sabato 29 settembre 2018

Afghanistan, urne e buchi elettorali


A meno d’un mese dalla scadenza, fissata per il 20 ottobre, parte la campagna elettorale per i 249 seggi da assegnare alla Wolesi Jirga, la Camera bassa del Parlamento afghano. Secondo la Commissione elettorale i 2500 candidati, fra cui 400 donne, possono iniziare la propaganda. Lo fanno direttamente o con l’ausilio di sostenitori issando cartelloni e affiggendo proprie immagini dov’è possibile, anche su muri di edifici privati, talvolta entrando in conflitto coi proprietari. Per tale pratica fuori da normative di legge, peraltro fumose, sono previste multe fino a 100.000 afghani. Multe simboliche più che onerose, visto che il massimo della quota corrisponde a un euro e quattordici centesimi. I candidati più navigati tengono anche pubbliche concioni, in genere in luoghi chiusi per ovvie ragioni di sicurezza. I 5.100 seggi saranno vigilati da 55.000 militari, cui si potranno aggiungere circa 10.000 riservisti.

Non è chiaro se alla scadenza si voterà in tutte le province o verranno escluse quelle controllate dai talebani, che non si sono fatti convincere dalle carezze diplomatiche governative e guardano con spregio alla consultazione. Parecchi candidati si rivolgono ai gruppi etnici, minoritari o meno, sebbene ce ne siano altri che contestano quest’approccio, sottolineando la piena apertura a qualsiasi etnìa e puntando sul concetto di nazione. C’è anche chi pone temi come il sostegno di chi si occupa delle sicurezza, dunque l’Afghan National Army, attraverso la donazione del sangue per i militari che pongono la vita al servizio del Paese. Nonostante il populismo diffuso qualche vecchia volpe del logoro scenario politico mette i piedi nel piatto, criticando Ghani e Abdullah e accusandoli di pensare alle proprie tasche più che agli interessi del Paese. Tutto vero.

Ma un simile richiamo è giunto da un personaggio screditatissimo come il signore della guerra Mohaqiq, uno che di sopraffazioni e interessi soggettivi non è secondo ai criticati leader. Costatare che c’è chi lavora per incrementare un clima divisivo, senza curarsi dei reali problemi della popolazione, usata come sempre come alibi per potere e affari, non è una novità. Capire se la propaganda normalizzatrice che si trascina dietro la scadenza dell’urna possa risultare attendibile e veramente rappresentativa costituisce un nodo irrisolto. In una delle province che nell’agosto scorso ha messo a nudo non solo tale progetto, ma direttamente la presunzione di controllo del governo sul Paese - Ghazni assediata e tenuta per giorni dai taliban - le elezioni per ora non si terranno. L’ha stabilito la Commissione che rimanda di quattro mesi (sì in pieno inverno, oppure a primavera) sia le consultazioni politiche, sia quelle amministrative.

Lo spunto viene preso per quel che accadde nelle elezioni locali nel 2010. Allora gli 11 vincitori appartenevano tutti all’etnìa hazara assai consistente nell’area, che lasciò i pashtun senza propri eletti. Questo creava squilibri. Così, per presente e futuro, si penserebbe di equilibrare le rappresentanze con meccanismi elettorali tutti da decidere. Più realistiche voci pensano, invece, che la cancellazione del confronto in quella provincia serva a non offrire la possibilità alle milizie talebane di sferrare attacchi ai seggi. Queste azioni finora sono state appannaggio dei turbanti dissidenti che si firmano Daesh, ma ciò che teme Kabul è un ripetersi dell’attacco che ha mostrato tutta l’incapacità militare del governo, come e peggio dell’assedio di Kunduz nel 2015. Ora la chiusura dei seggi a Ghazni è ufficiale, ma in quante altre province le urne resteranno deserte o disertate per insicurezza? La macchina della “normalizzazione” pompata da Ghani non ne parla.

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