mercoledì 12 agosto 2015

Sfollati e nuova umanità


Caos a Kos, dicono le notizie. E da due giorni foto e filmati di migliaia di profughi sbarcati, ammassati, impossibilitati a qualsiasi ospitalità riempiono pagine e schermi di un’informazione presente e attenta. Chi non lo è, e sembra scendere da nuvole in questa stagione peraltro inesistenti sul Dodecaneso, è la politica internazionale e locale. Cosa prevedibile perché, da due anni a questa parte in una situazione d’emergenza storica, solo un po’ di associazioni umanitarie s’occupano del milione e mezzo di rifugiati siriani in terra turca. Loro, i profughi, dopo mesi trascorsi in campi diventati stabili e sempre meno assistiti, quali progetti potevano elaborare se non quello d’una fuga in una zona targata Ue, complice il mare estivo? Col benestare del governo Davutoğlu, ben felice d’alleggerire una zovorra che pesa in gran parte sui propri confini. Sull’altra sponda l’esecutivo Tsipras, per mesi concentrato attorno all’assalto economico-istituzionale alla sovranità ellenica, si fa cogliere impreparato per la stagione degli sbarchi, perlomeno quelli clandestini. L’arrembaggio vacanziero, invece, è proseguito come e più d’ogni anno, coi soliti guadagni esentasse d’ogni categoria turistica. Il pienone nelle isole è così cospicuo che bagnanti e fuggitivi s’incontrano, si sfiorano, per qualche tratto fraternizzano; ma poi chi sta in barca sente d’aver fatto la propria buona azione, chi sogna l’Europa deve farsi tradurre dagli scarsi mediatori presenti che il continente agognato non li vuole.

La decrepita e avida Europa non ama beneficenze; abbracciata com’è ai populismi dei Farange, Wilders, Le Pen, dei nostrani Grillo e Salvini respinge e chiude porte. Oscilla fra il conservatorismo dei Duda e il fascismo di Orbán. Oppure vaga nell’indifferenza parolaia di tanta classe politica. E chi umanamente salva le vite non sa dove dirigerle, formando nuovi ghetti. Se alcuni tumulti scoppiano per calca, tensione, mancanze primarie, si vedono tuttora sorrisi, pazienza obbediente di gente che s’affida, pur portando con sé culture, professioni oltreché ricordi non ostentati come le prediche di chi gli spiega di restare a casa. A casa? Quale? Non ce n’è più, non solo ad Aleppo martoriata da quattro anni, anche nei villaggi di tanto Medio Oriente non c’è più riparo. Da europei dovremmo rivisitare gli sguardi silenziosi di certi parenti di settant’anni addietro o di tragedie più recenti. Non sono tutti morti. C’è chi tuttora bene rammenta l’angoscia delle bombe e i dormitori, spartiti con filo e quattro stracci a mò di separé. L’emergenza casa del dopoguerra fu per nazioni come la nostra una lunga piaga sociale. Chi oggi è costretto a osservare dal buco della serratura quale orizzonte si prospetta, rappresenta il soggetto che offre all’asfittico modello europeo una chance per mutare e rinascere: la multietnicità. Nella battaglia, diventata guerra ideologica e non solo, fra nazionalismi faziosi e razzisti e nuova umanità, una fase di confronto-scontro si gioca su questo terreno. Sfollati o accasati, siamo tutti coinvolti.

venerdì 7 agosto 2015

Di corsa sotto la Manica

L’avesse fatto un qualsiasi uomo dei primati, più o meno leciti, sarebbe entrato nei Guinness. Ad Abdul Rahman Haroun, sudanese neanche tanto giovane, quarant’anni, l’impresa è costata un arresto e una denuncia da parte della polizia britannica che gli ha contestato ”danneggiamenti” alla circolazione. Circolazione dei treni che gli sferragliavano a 100, 130, 160 chilometri orari. Certo Abdul ha rischiato di morire perché lì sotto procedeva - camminando o correndo - al buio o quasi, rasente al muro, sballottato dai risucchi d’aria. Ma lui l’ha fatto, per cinquanta chilometri, azzardando sicuramente più dei compagni di ventura che si celano sotto i camion per cercare di transitare nel vagheggiato Regno Unito. Ormai non ci riesce quasi più nessuno. La sorveglianza poliziesca è asfissiante, i cani annusano braghe e carni, quelli che dribblano la caccia rischiano di finire stritolati da ruote, intossicati da gas. Sono morti che non fanno più audience, è quotidianità incistata nel dramma di milioni di migranti e profughi in movimento. Ridiventa notizia se scoppiano rivolte, come nei giorni scorsi a Calais, dove centinaia di giovani, i cui corpi hanno superato traversìe che spezzerebbero resistenza, forza e forza resistente di campioni olimpici, contestavano quei blocchi che non gli permettono d’inseguire un bisogno che solo in parte è un sogno.

Allora come Haroun ne pensano una più di Icaro o di Morris e dei fratelli Anglin (quelli di Alcatraz). Rischiando la vita, al cubo è ovvio. Ma in una condizione che, se per noi è disperata, per l’uomo sudanese è l’unica via d’uscita. Posta cinquanta chilometri oltre le viscere della terra dove s’è infilato. Chiaramente fuggiasco, come lo sono tutti quelli che scappano dalla morte per fame, guerra, oppressione. Abdul ha aperto una via, arditissima, ma ai suoi occhi irrinunciabile perché praticabile. Le autorità pensano di chiudere il tunnel perché già sanno che altri potranno provarci. Il problema è che quando queste persone espongono il proprio passato, si è poco disposti a capire da quali fantasmi s’allontano. Quelli d’una casa che non c’è più e quelli incrociati per via, compresi i pericolosissimi trasbordi su scafi della morte e i passaggi nelle tappe intermedie come l’Italia dove pochissimi vogliono restare. Il nord Europa di economie più solide, di leggi e protezioni - finora - maggiormente inclusive spingono perché i Guinness diventino sempre più incredibili. Eppure reali. Nessuno premierà Haroun, sebbene lui sappia d’aver compiuto un cimento prima che di coraggio, di determinazione e coerenza. La stranezza che il pensiero dominante giudica follìa è la conseguenza di sistemi geoeconomici e geopolitici implosi sui propri cinismo e arroganza.

giovedì 6 agosto 2015

Lesbo, fuggiaschi e vacanzieri

Se ne stanno arruffati come vecchi, invece non arrivano a venti e trent’anni. Un’infinità sono bambini. Sfiniti restano imbambolati dentro e fuori quelle staccionate, i fili di recinzione che delimitano squallidi spazi d’emergenza. Costretti a condividerli coi rifiuti, sotto un rutilante sole picchiettato di mosche e zanzare. Solo gli occhi vagano fra cielo e polvere. Il numero di profughi siriani e afghani approdati fino a tutto luglio a Lesbo, isola vacanziera greca a ridosso delle coste turche, ha superato le centomila unità. Su quelle spiagge gli scafisti vanno e vengono. Scaricano corpi sviliti in un’acqua, fredda anche ad agosto, attrattiva solo per i bagnanti più nordici. Stavolta costoro non possono non accorgersi degli sbarchi, ce ne sono a decine. Ovunque, anche sotto il proprio resort. Le penose scene raggiungono Petra e l’ascosa Molyvos dove la costa turca è a un soffio, quattro miglia scarse. A giugno sono arrivati 15.200 contro i 920 dell’anno scorso. Ovviamente parliamo di rifugiati. I turisti anche quest’anno non mancano nell’oasi delle isole elleniche, un mondo a parte rispetto alla madrepatria strangolata da crisi e Troika. La Lesbo di Saffo e Alceo, non fa eccezione.


Certo nulla a che vedere col plastificato e costoso divertificio di Mykonos, ma pur sempre meta di pantaloncini ed espadrillas, con qualche griffe. L’isola è da tempo anche proscenio di odiseee che mescolano speranza e disperazione. Sei anni or sono, uno dei centri di “accoglienza” istituiti dall’amministrazione ellenica col contributo della Ue, venne contestato come lo erano i nostri Cie. L’accusa: essere un luogo di reclusione e frustrate più che di ospitalità e dignitoso recupero. E i flussi del 2009 erano un’inezia rispetto all’invasione che si sussegue da mesi, sempre in crescente emergenza. In questi giorni qualche turista ha dismesso il bikini e indossato la pettorina del volontario, distribuendo crackers e bottiglie d’acqua, rinunciando al privilegiato diritto di relax per scrutare gli occhi di chi s’infila nella roulette russa della migrazione cieca. Qualche turista, mica tanti. Perché ciascuno si sente lontano da colpe sull’esistenza grama del profugo che solo il possibile miracolo in un altro pezzo di mondo potrebbe salvare. E’ abbastanza grande Lesbo per contenere drammi e sostenibile leggerezza. E’ il mondo che risulta stretto a chi chiede solo un permesso. Non di soggiorno, ma di vita.

mercoledì 5 agosto 2015

Talebani, fuochi incrociati fra Mansour e Yaqub

Successione spinosa e sanguinaria - Nei giorni immediatamente successivi alla sua fresca nomina a capo dei talebani, più o meno ‘ortodossi’, Ahktan Mansour ha ripetutamente dichiarato di voler seguire le orme tracciate dal mitico mullah Omar. E ha seminato dubbi sul processo di pace ricercato dalla presidenza Ghani, ribadendo il desiderio di concentrarsi sull’incremento della Sha’ria e del sistema islamico piuttosto che su colloqui di pace “a ogni costo”. Negli annunci ripresi dall’agenzia Reuters e dall’emittente Al Jazeera Mansour ha esposto con enfasi che “non possiamo dimenticare il sangue di generazioni di mujaheddin, perciò  dobbiamo lottare fino alla vittoria. Le nostre divisioni fanno solo piacere ai nostri nemici”. Principali destinatari del messaggio due potenziali rivali: Siraj Haqqani, uno dei cinque figli del defunto Jalaluddin che altre fonti considerano non più avverso, e lo sheikh Rehmatullah. Con loro vari comandanti del satellite talebano sostenevano l’idea d’un successore per linea parentale, individuato nel giovane mullah Yaqub, figlio ventiseienne di Omar. Seppure bollato d’inesperienza, poteva essere invocato come nuovo leader  proprio dalla dissidenza che alligna fra taluni membri della Shura di Quetta. 
Attentati e ipotesi di morte - Invece da tre giorni a questa parte l’ipotesi del figlio celebre è svanita. Yaqub sarebbe stato ucciso in una delle esplosioni verificatesi a Quetta nel fine settimana. Una di esse è stata rivolta anche al convoglio che trasportava Mansour che, secondo quanto riferito da Tolo tv, risulta scampato alla morte. L’attacco è avvenuto nell’area di Chaman, che confina con la grande provincia afghana di Kandahar, lì il neo leader dei Taliban s’è recato per stabilire accordi con tre importanti guide religiose. Eminenza grigia di Chaman è il mullah Razzaq, che s’era  apertamente opposto alla nomina di Mansour come riferimento per la politica futura dei turbanti nella regione. Anche un deputato e capo talebano vicino a Mansour, Haibatullah Noorzai, è finito in un agguato andato a vuoto, lo sparatore originario del Beluchistan, è stato arrestato dalla polizia pakistana. Se le notizie che gli stessi organi locali riportano col condizionale venissero confermate l’evidenza d’uno scontro, accanto a un’ampia spaccatura nei ranghi talebani, risulterebbe palese, introducendo lo spettro d’una nuova guerra fra bande. Ma non c’è da escludere che fra le tante deflagrazioni ci sia anche lo zampino dell’Intelligence di Islamabad. La biografia di Mansour, cinquantenne del distretto di Kandahar formatosi in una madrasa pakistana della provincia di Pakhtnkhawa, vanta un pedigree di combattente antisovietico.  


Carriera fra i turbanti - Ma è il 1995, quando l’Afghanistan era lacerato dal conflitto interno fra i Signori della guerra, che Mansour iniziò un’ascesa verso i vertici talebani, entrando nel gruppo fondato dal mullah Omar e ponendosi al centro d’una fitta attività organizzativa. Notato per queste doti venne cooptato per la dirigenza e durante i cinque anni di governo Taliban a Kabul (1996-2001) finì a dirigere il ministero dell’aviazione civile. Dopo la cacciata talebana a opera delle truppe Nato e l’uccisione del mullah Osmani (2006) e del mullah Akhund (2007) il rango dirigente di Mansour è salito ponendosi nella scia del, fino a quel momento,  indiscusso Omar tanto da esserne considerato dal 2010 il collaboratore più stretto. Poi, alla morte del monocolo avvenuta nella primavera 2013 ma non annunciata, ha mostrato capacità di tenuta d’un gruppo che evidenziava crepe e volontà disgregatrice. Il mancato annuncio della dipartita di Omar doveva evitare quelle lotte intestine che ora riemergono con violenza e coinvolgono lo stesso Mansour, sia con tentativi di uccisione sia con sospetti che l’additano quale ispiratore d’un complotto che avrebbe assassinato il fondatore del movimento talebani. Ora che è nell’occhio del ciclone di voci e accuse tendenziose Mansour, pur favorevole ai colloqui di pace va a metterli in dubbio per non prestare il fianco a quel fondamentalismo che punta già a disarcionarlo.  

lunedì 3 agosto 2015

Il nuovo Suez allarga la grandezza d’Egitto

Stupore d’Africa - Otto miliardi e mezzo di dollari, più altri cinque per la revisione entro il 2023, e il tratto del nuovo Canale di Suez che amplifica la portata e il passaggio di navi e merci, è stato realizzato in uno anziché tre anni di lavori. Tempo giudicato sorprendente dallo stesso segretario della Camera di Navigazione Internazionale Peter Hinchliffe, figurarsi dalla stampa locale che ne divulga entusiasticamente l’apertura di giovedì 6 agosto come un vero regalo dell’Egitto al mondo. Il miracolo è frutto dell’impegno con cui il presidente Al Sisi ha preso a cuore l’impresa, con essa il Paese potrà vantare il rilancio d’una modernizzazione che trova partnership in tanto Occidente, Italia in bella vista. Oltre alla propaganda di ritorno per il regime, che ha gravissimi problemi di sicurezza interna, c’è un interesse diretto del business militare, ampiamente nutrito col controllo di transiti e dogana nella nota via mercantile dal Mediterraneo al Mar Rosso. Non si conoscono le cifre, si vagheggia di miliardi di dollari, che lo stesso attuale ministro dell’industria Mounir Fakhry Abdel Nour (di recente presente all’Expo milanese) non ha voluto quantizzare. Le aziende controllate dalla lobby delle stellette vantano diritto di confisca di terreni lungo il percorso, mentre le ditte che s’appoggiano al Consiglio Supremo delle Forze Armate godono di tariffe preferenziali e investimenti sgravati da oneri fiscali. Chiacchierate per il versamento tangenti durante l’era Mubarak sono tuttora esentate da revisioni contabili. Forse avrebbero lavorato anche sotto il governo islamico, egualmente interessato al progetto d’un Canale ampliato, che avrebbe visto giungere finanziamenti dal Qatar. Non ce n’è stato il tempo.

Benefici economici, malefici ambientali - Ma gli analisti anti Fratellanza sostengono che in un’ipotesi del genere il clan aziendale dei generali sarebbe stato fatto fuori. Congetture a parte nel gennaio del 2014 il vice ammiraglio Mohab Mamish ha assunto il controllo della preposta “Autorità del Canale di Suez”, scegliendo le aziende straniere e locali che hanno sviluppato i lavori. I petrodollari sono giunti comunque dal Golfo, in questo caso dalla casa Saud, protettrice d’ogni mossa del generale Sisi, e dagli Emirati Arabi Uniti (quest’ultimi, con 40 miliardi di dollari, finanziano un’ulteriore iniziativa di propaganda del regime militare: le case per la gioventù d’Egitto). Company statunitensi, olandesi, belghe hanno lavorato ventiquattr’ore al giorno all’ampliamento del bacino di Suez con ritmi cinesi ed efficienza nipponica. 21 miglia di nuovo canale sono stati scavati nel deserto, 22 miglia d’un tratto preesistente risultano adattati al passaggio di scafi di maggiore stazza, che ammonteranno dal 2023 a un centinaio di navi giornaliere (ora ne passano la metà), undici ore il transito per giungere da Port Said a Suez. Tutto ciò è stato sottolineato con orgoglio da committenti ed esecutori. Eppure scienziati e ricercatori lanciano un allarme, perché negli ultimi quarant’anni s’è verificato un cospicuo incremento di creature marine non indigene nel Mediterraneo. Delle 700 tipologie individuate dall’apertura del canale - realizzata dalla compagnìa francese diretta da Ferdinand de Lesseps nel decennio compreso fra il 1859 e il 1869 - oltre la metà provengono da migrazioni dal mar Rosso. Molte di queste specie risultano nocive per l’habitat e minacciano la salute, mentre altre fagocitano famiglie ittiche nutrienti per la catena alimentare umana. Noto, perché studiato da varie Università, il caso del lagocephalus sceleratus (nomen omen) ha attirato l’attenzione dei ricercatori per l’alta percentuale tossica (tetrodotoxin) presente nelle sue carni se consumato. Poi ci sono pesci erbivori che devastano i fondali di alghe e gigantesche meduse (rhopilema nomadica) che non permettono alcuna attività balneare negli spazi di mare infestati.