martedì 17 marzo 2026

Ali, il martire

  


Uno strike via l’altro, dicono i messaggi assassini d’Israele che annunciano anche l’uccisione di Ali Larijani e d’un ennesimo Soleimani, Gholamreza. Capo delle milizie Basij quest’ultimo, capo dei capi il primo, attualmente Segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Una sicurezza mai così insicura visto come viene violata non solo dall’incessante tempesta di missili israelo-statunitensi, ma dalla quantità d’informazioni utili al killeraggio solo in parte ottenute con le coordinate dell’Intelligenza Artificiale posta al servizio delle Forze Armate assalitrici. Lo si ipotizza da tempo: c’è dell’altro. Informatori, spie, agenti infiltrati. Certo colpire un uomo di vertice come Larijani che negli ultimi giorni s’è esposto pubblicamente, facendosi inquadrare dalle telecamere mentre sfilava accanto al popolo vicino al regime, dev’essere meno complicato rispetto ad altri assassini mirati. Nella caotica condizione di bersaglio bellico incarnato dall’intera nazione iraniana, tutto può essere inquadrato e liquidato, distrutto e bruciato, comprese le scuole di bambine e i gioielli artistici del Palazzo Golestan. La guerra non va per il sottile, distrugge. L’aggressione è pilotata dall’odio. Così Israele affonda i colpi, proprio mentre lo staff dell’alleato-protettore scricchiola e perde pezzi. “Non posso sostenere questa guerra, mi dimetto” dice a Trump il titolare dell’antiterrorismo statunitense Kent “perché l’Iran non rappresenta una minaccia imminente alla nostra nazione”. Il presidente-tycoon incassa e pensa a rimpiazzare un’altra casella del puzzle di contorno al suo potere. Tanto fino a novembre è lui a decidere su tutto. Ma può quest’onda percussiva e ostile proseguire a lungo? Nello stesso gruppo della Casa Bianca c’è chi dubita e s’oppone già ora, non solo per l’eccesso di zelo militare con cui si vomita costosissimo fuoco mortale, ma per gli effetti economici e geopolitici che la campagna iraniana ha avviato in Medioriente e molto più in là. 

 

Anche il fiaccato regime degli ayatollah sostituirà gli uomini-simbolo di cui viene privato. Finora è stato così e quella è la linea che Larijani, ex presidente del Parlamento, aveva dettato nelle ore buie dell’assassinio d’un altro Ali, Khamenei. Le icone su cui Netanyahu ha scatenato la sua caccia grossa hanno peso e valore non automaticamente sostituibili. Alcune perdite pesano per l’esperienza, il significato, l’intelligenza, il carisma, l’empatia che rappresentano. E mancanza dopo mancanza lo sciagurato scialo cui il governo iraniano è sottoposto in queste settimane ha un’indubbia gravità. Ma proprio i lutti che semina costituiscono la dannazione dello Stato d’Israele, la stessa soluzione finale per i territori della Palestina, se non per il suo intero popolo, sono oltre l’onta l’irrisolto che continuerà a perseguitare ogni governo di Tel Aviv ben oltre l’attuale premier. Così per l’Iran, killerizzato nei propri  leader, ma non sepolto sotto le macerie che gli ossessivi bombardamenti producono un giorno via l’altro da diciotto giorni. Quanto dovrà durare? Apocalittico Netanyahu sostiene che la punizione prepara il terreno per la sostituzione del regime. Con un apparato asservito ai suoi desideri già accondiscesi da Trump? E’ facile sognarlo, più difficile vederlo. Poiché la massa di disperazione creata col disfacimento di Gaza, quella in atto con l’occupazione del Libano meridionale e le conseguenze d’un colonialismo bramoso dello sbandamento d’un milione di fuggiaschi sta riversando sulla regione dolorose incertezze che si riverberano sui due compari-stregoni della geopolitica. Impuniti fino a quando? E soprattutto benvoluti dagli iraniani antiregime che preferiscono le bombe ai mullah, come dichiara qualche oppositore del governo di Teheran forse perché dalla sua magione occidentale rischia nulla. Per ora la nobile del Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha scelto l’erede Pahlavi quale referente politico e si fa ritrarre al suo fianco. Alcuni laici opposti ai chierici sciiti storcono in naso. Ma tant’è. Ciascuno sceglie la strada da percorrere e con chi,  mentre i fedeli di Ali piangono l’ennesimo lutto. 


 

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