giovedì 19 settembre 2013

Grecia, Alba tragica


Ora che il sangue da spargere diventa greco, come nel caso del rapper Pavlos Fyssas trafitto dalle lame neonaziste dopo decine d’immigrati, il mondo mediatico s’accorge di un pericolo che si chiama Alba Dorata. Pericolo nella società ellenica e pandemia contagiosa in altre nazioni, che poi radici autoctone sviluppano nell’intera Europa mai curata dal male del ‘secolo breve’. Un utile approfondimento sul tema lo offre il recente saggio di Dimitri Deliolanes “Albadorata” pubblicato da Fandango. Qui brevemente focalizziamo alcuni punti nodali che hanno aiutato ad acquisire consensi il gruppo neonazista fondato poco più di un trentennio fa da Nikolaos Michaloliakos, incontrastato conducator (a lui piacerebbe il titolo di führer).    
Crisi amica - La crisi economica, l’impoverimento generalizzato dei ceti medio-bassi frutto della politica punitiva di Bce e Unione Europea a guida tedesca nei confronti dei cosiddetti Piigs, le nazioni che nel continente accumulavano debito pubblico e blocco della capacità produttiva, hanno rappresentato il fulcro su cui ha ruotato la propaganda di Alba Dorata. Immigrazione ossessiva, anche per la posizione geografica del Paese le cui frontiere orientali assistono da un ventennio al flusso proveniente dal Grande Medio Oriente, disoccupazione crescente a seguito della purga ricevuta con le stangate Ue per riassestare le finanze nazionali pagata unicamente dai lavori, rilancio del senso patrio vissuto in chiave retorica e sciovinista come il nazionalismo globale sa fare. E sfogo di tali frustrazioni lanciando pogrom a danno dei più deboli: immigrati, su cui si riversa un odio razzista rispolverato direttamente dai manuali goebbelsiani, e i nemici di sempre: i militanti della sinistra. Prima di assassinare il cantante la spirale delle aggressioni era salita vertiginosamente, addirittura in diretta tivù quella subìta dalla deputata Liliana Kalelli scazzottata dal “collega” parlamentare Ilias Kasidiaris, oppure quelle a militanti sempre del Kke sprangati durante un attacchinaggio a Perama, una zona della capitale.
Polizia alleata – Uno dei tre elementi che rafforzano la scalata neonazista nella società ellenica sono le Forze dell’Ordine. La polizia aggressiva ed eversiva che alla fine nel dicembre 2008 uccideva lo studente anarchico Grigoropoulos e che in tante occasioni aveva sfiorato l’omicidio di militanti e sindacalisti anche prima che scoppiasse la serie infinita di cortei contro la punizione economica collettiva del popolo greco. Gli agenti dei Mat, le squadre antisommossa ripetutamente accusati di eccessi di violenza sia nell’esercizio delle funzioni sia fuori di esso, hanno espresso in troppe circostanze simpatie o aperte adesioni a gruppi paramilitari tuttora attivi sulla scena politica (gli attivisti di Chrysi Avgi sono sospettati d’aver ucciso Fyssas). La cartina al tornasole degli orientamenti di molti poliziotti greci, soprattutto le giovani reclute, vengono dai riscontri dell’urna nelle ultime elezioni che hanno raggiunto punte elevatissime, anche superiori al 20%, in particolari nei seggi dove votavano gli uomini in divisa. Durante gli scontri di piazza degli ultimi tre anni si sono ripetutamente visti poliziotti e miliziani di Alba Dorata - riconoscibili per gli abiti neri indossati a mo’ di uniforme - cooperare nelle azioni repressive, pestaggi e addirittura nei fermi di manifestanti. Favore ricambiato nei casi di caccia all’uomo scatenati dai neonazisti per le vie cittadine che vengono tollerate e coperte dagli agenti, i quali nel migliore dei casi non intervengono a contrastare i criminali. Nessun ministro degli Interni ha preso provvedimenti.
Assenza dei partiti – Fra l’attuale premier greco Samaras, che continua a fare lo struzzo di fronte alle violenze fasciste per non perdere consensi dell’elettorato conservatore passibili di trasmigrazione da Nea Dimokratia ad Alba Dorata, e altre forze responsabili di corruzione e malgoverno del Paese quali il Pasok anch’esso poco propenso ad azioni repressive contro l’eversione nazista, prende ultimamente piede la tendenza a lanciare il classico cerchiobottismo degli opposti estremismi. Anche a sinistra – dicono i sostenitori di rispolverati “opposti estremismi” – c’è violenza e possibilità di eversione nelle componenti che contestano le norme della Troika e la conduzione servile e catastrofica dell’attuale leadership ellenica. Ovviamente si guarda a Syriza che i sondaggi danno come forza vincente di elezioni future. Una mossa che portasse allo scioglimento delle formazioni estremiste eliminerebbe formidabili concorrenti, visto che anche Alba Dorata è accreditata dai sondaggisti di un’ulteriore crescita collocandosi attorno al 13% e diventando il terzo partito. L’assenza d’iniziative di contrasto e il clima di sottovalutazione del pericolo corso dalle istituzioni per le iniziative legali e illegali d’un soggetto che riprende e teorizza i funesti metodi della macchina del consenso hitleriana, hanno costituito finora una formidabile chance per gli uomini di Michaloliakos che pure non vantano figure carismatiche come il movimento dei loro idoli.
Legittimazione popolare – Per ultimo, ma non certo ultimo c’è il tema dell’enorme consenso popolare a un gruppo che non s’ammanta solo di retorica patriottarda sfilando in mimetica e riproponendo scenografie al lume di fiaccola da Terzo Reich dei poveri. I leader di Alba Dorata esaltano “soluzioni finali” per le etnìe d’immigrati, teorizzano e ormai fanno praticare ai Dumini di casa l’assassinio degli avversari politici e sociali come faceva il peggior Mussolini. La cecità e il silenzio della politica nazionale (e internazionale) s’accompagnano all’ambiguità con cui le stesse strutture della Chiesa ortodossa non hanno con nessun pope sollevato il problema, visto che certi militanti nazisti si considerano uomini di fede. Il pessimismo e il vuoto di valori conducono un crescente numero di giovani a guardare con simpatia a soluzioni di forza che cercano facili capri espiatori ed esaltare lo spirito di corpo come negli scontri fra gang o tifoserie da stadio. Vedono cittadini stritolati dalla carenza di euro ad aderire a campagne populiste per evadere il pedaggio autostradale, trovano decine di migliaia di persone, non certo solo i senza tetto ma l’infinità di disoccupati cresciuti a dismisura un mese via l’altro, a seguirli nella distribuzione di cibo “solo per i greci”. Niente di nuovo, violenze e demagogie trite ma sempre utilizzate da chi vuole usare il popolo e non emanciparlo. Avere la coscienza per comprenderlo non è automatico quando i bisogni picchiano in pancia prima che in testa. Per questo l’antidoto è necessario, al più presto.

martedì 17 settembre 2013

Parigi-Cairo, baci rubati


Il bacio cairota che ripercorre a un sessantennio di distanza quello, non importa se spontaneo o in posa, reso celebre dall’artistico click di Doisneau all’Hotel de Ville è una testimonianza dell’approccio immacolato e sensuale degli innamorati. I ragazzi egiziani si fidano dell’enclave che il contatto delle labbra crea attorno a loro, s’immergono nella nuvola dell’estasi e ci spariscono dentro, salutando il mondo degli sguardi, della fretta, degli occhi curiosi e indagatori o peggio censori per ragioni di buon costume e religione. Qualsiasi essa sia, con l’aggravio nel caso di fede esasperata dal fondamentalismo. L’approccio è etereo ed eterno, prescinde dalla fase politica che può condurre qualche commentatore a sottolineare una maggiore libertà ora che il governo della Fratellanza è stato scalzato dagli eventi.
Due anni or sono incrociavo una simile effusione senza immortalarla, lasciandola al sentimento privato dei giovani. L’obiettivo si posava sul colloquiare fitto, sul corteggiamento gentile, le tenerezze e carezze. Succedeva davanti al Museo del Cairo, dove Samira Ibrahim fu abusata e umiliata. Accadeva a due passi da Tahrir che nei giorni precedenti s’era di nuovo tinta di sangue, registrando la terribile scena dell’attivista spogliata e umiliata dagli uomini in nero. I due ragazzi vivevano quei momenti, forse partecipavano al sogno di cambiamento e se non lo facevano qualcuno lottava per loro. Per permettergli di baciarsi in pubblico con l’hijab o senza e sotto qualsiasi governo. Perché quel gesto, come sa ogni persona che ama, è antico e sacro e va preservato.


lunedì 16 settembre 2013

Iran-Stati Uniti, un ayatollah per amico


Sono state lettere ufficiali, non “cinguettii”, che pure il presidente iraniano Rohani utilizza, a introdurre un ‘piano C’ nella crisi siriana che riguarda i rapporti fra Washington e Teheran. Un contatto storico dopo il blocco di decenni acuito anche dalla gestione del pasdaran Ahmadinejad. Un approccio che affianca il pragmatico ‘piano B’ con cui Kerry e Lavrov hanno deciso che su Damasco non cadranno i Tomahawk. Per ora. Scelta che non piace ai duri della politica statunitense come McCain, pronti ad aiutare Obama nel suo braccio di ferro bellicista, e a detta degli analisti dei maggiori quotidiani d’Oltreoceano si logorerà. Perché sul fronte dell’arsenale chimico di Asad gli ispettori non potranno verificare ciò che vorrebbero.

La notizia nella notizia è comunque l’apertura di un canale diplomatico di vertice, nelle persone dei rispettivi presidenti, fra Stati Uniti e Iran giunti quasi allo scontro aperto nei momenti più duri dell’embargo. Sanzione esasperata dallo stesso Obama quale estrema ritorsione a un progetto nucleare anche in quel caso inverificabile e contestato da taluni tecnici dell’Aiea. Lo spettro dell’arma atomica, sempre negata dal Paese degli ayatollah, e sospettata da Cia, MI6 e Mossad, per i geo strateghi è un tutt’uno col teorema egemonico regionale lanciato sin dai tempi della Rivoluzione khomeinista e rivivificato dalle velleità politiche delle comunità sciite su Libano e Iraq. La Siria, costruita sul potere alawita cui appartiene il clan degli Asad, cementa tale disegno.
Tanto che nel tentativo di ‘cambio regime’ perseguito dopo la reazione alle proteste popolari del marzo 2011 l’attacco all’Iran rientrava non solo nei desideri dei falchi di Tel Aviv, ostili più alla leadership di Teheran che a quella di Damasco, ma nell’agguerrita componente neocon statunitense. E fra il vociferare del ‘regime change’ provato col sostegno all’Onda verde del 2009 e i successivi attentati agli ingegneri iraniani impegnati nel progetto nucleare le tensioni erano cresciute a dismisura. La rude fazione del ‘partito combattente’, a lungo sostenitrice di Ahmadinejad, esaltava levate di scudi muscolari come le operazioni navali nello stretto di Hormuz che avevano messo in fibrillazione la Quinta Flotta.
Anche per la ventilata spedizione punitiva in Siria osservatori internazionali parlano dei due tempi: colpire Asad per indebolire Teheran e il suo Risiko delle alleanze locali in attesa della guerra all’Iran. Eppure fantasiosi o ben informati analisti strategici avevano di recente ventilato l’ipotesi d’un cambio di rotta a 180° da parte dell’amministrazione a guida Democratica, pronta a far indossare la maschera aggressiva all’ex pacifista Kerry, per smarcarsi con approcci diplomatici verso il fulcro dell’Asse del Male. E il disponibile Rohani si presta ai dialoghi scritti e parlati non solo per una consolidata frequentazione dell’Occidente.
Il partito del neo presidente, e la stessa Guida Suprema, si pongono due obiettivi vitali: rilanciare l’economia e controbattere il tentativo di Jihad con cui il fondamentalismo qaedista gioca la sua partita nel Piccolo e Grande Medio Oriente. Per procedere sulle due strade indispensabili a contenere malumori interni e compattare lo spirito sciita e laico, è necessario rompere l’isolamento in cui la nazione è caduta con l’abbandono della gestione riformista di Khatami. Un’esperienza densa di contraddizioni, rimasta però nella mente di quei padri che hanno oggi figli ventenni. E discutono coi loro sogni. Un Iran legato a intenti egemonici che non tramontano ma egualmente orientato a strategie diversificate, è il nemico-amico con cui la Casa Bianca inizia a chattare.

giovedì 12 settembre 2013

Quirico, la Siria e mestiere di scrivere


Quale sia stato il motivo che ha messo nelle mani di maldestri ma comunque pericolosi sequestratori Domenico Quirico e il suo compagno di sventure Piccinin l’ha rivelato lo stesso inviato de La Stampa a dramma felicemente concluso: l’avidità. Legata al possibile riscatto che si può ricavare dall’impossessarsi di persone, giornalisti o altri, nel turbinio di violenza bellica e non che da due anni imperversa in Siria. Chi sequestrava i due, e prima di loro quattro free lance la cui disavventura è stata più breve seppure non meno angosciosa, probabilmente anche chi tiene relegato padre Dall’Oglio non sono combattenti anti Asad e neppure fanatici jihadisti bensì malavitosi. Costoro dal caos e dalla contrapposizione geostrategica che vuol fare della Siria il trampolino di un rivisitato Medio Oriente puntano a ricavare vantaggi personali rubando vite ed estorcendo denaro per riaverle. Non è la prima volta e forse purtroppo non sarà l’ultima.

Cosa conduceva Quirico su un terreno pericolosissimo come l’attuale  Siria è ragione ben nota a chi pratica e ama il meraviglioso e maledetto mestiere giornalistico: la deontologia. Quirico, e tanti come lui, voleva come ha detto “raccontare la Rivoluzione”. Per farlo non si può stare in redazione o comunque non solo. Lui aveva iniziato parecchi mesi prima, quando la ribellione di una parte della comunità sunnita all’emarginazione subìta dal clanismo di Asad aveva il volto dei moti di strada, pur repressi ma non guerra civile, né guerra sporca. In due anni quello scontro è diventato altro. Accanto alla violenza cieca praticata contro inermi di cui il massacro chimico è solo l’ultimo (speriamo definitivo) scempio, si è inserita la lotta fra bande, come precedenti scenari dei decenni passati hanno già mostrato. Quirico voleva esser lì, per vedere, saggiare cercar di comprendere ciò che accadeva perché non si può raccontare il dolore e l’orrore senza farseli passare accanto. Sceglieva il metodo più onesto, e rischioso, ben lontano dagli hotel sicuri in cui farsi riferire. Sceglieva, come fa un gran numero di seri cronisti conosciuti e meno, di affidarsi a chi ti conduce in certi luoghi e ti offre una visione delle cose.

Una visione inesorabilmente parziale, perché nella conseguente battaglia di parte e propaganda assunta dal conflitto siriano chi s’accompagna alle truppe lealiste è testimone delle violenze di oppositori laici o jihadisti e sicuramente di mercenari e miliziani di varie Intelligence che lì combattono contro il regime. Mentre sul fronte opposto c’è l’esatto contrario. Ciò non significa che non si possa narrare eventi certi, ma allo stesso inviato può mancare, per condizioni oggettive non per scelta preconcetta, l’opportunità di avere un quadro completo. Un reportage può comunque risultare anche un patchwork che gradualmente ricuce le situazioni osservate, però bisogna avere l’umiltà di riconoscere che ciò di cui si dà conto è una parte di realtà. All’opposto c’è la superficialità o la cattiva coscienza mostrate anche da firme illustri che s’incaponivano nel ritenere il proprio resoconto veritiero, storico, assoluto. L’esempio diventato aneddoto è quello di Montanelli, per decenni ostinato negazionista dei ‘gas di Mussolini’ in virtù del fatto che lui sul posto non li aveva visti. Lui, non Graziani e gli etiopi.

Una schiera meno garantita di reporter vive poi un’ulteriore difficoltà. Meno garantita non sul fronte dei pericoli incrociati in talune circostanze che quando giungono investono tutti, da Quirico dietro cui c’è una solida testata ai quattro free lance egualmente sequestrati in Siria. I giornalisti che non hanno alle spalle un editore forte, situazione diffusissima per la crudele crisi generale e di settore, si trovano davanti a cogenti problemi. Il budget a disposizione nelle trasferte è personale, non solo va anticipato ma spesso non viene reintegrato, questo limita sensibilmente la possibilità e la varietà di iniziative lì dove una guida, un interlocutore hanno un costo. Il mestiere non si blocca di fronte a questi ostacoli, però deve farci i conti. Aggirare il mainstream informativo conduce in certi casi nelle strettoie di percorsi praticabili a senso unico perché l’accoglienza dell’interlocutore è interessata alla propria verità. E questa oltre a non essere assoluta, a volte interdice la continuazione di cronaca in loco perché è impossibile camminare su entrambi i lati del fronte anche a fasi alterne. Così sequestrato non è il giornalista ma il giornalismo che, pur non essendo mai neutrale e magari mostrandosi gramscianamente partigiano, può almeno essere onesto. E l’onestà e la verità spesso infastidiscono. 

sabato 7 settembre 2013

Siria, l’attacco e le sue variabili


A metà fra congetture e rumors trapelati dagli ambienti diplomatici alcuni osservatori internazionali sostengono che fuori dalla facciata del G20 lo staff di Obama stia provando a prendere “il toro per le corna”. Un toro, che ben oltre questione Asad, è incarnato dall’Iran che del raìs di Siria è il protettore secondo il consolidato meccanismo delle alleanze funzionali all’egemonia nella regione. Il contatto diplomatico americano passa anche per interposte figure, alcune teoricamente super partes come il sottosegretario generale agli affari politici delle Nazioni unite Jeffrey Feltman recente visitatore a Teheran del ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif.

Iran, vero nemico o prossimo alleato? – Ovviamente non ci sono comunicati ufficiali, ma quel che si prospetta sul da farsi o su quanto si potrebbe fare vede l’Iran oscillare dal ruolo di vero obiettivo da colpire in un intervento di lungo corso, come vorrebbe e come spera l’establishment israeliano, a quello di alleato con cui sottoscrivere accordi tattici. Da nazione molto più pragmatica di quanto la facciano apparire parecchie operazioni mediatiche il Paese degli ayatollah accetterebbe. Per come s’è spinta in avanti la minaccia dell’intervento punitivo Obama potrebbe comunque ordinare il lancio di Tomahawk sul suolo siriano anche dopo un voto contrario del Congresso. Il “beau geste” lo mostrerebbe finalmente decisionista, laverebbe la coscienza a lui e tanti interventisti “umanitari” senza preoccuparsi di far cadere Asad. E tutto ciò sarebbe tollerato dal nuovo corso di Rohani. Secondo ulteriori pareri l’attuale real politik si spingerebbe ben oltre, coivolgendo la stessa nazione iraniana in cambio d’un ravvedimento dell’intransigenza Usa sulla scalata nucleare di Teheran.

Jihadisti, nemici comuni – Un nemico comune nell’area mediorientale, rafforzato dalla caduta di alcuni governi arabi (la Tunisia e l’Egitto dei raìs) è l’Islam jihadista. Esso trae vantaggio anche dall’indebolimento della componente moderata e istituzionale come la Fratellanza egiziana, sottoposta al conflitto con militari e laici e da certo salafismo estremista (Ansar Al-Shar’ia). Jihadisti e qaedisti sono finanziati e sostenuti dalle petromonarchie alleate degli States che sanno di giocare col fuoco nei confronti di questo soggetto politico che persegue una propria strategia, come testimonia la storia di Osama Bin Laden. Un Medio Oriente che riavvampa dal Libano, ai Territori Occupati, naturalmente Siria e Iraq già in ampio subbuglio fino a Kabul, dove Washington a stento tollera di conservare al suo posto Karzai “talebano”, sarebbe ben visto da un Iran sottoposto a embargo economico e isolamento politico internazionale. Non perché gli ayatollah siano guerrafondai, ma perché il loro realismo prende in esame anche un rimescolamento dei rapporti di forza, violento o minacciato.

Chi combatte chi – Ne scaturirebbe un conflitto articolato anche via terra, in cui Pasdaran e i sodali Hezbollah combatterebbero contro i qaedisti  liberando le truppe Usa, ipoteticamente alleate tattiche dell’Iran, dall’incubo dello scontro al suolo sperimento con l’invasione irachena.   Una guerra vinta nell’intervento lampo e angosciosamente perduta nel periodo di successiva resistenza diffusa. Del passato si ha traccia concreta, sul futuro aleggiano ipotesi varie compreso il presupposto di assoluta fluidità delle stesse di cui i vertici iraniani tengono conto in assenza di certezze. Le uniche convinzioni che hanno le amministrazioni di Teheran e Washington è che gli ultimi conflitti hanno incrementato rispettivamente coesione e sfaldamento fra popolo e leadership. E non è cosa da poco nel panorama geostrategico.

mercoledì 4 settembre 2013

G20, la solitudine del numero uno

Padrone dimezzato - Nessuno dei capi delle potenze economiche mondiali presenti alla due giorni di San Pietroburgo vorrebbe trovarsi nei panni di Barack Obama, il padrone del mondo che stenta a essere padrone di se stesso e delle sue decisioni. Le ultime, riguardanti la spedizione punitiva in Siria nei confronti di Asad, le ha rimesse nella mani del Congresso con un gesto più caritatevole (verso di sé) che di profonda democrazia. Anche perché nella sua storia recente e passata, la più grande democrazia del pianeta, ha un’infinità di scelte unilaterali che voltano le spalle a qualsivoglia decisione condivisa. Invece il premio Nobel per la pace trova nei falchi oppositori alla sua amministrazione il consenso al passo bellico in Medio Oriente. Non è detto che la spunterà perché il malumore verso la guerra serpeggia nel Congresso e in un Paese che sembra risollevare il suo status economico ma teme altri buchi neri di spese com’è accaduto in Iraq e Afghanistan. Per salvare, almeno in apparenza, la faccia Obama cercherà l’irricercabile: un assenso di Putin al suo gesto “umanitario” di scudisciare Asad per le probabili, seppure non accertate, bombe chimiche sui bambini. Assenso fantascientifico per quello che sulla crisi siriana la Russia ha sostenuto, anche per salvaguardare i suoi interessi, da trenta mesi a questa parte. 

Solitudine di una potenza - E’ un Obama più che dimezzato il presidente che sarà al cospetto dei forti del mondo. Mostrerà la caparbia solitudine frutto d’una disastrosa strategia geopolitica suggellata non solo dai diktat sui superamenti di “linee rosse” ma la sequela d’incertezze e oscillazioni sulle vicende regionali (Egitto su tutte) che compromettono i positivi sganciamenti dalle paludi irachena e afghana. Paludi di conflitti, persi in entrambi i casi, ma non di dopoguerra che si prospettano ancora più caotici e ingarbugliati del panorama su cui operò la bushana “guerra al terrore”. Se non avesse lanciato o avallato altri aut aut, Obama potrebbe dialogare col nuovo corso di Teheran che ha nel diplomatico Rohani un interlocutore meno focoso del pasdaran Ahmadinejad. Ma verso il gigante regionale iraniano l’attuale amministrazione conserva embargo e preconcetti sull’establishment degli ayatollah, rafforzati dai consigli dell’alleato principe (assieme a Israele): la dinastìa Saud. Essa aggiunge al confronto economico-energetico e militante contro l’Iran (fomentando le milizie qaediste contro gli Hezbollah) anche quello confessionale e ormai contrappone un’internazionale sunnita all’espansione sciita in Medio Oriente. 

Economia fra speranze e nuovi timori - Per lo schiaffo a Damasco nella vecchia Europa della Nato il presidente Usa trova sostegno solo in Hollande, visto i problemi registrati da Cameron e il diniego già esplicitato dalla Germania, la cui Cancelliera Merkel, già immersa nella bagarre elettorale, s’è peritata di ribadire il no tedesco alle bombe punitive esprimendo la speranza di trovare domani “una posizione comune da parte della Comunità internazionale”. L’economia, questione centrale d’ogni assise mondiale, centrerà l’attenzione sugli ultimi suggerimenti di Fmi e Ocse di contenere i tassi d’interesse per dare fiato ad alcune iniziative di rilancio occupazionale. Mentre Europa e Usa sperano in una ripresa, colossi in crescita come l’India devono far fronte ad attacchi subìti dalla rupia che da alcuni mesi perde pesantemente terreno contro le valute forti e fa fuggire capitali dagli investimenti interni. Il fenomeno preoccupa lealtre neo potenze, Brasile e Sudafrica, che sotto il rispolverato acronimo Brics s’incontreranno dopo il G20 per analizzare prospettive future delle proprie economie. Investimenti, sviluppo, crescita globale, occupazione è il poker lanciato nell’incontro mondiale ma c’è da giurare che tante parole saranno dedicate a un unico sostantivo: bombardamento. Si dice per fini di pace.


lunedì 2 settembre 2013

Costituzione egiziana, così simile così diversa


Il deposto presidente egiziano Mohamed Mursi e altri quattordici figure di spicco della Fratellanza Musulmana (fra cui El-Erian, El-Beltagy, Ghoneim, Abdel-Ati, Abdel-Raouf e le giovani leve El-Mogheir ed Ezz) sono accusati e verranno processati per incitamento alla violenza in relazione ai sanguinosi scontri che seguirono le clamorose proteste dei primi di dicembre 2012 davanti al palazzo presidenziale di Al-Itthadiya. Le imputazioni sono comuni, le forme attuative variano per i ruoli che ciascuno ricopriva nell’amministrazione statale, di partito e religiosa. All’ex presidente viene contestato l’ordine repressivo, con ogni mezzo anche facendo uso delle armi da fuoco, impartito alla guardia nazionale per rimuovere i sit-in  nell’area circostante la sua residenza circondata per giorni dagli oppositori. In quella circostanza  le forze dell’ordine si rifiutarono di aprire il fuoco sui manifestanti. Altri membri della Brotherhood incitarono alla violenza usando media oppure le prediche in moschea. Così sostiene la Corte criminale, lanciando una denuncia gravissima, degna del massimo della pena (alto tradimento) di cui si sarebbe macchiato l’ex presidente. La stessa per la quale era processato Mubarak. 

E’ la vendetta dell’Egitto anti Fratellanza contro il vertice della Fratellanza che vede 1.800 fra responsabili e militanti intermedi incarcerati dallo scorso luglio, comprese figure simbolo quali la Guida Suprema Mohamed Badie recentemente infartuato nella prigione di Torah dov’è rinchiuso anche il presidente dismesso e altri pezzi da novanta della Confraternita. Non più Hosni Mubarak, riabilitato nelle strade prima che da certa magistratura amica. Si tratta del nuovo-vecchio volto assunto dalla terza primavera, quella dell’anno in corso, che lascia per via molti dei presupposti e delle speranze lanciati nel gennaio 2011. Ovviamente il quadro socio-politico ed economico del grande paese arabo è complesso, ne abbiamo parlato a lungo evidenziando contraddizioni e limiti della breve parentesi della gestione islamica del potere, ma questo prosieguo di “rivoluzione” che sa di reazione e scontenta anche tanti ribelli della prima primavera, non i Tamarod che ora inneggiano anche loro all’uomo forte Al-Sisi, introduce un paradossale rovesciamento di ruoli. La dolente questione della Carta Costituzionale continua a essere “il filo rosso” d’un incredibile gioco delle parti. 

I 50 saggi che devono apportare le modifiche “antislamiche” alla Costituzione stanno iniziando le sedute del proprio lavoro. Vista l’aria che tira e per i motivi su esposti, fra costoro non dovrebbero esserci, costituzionalisti vicini alla Confraternita. I saggi casserano e riscriveranno commi sgraditi agli orientamenti d’appartenenza che vanno dalla laicità di varia coloritura politica, a credenze religiose copte e islamiche non cofessionali o confessionalissime (il ruolo dei salafiti nei nuovi lavori della Costituente è tutto da scoprire). Insomma la ricostituita Costituzione del popolo egiziano sarà discussa e vedrà luce con l’assenza di una componente non indifferente che ha rapporti di rappresentanza con una parte del popolo. Sarà una Costituzione per tutti ma non scritta da tutti. Proprio come accadeva nell’autunno scorso, quando nella Seconda Assemblea Costituente che accelerò il passo per consentirte il contestatissimo decreto presidenziale attuativo, mancavano i laici riuniti poi nel Fronte di Salvezza Nazionale e alla fine anche i copti. Mancavano, però, per loro scelta. Non perché fossero esclusi, perseguitati e incarcerati come sta accadendo ai membri della Fratellanza. Gli attuali padroni della politica egiziana hanno scelto per mesi di non confrontarsi e non dialogare con glu uomini di Mursi dopo l’elezione di quest’ultimo alla presidenza. Quasi fossero seguaci di Shafiq più che di Sabbahi. 

Come ogni gioco delle parti che si rispetta sembra - lo vedremo a conclusione della correzione - che il “famigerato” comma 2, che fa riferimento alle radici islamiche della nazione, non verrà cancellato. Come non lo era stato dall’Assemblea Costituente “gestione Fratellanza”. E sì, perché quell’articolo veniva ereditato dalla Costizione del 1971 che nessun egiziano laico per oltre quarant’anni s’era sognato di contestare. Qualcosa che pare un po’ diverso dalla temuta Sha’ria.