domenica 7 ottobre 2018

Caso Khashoggi, delitto probabilmente senza castigo


S’infittisce e s’ingarbuglia il mistero sulla sparizione di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita critico verso la politica della petromonarchia, scomparso a Istanbul all’interno del consolato del suo Paese. E diventano tesi anche i rapporti fra i due Stati. Il crimine sarebbe stato compiuto all’interno di quell’edificio, addirittura con un trasporto in altro luogo del cadavere dell’uomo. Ovviamente illazioni, cui gli addetti alle pubbliche relazioni del consolato rispondono decisi che nulla di tutto ciò è accaduto, che lo stabile è aperto e disponibile a qualsiasi sopralluogo. Uno è stato fatto compiere a un gruppo di giornalisti, guidati da funzionari della struttura diplomatica. Il partito di maggioranza turco Akp è intervenuto con un comunicato, affermando come l’enigma sarà svelato, poiché l’amministrazione ritiene la vicenda sensibile di un’altissima attenzione. Mentre l’agenzia Anadolu ha ribadito che se ne sta occupando il presidente Erdoğan in persona. Su alcuni social network, soprattutto Twitter, sono apparsi cinguettii firmati da chi, al contrario, sostiene che l’insieme delle cose è assurdo, e Khashoggi è vivo.
Uno l’ha lanciato anche Hatice Cenzig, la fidanzata turca dello scomparso, possiamo pensare che si tratta di speranze. Finora tutti i punti di vista sono basati su impressioni e congetture. Certo, se la scelta di eliminare l’opinionista del Washington Post trasferitosi da tempo negli Stati Uniti, all’interno di una struttura sotto giurisdizione saudita, fosse una mosse dei mukhabarat di Ryiad, l’idea risulterebbe tutt’altro che geniale. All’inverso l’agguato potrebbe essere opera di nemici del criticatissimo Mohammad bin Salman per far ricadere i sospetti sul suo staff. O ancora: nessuno ha ucciso o rapito l’uomo, è lui stesso a essersi dileguato, aiutato magari da complici, per evitare guai alla sua persona. Eppure a queste scontate considerazioni se ne potrebbero aggiungere molte altre. Di fatto gli inquirenti turchi si trovano di fronte a un caso complesso, un possibile intrigo internazionale alla stregua di quello dell’assassinio dell’ambasciatore russo Karlov nel dicembre 2016, terminato con l’eliminazione dell’attentatore, un poliziotto turco delle squadre antisommossa, che si portò nella tomba informazioni su possibili mandanti.
Nel sovrapporsi delle notizie appare anche una che parla di funerali fra un paio di giorni. Funerali di Khashoggi, ovvio, senza che ci sia il cadavere, come nei migliori polizieschi classici. Lì gli Holmes o i Poirot non si lasciano sfuggire tracce con cui risalgono alla catena e ai moventi dei delitti, con la differenza che i misfatti comuni, anche i più efferati, mancano di quella ragnatela omertosa che i crimini di Stato, di qualunque Stato, sono capaci. Basti pensare alle eliminazioni al polonio di Livtinenko, a quella che riguarda il nostro Giulio Regeni o, per restare nella Turchia erdoğaniana che ora si presta alla soluzione dell’intrigo, all’omicidio dell’avvocato dei diritti Tahir Elçi assassinato in pieno giorno, durante una conferenza stampa per le vie di Dıarbakır. Che quella di Khashoggi possa essere una sparizione mirata per azzittire una voce del dissenso lo pensano alcuni attivisti anti Saud che hanno dimostrato, in poche decine per le strade di Istanbul. Secondo la loro denuncia l’ipotesi dell’omicidio è reale, e il delitto senza cadavere può assumere i contorni di quei delitti di mafia dove corpo della vittima è smembrato, gasato, liquefatto.

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