giovedì 11 maggio 2023

Elezioni turche: la propaganda armata

 


Il giusto effetto nell’industria della Difesa” recita lo slogan del pieghevole-armato dell’Ak Parti. Mostra un Erdoğan che veste un vistoso giubbetto rosso e pone la firma sulla carlinga d’un drone. Sicuramente della scuderia Bayraktar, il cacciatore volante gioiello della Baykar Technologies con sede a Esenyurt, cittadina di mezzo milione di abitanti sita nell’area europea a una trentina di chilometri dal Corno d’oro. Il modello TB2 è stato un successone, ingegneristico e di mercato. Due anni fa il responsabile dell’ufficio tecnologico, Selçuk, che è anche il genero del presidente avendone sposato la figlia minore Sümmeye, annunciava con enfasi il traguardo importante del velivolo che con 300.000 ore di volo stabiliva un record nella storia dell’aviazione nazionale. Il modello di ‘aeromobile a pilotaggio remoto’ è in dotazione all’aviazione turca, ma da tempo vola per colpire bersagli su vari scenari di guerra o d’instabilità politico-militare. Siria, Libia, Nagorno Karabakh l’hanno visto in azione a vantaggio di chi l’utilizzava. L’azienda turca lo vende a un’infinità di Paesi dall’Azerbaijan al Burkina Faso, passando per Emirati Arabi, Etiopia, Iraq, Libia e Marocco, Nigeria, Pakistan e anche Polonia, Ucraina, Romania. Ma la lista degli acquirenti è più vasta. Un’arma letale, come hanno potuto verificare i mercenari della Wagner in Libia messi in difficoltà dell’esercito della Mezzaluna, e già prima l’esercito siriano e i combattenti kurdi. Gli affari per l’azienda, creata circa quarant’anni fa dal papà di Selçuk, sono floridissimi visto che il costo d’un esemplare s’aggira sui 5 milioni di dollari.  Anche le casse dello Stato sono sollevate poiché nell’ultimo ventennio gli acquisti di forniture belliche estere sono sensibilmente diminuite passando dal 70% al 30%. Nel dépliant fa bella mostra altro materiale bellico orgogliosamente turco. Atay è un carro armato di quarta generazione che prende il nome da un generale attivo nel quadriennio della guerra d’indipendenza nazionale (1919-23). E’ creato da Otokar una società produttrice di autobus e veicoli militari inserita nel conglomerato della Koç Holding

 

La Koç è nata negli anni Venti e attorno al 1960 è diventata un gigante industriale spaziando dall’elettronica con cui costruisce tuttora elettrodomestici, ai veicoli industriali e all’edilizia. S’occupa inoltre di energia, servizi finanziari, informatica, alimentari e pure turismo. La conduzione aziendale è tutta familiare ed è alla terza generazione. Dopo il fondatore Vehbi Koç è subentrato suo figlio Rahmi, poi il primo nipote Mustafa e, a seguito di un improvviso decesso, il fratello Mehmet Ömer che dal 2016 ricopre la carica di presidente. Nel tempo Koç Holding ha riunito più di cento marchi aziendali, ultimamente ha acquisito Yapi Credit, una delle maggiori banche turche. Fra i settori prolifici della multinazionale si annovera la cantieristica navale, con produzioni mercantili e militari. Il cuore del pieghevole che gli attivisti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo assieme ad altro materiale elettorale diffondono con un meticoloso porta a porta nei quartieri del loro elettorato fidelizzato, è dedicato alla Patria blu - Mavi Vatan - e mostra la gamma dei così definiti “veicoli marini”. La più grande imbarcazione di Turk Deniz Kuvvetleri, la Marina Militare, è Anadolu, una nave d’assalto e portaerei di freschissimo varo: il 10 aprile di quest’anno. Costa un miliardo di dollari ed è realizzata da un ennesimo gigante industriale: Sedef Shipbuilding Inc di cui va fiera una nazione iper produttiva. La stima del proprio lavoro viene esaltata dalla pubblicità che l’azienda stessa mette in rete: https://www.sedefshipyard.com/en/   Poi ci sono: Piri Reis, un sottomarino lanciato per una nuova pianificazione subacquea, e le strutture anfibie Sancaktar e Bayraktar, più quattro navi da guerra del programma Milgem avviato da un quinquennio per operazioni di ricognizione, sorveglianza, guerra antisommergibile e altro ancora. Coinvolte nella produzione le ditte Aselsan e Havelsan. La prima è uno dei maggiori appaltatori delle Forze Armate turche con sede centrale ad Ankara e società associate in Azerbaijan, Kazakistan, Emirati Arabi, Arabia Saudita. La seconda è un’azienda specializzata in software per sistemi di combattimento navale e aereo.


Col risalto dell’apertura, l’opuscolo chiude ricordando come: L’esperienza e il successo ottenuti coi droni da combattimento si manifestano anche nei veicoli marittimi armati senza equipaggio. Eppure le donne velate che lo distribuivano a un comizio dell’Akp mostravano volti gentili, per nulla diversi da quelli incontrati in una vendita caritatevole organizzata a Fatih dall’İnsani Yardım Vafkı (İHH), la Fondazione umanitaria islamica presente in oltre cento nazioni. E’ vero che a seguito dell’episodio della Freedom Flotilla, che nel 2010 con l’imbarcazione Mavi Marmara portava aiuti agli abitanti di Gaza assediati dall’esercito israeliano, il governo di Tel Aviv accusò l’organismo turco di collusioni terroristiche con Hamas. Ma di fatto, in quella circostanza, la nave dell’İHH venne assaltata in acque internazionali da reparti della Marina israeliana che, a proposito di azioni terroristiche, fecero nove morti e sessanta feriti fra gli attivisti pro-palestinesi. Quell’attacco creò uno scontro diplomatico fra il governo Erdoğan e l’esecutivo guidato da Netanyahu con conseguenze nelle relazioni fra i due Paesi, e trovò nel quadro politico turco un sostegno anche fra chi come i nazionalisti di Bahçeli, all’epoca non erano alleati dell’Akp. E pure fra i repubblicani difensori della patria al pari degli altri schieramenti turchi. Oggi, sebbene non risulti che il “Tavolo dei sei” faccia girare propaganda militare nei suoi raduni, esponenti come Akşener che col suo İyi Partisi si chiede: pekı bız neler yapacağiz?, cosa faremo? offrendo ai potenziali elettori risposte su questioni attinenti a: giustizia, salute, ambiente, famiglia, lavoro, dà ampio credito alle Forze Armate nazionali, non solo per il trascorso politico fra i “Lupi grigi”. Anche l’ex ministro degli Esteri di Erdoğan, Davutoğlu, col proprio Gelecek Partisi, non dovrebbe rinnegare quanto sosteneva agli inizi del Nuovo Millennio “Zero problemi coi vicini”, ma per farlo occorre essere attrezzati a ogni evenienza. Egualmente l’ex ministro dell’Economia Babacan, impegnato nella coalizione a sei col Demokrasi ve atilim Partisi, guarderà favorevolmente agli effetti economici dell’industria bellica turca se l’alleanza vincerà le elezioni. Torna, dunque, il dubbio di quei ‘giovani senza voto’ incontrati a Istanbul: qual è la differenza?  

 

 
 



4 – continua

 

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