I venti di morte che squassano il vicino Medio Oriente allargano le ali e trovano imitazione più a est dell’Iran, lungo il tracciato ottocentesco ‘Durand’ che per decenni ha fatto parlare di Afg-Pakistan. Così a imitazione israelo-americana i jet pakistani vomitano bombe presso il famigerato Camp Phoenix di Kabul, dove le truppe Nato addestravano l’esercito dei governi fantoccio Kharzai e Ghani. Risultato: quattrocento morti. Né militari, né miliziani, ma tossicodipendenti in cura. Il perché dell’incursione s’articola sulla storia di due Stati relativamente giovani con un’anima comune, quella talebana. Che nel cosiddetto Pashtunistan, la terra dell’etnìa pashtun, cerca le sue radici, e se le ha ritrovate tramite l’Emirato Islamico ripristinato nel 2021 a Kabul, vede a Islamabad governi para occidentali con vocazione para militare. Strani generali quelli pakistani, votati all’Islam sin dall’epoca del golpista Zia-ul Haq che diede un impulso fondamentalista ben più serrato di quello impresso dal padre della patria Jinnah. Le stesse dinastie laiche che per decenni si sono divise il potere e i beni nazionali - i Bhutto e gli Sharif - hanno un esplicito richiamo ad Allah, tantoché l’attuale premier Shehbaz Sharif è fratello del fondatore del partito leader dell’attuale Parlamento la Lega Musulmana N. Enne da Nawaz Sharif ideatore del gruppo e uomo di spiccate simpatie wahhabite pur giocate negli agi delle monarchie del Golfo e di quella britannica. Quando in geopolitica si parla degli influssi del wahhabismo e deobandismo il rapporto stretto coi luoghi dove tali verbi del sunnismo fondamentalista circolano e lievitano, cioè moschee e madrase, è fittissimo. E il comune denominatore con scuole coraniche storiche come la Darul Uoom Haqqania, ubicata ad Akora Khattak nella provincia del Khyber Pakhtunkhawa, ne è un esempio lampante. Il corto circuito vive fra quegli ulema che lì abitano e pregano, i cittadini e i fedeli, gli attivisti e i militanti, i governatori e i governati. Cosicché da decenni il ceto politico pakistano naviga a vista, strizzando l’occhio a teorie che invocano la purezza islamica inseguita anche attraverso forme amministrative all’occidentale da cui i leader traggono prevalentemente profitti e vantaggi personali. I citati clan di Islamabad vantano appunto sequele di accuse e condanne per corruzione.
Contro quest’immagine statale si muove il prodotto estremo delle madrase, quei taliban che considerano kuffar quei politici e cercano l’Emirato, ritrovato in Afghanistan, vagheggiato nel più popoloso e complicato Pakistan. Quest’ultimo avvinghiato alle purulente attenzioni d’imperi passati, il britannico presente fino al 1947 sui territori di India e Pakistan e lo statunitense che durante e dopo la Guerra Fredda a lungo s’è servito dei governi di Rawalpindi e Islamabad da contrapporre alla “sovietica” New Dehli. Il partenariato americano, i suoi finanziamenti, le testate atomiche offerte a quelle Forze Armate hanno contribuito alla veste occidentalizzante d’un Paese orgogliosamente legato a tradizioni ed etnìe, dai numerosi punjabi, ai combattivi pashtun, agli autonomisti beluci e a gruppi minori che moltiplicati per una crescita demografica fra le più prolifiche del globo pongono il Paese ben oltre la soglia di 255 milioni di abitanti, quinta popolazione mondiale. C’è, dunque, un’apparente contraddizione fra i desiderata dell’establishment pakistano e i suoi figli degeneri, i turbanti locali (Tehreek-i Taliban e Tehreek-i Labbaik Pakistan le formazioni più organizzate e temute) che preme sui governanti per intimidirli, influenzarli più che scalzarli, volendoli orientare attraverso il ricatto di sanguinosissimi attentati verso una linea di loro piacimento che conservi, ad esempio l’autogestione delle Aree Tribali di Amministrazione Federale. E l’Afghanistan cosa c’entra? C’entra perché l’attuale direzione talebana è prossima ai gruppi tribali del Waziristan e di altre zone pashtun, dando ospitalità e protezione ai manipoli dei Tehreek che colpiscono in patria e si rifugiano oltre il confine afghano, limite senza limiti e ostacoli se non per tratti montuosi, aggirabili dai passi come il Khyber dove gente perseguitata da un cinquantennio di conflitti va e viene. Ovviamente dall’Emirato negano che tale solidarietà talebana sia in atto, però i militari di Islamabad che possono più dei politici insistono e dallo scorso ottobre colpiscono. Ora, con lo sdoganamento unilaterale dell’aggressione e del terrore, si può procedere in questo modo: uccidendo i deboli. I talebani incassano, ma meditano vendetta. Mentre India e Cina osservano e tifano, chi per una fumosa guerra, chi per una salvifica diplomazia.


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