Atteso come non mai anche per confermare uno stato di salute che lo vede ferito fisicamente - a un piede con una frattura, a una mano e un braccio - e nell’anima per la contemporanea perdita dei genitori, della moglie Zahra, del figlio Mohammad Bagher, della sorella e del cognato tutti assassinati nell’attacco americano del 28 febbraio, oggi Mojtaba ha parlato ma senza la sua voce. L’ha fatto tramite un messaggio diffuso dalla televisione di Stato, mentre lui non si mostra protetto com'è nella località segreta in cui è riparato, visto che sin dalla sua elezione Donald Trump gli ha augurato una durata breve. Khamenei junior è stato osannato dai connazionali che lo sostengono con manifestazioni di massa tenutesi in alcune città nonostante proseguano da tredici giorni i bombardamenti israelo-statunitensi. Mentre la diaspora iraniana fa sapere che la dissidenza interna continua a maledirlo insieme all’intero apparato del regime, pur in assenza di pubblici raduni sia per tutelarsi dagli attacchi stranieri che piovono dal cielo, sia per timore d’una repressione che per bocca dell’attuale leader dei Pasdaran Vahidi minaccia di colpire quale traditore chiunque espliciti critiche allo Stato. “Auspico pace per l’intero popolo iraniano” dice la nuova Guida Suprema in un passaggio del discorso, sebbene chiosi che è in atto un tentativo di spaccatura della nazione che le Forze Armate interne stanno respingendo. Artesh e Sepah, da lui lodate, s’impegnano a difendere i confini dello Stato, rintuzzano l’assalto straniero, colpendo le basi statunitensi presenti nella regione. Quest’ultime servono unicamente a controllare l’area e i medesimi territori dei Paesi che le ospitano. “Tali basi vanno chiuse” rilancia Khamenei facendo intendere che la loro presenza è un ostacolo per la convivenza nel Medio Oriente. “I nostri vicini sono amici” ribadisce il chierico diventato più illustre “non lo è la minacciosa presenza armata del nemico”. Si riferisce non solo all’attuale collocazioni delle portaerei del Us Navy nel Golfo Persico, dalle cui piattaforme galleggianti partono missili Cruise che stanno martellando siti sensibili, città, abitanti e provocano distruzione e morte (finora le vittime sono 1.400). Parla soprattutto di fortini, fortezze, porti, basi di lancio creati dagli statunitensi nei Paesi del Golfo. “Hormuz sarà tenuto chiuso per tenere alta la pressione sul nemico” è un altro passo del discorso, la nota più dolente per il trasporto di greggio che resta bloccato o dubbioso. Con ricadute sul mondo di amici-clienti come i cinesi e di avversari o neutrali come l’Occidente obnubilato dal trumpismo. A chiarire che non si tratta di chiacchiere i video divulgati dai Pasdaran pronti a bersagliare quelle petroliere che provavano a forzare il blocco con conseguenti incendi e possibili inabissamenti. Possibili catastrofi ambientali? Certo. Sulla scia di quanto jet israeliani e americani, bombardando luoghi di stoccaggio e raffinazione di idrocarburi, hanno avviato da tre giorni. Nel mese santo del Ramadan il disastro può proseguire, l’Iran dei turbanti e degli elmetti s’attrezza al peggio. L’altro Iran è nascosto e il resto del globo pure.

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