percorso diventano sempre più precarie. Si muore di bombe, fame, malattie, abbandono, inerzia, perfidia del cinismo d’una geopolitica alleata e sguaiata e di quella silente e complice del sionismo. I sanitari della Croce Rossa affermano che gli stessi cadaveri inviati ai pochi ospedali della Striscia ancora operativi, non possono essere identificati poiché manca la procedura più volte richiesta d’introdurre strutture del DNA o trasferire campioni di tessuto all’estero, utili per le identificazioni. Così Lina e altre sorelle e madri si ritrovano a Deir el-Balah pregano, piangono, ricordano ma su quei cippi vorrebbero un nome.
venerdì 29 maggio 2026
mercoledì 27 maggio 2026
Eid ristretto
In Uttar Pradesh proprio nel giorno di Eid al-Adha, per la Umma mondiale musulmana la ‘Festa del sacrificio’, il rischio preghiera è altissimo. Gli hindu di quello Stato indiano non tollerano riunioni pubbliche anche di semplice ritualità religiosa. “Creano disordine, impediscono il traffico” dicono, per quanto questi momenti si sviluppino in aree richieste dagli imam perché le moschee non riescono a contenere la folla dei fedeli. Gli islamici nel popoloso Uttar Pradesh sfiorano i quaranta milioni di cittadini e i luoghi di culto sono insufficienti ad accogliere una partecipazione numerosa, per questo le preghiere in contemporanea avvengono anche all’aperto. Però anno dopo anno dall’insediamento del governo di Narendra Modi l’intolleranza del fondamentalismo hindu è cresciuta. E nell’Uttar Pradesh guidato da uno stretto collaboratore del premier, il monaco Yogi Adityanath, la repressione delle preghiere pubbliche musulmane è aumentata esponenzialmente. L’intolleranza è diventata norma, ad applicarla senza tregua, la polizia e le ronde di gruppi armati dell’hindutva, sempre pronti a passare alle vie di fatto che significano pestaggi e nei casi peggiori omicidi, derubricati dalla magistratura in scontri fra fazioni o risse. Del resto i diktat vengono dall’alto, Adityanath propone agli indiani di fede islamica di pregare a turno, “in caso contrario adotteremo un altro metodo” che poi è quello descritto e già sperimentato. Il raggruppamento estremista Vishwa Hindu Parishad ha chiesto un divieto totale del rito religioso, richiesta illecita per la legge indiana che garantisce universalmente il diritto di culto. Ma l’intento del fondamentalismo hindu è impedire anche legalmente lo spazio ad altre fedi, praticando quell’esclusione già insita nel disegno di fare dell’India, anzi del Bharat, la nazione della sola comunità hindu. E’ la medesima linea identitaria e razziata messa in pratica dal Bharatiya Janata Party, da oltre un decennio impossessatosi del governo e desideroso di non mollarlo anche tramite un attacco frontale alla Carta costituzionale voluta dai padri fondatori Gandhi e Nehru.
Per quanto è accaduto negli anni scorsi i timori dei fedeli vanno dal possibile fermo all’abbattimento dell’abitazione, conseguenze d’un tappetino per la preghiera posizionato impropriamente o per un corposo assembramento vicino alle case dove si vive con la famiglia. Una vera disperazione per nuclei poveri e dimessi, rispettosi della legge ma pure attaccati alla tradizione che in ogni caso non vengono tollerati e possono finire nel gorgo della punizione in genere collettiva. Perché “più musulmani si puniscono, più se ne intimoriscono“ sostengono le autorità locali. Si tratta di pene faziose e illecite, ma la legge anche dettata all’impronta è quella del più forte e la nazione di questo genere di hinduismo si mostra inflessibile. Le minoranze straniate e impaurite subiscono questo clima e parecchi fedeli ammettono che il giorno di festa è diventato un momento d’angoscia da passare in fretta, quasi in anonimato. Situazioni analoghe si verificano in altri Stati federali dove la presenza islamica assume una certa consistenza (Delhi, Bengala occidentale). Alcuni momenti che affiancano la preghiera pur regolamentati rigorosamente dalla Umma, ad esempio il sacrificio di animali, diventano ulteriore motivo di divieti e i cittadini islamici, che con tale ritualismo intendono pure sottolineare la propria identità, constatano l’enorme sperequazione praticata delle amministrazioni a vantaggio dei riti hindu cui viene concesso tantissimo. In occasione di Kumbh Mela, Diwali, Holi, Durga Puja e altre celebrazioni spazi, luoghi, tempi sono dilatati. I luoghi pubblici di cui dovrebbero godere anche musulmani, cattolici, buddisti e non credenti risultano a disposizione della comunità hindu ben oltre i permessi concessi dall’autorità. Misure differenti per una discriminazione crescente.
domenica 24 maggio 2026
Belucistan esplosivo
Portavano soldati a Quetta, capoluogo della calda e ribelle provincia del Belucistan pakistano. Li portavano in treno. Nell’area montuosa di Chaman Phatak, a neppure una trentina di chilometri dalla città, stamane c’è stata una terribile deflagrazione udita, a detta delle agenzie, a notevole distanza. L’esplosione ha fatto deragliare la locomotiva e tre vagoni, altri due si sono ribaltati. I morti accertati sono ventiquattro, i feriti oltre cinquanta, alcuni in gravissime condizioni. Un’ipotesi parla d’un attentato suicida, col kamikaze che viaggiava su quel treno dove i militari erano mescolati ai civili. Un’altra pensa a una bomba sistemata nella stazioncina della località sfiorata dal treno, fatta brillare sempre da un attentatore sacrificatosi nell’agguato oppure tramite un comando a distanza. Certi gli autori: i miliziani di Fitna al-Hindustan noto anche come Esercito di Liberazione del Balucistan (Bla), un gruppo separatista attivo dal Duemila nella regione di cui rivendica l’autonomia. Accanto alle dichiarazioni di prammatica di alcuni politici locali e nazionali, fra cui il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi sulla necessità di stroncare la crudele attività terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione civile, l’intento separatista dei gruppi beluci e la prassi sanguinaria dei loro attentati prosegue imperterrita e irrisolta da un quarto di secolo con un’impotenza nel trovare soluzioni delle amministrazioni che si succedono. Né i governi del Partito Popolare Pakistano, creatura del clan familiare Bhutto e dei suoi epigoni, né quelli del clan rivale Sharif, inventore della Lega Musulmana N tutti fautori di pratiche repressive, ma neppure l’esecutivo del Tereek-e-Insaf dell’ex premier Khan, dialogante con certi gruppi jihadisti però non coi beluci, sono riusciti a placare gli animi. Le richieste del Fitna al-Hindustan che reclama il separatismo si scontrano con le chiusure del Parlamento di Islamabad, convinto in tutti i suoi schieramenti che una simile concessione sarebbe deleteria per lo Stato centrale, vista la diffusa presenza dell’islamismo fondamentalista organizzato (Tereek-e-Taliban, Lashkar-e-Taiba, Lashkar-e-Jhangvi le componenti più numerose e attive). Infatti qualsiasi apertura risulterebbe un vantaggio regionale per lo storico nemico indiano, di cui si vociferano aiuti neppure tanto celati proprio a favore dei ribelli.
Delhi nega ma fra le voci delle Intelligence l’insinuazione è radicata. Del resto proprio i militari pakistani e la loro agenzia (MI) che unisce le ricognizioni segrete delle armate di terra, cielo e aria, nei decenni s’è trovata a doversi guardare le spalle dalla struttura principale (Inter Services Intelligence) che, pur formata da ex ufficiali militari, in diverse occasioni ha mostrato strategie autonome dagli interessi dei propri governi e pure da quelli della nazione. A seguito di quest’ennesimo attentato è lecito porsi una serie di domande. Come mai l’esercito faceva viaggiare i soldati su un treno civile? La presenza di passeggeri poteva prestare agli attentatori un terreno di facile infiltrazione. Forse si è pensato che la presenza di cittadini potesse disincentivare il Bla dall’eseguire attacchi? Difficile crederci poiché questo gruppo ha moltissimi precedenti di attentati in luoghi pubblici con spargimento di sangue fra incolpevoli civili. Semplice sottovalutazione del pericolo? Forse no. Anzi, mentre alcuni commentatori vicini al premier Sharif rilanciano l’idea che Research and Analysis Wing (i Servizi di Delhi) in questa fase stiano affiancando i fondamentalisti pakistani, c’è chi ipotizza una volontà militare e governativa d’incrudire l’instabilità interna per coinvolgere il gigante cinese, colpito negli affari proprio dal terrorismo beluco. In più occasioni il Bla ha dichiarato guerra aperta al corridoio economico sino-pakistano incentrato sul porto di Gwadar, perno del trasporto merci di parecchie aziende cinesi. All’iniziale preoccupazione per il terrorismo islamista ora Pechino mostra l’esigenza di trovare soluzioni aiutando il Paese colpito perché con questo difende i suoi interessi. Osservando cos’è accaduto negli ultimi anni nel Ladakh himalayano a Islamabad ormai pensano che la temporeggiatrice Cina diventa pragmatica quando qualcuno le calpesta i piedi. E si può averla, oltre che partner economica, anche alleata nel conflitto anti beluco per la sicurezza interna e in quello geostrategico con l’India.
mercoledì 20 maggio 2026
Carogna
Li vuole così proni, umiliati e vinti, schiavi della sua carognosa brama tirannica. Fosse per lui li impiccherebbe subito, visto che, a suo dire, portavano sostegno ai miliziani di Hamas. Intanto sbava nel vederli ammanettati e sottomessi da poliziotti che agiscono mascherando l’identità tanto quel sequestro non può essere giustificato da nulla. Né sicurezza, ordine, prevenzione. Nulla. Li ha fatti sequestrare nel mare di tutti sulle proprie case galleggianti, mentre veleggiavano attorno all’ideale di libertà. Libertà propria, della Flotilla, e del popolo perseguitato e sterminato dei gazawi. Così Ben Gvir, l’ennesimo satrapo di quel concetto coloniale che è Israele, si compiace d’un potere che la cricca cui appartiene gli concede. Si delizia nel mostrarlo, si fa riprendere e fotografare con gusto, perpetuando oltre il turpe disprezzo per il genere umano, la propria vile potenza di sprezzante persecutore. L’esternazione rivoltagli da Gideon Sa’ar, collega e attuale ministro degli Esteri nel governo Netanyahu “Tu (Ben Gvir, ndr) non sei il volto di Israele. Hai volontariamente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena e non è la prima volta. Hai vanificato sforzi enormi, professionali e di successo (sic) compiuti da così tante persone, dai soldati dell’Idf al personale del ministero degli Esteri”. Scusanti para buoniste d’un sionista in mascherata crisi con sé stesso, col suo passato destrorso nel Likud poi convogliato verso una sedicente Nuova Speranza, il partito condiviso con Benny Gantz, quindi rimangiate a favore di nuovi incarichi negli esecutivi di Netanyahu ai quali aderisce sin dal 2013. Ed è questa giostra di sigle politiche a sostegno d’una presunta “vivacità democratica” di Israele che resta nuda, come il suo re, l’Erode odierno che a favore di telecamera si compiace della mostruosa crudeltà che cova in petto. Un’altra Israele, se esiste è impotente, i dissidenti sono pochi e bloccati da un sistema che milioni di loro fratelli e sorelle, non necessariamente ultraortodossi, approvano. La democrazia d’Israele è fuffa di cui si riempiono la bocca anche tanti politici nostrani bipartisan, come fa la lunga fila dei comunicatori da tastiera e da salotti tivù, estimatori del sionismo di ritorno. O persino d’un kibbutzismo rimasto nel mondo dei sogni del secondo dopoguerra, quando già l’Israele reale costola del terrorismo dell’Haganah, nasceva, viveva e prosperava sulla pelle dei palestinesi. Per quei corpi imprigionati e piegati su sé stessi, ammanettati, genuflessi, faccia a terra, come una fotocopia delle Abu Ghraib e delle Guantanamo della Cia, oggi si muove - incredibile a dirsi - anche il governo italiano poiché fra i sequestrati ci sono nostri concittadini. Palazzo Chigi e la Farnesiana pretendendo scuse, cui magari Ben Gvir risponderà orgoglioso, ricordando Al-Masri: “Ma voi i torturatori, non li amavate?”
martedì 19 maggio 2026
Quel corpo in discarica
Il successo del Bharatiya Janata Party alle recenti elezioni del Bengala occidentale, già criticato per presunti brogli del Comitato Elettorale che ha fatto mancare la convocazione a ben nove milioni di cittadini, in gran parte islamici, sta avendo pure strascichi di cronaca nera. Ne parla un media come The Wire che sfugge, non si sa per quanto, al controllo del governo centrale. Il ritrovamento in una discarica del cadavere di Sahadeb Bag, bracciante del villaggio di Kota nel distretto di Hooghly, sta destando sospetti e ha sollevato le accuse dei familiari e la diffidenza di parte della comunità agricola cui l’uomo apparteneva. Lui era uno dei numerosi lavoratori della terra da tempo elettori del Trinamool Congress, gruppo guidato da Mamata Banerjee che sin dal 2011 aveva strappato il governo di quello Stato federale al Partito comunista dell’India. Trinamool, pur sostenendo le rivendicazioni di strati sociali disagiati, è un partito conservatore che nel Sansad ha rapporti col Bjp. Però nelle amministrazioni locali i due partiti si fronteggiano, in molti casi non solo a parole. I militanti arancioni (il colore del partito di Modi) risultano sempre numerosi, organizzati, agguerriti e faziosi a tal punto che altre comunità (politiche, ideologiche, religiose) difficilmente riescono a contrastarli. Le manifestazioni di giubilo per la conquista del Bengala occidentale da parte del Bjp sono finite sotto gli occhi di telespettatori e dell’opinione pubblica indiana per vari servizi della tivù. Le note sulla sua ingombrante e minacciosa occupazione fisica di uffici amministrati fino ad aprile da aderenti al Trinamool Congress sono rimaste celate; ancor più la “pulizia” delle periferie della città di Calcutta, dove i nuovi amministratori stanno usando bulldozer per demolire case e negozi autorizzati dal precedente governo. I metodi spicci dei seguaci dell’hindutva non sono una novità e se vengono vellicati da istanze legali, reali o presunte, possono innescare pesanti ricadute sull’ordine pubblico. Un esempio di questi giorni viene dallo Stato federale del Madhya Pradesh, dove l’Alta Corte ha accolto un’istanza del Bjp contro la secolare moschea di Kamal Maula presupponendo che il luogo fosse già occupato da un tempio dedicato a una dea hindu.
Fra gli arancioni c’è già chi dice di fare come con la moschea Babri ad Ayodhya, distrutta nel 2019 da una folla infoiata e delirante. Così nelle scorse settimane nel Bengala gli attivisti del Bjp hanno festeggiato un po’ ovunque. Un po’ hanno praticato demolizioni in alcune aree, un po’ si sono scontrati con avversari e, secondo i parenti di Sahadeb Bag, si sono divertiti ad ammazzarlo, presi dall’euforia d’un successo che riconosce solo a sé stessi il diritto di stare in strada con vessilli e canti, più o meno religiosi. Quel corpo nella discarica c’è finito perché l’uomo era un ubriacone, sostengono alcuni abitanti del villaggio ormai votati nell’urna e nella quotidianità al Bjp e quando un giornalista s’è spinto fra loro a raccogliere dichiarazioni, degli attivisti arancioni l’hanno cercato di dissuadere dal fare domande con toni sempre più decisi. Comunque è venuto fuori che quel bracciante era ben conosciuto perché in zona s’era impegnato col Trinamool Congress, diventando un bersaglio politico. Passando di bocca in bocca verso dichiarazioni più “autorevoli” semplicemente perché fatte da un deputato del Bjp (tal Prasanta Digar) l’apparato dei vincitori-castigatori ha sostenuto: “Ho sentito dire che Sahadeb consumava alcol e soffriva anche di problemi cardiaci. Forse è morto dopo essere caduto in stato di ebbrezza. La morte è sfortunata. Ho chiesto all'amministrazione di condurre un'indagine neutrale”. Non solo la figlia della vittima ha negato che il genitore soffrisse di cuore, anzi. Era un uomo di buon cuore, in ogni senso, affermava chi lo conosceva. E la consorte, sostenitrice della tesi d’un omicidio che difficilmente troverà i colpevoli, ha ricordato: “La sua colpa più grande risulta un impegno disinteressato per la gente del villaggio. Organizzando assistenza medica per i malati al lavoro, per le famiglie povere senza alcuna ricompensa. Trascorreva giornate aiutando chiunque ne avesse bisogno indipendentemente dall'affiliazione politica”. Una dedizione ripagata con la morte, affermano nella casa del bracciante, sottolineando l’abbandono della comunità e il crimine piccolo e grande che sempre più cova nella sfera politica.
venerdì 15 maggio 2026
Riaccendere i fuochi
Trasformata in distretto nel 2018 ancora sotto il governo di Imran Khan, il presidente pakistano oggi incarcerato che a differenza d’altri aveva aperto un dialogo coi taliban interni, Bajaur è una zona amministrativa della travagliata provincia del Khyber Pakhtunkhwa. E’ il cuore delle cosiddette Fata, le aree tribali gestite per lungo tempo dalla popolazione pashtun i cui referenti politici appartengono alla grande famiglia talebana in lotta contro la centralità dello Stato pakistano. Questa località di un milione di abitanti ha conosciuto negli ultimi giorni l’ennesima azione armata d’un nucleo dei Tereek-e Taliban (TTP), il gruppo più organizzato dell’insorgenza interna. L’esito cruento dell’azione è costato la vita a otto militari di Islamabad, secondo l’agenzia Reuters anche una decina di assalitori hanno perso la vita per un totale di venti vittime. A queste s’aggiungono altri trenta morti registrati a inizio settimana, cosicché l’annoso scontro riprende forma e sangue sotto gli assalti a strutture militari, autobomba disseminate nel territorio, dura repressione del governo centrale. Quest’ultimo, che negli ultimi mesi a più riprese ha sorvolato coi propri aerei il confine afghano, distante da Bajaur una settantina di chilometri ma lungo ben 2.500 nella famigerata Linea Durand di coloniale invenzione, accusa apertamente i turbanti di Kabul di ospitare e coprire i “fratelli” pakistani. Costoro, se non intercettati e uccisi dalla repressione, mordono e riparano oltre quel confine che non c’è attraverso un territorio montuoso e poroso. Poroso perché difficilmente controllato da eserciti mobilitati, visto che l’unico copioso e organizzato risulta quello dell’attuale Capo di Stato Maggiore pakistano il feldmaresciallo Asim Munir, negli ultimi mesi ospitato a Washington e definito da Trump “il mio maresciallo preferito”. Munir è un ufficiale provetto, con ampi tratti di acume politico, e può essere considerato il reale premier pakistano che dà le carte allo scialbo Sharif junior. Probabilmente le stesse operazioni militari lanciate sui cieli afghani, tutto sommato circoscritte a qualche bombardamento che ha pur sempre prodotto vittime civili (finora 372) mancanti dal 15 agosto 2021, servivano al Pakistan di Munir per accreditarsi quale gendarme dell’Emirato di Kabul. Agli occhi della Casa Bianca tale servizio acquieta angosce ancorate ai ricordi dell’ultimo disastro militare statunitense nel Medio Oriente profondo.
Sebbene il passo bellico sia mutato, non più guerre infinite e impaludate come ai tempi di George W. Bush ma schizofreniche operazioni-lampo con aperture dialoganti e ritorni di fiamme e non si sa cos’altro, visto che Trump usa le bombe per monetizzare affari di guerra e di pace, i fronti d’instabilità creati e trovati necessitano di alleanze locali. La lobby militare pakistana, per decenni svezzata e nutrita dal Pentagono fino alla fornitura dell’atomica, trova nel generale Munir il classico uomo di polso con occhio rivolto non solo a reparti e santabarbara ma ai tavoli della diplomazia internazionale. Infatti il Paese ne risulta avvantaggiato fino a diventare con la crisi di Hormuz l’ago della bilancia per quei colloqui col nemico che Trump disdegna ma di cui il mondo ha bisogno, e in fondo necessitano anche a lui per arrivare con minore affanno alle elezioni di metà mandato. Fin qui la macro politica, che trova sempre negli scampoli degli affari locali riscontri inderogabili. Perciò al feldmaresciallo guerreggiare contro l’Afghanistan non conviene granché. Il Pakistan, e pure l’Iran, negli anni del grande caos afghano hanno cercato sponde in alcuni Signori della guerra per stabilire una sorta di profondità strategica in quel Paese fallito e devastato da vari conflitti; poi dalla nascita del Secondo Emirato i turbanti di Kabul si sono chiusi in una sorta d’enclave politico, rilanciando oppressioni e fanatismi su diritti civili ma cercando aperture economiche nel continente asiatico per sopravvivere. I ‘fratelli’ oltreconfine che impensieriscono i vertici di Islamabad hanno riacceso la conflittualità, che negli anni passati ha avuto folli punte di stragismo verso la popolazione civile (a Peshawar, Lahore), proprio a seguito della restrizione di spazi autogovernati, come sta accadendo nelle Fata. Eppure i grandi moti repressivi (il famigerato “colpo affilato e tagliente”, in urdu Zarb-e Azb) lanciato nel giugno 2014 nel Waziristan settentrionale e durato per tutto il 2015, non produsse effetti stabilizzanti. Tremilacinquecento ribelli, in gran parte dei TTP ma anche del Lashkar-e Islam e del Movimento islamico uzbeko furono uccisi. L’esercito pakistano, che impiegò oltre 30.000 elementi, ne perse solo cinquecento però non risolse il problema. Anzi. La brutalità bellica con bombardamenti dal cielo e da terra e caccia all’uomo nei villaggi, produsse lo spopolamento della provincia con circa un milione di abitanti trasmigrati a sud e riparati in altre aree delle Fata. E nell’attuale decennio la guerriglia continua a deflagrare.
martedì 12 maggio 2026
Austera incoerenza
Il primo a parlare di austerità, come ai tempi della pandemia da Covid-19, è il premier indiano Narendra Modi. Non lo fa riferendosi al nuovo spettro che s’aggira per il globo, l’infezione da Hantavirus, lo indirizza sull’instabilità incistata da taluni conflitti, soprattutto quello statunitense contro l’Iran che blocca i flussi energetici nello Stretto di Hormuz. Così fra un raduno religioso e un comizio (in diversi Stati federali si è votato di recente) che l’hanno visto incoerentemente far muovere masse di cittadini, il leader maximo del Bharatiya Janata Party detta indicazioni alla popolazione più ingombrante del mondo. "Dobbiamo ridurre l'uso di benzina e gasolio. Nelle città con linee metropolitane dovremmo provare a viaggiare in metropolitana... Se dobbiamo usare l'auto, allora dovremmo provare a condividerla con altri” ha esortato il primo fra i 1.380 milioni di indiani. Lui è ovviamente fuori dai giochi, deve guidare il Paese, confrontarsi coi grandi, cercare rimedi per i bisogni che sono ciclopici: la nazione importa il 90% del suo fabbisogno di petrolio e il 50% di gas, e quel che accade soprattutto in Medio Oriente si riflette pesantemente sull’economia e la vita stessa della popolazione. Esplicito l’invito a smettere di viaggiare, naturalmente per quella fetta della popolazione che lo fa perché può permetterselo, come esplicito è il richiamo a un rilancio del lavoro domestico, online e a incontri virtuali. Così sei anni dopo tutto ciò che l’India non fece durante la diffusione del Coronavirus, il rigore torna fra le priorità d’un governo che fa del pressappochismo e dell’incoerenza una ragione di vita. Non è l’unico, certo, ma la stampa non domata dagli ‘arancioni’ sottolinea in queste ore l’incongruenza fra il dire e il fare del Primo Ministro. Negli ultimi tre giorni gli impegni l’hanno portato a: Bangalore per celebrazioni, quindi più a nord nello Stato di Telangana dove l’agenda prevedeva pose di prime e seconde pietre per ferrovie, strade, aree industriali. E ancora su e giù in elicottero all’inaugurazione di un’immensa struttura ospedaliera privata finanziata da Bandi Parthasaradhi Reddy, un riccone che siede nella Camera Alta del Parlamento Indiano e che è bene tenersi amico, al di là degli orientamenti di partito. Chi, politicamente parlando, fa le pulci al premier ammette che non tutti gli appuntamenti potevano essere disbrigati dal suo ufficio di Delhi, ma l’indispensabilità di tale presenzialismo energeticamente gravoso era assolutamente evitabile. Tanto più che in mezzo a tanti incontri Modi continua a lanciare dagli schermi e pure dal vivo sermoni di contenimento di consumi e austerità, e li lancia a una copiosa folla giunta nei luoghi dove si reca. Dopo aver chiesto agli stessi apparati amministrativi interni di coadiuvare una linea d’austerità Modi è volato nell’amato Gujurat per una cerimonia al tempio di Somnath, uno dei dodici santuari hindu dedicati alla dea Shiva. Anche lì la quantità di persone giunte non proprio dal circondario era strabordante. Insomma quest’esposizione personale ottiene l’esatto opposto di quanto Modi raccomanda in contemporanea. Oggi sono previste cerimonie a Guwahati, località sull’immenso Brahmaputra, dove i ras locali del Bjp hanno organizzato ciclopiche presenze dei sostenitori, sottovalutando completamente i richiami al rigore. Schizofrenia allo stato puro ovvero discrepanza fra princìpi teorici e comportamenti reali dell’ennesimo sovrano sotto spoglie di statista.
giovedì 7 maggio 2026
Bec
Uno come Beccalossi lo amavi perché non era perfetto. Era geniale. E il genio, raffigurato di persona, non è bello, risulta meraviglioso per quel che fa. Così Evaristo, nome da Corrierino dei Piccoli, si presentava già col tratto estroso d’una capigliatura a riccioli, barocco di per sé, mozartiano. Quando scendeva in campo, visto che era calciatore, non potevi fare a meno d’aspettarti qualcosa di funambolico, sognando opere divine che squillassero come solo la follìa giocosa sa fare. Lui non deludeva, era nato per questo. Così al fischio arbitrale, all’avvìo dell’agone entrava in scena l’incanto. Perché il calcio, pur modernizzato da atletismo e tattiche geometriche, respira e s’esalta negli incantesimi del fantasista. Mai un termine coniato per i ricami dei piedi s’è rivelato tanto completo per descrivere i miracoli. Gente come il Bec, perché ce n’è stata per quanto vada scomparendo, incarna la pazza idea di cosa fare con un pallone in uno spazio affollato come i banchi d’un mercato nel mattino del sabato. In certe aree di rigore, dove anche ai suoi tempi imperversavano facchini-assassini, Bec sapeva inventare mossette e trasvolare. Talvolta atterrava travolto dal caterkiller avversario. Lì, al cospetto del risarcimento d’un rigore, l’Evaristo in una sera di tarda estate si prese la briga di fallire. Non uno, due tiri dal dischetto in neppure dieci minuti. Lo faceva per entrare nella Storia? Può darsi, uno come lui può escogitare anche l’impossibile, e proprio perché con un gesto minimo mandava in bianco mediani e terzini sarebbe stato un giochino da ragazzi beffare l’avversario estremo. Però quell’errore, quegli errori, diventati a futura memoria teatrali, l’hanno restituito umano da semidio del pallone qual era. Quel che resta di quei giorni, di quelle partite, di quei campionati sono frammenti dimensionati all’umiltà d’un sacro rivelato ma non esibito con supponenza. Vissuto sulla terra, sull’erba amica segnata col gesso. Ricercata dall’infanzia, facendo esaltare tanti bambini come lui, e vissuta nella bella gioventù. Baciato com’era da qualche divinità sportiva il Bec aveva piedi tanto sensibili da muoverli in poche zolle, carezzando la sfera senza pecuoterla, facendola dunque innamorare. Ondeggiando e mimando, poi fintando e scartando il gambone avversario quel solenne numero dieci portava via riccioli e pallone in spazi sempre più minuti. Incarnando da maestro la danza del dribbling rito ancestrale del calcio. Rito indimenticabile. In tanti possono giocare, una cerchia ristretta di fuoriclasse santifica e finalizza il gesto fino a raggiungere l’obiettivo che gli inglesi chiamano goal. Evaristo Beccalossi aggiungeva sospensione e leggerezza, imprevisto e grandiosità. Arte pura. Chi non lo capiva pur allenando la Nazionale volava troppo basso.
mercoledì 6 maggio 2026
Mani sul Bengala
Crolla il mito dello Stato indiano ribelle, anche il Bengala occidentale finisce nelle mani di Modi. Che si felicita coi luogotenenti locali dicendo: “La politica del buon governo del Bjp ha trionfato”. Può parlare di trionfo perché il Bharatiya Janata Party ha fatto il pieno di seggi, 206 su 294, ma gli sconfitti denunciano elezioni pilotate. Si sa che i perdenti nel leccarsi le ferite devono giustificare le proprie mancanze, e l’ultima ‘ribelle’ o meglio donna forte Mamata Banerjee, che con suo Trinamool Congress aveva governato ininterrottamente dal 2011 deve aver fatto il suo tempo. Ancor più il Partito Comunista d’India, cui proprio lei strappò il comando. Nel passato quel lembo di Paese, che conta pur sempre cento milioni di abitanti, aveva creato il mito d’un territorio contrario ai pacifismi gandhiani e alla moderazione del Partito del Congresso, vantaggiosa per i ceti più abbienti. I comunisti governarono il Bengala per trentaquattro anni, cavalcando le battaglie sociali degli strati rurali, in aree predilette per l’agricoltura (riso, tè, canna) grazie all’immensa quantità d’acqua portate dal Gange, ma anche afflitta da disastrose alluvioni complice il clima monsonico. Questo fino alla comparsa della pasionaria Mamata, esordiente in politica col maggior gruppo d’apparato, proprio il Partito del Congresso, per poi fondarne uno personale nel quale ha convogliato il voto degli stessi contadini. Costoro all’inizio del Millennio vedevano minacciati i terreni agricoli dall’impulso di un’industrializzazione rivolta ai distretti di Nandigram e Singur, comprensivi fra gli altri d’un polo automobilistico dove la multinazionale Tata faceva da padrone. Le lotte prima dei comunisti, poi del Trinamool hanno marcato una fase che ora pare lontanissima. Ma allora cos’è successo nell’urna? Da una parte ha giocato il logoramento della carica “sovversiva” della Banerjee, a sua volta accusata di operazioni oscure e corruzione, seppure nelle elezioni generali del 2024 avesse ben rintuzzato un tentativo di egemonia del Bjp: le urne le furono favorevoli con 42 suggi contro i 12 dei filo Modi.
Dall’altra i commentatori non schierati con la grancassa mediatica del premier sottolineano proprio il peso dell’organizzazione del partito di maggioranza “nell’intaccare le elezioni”. Il modo è presto detto: il Comitato Elettorale, un organismo teoricamente indipendente, è stato ampiamente infiltrato da funzionari partigiani a senso unico, quello del Bjp. Il lavoro selettivo del Comitato s’è orientato su elettori di fede musulmana (il 30% della popolazione complessiva), esclusi per cavilli burocratici addirittura in un numero di nove milioni. Perciò più che un cambio di preferenza quest’ultimi hanno vissuto un’impossibilità di espressione ai seggi. Trattandosi di masse povere, un tempo elettrici comuniste poi sostenitrici del Trinamool Congress, l’opposizione s’è ritrovata impossibilitata a contrastare l’ascesa del Bharatiya, ancora una volta favorito con mezzi illeciti nel suo vincere facile. Si sollevano proteste per la scrematura confessionale dell’elettorato che ribadisce comportamenti già noti nella creazione del consenso para hinduista di Modi: discriminare gli avversari non lesinando vere e proprie persecuzioni. La truffa che inficia il risultato, coinvolgendo figure di controllo sopra le parti dell’apparato burocratico, concerne false dichiarazioni di morte per elettori che sono stati letteralmente ignorati dagli elenchi elettorali. Uno scandalo denunciato dalla stessa stampa ufficiale come la testata The Hindu. I “ritocchi” dei votanti rappresentano una tattica già utilizzata in altre elezioni federali a Delhi, nel Maharashtra. Il regista è Amit Shah, gran sodale del primo Ministro e potentissimo ministro egli stesso, gestendo dal 2019 il dicastero dell’Interno. Nato a Mumbai da una famiglia profondamente hindu della borghesia produttiva, il padre era un imprenditore, Shah ha seguito le orme politiche di Modi nel medesimo Stato federato del Gujurat. Il connubio senza scrupoli è stato contestato per l’utilizzo militante degli squadristi del Rashtriya Swayamsevak Sangh, l’organizzazione paramilitare sostenitrice del razzismo dell’hindutva, cui entrambi aderivano in gioventù.
sabato 2 maggio 2026
Figli di Ciro
Se la guerra avrà un rilancio, come promettono i vertici di Washington e Teheran inflessibili, incontentabili, indisponibili a un accordo che per esser diplomatico deve necessariamente prevedere reciproche rinunce, i richiami alla diaspora iraniana lanciati dall’Artesh iraniana sembra più un proclama propagandistico che una mossa produttiva. Anche dichiararsi pronti a rintuzzare nuovi assalti, comunque dal cielo e assolutamente distruttivi come quelli registrati nel marzo e aprile scorsi, appartiene al conflitto delle parole e dei posizionamenti che ciascun fronte lancia all’avversario. Di contro Trump aveva parlato di collasso del Paese mediorientale e del suo possibile ritorno all’età della pietra. Spacconate funzionali al business privato di speculatore finanziario a mezzo insider trading più che di comunicazioni presidenziali, ma da tempo il re americano è nudo e non cela gli intenti delle sue pulsioni. La campagna di ‘volontariato militare’ proposta dai comandi iraniani verso i propri concittadini all’estero rientra nel circuito mediatico delle cento e uno dichiarazioni roboanti cui difficilmente farà seguito un effettivo riscontro. Anche perché tale diaspora è parecchio segnata dall’odio, certo verso un regime ma pure verso una nazione di cui rivendica l’appartenenza. Di questa migrazione iraniana si conoscono taluni riferimenti, ad esempio numerici. Gli ultimi censimenti contavano quattro milioni estendibili a sei con le seconde e in qualche caso terze generazioni, quelle che non hanno mai messo piede nel Paese. Circa due milioni sono collocate proprio negli Stati Uniti, e in Canada. Oltre un milione in Europa, con alte concentrazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania. Altre presenze si dislocano nelle petromonarchie del Golfo, in Asia, in Oceania. Una parte circoscritta dell’esodo, motivato da dissidenza politica, sociale, ideologica verso la Rivoluzione Islamica, trova affiliazioni partitiche. Nota quella parigina dei Mujaheddin del popolo (Mek) vicini all’autoreferenziale leadership di Maryam Rajavi, coniuge di Massoud Rajavi che da oltre un ventennio risulta scomparso, non si sa se passando a miglior vita o celandosi per preservare un’incolumità che travalica un valore di comando svaporato nella memoria.
Nelle manifestazioni pubbliche in talune piazze americane ed europee, seguite alle proteste popolari del gennaio scorso e della repressione interna, sempre maggiore visibilità con stendardi, cartelli, slogan, filmati, interviste e presenze televisive ha trovato la componente monarchica. I cosiddetti ‘figli di Ciro’, come qualche cronista ha definito giovani e meno giovani che sollecitano la caduta del governo degli ayatollah, su cui s’è appoggiato il figlio dello scacciato Reza Pahlavi, Reza junior, accoccolato nel Maryland da quasi mezzo secolo. In realtà, pur accogliendo il principino Ciro fra le proprie fila e in alcuni casi indicandolo quale erede a un ipotetico ripristino del ‘Trono del Pavone’, questi seguaci si richiamano a Ciro il Grande, dunque all’antichissima eredità di quella monarchia preislamica che sognerebbero (sic) di rilanciare. Sebbene in una moderna versione infarcita d’un egemonico colonialismo occidentale, in questo simile alla linea offerta dai Pahlavi del secolo scorso, “incentrata su classismo sociale, autoritarismo, islamofobia” sostengono taluni odierni storici iraniani. Questioni di punti di vista, ribattono gli attivisti della diaspora di tendenza laica e comunque non monarchica. Però negli ultimi due mesi, quelli dell’assalto israelo-statunitense al territorio persiano, assalto distruttivo generalizzato e omicida rivolto non solo ai vertici del regime ma alla gente, una certa spaccatura s’è creata nella diaspora esterna, davanti al plauso con cui ‘i figli di Ciro’ sostenevano bombardamenti e massacri nel territorio che vorrebbero liberato per interposte bombe occidentali. Insomma un minuto pezzetto della diaspora ha detto no. Per costoro l’opposizione a clero e pasdaran non può passare attraverso la guerra. Però una loro presa di posizione ufficiale per le vie di Londra o Berlino li ha visti maltrattati o malmenati dai ‘figli di Ciro’ oppure minacciati sui profili social.
Del resto c’è una componente della diaspora che non ripara solo dietro il classico simbolo di spada e leone, insegue e osanna il leone incoronato e barbuto che grondava anch’esso sangue all’epoca di papà Shah. Lo fa mentre accusa la repressione di Teheran contro i manifestanti di gennaio, una repressione feroce che ha prodotto secondo gli apparati governativi tremilacentodiciassette vittime, secondo Ong dei diritti più del doppio, a detta della diaspora iraniana fino a quarantamila morti. Le cifre hanno importanza? Certo, ma c’è chi le utilizza a fini propagandistici e pure promozionali per scenari sperati. Fra i quali la diaspora più lugubre agita appunto gli stendardi col significativo stemma della Savak, la polizia segreta delle torture e delle sparizioni di oppositori sotto il trascorso regime di papà Shah. Ora se Artesh e Sepah poco possono aspettarsi dal volontariato di difesa della patria rivolto oltreconfine, perché questo sacrificio, secondo i dettami di Hosseini o della semplice coscienza di cittadini, può trovar seguito quasi prevalentemente in casa, altrettanto c’è da aspettarsi dai fieri nemici dell’Iran islamico. Costoro osservano e inveiscono da lontano, vogliono che altri combattano per loro, sperano nell’abbattimento d’un sistema inteso dai persecutori come distruzione e umiliazione d’una nazione. D’una civiltà, islamica e preislamica. Diversi politologi osservano che “i tratti fondamentali di quest’opposizione monarchica s’allineano al modello della destra israeliana guerrafondaia, colonialista, anti islamica e para occidentale”. Se nuovo conflitto aperto ci sarà, riprenderanno le distruzioni e le uccisioni già conosciute. Un tragico giro dell’oca per cui ‘i figli di Ciro’ faranno tifo da fuori, continuando a recriminare persecuzioni a loro stessi sconosciute, disconoscendo le nuove aggressioni subite dal Paese. Forse in un “bel gesto” qualcuno degli oppositori esterni più determinato e coraggioso s’affilierà a qualche agenzia d’Intelligence con funzioni di sabotaggio. Scenario, peraltro, già ipotizzato e conosciuto nei mesi e negli anni passati, ma incapace d’innescare trasformazioni.















