giovedì 11 maggio 2023

Brucia il Pakistan, arrestati altri esponenti del Pti

 


Undici vittime, centinaia di feriti fra cui decine di poliziotti, duemilacinquecento arresti, stazioni di polizia devastate e sedi dell’esercito date alle fiamme. Non cenna a placarsi la protesta, diventata immediatamente violenta, scoppiata dopo l’arresto dell’ex premier Imran Khan mentre si recava a rispondere alle domande di giudici dell’Alta Corte per un caso di presunta corruzione che lo coinvolge. Nella giornata di ieri i sostenitori del Pakistan Tehreek-e Insaf, di cui Khan è leader, si sono scatenati a Islamabad, Lahore, Quetta e altre città del Paese. La polizia blocca le strade negli stati federali del Punjab e del Kyber Pakhtukhawa dove il partito dell’ex premier detiene tuttora la maggioranza, in quelle aree si dovranno/dovrebbero (ormai il condizionale è d’obbligo) rinnovare a fine anno le amministrazioni, in concomitanza con le prossime elezioni politiche su cui i partiti avevano di recente trovato un accordo. L’attuale tensione fa precipitare ogni cosa e più d’un osservatore teme per la tenuta del sistema democratico che potrebbe subìre l’insulto del golpe delle Forze Armate. Proprio queste sono indicate quali fomentatrici dei ripetuti tentativi di mettere fuorigioco Khan, dopo che lui, non accettando la defenetrazione, ha chiamato per mesi i sostenitori alla mobilitazione di piazza. Una mobilitazione teoricamente pacifica, ma si sa quando le manifestazioni devono esser contenute quasi sempre degenerano in conflitto aperto. Così dalla primavera 2022 agenti antisommossa si sono ripetutamente scontrati coi militanti del Pti che, appartenendo agli strati più poveri della nazione, sono anche i più colpiti da disoccupazione e inflazione. La miscela è diventata esponenzialmente esplosiva perché l’ex campione di cricket è rimasto ferito in un attentato, ha ricevuto visite poliziesche presso la lussuosa villa posta in stato d’assedio e lui, che non demorde, ha rilanciato il tema del complotto contro la sua persona. L’ultimo atto è l’ennesimo fermo due giorni fa considerato illegale. Lo denunciano i suoi avvocati e altri esponenti del partito che da ieri, incriminati quali istigatori delle violenze di piazza, sono finiti in manette anch’essi. Sono Shah Mahmood Quareshi, Asad Umar, Fawad Chaudhry. Il governo Sharif è stato invitato a sbloccare la critica situazione attenuando le draconiane misure degli organismi della sicurezza non pare intenzionato a contenere i toni della repressione ormai non più rivolta alla persona dell’ex premier per motivi di irregolarità e corruzione, ma al suo schieramento politico. I fuochi non sembrano destinati e spegnersi. 


 

Elezioni turche: la propaganda armata

 


Il giusto effetto nell’industria della Difesa” recita lo slogan del pieghevole-armato dell’Ak Parti. Mostra un Erdoğan che veste un vistoso giubbetto rosso e pone la firma sulla carlinga d’un drone. Sicuramente della scuderia Bayraktar, il cacciatore volante gioiello della Baykar Technologies con sede a Esenyurt, cittadina di mezzo milione di abitanti sita nell’area europea a una trentina di chilometri dal Corno d’oro. Il modello TB2 è stato un successone, ingegneristico e di mercato. Due anni fa il responsabile dell’ufficio tecnologico, Selçuk, che è anche il genero del presidente avendone sposato la figlia minore Sümmeye, annunciava con enfasi il traguardo importante del velivolo che con 300.000 ore di volo stabiliva un record nella storia dell’aviazione nazionale. Il modello di ‘aeromobile a pilotaggio remoto’ è in dotazione all’aviazione turca, ma da tempo vola per colpire bersagli su vari scenari di guerra o d’instabilità politico-militare. Siria, Libia, Nagorno Karabakh l’hanno visto in azione a vantaggio di chi l’utilizzava. L’azienda turca lo vende a un’infinità di Paesi dall’Azerbaijan al Burkina Faso, passando per Emirati Arabi, Etiopia, Iraq, Libia e Marocco, Nigeria, Pakistan e anche Polonia, Ucraina, Romania. Ma la lista degli acquirenti è più vasta. Un’arma letale, come hanno potuto verificare i mercenari della Wagner in Libia messi in difficoltà dell’esercito della Mezzaluna, e già prima l’esercito siriano e i combattenti kurdi. Gli affari per l’azienda, creata circa quarant’anni fa dal papà di Selçuk, sono floridissimi visto che il costo d’un esemplare s’aggira sui 5 milioni di dollari.  Anche le casse dello Stato sono sollevate poiché nell’ultimo ventennio gli acquisti di forniture belliche estere sono sensibilmente diminuite passando dal 70% al 30%. Nel dépliant fa bella mostra altro materiale bellico orgogliosamente turco. Atay è un carro armato di quarta generazione che prende il nome da un generale attivo nel quadriennio della guerra d’indipendenza nazionale (1919-23). E’ creato da Otokar una società produttrice di autobus e veicoli militari inserita nel conglomerato della Koç Holding

 

La Koç è nata negli anni Venti e attorno al 1960 è diventata un gigante industriale spaziando dall’elettronica con cui costruisce tuttora elettrodomestici, ai veicoli industriali e all’edilizia. S’occupa inoltre di energia, servizi finanziari, informatica, alimentari e pure turismo. La conduzione aziendale è tutta familiare ed è alla terza generazione. Dopo il fondatore Vehbi Koç è subentrato suo figlio Rahmi, poi il primo nipote Mustafa e, a seguito di un improvviso decesso, il fratello Mehmet Ömer che dal 2016 ricopre la carica di presidente. Nel tempo Koç Holding ha riunito più di cento marchi aziendali, ultimamente ha acquisito Yapi Credit, una delle maggiori banche turche. Fra i settori prolifici della multinazionale si annovera la cantieristica navale, con produzioni mercantili e militari. Il cuore del pieghevole che gli attivisti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo assieme ad altro materiale elettorale diffondono con un meticoloso porta a porta nei quartieri del loro elettorato fidelizzato, è dedicato alla Patria blu - Mavi Vatan - e mostra la gamma dei così definiti “veicoli marini”. La più grande imbarcazione di Turk Deniz Kuvvetleri, la Marina Militare, è Anadolu, una nave d’assalto e portaerei di freschissimo varo: il 10 aprile di quest’anno. Costa un miliardo di dollari ed è realizzata da un ennesimo gigante industriale: Sedef Shipbuilding Inc di cui va fiera una nazione iper produttiva. La stima del proprio lavoro viene esaltata dalla pubblicità che l’azienda stessa mette in rete: https://www.sedefshipyard.com/en/   Poi ci sono: Piri Reis, un sottomarino lanciato per una nuova pianificazione subacquea, e le strutture anfibie Sancaktar e Bayraktar, più quattro navi da guerra del programma Milgem avviato da un quinquennio per operazioni di ricognizione, sorveglianza, guerra antisommergibile e altro ancora. Coinvolte nella produzione le ditte Aselsan e Havelsan. La prima è uno dei maggiori appaltatori delle Forze Armate turche con sede centrale ad Ankara e società associate in Azerbaijan, Kazakistan, Emirati Arabi, Arabia Saudita. La seconda è un’azienda specializzata in software per sistemi di combattimento navale e aereo.


Col risalto dell’apertura, l’opuscolo chiude ricordando come: L’esperienza e il successo ottenuti coi droni da combattimento si manifestano anche nei veicoli marittimi armati senza equipaggio. Eppure le donne velate che lo distribuivano a un comizio dell’Akp mostravano volti gentili, per nulla diversi da quelli incontrati in una vendita caritatevole organizzata a Fatih dall’İnsani Yardım Vafkı (İHH), la Fondazione umanitaria islamica presente in oltre cento nazioni. E’ vero che a seguito dell’episodio della Freedom Flotilla, che nel 2010 con l’imbarcazione Mavi Marmara portava aiuti agli abitanti di Gaza assediati dall’esercito israeliano, il governo di Tel Aviv accusò l’organismo turco di collusioni terroristiche con Hamas. Ma di fatto, in quella circostanza, la nave dell’İHH venne assaltata in acque internazionali da reparti della Marina israeliana che, a proposito di azioni terroristiche, fecero nove morti e sessanta feriti fra gli attivisti pro-palestinesi. Quell’attacco creò uno scontro diplomatico fra il governo Erdoğan e l’esecutivo guidato da Netanyahu con conseguenze nelle relazioni fra i due Paesi, e trovò nel quadro politico turco un sostegno anche fra chi come i nazionalisti di Bahçeli, all’epoca non erano alleati dell’Akp. E pure fra i repubblicani difensori della patria al pari degli altri schieramenti turchi. Oggi, sebbene non risulti che il “Tavolo dei sei” faccia girare propaganda militare nei suoi raduni, esponenti come Akşener che col suo İyi Partisi si chiede: pekı bız neler yapacağiz?, cosa faremo? offrendo ai potenziali elettori risposte su questioni attinenti a: giustizia, salute, ambiente, famiglia, lavoro, dà ampio credito alle Forze Armate nazionali, non solo per il trascorso politico fra i “Lupi grigi”. Anche l’ex ministro degli Esteri di Erdoğan, Davutoğlu, col proprio Gelecek Partisi, non dovrebbe rinnegare quanto sosteneva agli inizi del Nuovo Millennio “Zero problemi coi vicini”, ma per farlo occorre essere attrezzati a ogni evenienza. Egualmente l’ex ministro dell’Economia Babacan, impegnato nella coalizione a sei col Demokrasi ve atilim Partisi, guarderà favorevolmente agli effetti economici dell’industria bellica turca se l’alleanza vincerà le elezioni. Torna, dunque, il dubbio di quei ‘giovani senza voto’ incontrati a Istanbul: qual è la differenza?  

 

 
 



4 – continua

 

martedì 9 maggio 2023

Pakistan - Khan arrestato, i suoi dicono rapito

 


La mano tesa dei giorni scorsi per addivenire a elezioni concordate fra il partito dell’ex premier pakistano Imran Khan (Pakistan Tehreek-e Insaf) e gli oppositori che lo disarcionarono dall’incarico, fra cui  la Lega Musulmana-N dell’attuale premier Sharif, viene messa in discussione dall’arresto in queste ore dello stesso Khan. Accade all’ingresso dell’Alta Corte di Islamabad dove il mezzo che trasportava il politico, chiamato a rispondere sul presunto scandalo di Al-Qadir Trust, è stato circondato da reparti della polizia. Il capo del Pti è finito in stato d’arresto, alcuni avvocati che l’accompagnavano e s’opponevano al fermo sono stati malmenati. Le dichiarazioni alla stampa della dirigenza del Pti denunciano addirittura torture sui fermati e già lanciano la mobilitazione generale dei focosi attivisti del partito. La pacificazione politica che sembrava raggiunta rischia nuovamente di naufragare. Khan era già stato convocato dall’Alta Corte e aveva disertato, stamane con staff politico e legale al seguito si recava in Tribunale per essere interrogato. Il blitz poliziesco ha stoppato ogni cosa. Ma cos’è Al-Qadir Trust? Secondo la documentazione acquisita dai giudici, Imran Khan, sua moglie Bushra Bibi e i loro stretti aiutanti, Zulfiqar Bukhari e Babar Awan, diedero vita a un progetto fiduciario dell'Università di Al-Qadir per fondare "Al-Qadir University" a Tehsil Sohawa del distretto Jhelum, nel Punjab. Il trust aveva firmato un memorandum d'intesa con una società privata coinvolta nel settore immobiliare - Bahria Town - per ricevere donazioni da quest'ultima. Khan, la moglie e Farah Khan sono stati beneficiari del trust e un testimone, che ora ha parlato, dichiara d’aver assistito all'acquisizione di 458 kanal di terra per il trust, che corrispondono a oltre 23 ettari di terreno. Insomma si sospettano ‘affari personali’ in un’iniziativa pubblica con sfondo benefico e culturale. Vero o falso che sia, gli avversari politici spingeranno questo tasto per mettere in difficoltà l’uomo presentatosi agli elettori come il persecutore della corruzione e dell’affarismo dei clan familiari storici del Paese, Sharif e Bhutto, tutt’uno con i partiti che li sostengono Lega Musulmana-N e Partito Popolare Pakistano. Se anche questa mossa, come l’attentato-avvertimento del novembre scorso, sia uno strumento per bloccare l’iniziativa politica di Khan, si valutarà nelle settimane a venire. Certo, ora il clima s’infiamma nuovamente. L’entourage dell’ex premier denuncia addirittura torture. Uno dei legali che l’accompagnava ha dichiarato alla stampa: “Hanno colpito Imran in testa e alle gambe, lo stanno conducendo in un luogo sconosciuto”. Dai vertici del Pti accuse al vetriolo: “Khan è stato rapito e tutto ciò è inaccettabile. Questo è il massimo del fascismo. Lo stato di diritto nel Paese è finito”. Per l’azione, oltre a reparti dei Rangers, operanti nel Punjab e nel Sindh, sono stati utilizzati anche manipoli paramilitari, è l’ennesima l’accusa del Pakistan Tehreek-e Insaf.  

 


lunedì 8 maggio 2023

Turchia al bivio: l’uomo forte o …

 


Il matrimonio celebrato col cosiddetto “Tavolo dei sei” Kılıçdaroğlu, Aksner, Babacan, Davotoğlu, Karamollaoğlu, Uysal con l’aggiunta del gradimento del vertice del Partito Democratico dei Popoli, fra quel che resta in libertà e i parlamentari reclusi come Demirtaş, dà nelle stime un 44%, superiore al 42% attribuito all’alleanza fra Partito della Giustizia e Sviluppo e Movimento nazionalista. Il 15 maggio, dunque, la Turchia potrebbe cambiare volto, quello che il kemalismo laicista più o meno di sinistra, ha già vissuto nelle fasi, peraltro travagliate dei governi Ecevit. E’ un rischio che a casa dell’Akp hanno messo in conto già da un quadriennio, quando il partito ha perso d’un colpo i municipi delle città più in vista: Istanbul, Ankara, Izmir, Adana, Antalya che messe assieme fanno più d’un terzo della popolazione nazionale. L’attuale leader repubblicano s‘è impuntato affinché fosse lui a sfidare personalmente Erdoğan e a rappresentare l’opposizione e la voglia di cambiamento del Paese. Una sortita apparsa un deprezzamento dei gioielli di partito vincitori appunto nelle amministrative del 2019 sul Bosforo e nella capitale. Ma non c’è stato niente da fare. Inesorabilmente İmamoğlu e Yavaş, che quelle due metropoli guidano da un quadriennio, sono stati relegati al ruolo di comprimari. Lo affiancano nelle foto di rito, sicuramente dialogano col capo, però restano in seconda fila perché così ha disposto l’alevita. Che è scaltro, esperto di scienze economiche e commerciali, ma non proprio carismatico. Entrato in politica in età matura, guida un partito non facile da condurre per i trascorsi con un passato storico e negli ultimi tre decenni in aperto contrasto con quell’Islam politico cui Erdoğan ha offerto volto, cuore e un personalismo smisurato. Eppure Kılıçdaroğlu si sta spendendo bene nell’attuale campagna elettorale su entrambi i fronti che potrebbero fruttargli la vittoria del secolo, l’età stessa della Turchia moderna del cui padre porta il nome. Qualche voce raccolta fra la generazione erdoğaniana, cioè nata nell’ultimo ventennio, che fuori dai luoghi di stretta osservanza islamica e conservatrice non voterà mai e poi mai né il “sultano” né il suo partito, alcuni dubbi serpeggiano. 

 

 

Aişe, universitaria ventunenne, famiglia islamica e assai numerosa, non segue le orme di genitori e fratelli. E’ laica, disincantata, orgogliosamente vicina al mondo Lgbtq e ha deciso di non votare perché pur vivendo non in qualche villaggio anatolico ma nella dinamica metropoli del Bosforo, non vede nel ceto repubblicano un orizzonte alternativo. Non solo per i diritti civili, di genere e individuali, ma per la stessa economia. Giudica le premesse del “Sana söz” non promesse, bensì mera propaganda. Poi c’è chi ha incontrato di persona il sindaco İmamoğlu, personaggio per bene però, a giudizio di chi parla, ingessato e burocratico. Un uomo d’apparato. Magari chi risponde è di quelli che sui tabelloni del Sana söz verga con la bomboletta spray un irriverente invito a essere freak, dunque strani, diversi, informali. L’esatto contrario di quanto certi politici  d’opposizione sono nella vita, anche quando dismettono gli abiti istituzionali. I politologi si domandano quanti voti della gioventù libertaria potrà intercettare il “Tavolo dei sei”. Sicuramente disincantata e dispersa oltreché repressa è l’onda del Gezi park, il movimento che giusto un decennio addietro creò problemi e apprensioni alla gestione governativa di Erdoğan. I tre mesi estivi (giugno, luglio e agosto) del 2013 rappresentarono l’incubo del progetto politico dell’Akp che pareva messo all’angolo da una protesta crescente. Dal sit-in d’una cinquantina d’ambientalisti che volevano salvare gli alberi del giardino dallo sradicamento previsto dalla ristrutturazione dell’area, partirono cortei di decine di migliaia di persone che infiammarono Istanbul e si diffusero in altre località. Undici vittime, cinquemila arresti, e migliaia di fermati e intossicati ruppero l’idillio fra la generazione nata sotto quello che viene considerato un regime e l’ispiratore del progetto. Nei dieci anni seguenti di vicende interne e internazionali ne sono accadute a decine, se non a centinaia. Però il sistema erdoğaniano ha resistito.  S’è incupito con conflitti riaperti con la comunità kurda, con cui il premier aveva dialogato, ha trovato sostegno per l’assolutismo presidenzialista nell’anima nera della nazione: il partito dei ‘Lupi grigi’ che ora non uccide più i comunisti né attenta ai pontefici del soglio di Pietro, ma esalta la patria nell’essenza più nazionalista e militarista possibile, nostalgica forse dei trascorsi golpe. 

 

Ciò nonostante questi ragazzi vivaci e vivi come il nome che portano, questo vuol di Aişe in turco, non sono conquistati da un progetto alternativo che resta fumoso e sul delicato tema della libertà - di parola, di riunione, di manifestazione - trova una coalizione riunita attorno ad ex erdoğaniani e una lupa grigia e non vede spazi libertari. Emblematico il recente 1° maggio nella piazza simbolo d’Istanbul: Taksim. Dal giorno precedente non solo l’area attorno allo storico monumento della Repubblica, ma la zona dov’è sorta la contestata moschea del 2013 e tutto il giardino di Gezi park erano transennati e presidiati da centinaia di agenti antisommossa. Non basta. Il percorso della celebre İstiklal Caddesi e tutte le traverse contigue lungo i quartieri di Tarlabasi e Kasimpaşa da una parte e Çukurcuma, Cihangir sul lato opposto fino al limite della torre di Galata, sono stati chiusi fino al primo pomeriggio a chiunque: turisti e in molti casi pure residenti. Un blocco totale per impedire qualsiasi raduno di lavoratori e sindacati. Ne sono rimasti scontenti migliaia di turisti che affollavano la città e pure i negozianti del luogo per eccellenza dello struscio e degli acquisti. Ovviamente le misure erano prese dal ministro dell’Interno Soylu che risponde alla coalizione Akp-Mhp, oltreché a Erdoğan. E che venivano giustificate dal rischio di attentati (a metà novembre una donna, bollata come terrorista, aveva fatto brillare un sacco esplosivo provocando morti e feriti), ma perché chiudere solo quel giorno? Comunque, fa notare qualcuno dei lettori illuminati in libreria, la municipalità repubblicana retta da İmamoğlu non ha fornito chessò una sala, un luogo pubblico dove far convergere una rappresentanza dei lavoratori. Nulla, come se niente fosse. E lo sparuto gruppetto di coraggiosi operatori sanitari che per un minuto, di meno e non di più, ha dispiegato uno striscione che annunciava un fronte popolare della sanità, è finito strattonato e portato via su un blindato che affiancava i manipoli di agenti e gli idranti-corazzati disseminati attorno alla piazza. La Turchia dalla democrazia soffocata deve fare i conti con questo panorama.

 

 



3 - continua

sabato 6 maggio 2023

Le promesse del Gandhi anti Erdoğan

 

Il “Gandhi turco”, così una stampa amica più occidentale che locale definisce Kemal Kılıçdaroğlu lo sfidante di punta delle prossime presidenziali, nel gran tour dei comizi sta tirando fuori un’inaspettata grinta. L’omino dal baffo triste sui palchi di Izmir, Adana, Giresün ha ruggito come mai aveva fatto prima. Lo staff dell’Alleanza a sei che vuole disarcionare Erdoğan l’avrà convinto a rispondere colpo su colpo, slogan su slogan, impegno su impegno al dominatore dei vent’anni di politica nazionale; e l’alevita che vuole unire le minoranze partendo da quella d’appartenenza ci crede agendo di conseguenza. Sana söz - te lo prometto - dice la sua campagna elettorale ai concittadini, una promessa dal sapore di riscatto per un’intera nazione. Nel susseguirsi d’incontri pubblici - tutti partecipatissimi, con decine di migliaia di persone che corrono ad ascoltare dal vivo, non accontentandosi dei servizi televisivi peraltro molto ampi e dei copiosi dibattiti in studio con giornalisti (non quelli scomodi), politologi, commentatori - la popolazione vive questo momento come una fase di verità. Uscire dal soffocante nodo scorsoio dell’inflazione che penalizza un’economia comunque in crescita (5,6% è il dato di fine 2022), scrollarsi di dosso l’autoritarismo presidenzialista esaltando il ruolo centrale del Parlamento, sono le indicazioni primarie del citato mantra Sana söz che appare su muri, nei manifesti, nei pieghevoli diffusi a piene mani da un attivismo vivace e speranzoso, pari quasi a quello organizzatissimo del partito di maggioranza. L’altro ricorrente spot televisivo di Kılıçdaroğlu: Haydi – andiamo – rivolto alla nazione intera diventa un tormentone che spiazza l’erdoğaniano Doğru zaman doğru adam – l’uomo giusto al momento giusto – affermazione che pare un ammonimento divinatorio, da seguire per non peccare, e che incombe nei punti nevralgici di tante città turche, figurarsi lì dove gli elettori sono milioni come a Istanbul. 


Ma poi sfogliando un dépliant del Cumhuriyet Halk Partisi le promesse, tutte pratiche e sicuramente utili,  lanciate da Kılıçdaroğlu paiono una lista della spesa, che certamente in tempo di crisi fa comodo: pranzo gratuito per studenti delle scuole pubbliche, trasporti gratuiti per le madri che accompagnano i pargoli a scuola, bonus per pensionati al tempo del Ramazan. Cui segue la carica delle centomila assunzioni: insegnanti, poliziotti, militari, personale sanitario, cioè quattrocentomila chiamate statali che in tempo di crisi fanno gola, eccome. E poi riduzione degli affitti col programma di alloggi sociali, nuove foresterie per studenti universitari, blocco della vendita della cittadinanza agli stranieri (due giorni fa in un intervento pubblico il segretario del Chp s’è impegnato nel rimpatrio “volontario” dei 3.5 milioni di rifugiati siriani, mal tollerati da taluni strati della popolazione turca). Chicca finale: i prezzi di carne, latte e formaggio saranno dimezzati. Una vera lista della spesa. Ah, dimenticavamo. Intervenendo nella cittadina di Giresün sul Mar Nero, e rivolgendosi ai locali produttori di nocciole, il Gandhi turco li ha rassicurati: i prezzi non scenderanno sotto i 4 dollari al quintale. L’oratoria e l’energia lo sorreggono, sebbene questa tipologia di promesse ha un effetto meno fantasmagorico rispetto alla Turchia del futuro che Erdoğan dipinge dai suoi palchi. Ad Akkayu, nel distretto Sarıçam, intervenendo in video conferenza poiché indisposto per l’ormai noto malessere intestinale, il presidente ha ricordato come il piano della prima centrale nucleare turca, costruita dalla russa Rosatom, ha concluso la fase di avviamento. Era iniziato nel 2018, poi c’è stato il fermo pandemico, i lavori sono ripresi e incalzano si concluderanno entro il 2028. Lui, se riconfermato, ovviamente vorrà inaugurarla. Sempre ad Adana Erdoğan, al fianco di amministratori della regione, ha partecipato alla cerimonia inaugurale di quattro grandi ponti che collegano parti della città facendo risparmiare - ha detto - 286 milioni di litri di carburante annuo. Un investimento che salvaguardia l’ambiente abbattendo le emissioni di anidride carbonica. Costo 2.3 miliardi di lire turche, oltre cento milioni di euro. 


In un simile scontro a distanza sulle promesse il “sultano” parte avvantaggiato per la sedimentata gestione del potere, per i consolidati rapporti con le aziende che interagiscono con Stato e governo, che dall’epoca dell’iper presidenzialismo fa capo a lui medesimo, per l’estensione  campo edilizio della gigantesca Toki, ma non è solo sulla pur lucrosa edilizia abitativa che il presidente si fa forte. Anzi. Il futuro dei progetti che propone alla nazione e alla popolazione hanno respiro infrastrutturale ampio. Guardano al business delle rinnovabili con orgoglio e voglia di misurarsi tecnologicamente con quell’Occidente che negli anni scorsi ha voluto tenere la patria turca fuori dall’Unione Europea. Così in un mega comizio a Konya ha offerto alla folla osannante due annunci: l’attivazione dell’immenso impianto fotovoltaico di Karapinar Kalyon’a che fornirà elettricità a due milioni di turchi. I servizi televisivi offrono un’immagine “imperiale”: una spianata di pannelli per 20 milioni di chilometri quadrati, pari a 2.800 campi di calcio, che produrrà pure solo l’1% dell’elettricità consumata annualmente nel Paese, però risulta ecocompatibile. E poi “l’olio ritrovato”, la scoperta d’una riserva petrolifera con ‘oro nero’ d’ottima qualità a Cudi Gabar, che dista una ventina di chilometri da Cizre. Così il territorio kurdo vedrà una presenza stabile non solo delle truppe che da cinque anni hanno isolato i vari cantoni del Rojava, ma anche di ingegneri, operai, macchinari estrattivi. Dalla guerra all’industria estrattiva nel nome del benessere energetico, quello ecologico e quello vecchio stile. I due contendenti non si stanno facendo mancare nulla, battibeccano a distanza, ciascuno dal proprio palco. Dice Erdoğan: Kemal non accusarmi d’incentivare i lavori con Toki, l’azienda prima di me costruiva ancor più case private. E Kılıçdaroğlu rilancia duettando con un pubblico in delirio: ci calunniano dicendo che se vinciamo le elezioni stiamo facendo il colpo. Il colpo di Stato. E la gente sotto sotto s’esalta gridando: fai il colpo, sì fai il colpo!!! Si prosegue per una settimana poi l’urna sentenzierà. E c’è da credere che chi perde non la prenderà bene, parlando di brogli. 



 
 

2 – continua

venerdì 5 maggio 2023

Istanbul, la megalopoli che Erdoğan vuole riconquistare

 

Quanta innocenza s’aggiri oggi fra i vicoli di Çukurcuma, che pure celano come in uno scrigno il Museo  del cantore dei polverosi rifugi d’amore fino ai quartieri-bene di Maçka e Nişantaşi, è difficile immaginare. Com’è impossibile incrociare, se non in sogno o in sbiaditi ritratti in bianco e nero, le gecekondular, case costruite in una notte, tanto comuni non solo al confine degli anni Cinquanta-Sessanta forieri del primo golpe, ma fino alle soglie del Nuovo Millennio. Erano dappertutto, perfino sotto Nişantaşi e sfioravano il cuore della vecchia Pera trasformata in Beyoğlu, Bey Oğlu che vuol dire figlio del signore. Questo distretto della città millenaria ha inglobato Karaköy, Tophane, Cihangir, Şişhane oggi enormi estensioni turistiche o dimore di tendenza, e Tarlabaşi e Kasımpaşa che conservano tratti popolari. Beyoğlu ha inglobato molto altro, sino a diventare una città nella metropoli. Lo sconfinato municipio di Istanbul perde solo in parte l’essenza della nazione turca per assumere il volto della megalopoli globalizzata. Certo è che un anno via l’altro nell’ultimo decennio un’area vasta quasi cento chilometri quadrati, cinquanta in territorio europeo, cinquanta in quello asiatico ha registrato i colpi a effetto con un calciatore proprio di Kasımpaşa diventato sindaco e leader politico, poi premier e presidente ha lastricato l’appuntamento che giunge a scadenza: le elezioni del centenario. Un ponte esse stesse, l’ennesimo, fra la Turchia laicizzata di Atatürk e la Turchia del nuovo padre, islamica, futuribile, potentemente geopoliticizzata così da mettere in fila nazioni un tempo blasonate ma ingiallite nell’acquisita marginalità del proprio ruolo.  La scadenza del 14 maggio precede di cinque mesi l’anniversario secolare del 29 ottobre, nell’anno in cui il dominus che punta a un ennesimo mandato non ha ancora toccato quota settanta d’età. Eppure l’eccitazione di quest’ennesima corsa sembra offrire una carica per la terza gioventù e in pochi giorni smentisce le voci, chissà perché cinesi, d’un infarto, proponendosi umanamente con la debolezza di un’influenza intestinale, superata a suon di comizi che s’inseguono un giorno dopo l’altro a ritmi incalzanti.

 


Ora che l’inflazione, salita anche all’80%, resta ad altissima doppia cifra (50-60%) e mangia la forza economica di tutti: lavoratori dei manufatti e della manodopera semplice che non è scomparsa e ne beneficiano giardini e igiene pubblica, impiegati, mercanti finanche il ceto d’impresa e i tanti,  tantissimi poliziotti che sotto ogni spoglia circolano ovunque. Ora che quella salita in cielo dei proletari ancora vent’anni fa inurbati nelle ‘casette della notte’ per risparmiare le benedette lire necessarie all’acquisto d’una casa decorosa sembra non potersi ripetere, ci si domanda chi può sostenere la voglia di potere di Erdoğan. Il suo mix di emancipazione economica sulle ali del liberismo, già avviato da Turgut Özal, trovava la radice identitaria della fede nella patria e nella patria islamica. Gli hanno creduto a milioni quando il modello di Giustizia e Sviluppo materializzato in partito volava: nel 2002 con 10 milioni di consensi e 363 seggi nel Meclis; oltre 16 milioni e 341 nel 2007; addirittura 21 milioni e 327 deputati nel 2011; 18 milioni di voti seppur con eletti in ribasso (258) nel 2015; 21 milioni e 295 seggi nel 2018. Una marcia continua, sebbene i trionfi non siano stati sempre crescenti, costanti sì, pur in un vortice di problemi.  Socio-politici interni, basti pensare alla ribellione antagonista nell’angolo verde di Istanbul denominato Gazi Park che in questi anni ha ricevuto un maquillage conforme alla città che cambia, seguito al blocco del dialogo e della soluzione (çözüm) col movimento kurdo sino alla repressione nelle province orientali che rievocava la guerra civile strisciante degli anni Ottanta. E lo scontro fratricida col movimento gülenista, accusato del tentato golpe del luglio 2016, le rotture con personaggi di primo piano della casa e del progetto comune (Gül, Davutoğlu, Babacan) alcuni dei quali corrono contro quell’uomo e quel partito che hanno servito a lungo. Infine la pesantezza della crisi monetaria e la follìa d’una linea sull’inflazione che l’ortodossia finanziaria giudica suicida, ma il presidente che fa combaciare passato e futuro considera giusta e santa come la fede che l’ispira.

 

Respira tutto questo quel simbolo vivo della patria turca che è Istanbul, lo fa barcamenandosi fra le novità infrastrutturali che sfoggia con l’orgoglio del fare e che concittadini, turisti e affaristi attraversano a milioni ogni giorno, atterrando e decollando dall’Istanbul Havalimani Airport (77 milioni di mq e un traffico aereo che, al di là della decina di scali statunitensi e della coppia dei cinesi  Canton e Sichuan, morde le piste della stessa Delhi). Salendo e scendendo sui traghetti delle sponde e infilandosi nel Marmaray, il treno subacqueo che unisce Europa e Asia. O aspettando il visionario raddoppio del Bosforo con Istanbul Kanal, pianificato per il 2028, con 45 km per 400 metri di larghezza e 25 di profondità che potrà veder transitare 150 navi al giorno tutte pagatrici di pedaggio, a differenza di quanto accade nell’attuale transito da e per il Mar Nero. Con questo dazio, dice la propaganda governativa, lo Stato incasserà e sgraverà da imposte i cittadini ai quali si potranno continuare a offrire stadi e moschee. I primi sono cinque, come le squadre di calcio cittadine in Süper Lig, le moschee tremila e raccontano le storie d’una Storia sedimentata nei secoli. Poi ci sono metrò, ponti e costruzioni che vent’anni fa non esistevano e che i quindici milioni di istanbulioti apprezzano, soprattutto se antisismici. La regina dell’edificazione interna Toplu Konut İdaresi Başkanlığı - Toki nell’acronimia vigente - che ha le mani in pasta in tante di queste opere, s’è ultimamente vantata di aver lasciato con le fondamenta ben piantate 130.000 edifici da lei costruiti, rimasti intonsi il 6 febbraio davanti alla terra che si spaccava e a tante case che si sbriciolavano o collassavano. Amara consolazione per un dramma da cinquantamila vittime e un governo che deve correre ai ripari per restituire alloggio a 1.5 milioni di persone, a un costo che sfiora i 100 miliardi di dollari mentre la comunità internazionale finora ne ha elargito uno soltanto d’aiuto. La promessa elettorale del presidente è stata estrema: tutti avranno un tetto entro un anno. Chi ci crede lo vota e ipoteca il futuro per un quinquennio a meno d’imprevisti  smottamenti politici. 






        1 - continua