Non doveva essere lui la prossima Guida Suprema, sia in caso di morte naturale del genitore, sia per dipartita emergenziale come quella esplosiva che ha frantumato residenza, uffici e chi li frequentava. Così l’ammonimento e la volontà di Ali Khamenei non sono stati seguiti dall’Assemblea degli Esperti, riunita certo in condizione d’emergenza e semiclandestinità inseguita com’era dai missili israelo-statunitensi e dallo spionaggio elettronico e umano del Mossad. Dunque il cinquantaseinne Motjaba, secondogenito amato dal genitore Ali, ma non al punto di proporlo in qualità di erede, lo rimpiazza con tutte le incertezze e i rischi del tragico momento ora attraversato dalla Repubblica Islamica Iraniana. Il pensiero di Khamenei senior sul tema è presto detto: un passaggio familiare nella carica che maggiormente incarna l’ideale khomeinista non si confà al concetto repubblicano. In più Motjaba ha vissuto nell’ombra lunga dell’importanza di suo padre con pochi o nessun incarico pubblico e conseguenti esperienze politiche di vertice. Quelle militari e teologiche sì, per un passato giovanile presso le Guardie della Rivoluzione nel tumultuoso periodo del conflitto contro l’Iraq. Quindi, dopo un tirocinio nella città santa di Qom, ha lavorato come insegnante. La permanenza nell’IRGC l’ha messo direttamente in contatto con figure di spicco dell’establishment interno al di là di quanto lo potesse collocare il rango familiare. Fra costoro c’è Hossein Taeb, a lungo capo dell’Intelligence dei Pasdaran. E potrebbero essere stati proprio quest’ultimi a influenzare la designazione d’un altro Khamenei per reggere quel simbolo tanto contestato dall’opposizione: la figura teologico-politica che incarna il velayat-e faqih anche contro il gradimento d’un pezzo di clero che mai l’ha digerito o che lo vorrebbe riformare e ridimensionare. Pur senza esperienze dirette di potere Motjaba è totalmente schierato con gli orientamenti più conservatori degli ayatollah e le fasi in cui s’è esposto, nell’appoggio alla rielezione presidenziale di Ahmadinejad, coincisero con le accuse di brogli, i tumulti di piazza dell’Onda Verde, la conseguente dura repressione. Motjaba, fedele al genitore, a Pasdaran e Basij approvava quella linea.
E’ un passato che si perpetua, per quanto tempo ancora nessuno può dirlo. Poiché le difficoltà dello schieramento principalista che unisce ayatollah ultraconservatori oggi in posizione di forza (Mohseni-Eje’i, Arafi) a ex pragmatici come il generale Larijani, ultimamente orientato a difesa di quanto costruito nei decenni, ad altri laici e militari (Qalibaf) che, a differenza di ciò che pensano i moderati ex presidente Rohani e l’attuale Capo di Stato Pezeshkian, nulla vogliono concedere alle proteste se esse si trasformano in insurrezioni puntando ad abbattere governo e sistema. Soprattutto adesso che la patria è schiacciata da bombardamenti generalizzati volti alla decapitazione della dirigenza islamica. Questa dirigenza, pur rinfocolata e rattoppata, da tempo vacilla sotto vari colpi. Il più seguito dai media è il malcontento ideologico con ricadute sulla libertà di critica, sostenuta non tanto e non solo dai nostalgici della monarchia, ma dalle nuove generazioni che studiano e sanno e vogliono contare in una società soffocata sì dall’imperialismo occidentale, ma dagli stessi privilegi interni di casta, laica o clericale. Proprio il nuovo eletto Khamenei junior, secondo certi detrattori, è fra coloro che s’avvantaggiano dell’appartenenza al regime cumulando tesori e tesoretti. Bloomberg gli attribuisce proprietà per diverse decine di milioni di dollari nel Regno Unito. Ovviamente se non può gestirli per embargo e simili è come non averli. Però le società fittizie e i prestanome sono nati per aggirare i divieti. Davanti alle ristrettezze economiche, all’inflazione che mette in ginocchio pure consolidati gruppi come i bazari, in genere estranei alle contestazioni, tali notizie o insinuazioni diventano benzina sul fuoco. Accanto alle piazze in rivolta, cui il governo ha contrapposto quelle fedeli e amiche, altrettanto pericoloso per chi sceglie la conservazione è lo scontro interiore negli apparati e fra i suoi uomini. Il citato Taeb, sodale di Motjaba, tre anni or sono fu rimosso dalla potente carica che ricopriva poiché il lavoro d’infiltrazione compiuto dal Mossad sul territorio iraniano e nelle stesse strutture militari, compreso l’integerrimo Corpo delle Guardie della Rivoluzione, proseguiva imperterrito. Una falla sempre più aperta che nell’ultimo anno è diventata la voragine dentro cui è finito addirittura il cadavere di Ali Khamenei. Basterà rivolgersi al figlio per salvare il Paese?


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