I volti, le grida, il disperato dolore delle mamme atèfone di Minab è solo l’immagine più recente dello strazio fatto politico. Reso ammissibile come passo bellico che, con la tecnologia della morte istantanea e inattesa, diventa trapasso in un batter di ciglia, mentre le alunne osservavano lavagne colorate dal piacere del sapere. E’ stato un attimo, un lampo, una spettrale luce. Un riflesso sonoro, sordo, lugubre, razzente e mortifero, giustificato - dopo - col forse e con l’errore. Orrore no. Non si vuole ammettere. Gli assassini non si ritengono mai tali, non si riconoscono specie quando strappano l’anima a esistenze gioiose. Sulle spoglie delle figlie denudate del futuro, quelle bambine un poco più adulte e diventate madri si sono ritrovate nel tormento che sottrae il fiato più della polvere delle macerie. S’incontrano e lacrimano, coi tratti somatici di gente diversa e uguale; con la fisionomia stordita, lacerata nell’intimo senso di perdite assolute. Ineguagliabili. Con le facce di genitrici defraudate di un legame che sarebbe durato, decennio dopo decennio. Invece niente. Non un anonimo fato le priva della gioia, ma un destino scritto dai perversi cacciatori di dolore. I politici del tormento altrui. Gli uomini dell’afflizione e della sopraffazione venuti a torturare quel lembo antichissimo di mondo chiamato Persia, Palestina, e con nomi recenti Libano, Siria, Iraq. Serrano gli occhi e piangono le donne di Minab. Non vorrebbero osservare gli infantili cadaveri cui hanno rivolto suppliche e preghiere, né gli edifici esplosi e triturati da chi vuole riscrivere la Storia sull’altrui dolore.

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