giovedì 9 marzo 2023

Netanyahu, faccia di bronzo

 

Ci vuole la faccia di bronzo che sfoggia da decenni, facendo prima il playboy da strapazzo in osservanza a un compiaciuto machismo che continua a ostentare fino e oltre la sua salita in vetta a Israele per plasmarlo con un volto razzista sempre  più senza fondo. Benjamin Netanyahu, premier della sedicente unica democrazia mediorientale è ospite nell’intervista di uno dei direttori più filosionisti del panorama giornalistico italiano: Maurizio Molinari di quella Repubblica che fu di Eugenio Scalfari. Intervista d’apertura odierna, giustificata, diranno a Via Cristoforo Colombo, dall’imminente visita che Bibi s’appresta fare in Italia. Due paginone fitte con tante foto, compresa quella recente d’un compunto nostalgico Ignazio La Russa, ora seconda carica del nostro Stato, assorto con kippah d’ordinanza davanti al Muro del Pianto. Il governo della destra post-fascista attento alla cosmesi e pronto a rifarsi il trucco per ampliare i suoi favori vaga da Orbán a Morawiecki e Rutte, cercando sponde fra Al Sisi e bin Rashid e giungendo, di reazione in reazione, allo strafottente Netanyahu. Questione di feeling… Lui non si cura delle proteste che gli stessi concittadini ebrei, per cui tanto si batte producendo apartheid antiarabo, stanno inscenando da settimane temendo regressioni pericolose per la prevista “riforma” di una giustizia, che a suo dire non può essere Onnipotente. Guidando l’esecutivo più reazionario della storia d’Israele, puntellato dal voto dei Ben Gvir e Smotrich, è contestato per il mancato rispetto delle minoranze, il riferimento è la comunità Lgbtq, i palestinesi non sono affatto contemplati nelle manifestazioni di piazza. Ma tant’è. Chiunque, se vorrà potrà leggere le risposte offerte da Netanyahu, qui ci concentriamo su un concetto e un’amenità presenti nell’intervista.

 

Il primo riguarda uno degli scopi del viaggio a Roma, accanto alla joint venture sull’acquisto del gas del giacimento Leviathan che negli ultimi anni Israele s’è trovata in fondo al Mediterraneo. Si tratta del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale del proprio Stato. Un passo compiuto da Donald Trump in faccia a tutte le dichiarazioni Onu che hanno condannato l’occupazione della città dall’epoca della ‘guerra dei sei giorni’. Una richiesta irricevibile per i membri delle Nazioni Unite che hanno votato compatti contro la proposta (favorevoli solo Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau, Isole Marshall), convinti di respingere i reiterati crimini e le vessazioni con cui l’esercito di Tel Aviv uccide persone, espropria e distrugge case a Gerusalemme est, dove la popolazione palestinese è vissuta da generazioni, un secolo via l’altro. Per tacere degli insediamenti illegali dei coloni, aumentati a dismisura soprattutto nel corso dei vari governi Netanyahu in quell’area orientale della Città Santa, da Ma’ale Adumim a Pisgat Ze’ev. Lo sproloquio del primo Ministro ci riserva anche la citata amenità: il presunto garibaldinismo del padre del sionismo Teodoro Herzl che “vide nel Risorgimento e in Garibaldi un esempio a cui ispirarsi per l’unificazione e la liberazione di un popolo intero”. A Caprera ci sarà stato sicuramente un sommovimento tellurico: va bene che di usurpatori di sue gesta e pensieri l’eroe  dei due Mondi ne ha conosciuti parecchi durante il secolo vissuto e nel Novecento, ma questa poi. Certo Herzl s’era infiammato per l’affare Dreyfus e speso per cercare soluzioni territoriali per una nazione ebraica, dal Sudamerica all’Uganda. Che stravedesse per Garibaldi i nostri studi storici non l’avevano mai scoperto. Chissà quale documentazione Netanyahu fornirà, se la fornirà, alla patriota Giorgia per convincerla della bontà di questa tesi. Magari prossimamente il sagace Molinari ne scriverà su La Repubblica e impareremo qualcosa di nuovo su Risorgimento e Sionismo.

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