martedì 23 ottobre 2018

Omicidio Khashoggi, il dito puntato di Erdoğan


Davanti ai deputati turchi, in quel Parlamento sottomesso al suo potere, Erdoğan si fa portavoce di verità sul macabro complotto ordito ai danni del giornalista Jamal Khashoggi. Ordito nella sua Istanbul, seppure fra le mura neutrali del consolato saudita. Mura, però, parlanti che hanno consentito agli agenti del Mıt di scovare turpi manovre. La ricostruzione del presidente turco è lineare. Khashoggi entrò una prima volta nel consolato il 28 settembre per ritirare i documenti per un nuovo matrimonio (con una cittadina turca). Il passo seguente sarebbe stato la riconsegna di quelle carte e da qui può essere partito il piano per rapirlo o eliminarlo. Il 1° ottobre l’Intelligence turca registra l’arrivo al consolato di tre sauditi, identificati come agenti dei Servizi. Il mattino seguente ne giungono son due voli privati altri quindici che giunti nell’edificio diplomatico si adoperano per rimuovere l’hard disk del sistema di sicurezza esterno. Khashoggi giungerà nel pomeriggio e non uscirà più vivo da quella sede. Una goffa manovra di depistaggio ne mostra una controfigura (un possibile agente saudita) vestito coi suoi panni, calzando però scarpe differenti, particolare che viene notato, offrendo conferma di un’azione di copertura al crimine. Un crimine inizialmente negato dalla casa regnante di Riyadh che rigetta i sospetti lanciati fra gli altri dall’agenzia Reuters. Erdoğan dichiara di aver telefonato personalmente al re Salman il 14 ottobre, invitandolo a unire le forze per un’investigazione comune sulla sparizione e sulle insistenti voci dell’eliminazione dell’opinionista del Washington Post.
Gli ha anche chiesto notizie sulla posizione del console e sul motivo del suo rientro a Riyadh da dimissionario. Dopo negazioni e silenzi, il 19 ottobre l’Arabia saudita ammette la morte di Khashoggi nel consolato, fornendo la versione su una morte accidentale per soffocamento a seguito di un’iniziativa canagliesca compiuta dal gruppo di agenti dell’Intelligence saudita. Il riconoscimento del crimine nell’edificio diplomatico è un passo importante, ma la Turchia chiede una collaborazione per processare sul suo territorio i colpevoli, risalire alle cause, sciogliere il mistero sul cadavere scomparso e i sospetti sullo smembramento del corpo che sembra essere avvenuto con rapidità e organizzazione impressionanti. La presenza in loco di una persona esperta nel campo, confuta la tesi di un’accidentalità della morte, rovesciando completamente il quadro verso una totale premeditazione. Se questo non è vero, incalza Erdoğan, dov’è il cadavere di Khashoggi? perché 15 agenti dei servizi s’incontrano a Istanbul il giorno della sua sparizione? cosa gli è stato ordinato? da parte di chi? E dopo le stoccate un’apertura di credito: “Non ho dubbi sulla sincerità di re Salman, ma poiché si tratta d’un omicidio politico, esso dovrebbe essere indagato e posto in un processo indipendente senza alcun pregiudizio”. Ovviamente è una mano tesa tagliente, con contropartite tutte da scoprire, magari non solo economiche. Sull’omicidio Khashoggi qualcuno inizia a pensare che il rampollo Saud potrebbe rischiare la successione. Altri sono invece convinti che il sangue sarà assorbito da stucchi dorati e petrodollari.

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