giovedì 6 agosto 2026

“In fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora”

      

Vederlo nelle ultime apparizioni pubbliche, volute da altri o cercate da intervistatori ammirati dal mito, era come specchiarsi a una certa età. Ci si ritrova un po’ acciaccati, segnati comunque da anni inferiori, ma non certo minimi. Dunque vecchi. Schizzava alla mente la strofa di Amerigo: Quand’io l’ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio…” abbracciata a un’affermazione di lui, Francesco Guccini modenese di Pàvana, sulle lodi che Seneca fa della senilità, bollate dal nostro con uno stentoreo: ‘Seneca era un coglione’. Voce dal sen fuggita d’un personaggio anti diplomatico ma gentile e cordiale. Come dargli torto? non solo davanti alla sofferenza d’un fato fottuto che ormai lo privava d’una vista sicura, rivolta alle amate letture, l’essenza della sua arte cantautoriale; ma pure al cospetto del percorso quotidiano che quando s’allunga ti ruba l’energia, il benessere per continuare a camminare, rimirare, ascoltare, provare, riprovare e fare cose. Le tante cose della vita. Che Guccini aveva fatto da piccino, i giochi nel mondo rurale un anno via l’altro in via di sparizione e tutte le esperienze che da ragazzi rendono uomini. Studenti e gazzettieri, suonatori e cantautori. Così lo si rammenta agli esordi: sbarbato, con un maglione da fratelli Karamazov, chitarra al braccio in un biancoenero televisivo mentre narra in una ballata la cupa vicenda d’un bimbo ridotto in cenere e fumo dalla perversione di Auschwitz. Sicuramente era il timbro profondo di quella voce a ipnotizzare senza essere disturbati da un marcato rotacismo, ma erano soprattutto le storie che il cantautore modenese e bolognese con arcaiche radici in appennino, sapeva regalare. Fatti che diventavano leggenda pur parlando di semplici uomini d’un mondo antico e presente ai giorni nostri. Mettere sul piatto il vinile che ruotava e t’immergeva in un evento, era come scivolare fra le pagine di chi sa descrivere momenti e intrecci della Storia. Potevi scorrere Jack London e Beppe Fenoglio o ascoltare Radici. “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava. Con che voce parlasse, con quale voce poi cantava” E ancora “… E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano. Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite".

 

Era come leggere: “E, all’improvviso, là fuori dove un grande spruzzo si solleva al cielo, come una divinità marina che si solleva dal tumulto di schiuma e dal bianco ribollente, sulla vertiginosa, traballante, sovrastante e ricadente precaria cresta appare la testa scura di un uomo. Rapidamente, si alza attraverso il bianco irrompente. Le spalle nere, il petto, i fianchi, le gambe – tutto ci viene proiettato bruscamente davanti agli occhi…”. “… Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”. Davanti a simili descrizioni puoi avere quindici oppure ottant’anni, resti comunque rapito da parole, testi, fatti, immaginazioni. E’ il potere della Letteratura, vergata con la maiuscola, quella che Guccini ha divorato per anni restituendo liriche incomparabili. E non era solo l’epica dell’’America come Atlantide’ e della ‘bomba proletaria’, c’era il sentimento del ricordo a segnare un’esistenza di amori e passioni, di sensazioni espresse con la tenerezza d’uno sguardo. “E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei…” Più di Madame Bovary la morbidezza di questa strofa circola nelle teste nostre da oltre cinquant’anni. E all’infinito possiamo ripeterla, dondolando fra il vagone e il magone. In età piuttosto matura ci regalava la sua Signora Bovary, brano e album di completezza assoluta, davanti ai Bertocelli che l’avevano da un pezzo seppellito e a chi diceva che Guccini fosse solo parole, eccole note avvolgenti fuse con lemmi esistenziali in un mix di melanconia struggente, marcata dai sax tenore e soprano di Antonio Marangolo. “Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi, di mezza festa e di quasi male. Di coppie che passano sfilacciate come garze stese contro il secco cielo autunnale…” Per Guccini-Bovary in fondo all’oggi c’era comunque la notte, in un viaggio completo vissuto a pieno.

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