lunedì 15 gennaio 2018

La Tunisia dei ‘benalisti’


In lingua coloniale, il francese che nel Maghreb è parlato come l’arabo, son definiti “Ercidisti”. Da RCD, Rassemblement Costitutionel Démocratique, il vecchio partito di Abidine Ben Ali. Il patrigno della Tunisia che, con l’aiuto dell’altra sponda del Mediterraneo, sotterrò politicamente Bourguiba, elevando se stesso al potere. L’altra sponda eravamo noi, l’Italia craxiana e andreottiana attiva, nel 1987, a predisporre quello che fu definito il ‘golpe morbido’. Il colpo doveva garantire una svolta democratica (si perdoni la contraddizione in termini) in una Tunisia che rischiava di diventare terreno di coltura per l’Islam politico. In realtà a Roma interessavano gli affari petroliferi dell’Eni, quelli d’industrie tessili, e non solo, che delocalizzavano avvantaggiandosi di manodopera a prezzi stracciati. A essere garantito non fu lo sviluppo della nazione e della sua popolazione, ma l'interesse del neo presidente tunisino, del cospicuo clan familiare acquisito con la seconda moglie, Leila Trabelsi, con l'aggiunta della casta dei faccendieri personali e di Stato. Tutto ciò era chiaro anche nel ventennio che precedette la grande ribellione popolare del 2011, quando il referente di sponda di Ben Ali, Bettino Craxi, caduto in disgrazia per Tangentopoli, aveva trovato riparo come latitante di lusso nella tenuta personale di Hammamet. Fra il regime affamatore di Ben Ali e l’attuale politica laica che s’oppone agli ingombranti e contraddittori passi compiuti nel 2012 dall’Islam politico, incarnato da Ennahda e dai furori jihadisti, c’è l’immagine di Béji Caïd Essebsi, politico vecchio per mentalità ed età anagrafica (oggi 91 anni, 85 all’epoca della creazione del suo partito liberista Nidaa Tounés).

Un classico esempio di quegli uomini per tutte le stagioni che si son visti nell’Egitto pre golpe Sisi (Suleimann,  ElBaradei) o l’attuale Al Serraj libico. Finti traghettatori che non conducono verso nessuna soluzione, se non quella dettata dai poteri sovranazionali che in Occidente si chiamano Fondo Monetario Internazionale e Nato. Perciò indigna ma non stupisce che la coppia Ben Ali-Trabelsi, vissuta per ventitre anni ad arricchirsi in casa propria, sia dal 2011 a Gedda, a godersi i beni sottratti alla nazione, al riparo da ogni sentenza per corruzione e frode, appropriazione di capitali, addirittura detenzione di reperti archeologici. Tutti reati addebitatigli. Al seguito dei genitori ci sono i figli Halima e Mohamed; mentre Nersrine Ben Ali e il marito affarista Sakher El Materi, entrambi condannati in contumacia per frode, corruzione, acquisto illecito di terreni, sono riparati prima in Qatar quindi alle Seychelles. In Canada è finito il capo della famiglia Trabelsi, Belhassen, fratello di Leila. Moglie e figli hanno ottenuto lo status di rifugiati, perché considerati soggetti vulnerabili, lui no. Solo ultimamente i parenti hanno avuto un blocco dei propri fondi finanziari, probabilmente a seguito di un intervento del governo tunisino che si presentava come parte lesa. Per quello che s’intravede nel panorama politico attuale non è detto che il governo continuerà a sostenerlo. Ma non sono questi citati gli unici seguaci del dittatore. Uno degli aspetti denunciati dall’opposizione, oltre ai rincari generalizzati che infiammano da dieci giorni le strade del Paese, è la presenza di numerosi politici “benalisti” riciclati da e con Essebsi. Il premier Chahed che, nello scorso settembre, assumendo l’incarico annunciava un intervento per combattere terrorismo e corruzione, e incrementare crescita economica ed eguaglianza sociale, non solo ha stentato nell’avviare il programma.

Chahed su pressione del presidente ha affidato ministeri chiave (difesa, esteri, finanze, educazione) a personaggi screditati per la passata vicinanza alla gestione di Ben Ali. Ora che la crisi brucia sulla pelle degli strati più disagiati, ma disagiata è anche la metà della popolazione giovanile di ogni ceto che non trova lavoro, quest’apertura delle Istituzioni ai volponi della politica urta ancor più il sentimento dell’attivismo più cosciente. Il tema era già stato affrontato mesi addietro dai minoritari gruppi di sinistra, eppure numerosi analisti gettavano acqua sul fuoco sostenendo che diversi dei nomi contestati erano ‘tecnici’ più che ‘politici benalisti’, e venivano scelti perché, dal momento delle grandi contestazioni in poi non era sorta una nuova classe dirigente competente, che peraltro non si forma in un quinquennio. Però, d’altro canto, proprio situazioni come l’attuale non permettono, o volutamente non sono intenzionate, a svezzare figure competenti che possano comunque essere messe nelle condizioni di  predisporre un’alternativa di salvaguardia della nazione e della sua gente. Secondo altri politologi, invece, l’essenza conservatrice di Ennahda e la finta svolta democratica di Nidaa Tounés mirano allo stesso obiettivo: evitare ogni rinnovamento. Come appare anche dall’attacco a “Verità e giustizia”, un’iniziativa istituita per verificare la violazione di diritti umani e crimini economici commessi fra il 1955 e il 2013. Essebsi sta cercando di eliminare da “Verità e giustizia” il reato di corruzione. E non sembra un caso.

giovedì 11 gennaio 2018

Tunisia 2018: rabbia sedimentata


In strada, urlando, magari non in tanti come ai tempi di Ben Ali, ma l’ondata di proteste monta. Per ora trecento arresti e un morto e può accadere il peggio. Nella periferia meridionale di Tunisi oppure nella turistica Djerba, ai margini dell’anniversario - il settimo - dall’esplosione di quella rivolta che fece da apripista per le primavere arabe, presto sfiorite, calpestate, trasformate in altro. Sono migliaia, giovani e meno, studentesse e padri di famiglia visto che le contraddizioni restano tutte. Perché in questi anni le mutazioni governative, istituzionali e costituzionali, in Tunisia come in Egitto, non hanno mutato la sostanza. Carovita, disoccupazione, in molte aree anche miseria, restano lo spettro con cui si misurano tutti: cittadini scontenti e ustionati da una realtà che appare immutabile e politici incapaci di fornire sostanza alle molteplici formule di conduzione amministrativa. Oggi in Tunisia governa una coalizione di liberali della formazione Nidaa Tounes, primo partito alle elezioni del 2014, e degli islamisti di Ennahda, meno oltranzisti d’un tempo, più aperti e possibilisti tanto da aver accettato la collaborazione. Però la voce del popolo nelle strade, nei suq, nelle periferie e quella educata allo studio nelle università mostra lo scontento antico di quando i finti progressisti del clan Ben Ali-Trabelsi, accaparravano per sé, affamando la gente, complici i governi italiani e francesi che finanziavano la metà del Pil del Paese.

Fuggendo a Riyad, senza che la comunità internazionale li perseguisse su nulla, si portarono dietro una cinquantina di milioni di dollari, solo in lingotti d’oro. Eppure la nazione s’è ritrovata altri patrigni, immersi in una lotta per il potere che ha visto scontro aperto fra l’ala islamista del pur filosoficamente pacifico Gannouchi ed epigoni del presidente Bourguiba. Uno di questi Baji Caid Essebsi ha creato quel partito (Nidaa Tounes) che alle elezioni del 2014 ha ottenuto il 37% dei consensi, contro il 27% di Ennahda. Con l’opposizione di sinistra del Fronte Popolare ridotta a poco più del 3%. Questo prima della caduta di consensi, dovuta anche al clima di paura creato dallo scontro armato che nel febbraio 2013 aveva condotto all’assassinio dell’esponente di spicco Chokri Belaid, aveva col suo leader cercato di contrastare la popolarità islamista formando quel raggruppamento laico-progressista antagonista al governo confessionale di Ennahda. Nel 2013 oltre a Belaid, un altro rappresentante laico e deputato del Movimento del Popolo, Brahmi, veniva assassinato a colpi di pistola. Era l’Islam jihadista che cercava di destabilizzare la linea moderata di Gannouchi per offrire sponda alla creatura fondamentalista materializzatasi nell’Isis e nel progetto di Al Baghdadi.

Il Paese maghrebino, che risulta assieme al Marocco uno dei maggiori fornitori di combattenti stranieri alle azioni imbastite dal Daesh in Europa e altrove, ha subìto pure le scosse stragiste al museo del Bardo e a un resort di Sousse, rispettivamente nel marzo e giugno 2015, decine le  vittime fra cui turisti italiani. Si è fortemente concentrato sulla questione sicurezza, investendo denaro per rafforzare forze dell’ordine ed esercito, tralasciando politiche sociali e investimenti. Il settore industriale della costa, già da anni contratto per carenza di capitali esteri e quello del turismo, in crisi per le menzionate ragioni di sicurezza, sono rimasti in bilico. Nell’anno appena concluso quest’ultime stime sono in ripresa, ma non bastano a risollevare una disoccupazione attestata al 18% nazionale e al 30% per i giovani. Ora riaumentano i generi alimentari, non il pane com’era nel 2010, ma quelli che solo una società arcaica può considerare prodotti superflui: caffè, thè, frutta e aumentano benzina e gasolio, che fanno da traino a ogni sorta di rincaro. La gente non ce la fa: urla, protesta, brucia copertoni, scene già viste, sono le soluzioni che mancano. L’Occidente dal colonialismo di ritorno, fautore di servizi che, con le sue multinazionali, si riprende il doppio e il triplo di ciò che offre, per ora lesina finanziamenti e fa latitare investimenti. Ci pensa il Fondo monetario internazionale ad avanzare aiuti (2.8 miliardi di dollari), chiedendo in cambio una riforma con rincari che strangolano le vite. I risultati si vedono tutti.

Regeni, il mistero alla luce del sole


Questione giudiziaria - Diventata questione meramente giudiziaria, ovviamente lo è vista la cruenta e crudele morte cui è stato sottoposto Giulio Regeni, l’accidentato cammino della verità tutta politica sulla sua morte trova un’ennesima tappa d’indagine: la tutor omertosa. Egiziana trapianta a Cambridge, la professoressa, Maha Abdel Rahman ha dopo circa due anni di dinieghi (il ricercatore assassinato fu rapito il 25 gennaio 2016) ha deciso di rispondere al pubblico ministero italiano Colaiocco che s’è recato in Inghilterra a interrogarla. Rispondere per modo di dire. Lei non si è più negata, ma ha messo in fila la classica serie di “non ricordo” e vaghezze varie, tipiche di testimoni che evitano di collaborare con gli organi preposti alle indagini. Cosicché le sono stati sequestrati computer e ogni altro possibile contenitore di dati sensibili presenti nella stanza che la ospita nella prestigiosa università dove insegna. In quegli apparati elettronici lo staff di esperti informatici che collabora con Colaiocco cercherà tracce sul tema attinente alla ricerca del dottorato: i sindacati autonomi egiziani. Argomento che la prof nega di aver mai assegnato a Regeni, e che la di lui madre Paola sostiene, invece, sia stato commissionato dall’Università. Glielo aveva rivelato in una telefonata il figlio stesso.
Servizi segreti - Che quella ricerca, accademica, fosse attenzionata dai servizi segreti egiziani sembra un’esagerazione. Potrebbe esserlo meno se, come tempo addietro qualcuno ipotizzò, la documentazione poteva venire utilizzata dall’Intelligence britannica, per quei rapporti che la stessa crea con centri di studio compiacenti. Cosa che fa saltare i gangheri a quei  docenti di tutto il mondo, che appunto presiedono studi, siano essi sociali e geopolitici, ma non fanno le spie. Tesi, altresì, confutata con sdegno dai familiari del giovane assassinato che ricordano come l’etica del figlio, rivolta esclusivamente allo studio, non sfiorasse neppure l’idea di acconsentire a un uso diverso degli studi medesimi. Purtroppo le Intelligence di tutto il mondo, e d’ogni epoca, non hanno scrupoli, e Regeni si sarebbe potuto trovare, a sua totale insaputa, dentro un ingranaggio di quel tipo. Ma quel punto avrebbe senso stanare non solo l’omertosa professoressa Abdel Raham, ma l’omertosa Cambridge che si presta al triangolo fornendo materiale ai propri 007. Però, per uscire da quella che finisce d’apparire una trama di Ian Fleming, dovrebbe essere ripresa l’altra via, che non compete agli inquirenti, bensì ai latitanti politici nostrani. Diciamo ripresa per moto ideale, perché volevamo fosse percorsa dal tragico 3 febbraio 2016, quando il corpo dello studioso friulano fu ritrovato straziato, violato, sfruttato lungo una delle caotiche arterie di scorrimento che circondano Il Cairo.
Questione politica - L’allora premier Renzi e il successore e collega di partito Gentiloni, che all’epoca del misfatto ricopriva l’incarico al dicastero degli Esteri, fecero solo la manfrina di ritirare l’ambasciatore italiano in Egitto. Dopo Massari che rientrò a Roma, nel Ferragosto 2017 Giampaolo Cantini andò a rioccupare la sede italiana al Cairo, un segnale distensivo verso un Paese che su quell’omicidio aveva evitato ogni collaborazione; e mostrava oltre le contraddizioni di diversi apparati repressivi, un pervicace impegno di depistaggio offrendo due, tre, cinque versioni di fatti, moventi, tutti a carico della vittima o inventando mendaci fatalità. S’è detto che la riapertura dei rapporti fra i due Paesi serviva alle reciproche economie, assai legate negli affari. Serviva pure una ricollaborazione sul versante “sicurezza”, sia quello imposto dalla geopolitica statunitense che influenza Roma come influenza Il Cairo, sia l’angoscioso tema immigrazione che, pur vedendo nel mar libico il centro del flusso degli sbarchi, trova nella cooperazione a 360° del generale Al Sisi un attore non secondario. La real politik chiede di non ostacolare al Sisi e di tenerselo buono per varie ragioni: lotta all’Isis, rapporti con Israele, coalizione conservatrice filoccidentale che riunisce lui, il generale Haftar, le petromonarchie. Ma è Al Sisi, il suo apparato repressivo basato sulla paranoia e il consenso estirpato con la paura, che dovrebbero rispondere dell’omicidio di Giulio Regeni. E non accade.  

martedì 9 gennaio 2018

Rohani: compresione generazionale


Non si può forzare lo stile di vita delle attuali e future generazioni” ha affermato un compassato e comprensivo Hassan Rohani, tornando a parlare delle proteste che hanno scosso per alcuni giorni l’Iran e che sembrano placate o sedate da repressione e arresti (venti morti e un migliaio di reclusioni). Il presidente ha lanciato una riflessione reale: la via che la sua generazione ha tracciato può star stretta agli attuali ventenni e trentenni. E’ il sentimento che si può facilmente raccogliere in una larga fetta della gioventù urbana e magari anche rurale del Paese. “Libertà e vita sono acquistabili col solo denaro? Questo sembra un insulto per la gente” ha anche rilanciato l’ayatollah moderato, ventre molle d’un sistema clericale che in questa delicata fase appare aderire totalmente all’inattaccabile posizione della Guida Suprema: i governi nemici dell’Iran (statunitense, saudita, sionista) hanno ordito un complotto destabilizzante, usando propri agenti e orientando le proteste contro la nazione. Però, se si ascoltano le voci di amici e parenti di alcuni dei giovani fermati dalle forze antisommossa davanti all’Università di Teheran, accanto a chi affermava di passare lì per caso, magari negando l’evidenza per non cadere nell’accusa di moharebeh (senza Dio) punita con la pena di morte, la questione dell’identità soggettiva e generazionale di fronte a una classe politica che non ascolta c’è tutta. E bisogna capire se Rohani stia riproponendo un sincero dialogo con quell’elettorato giovanile che, deluso, l’ha apertamente accusato nelle strade o se la sua sia pantomima di regime, perché l’uomo si mostra sì diplomatico e aperto, ma interpreta pur sempre quel compromesso pragmatico fra il khomeinismo reicarnato in Khamenei e pragmatismo clerical-affaristico di Rafsanjani. Che in queste settimane nel Paese si stia giocando una partita di potere, è apparso chiaro coi “domiciliari” non ufficializzati, ma neppure smentiti di Ahmadinejad. Il laico che lo stesso secondo mandato Rohani vorrebbe inchiodato per quella corruzione che fa crollare le case sulla testa dei poveri che l’ex basij ha sempre sostenuto di voler difendere.
Provata o meno che sarà quest’accusa, l’altra rivoltagli: aver fomentato disordini nelle province povere, fra quei mostazafan che ancora lo venerano come uno di loro, ha tagliato fuori l’ex presidente da un possibile ritorno politico (non certo istituzionale). Una mossa gestita dal partito dei Pasdaran e l’entourage dell’attuale presidente. Stretti attorno alla Guida Suprema, di cui da mesi si vociferano malattia e morte e che invece continua a mostrarsi presente e attivo. Certo, discorrere di Ahmadinejad nell’Iran del futuro sembra una contraddizione. Eppure nel perenne contrasto fra tradizione e innovazione, chi raggiunge ruoli di prestigio non scompare definitivamente, sia sul versante riformista, pensiamo a Khatami, sia in campo conservatore. Per tacere di chi ha trascorso un’esistenza pubblica relazionandosi ai due schieramenti: Rafsanjani. Sulle cui orme - lo è stato detto sin dalle elezioni in cui agitava la chiave del “cambiamento” nel 2013 - si pone Rohani, probabilmente costretto a mediare perfino sulla proposta dell’Alto Consiglio per l’Educazione che vorrebbe tagliare l’esperimento d’insegnare la lingua inglese nelle elementari. Motivo: sventare il pericolo di modelli devianti, magari pensando all’uso comunicativo dei social media. Una proposta che appare un autogol in un Paese altamente scolarizzato che insegue impulsi tecnologici. Un’idea che fa trasparire un passatismo antistorico, visto l’uso globale che quella lingua ha assunto, pur imponendosi al mondo grazie allo strapotere economico e geostrategico degli imperi prima britannico, poi statunitense. Il Rohani che stiamo già osservando, non tace affermazioni simili: “La gente ha posto domande e queste domande dovrebbero essere ascoltate”, ma deve difendersi dalla piazza di Meshaad, aizzata forse dai basij ma sostenuta da quel Raisi su cui nel maggio scorso Rohani l’ha spuntata, che però resta in lizza per i ruoli di presidente o, addirittura, di Guida Suprema. L’ayatollah moderato deve galleggiare in un panorama dove i nemici esterni esistono eccome, mentre gli amici interni, che si sentono traditi da promesse non mantenute e dalle difficoltà oggettive, non gli faranno più da sponda.

domenica 7 gennaio 2018

L’Iran della contestazione a orologeria: Ahmadinejad arrestato


Da giorni il nome Mohammad Ahmadinejad era comparso nelle considerazioni di taluni commentatori quale sobillatore dei moti di fine anno in Iran. Finora non c’era stata una pubblica accusa, alla fine l’hanno arrestato. Sarebbe stato lui, la cerchia di fedelissimi su cui conserva influenze e su cui avrebbe spinto per creare problemi a chi l’accusa di corruzioni passate a “incitare alla rivolta”. Nella non tranquilla vita dell’ex presidente iraniano già si erano inserite le scosse sismiche, intese come scosse telluriche non socio-politiche, che nel novembre scorso avevano colpito aree nord-occidentali del Paese, soprattutto nella zona a maggioranza kurda del Kermanshah. Lì non solo centinaia di vittime, ma decine di migliaia di persone rimaste senza casa in pieno inverno, hanno avuto diretta conferma di come il chiacchieratissimo piano di edilizia popolare gestito all’epoca dell’amministrazione Ahmadinejad producesse i suoi effetti deleteri. Contro gli evidenti sprechi, l’imperizia e la corruzione da tempo si muoveva la macchina giudiziaria che si rapporta alle scelte operate da Rohani. Seppure le motivazioni per una sorta di “vendetta” dell’ex presidente basij contro l’attuale direzione politica del Paese ci potrebbero essere, sorge il sospetto che sia in atto un più articolato triangolo di scontro interno e lo spettro dello scorbutico presidente-militante sia agitato come capro espiatorio di ulteriori realistici contrasti.
La piazza di Mashaad è controllata molto più dall’avversario di Rohani alle ultime elezioni, il chierico conservatore Raisi, lo si è detto e ripetuto: potrebbero essere stati i suoi sostenitori ad aver dato fiato alle prime proteste, che si sono allargate nei giorni seguenti in molti centri medio-piccoli, con echi anche nella capitale e in centri maggiori quali Isfahan e dintorni. La scintilla delle contestazioni è legata al carovita, indicato chiaramente dalla gente scesa in strada, l’inflazione che ha portato all’aumento di generi di prima necessita (finanche pane e uova) e degli stessi carburanti con ricadute su energia elettrica e gas Aumenti dal 30 al 70%). Il responsabile è individuato nel governo, dunque nella gestione di Rohani, tutti accusati dalla piazza (e immaginiamo dagli avversari anche interni) per le carenze economiche che coinvolgono orizzonti più vasti, con cui chi controlla le transazioni internazionali blocca e rallenta i flussi di denaro verso la nazione. Una situazione che ha anche visto soffocare alcune banche facendo piangere micro risparmiatori, imprenditori di piccolo e medio cabotaggio. E’ l’antico e mai dimentico gioco che utilizza la crisi economica per tentare una destabilizzazione politica, visto che può anche insistere sul tema di diritti, libertà individuali, questioni di genere. Attorno a tutto ciò riformisti e conservatori, dalle diverse anime e dai vari turbanti, si confrontano e scontrano. E ora magari s’accordano ergendo a capro espiatorio il logoro Ahmadinejad.
Questi, al di là della propria cerchia esistente ma non corazzata come un tempo, visto ch’era da tempo fuori dalle grazie di Pasdraran e Guida Suprema, si ritrova al centro d’un fuoco incrociato: quello degli ex amici tradizionalisti che lo danno in pasto ai riformisti che lo vogliono sotto accusa per corruzione, danni materiali, sociali e di sicurezza nazionale. Ma non è finita. Ieri il segretario dell’Expediency Council ed ex comandante della Guardie della Rivoluzione Mohsen Rezaee, affermava che le contestazioni dei giorni scorsi avevano un piano programmato ben due mesi or sono in un incontro tenutosi a Erbil. A esso avrebbero partecipato: il responsabile della Cia nell’area iraniana, Michael D’Andrea, uomini della cerchia dell’esponente kurdo Massud Barzani, emissari della monarchia saudita e dell’organizzazione Mujahhedin-e Khalq, per anni sostenuti dagli statunitensi in territorio iracheno. Lo scopo diventava cavalcare i malumori interni esistenti appunto su inflazione, disoccupazione, crescita delle disparità fra ceti, orientando in alcune aree possibili scontri anche in maniera violenta, con l’uso di armi contro stazioni della polizia, com’è accaduto presso Isfahan. Versione per tesi? Probabile, ma non è la sola. Secondo un redattore dell’agenzia d’informazione kurda Anf News:Il regime dispotico iraniano opprime da molti anni la popolazione… Dalla Rivoluzione nel 1979 ha usato le possibilità finanziarie per diffondere la sua ideologia nei Paesi vicini invece di migliorare il livello di benessere in Iran…” (cfr. http://www.uikionlus.com/cosa-vuole-la-gente-in-iran-perche-la-protesta/). Ognuno dice la sua, mentre continuiamo a osservare.  

mercoledì 3 gennaio 2018

L’Iran degli ayatollah in strada contro l’Iran dell’ira


La Guida chiama, il suo Iran risponde. Così dopo l’intervento pubblico davanti a familiari di martiri storici, morti nella guerra contro Saddam Hussein, e martiri più recenti degli interventi iraniani in Siria e Yemen, l’ayatollah Khamenei aveva ieri accusato “i nemici della nazione riuniti nel sostenere con ogni mezzo - denaro, armi, Intelligence - la protesta in atto”. Già nell’occasione alcuni pasdaran presenti non riuscivano a trattenere il desiderio di vedersi autorizzati ad agire contro i dimostranti, al posto della polizia che in sei giorni ne ha accoppati una ventina e arrestati cinquecento, registrando anche una propria vittima, colpita con armi da fuoco. Oggi l’Iran fedele allo sciismo e alla teocrazia torna in piazza, in molte piazze anche quelle delle piccole località messe in subbuglio dai manifestanti stanchi di promesse e rabbiosi contro un regime che non risolve contraddizioni e necessità primarie, di cui il lavoro per un futuro dignitoso è l’asse centrale. Ma nel portare in corteo veterani e donne in chador, il primo degli ayatollah iraniani accelera i tempi, lui non vuole ascoltare le “giuste critiche della piazza” come aveva detto solo tre giorni prima il presidente Rohani. Khamenei sceglie di tirar dritto probabilmente perché ha fiutato i rischi del momento: il rischio interno del disamore di venti e trentenni per una visione tutta ideologica della vita nazionale, e quello esterno, dei nemici dell’Iran, che esistono come esiste la politica del cambio di regime.

Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e  ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.

Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante e democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia periodicamente riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti. 

martedì 2 gennaio 2018

Iran, proseguono scontri e malcontento


Continuano proteste e rabbia, quella spontanea e quella indotta dai motivi più vari e in luoghi differenti, dalla capitale e dalle grandi città come Mashhad e Isfahan, i centri del culto e del turismo, a località minori (Tonekabon, Abhar nell’area azera del Caspio, e sempre a ovest a Zanjan e Kermanshah, sino alle zone orientali a sud di Mashhad). Le attese della periferia iraniana, rurale e non, si trasformano in accuse per promesse non mantenute, dal presidente, dal governo, dalla politica. Così l’elemento che osservatori esterni e interni notano è un malcontento generalizzato e trasversale di chi è fuori dagli apparati istituzionali: legislativo e amministrativo, militare, teologico. E il quadro non è neppure così definito, perché le piazze della protesta possono essere anche stimolare e agitate dalle fazioni ufficiali: conservatori contro riformisti e moderati, elettori di quest’ultimo blocco, che ha confermato al vertice il chierico diplomatico Rohani, ma sono stufe di non vedere risolti problemi spicci ma essenziali: carovita, corruzione di molti apparati, mancanza di risorse per l’occupazione giovanile. Questioni simili ad altre parti del mondo, ma nella specificità iraniana ancor più particolari.

Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq  e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella  sinistra ufficiale.

Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.

Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran - non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica - sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.