Uno come Beccalossi lo amavi perché non era perfetto. Era geniale. E il genio, raffigurato di persona, non è bello, risulta meraviglioso per quel che fa. Così Evaristo, nome da Corrierino dei Piccoli, si presentava già col tratto estroso d’una capigliatura a riccioli, barocco di per sé, mozartiano. Quando scendeva in campo, visto che era calciatore, non potevi fare a meno d’aspettarti qualcosa di funambolico, sognando opere divine che squillassero come solo la follìa giocosa sa fare. Lui non deludeva, era nato per questo. Così al fischio arbitrale, all’avvìo dell’agone entrava in scena l’incanto. Perché il calcio, pur modernizzato da atletismo e tattiche geometriche, respira e s’esalta negli incantesimi del fantasista. Mai un termine coniato per i ricami dei piedi s’è rivelato tanto completo per descrivere i miracoli. Gente come il Bec, perché ce n’è stata per quanto vada scomparendo, incarna la pazza idea di cosa fare con un pallone in uno spazio affollato come i banchi d’un mercato nel mattino del sabato. In certe aree di rigore, dove anche ai suoi tempi imperversavano facchini-assassini, Bec sapeva inventare mossette e trasvolare. Talvolta atterrava travolto dal caterkiller avversario. Lì, al cospetto del risarcimento d’un rigore, l’Evaristo in una sera di tarda estate si prese la briga di fallire. Non uno, due tiri dal dischetto in neppure dieci minuti. Lo faceva per entrare nella Storia? Può darsi, uno come lui può escogitare anche l’impossibile, e proprio perché con un gesto minimo mandava in bianco mediani e terzini sarebbe stato un giochino da ragazzi beffare l’avversario estremo. Però quell’errore, quegli errori, diventati a futura memoria teatrali, l’hanno restituito umano da semidio del pallone qual era. Quel che resta di quei giorni, di quelle partite, di quei campionati sono frammenti dimensionati all’umiltà d’un sacro rivelato ma non esibito con supponenza. Vissuto sulla terra, sull’erba amica segnata col gesso. Ricercata dall’infanzia, facendo esaltare tanti bambini come lui, e vissuta nella bella gioventù. Baciato com’era da qualche divinità sportiva il Bec aveva piedi tanto sensibili da muoverli in poche zolle, carezzando la sfera senza pecuoterla, facendola dunque innamorare. Ondeggiando e mimando, poi fintando e scartando il gambone avversario quel solenne numero dieci portava via riccioli e pallone in spazi sempre più minuti. Incarnando da maestro la danza del dribbling rito ancestrale del calcio. Rito indimenticabile. In tanti possono giocare, una cerchia ristretta di fuoriclasse santifica e finalizza il gesto fino a raggiungere l’obiettivo che gli inglesi chiamano goal. Evaristo Beccalossi aggiungeva sospensione e leggerezza, imprevisto e grandiosità. Arte pura. Chi non lo capiva pur allenando la Nazionale volava troppo basso.

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