
Il matrimonio celebrato col
cosiddetto “Tavolo dei sei” Kılıçdaroğlu, Aksner, Babacan, Davotoğlu,
Karamollaoğlu,
Uysal con l’aggiunta
del gradimento del vertice del Partito
Democratico dei Popoli, fra quel che resta in libertà e i parlamentari
reclusi come Demirtaş, dà nelle stime un 44%, superiore al 42% attribuito
all’alleanza fra Partito della Giustizia
e Sviluppo e Movimento nazionalista.
Il 15 maggio, dunque, la Turchia potrebbe cambiare volto, quello che il kemalismo
laicista più o meno di sinistra, ha già vissuto nelle fasi, peraltro travagliate
dei governi Ecevit. E’ un rischio che a casa dell’Akp hanno messo in conto già da un quadriennio, quando il partito
ha perso d’un colpo i municipi delle città più in vista: Istanbul, Ankara,
Izmir, Adana, Antalya che messe assieme fanno più d’un terzo della popolazione
nazionale. L’attuale leader repubblicano s‘è impuntato affinché fosse lui a
sfidare personalmente Erdoğan e a rappresentare l’opposizione e la voglia di cambiamento
del Paese. Una sortita apparsa un
deprezzamento dei gioielli di partito vincitori appunto nelle amministrative
del 2019 sul Bosforo e nella capitale. Ma non c’è stato niente da fare. Inesorabilmente
İmamoğlu e Yavaş, che quelle due metropoli guidano da un quadriennio, sono stati
relegati al ruolo di comprimari. Lo affiancano nelle foto di rito, sicuramente
dialogano col capo, però restano in seconda fila perché così ha disposto
l’alevita. Che è scaltro, esperto di scienze economiche e commerciali, ma non
proprio carismatico. Entrato in politica in età matura, guida un partito non
facile da condurre per i trascorsi con un passato storico e negli ultimi tre
decenni in aperto contrasto con quell’Islam politico cui Erdoğan ha offerto
volto, cuore e un personalismo smisurato. Eppure Kılıçdaroğlu si sta spendendo
bene nell’attuale campagna elettorale su entrambi i fronti che potrebbero
fruttargli la vittoria del secolo, l’età stessa della Turchia moderna del cui
padre porta il nome. Qualche voce raccolta fra la generazione erdoğaniana, cioè
nata nell’ultimo ventennio, che fuori dai luoghi di stretta osservanza islamica
e conservatrice non voterà mai e poi mai né il “sultano” né il suo partito,
alcuni dubbi serpeggiano.


Aişe, universitaria ventunenne, famiglia islamica e
assai numerosa, non segue le orme di genitori e fratelli. E’ laica,
disincantata, orgogliosamente vicina al mondo Lgbtq e ha deciso di non votare
perché pur vivendo non in qualche villaggio anatolico ma nella dinamica
metropoli del Bosforo, non vede nel ceto repubblicano un orizzonte alternativo.
Non solo per i diritti civili, di genere e individuali, ma per la stessa economia.
Giudica le premesse del “Sana söz” non
promesse, bensì mera propaganda. Poi c’è chi ha incontrato di persona il
sindaco İmamoğlu, personaggio per bene però, a giudizio di chi parla, ingessato
e burocratico. Un uomo d’apparato. Magari chi risponde è di quelli che sui
tabelloni del Sana söz verga con la
bomboletta spray un irriverente invito a essere freak, dunque strani, diversi,
informali. L’esatto contrario di quanto certi politici d’opposizione sono nella vita, anche quando
dismettono gli abiti istituzionali. I politologi si domandano quanti voti della
gioventù libertaria potrà intercettare il “Tavolo dei sei”. Sicuramente
disincantata e dispersa oltreché repressa è l’onda del Gezi park, il movimento
che giusto un decennio addietro creò problemi e apprensioni alla gestione
governativa di Erdoğan.
I tre mesi estivi (giugno, luglio e agosto) del 2013 rappresentarono l’incubo del progetto politico dell’Akp che pareva messo all’angolo da una protesta crescente. Dal
sit-in d’una cinquantina d’ambientalisti che volevano salvare gli alberi del
giardino dallo sradicamento previsto dalla ristrutturazione dell’area,
partirono cortei di decine di migliaia di persone che infiammarono Istanbul e
si diffusero in altre località. Undici vittime, cinquemila arresti, e migliaia
di fermati e intossicati ruppero l’idillio fra la generazione nata sotto quello
che viene considerato un regime e l’ispiratore del progetto. Nei dieci anni
seguenti di vicende interne e internazionali ne sono accadute a decine, se non
a centinaia. Però il sistema erdoğaniano ha resistito. S’è incupito con conflitti riaperti con la
comunità kurda, con cui il premier aveva dialogato, ha trovato sostegno per
l’assolutismo presidenzialista nell’anima nera della nazione: il partito dei
‘Lupi grigi’ che ora non uccide più i comunisti né attenta ai pontefici del
soglio di Pietro, ma esalta la patria nell’essenza più nazionalista e
militarista possibile, nostalgica forse dei trascorsi golpe.

Ciò nonostante questi ragazzi vivaci e vivi come il
nome che portano, questo vuol di Aişe in turco, non sono conquistati da un
progetto alternativo che resta fumoso e sul delicato tema della libertà - di
parola, di riunione, di manifestazione - trova una coalizione riunita attorno
ad ex erdoğaniani e una lupa grigia e non vede spazi libertari. Emblematico il
recente 1° maggio nella piazza simbolo d’Istanbul: Taksim. Dal giorno
precedente non solo l’area attorno allo storico monumento della Repubblica, ma
la zona dov’è sorta la contestata moschea del 2013 e tutto il giardino di Gezi
park erano transennati e presidiati da centinaia di agenti antisommossa. Non
basta. Il percorso della celebre İstiklal Caddesi e tutte le traverse contigue
lungo i quartieri di Tarlabasi e Kasimpaşa da una parte e Çukurcuma, Cihangir
sul lato opposto fino al limite della torre di Galata, sono stati chiusi fino
al primo pomeriggio a chiunque: turisti e in molti casi pure residenti. Un
blocco totale per impedire qualsiasi raduno di lavoratori e sindacati. Ne sono
rimasti scontenti migliaia di turisti che affollavano la città e pure i
negozianti del luogo per eccellenza dello struscio e degli acquisti. Ovviamente
le misure erano prese dal ministro dell’Interno Soylu che risponde alla
coalizione Akp-Mhp, oltreché a
Erdoğan. E che venivano giustificate dal rischio di attentati (a metà novembre
una donna, bollata come terrorista, aveva fatto brillare un sacco esplosivo
provocando morti e feriti), ma perché chiudere solo quel giorno? Comunque, fa
notare qualcuno dei lettori illuminati in libreria, la municipalità repubblicana
retta da İmamoğlu non ha fornito chessò una sala, un luogo pubblico dove far
convergere una rappresentanza dei lavoratori. Nulla, come se niente fosse. E lo
sparuto gruppetto di coraggiosi operatori sanitari che per un minuto, di meno e
non di più, ha dispiegato uno striscione che annunciava un fronte popolare
della sanità, è finito strattonato e portato via su un blindato che affiancava
i manipoli di agenti e gli idranti-corazzati disseminati attorno alla piazza.
La Turchia dalla democrazia soffocata deve fare i conti con questo panorama.


3 - continua