Trump pazzo? fanfarone? speculatore? provocatore? Tutto e ancora di più. Per quanto, a detta di analisti ben inseriti nei meandri del potere yankee, potrà essere bloccato dalle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già, ma gli orientamenti elettorali diventano un po’ ovunque incognite relativamente pronosticabili. E poi fino a novembre quanti danni collaterali che riguardano vite umane, economie globali, beni immobili possono finire sotto il tritacarne dell’uomo più volubile del mondo? Finora, dopo oltre un mese d’assalti all’Iran, proseguono le sue tronfie affermazioni di: vittoria, annientamento del nemico, possibile azzeramento fino a ridurlo “all’età della pietra”. Un’età che la parte d’America stretta attorno al tycoon poco conosce, digiuna com’è di Storia e degli sviluppi delle altrui civiltà. Autocentrata sul monte Rushmore, sui volti impietriti dei padri d’un Impero quasi giunto al suo capolinea. E l’assalto all’Iran che nella testa del capo, sotto l’effetto energizzante e interessato del compare israeliano di massacri, poteva essere cosa semplice, perde un giorno via l’altro efficacia, lasciando sì sui luoghi e fra la popolazione una scia mortale e distruttiva, ma producendo deleteri effetti sull’economia globale. Del primo punto del piano d’attacco: il decantato ‘cambio di regime’ con tanto di possibili alternative, sognate dall’erede Pahlavi e reclamate dalla diaspora iraniana più egotista e filo imperialista, ha smarrito ogni furore distopico. Gli stessi riformisti locali, i laicisti anti-ayatollah, gli antagonisti delle proteste invernali, non solo non hanno visto nessuna primavera alternativa sbandierata e promessa dai “liberatori” israelo-statunitensi, hanno solo conosciuto la furia distruttiva su case anche proprie o su quelle dei seguaci del governo. Su scuole con bambini, su strutture pubbliche, proprio come a Gaza e in Libano, e su tesori dell’arte, il palazzo Golestan nella capitale, quello della dinastia safavide di Chehel Sotoun a Isfahan. Non solo missili su caserme dei Pasdaran, bombe su una civiltà millenaria, disprezzata e considerata distruttibile.
Gli omicidi mirati con cui è proseguito il tiro a segno sui simboli del regime, fino a colpire il più in lato possibile, Ali Khamenei, odiato a Washington e Tel Aviv, odiato anche a Teheran dagli oppositori al suo ruolo non solo politico anche teologico; sebbene la carica di Guida Suprema creata dal khomeinismo, mescoli terra e cielo, materialità della politica e morale della spiritualità. Eppure quell’incarico, inizialmente contestato da alcuni marja’ al-taqlid dello sciismo, è ormai accettato da tutti gli ayatollah e dai fedeli, per quanto mescoli temporalità e misticismo. Anche per questo la simbologia che i cecchini hanno voluto sfregiare costituiva di per sé un gesto blasfemo. A cascata la furia massacratrice sul Gotha militare, che ha fatto martiri i generali Salami, Bagheri, Soleimani (Gholamreza, Qasem era già stato smembrato sei anni or sono), Mousavi e Rasouli fino al ‘politico filosofo’ Larijani, che avrebbe dovuto garantire il tracollo del regime non lo ha finora prodotto. Ha invece rafforzato l’ala militarista dei Guardiani della Rivoluzione che hanno scelto di rispondere colpo su colpo, molto più che durante la ‘guerra dei dodici giorni’, rifacendosi su basi americane nel Golfo, sui locali alleati, su strutture militari e civili israeliane, sul flusso energetico mondiale chiudendo a singhiozzo lo stretto di Hormuz. Ancora oggi Trump, nella per lui lucrosa, strategia degli annunci ha ripetuto che l’America sta vincendo, l’America continua a essere First, gli iraniani cercano di elemosinare una trattativa. Ma da giorni le dichiarazioni del portavoce dei Pasdaran smentiscono questa versione. Il Paese non tratta. Lo stava facendo fino al febbraio scorso a Ginevra col ministro Araghchi, ridiscutendo sulla grande proibizione del nucleare imposta dall’Occidente che l’Iran, in oggettiva difficoltà economica e sotto la stretta dei bombardamenti di giugno, aveva deciso d’accettare. Anche quella mano tesa è stata troncata sempre per volere israelo-statunitense.
Si sta così, nell’ora delle bombe, davanti a nuove vite distrutte ma non piegate. Perché dietro i tronfi e autoreferenziali annunci trumpiani c’è un nemico non sottomesso. La cui gente continua a essere divisa fra conservazione e cambiamento, ma il cambiamento pilotato dalla guerra ha perso parecchie adesioni. Gli oppositori interni vogliono scampare ai missili e in queste condizioni non hanno capacità per fare nulla. Parlando di un’altra o due settimane di conflitto l’uomo degli annunci sta in bilico fra una sua versione del successo che piega senza spiegarla la resistenza interna e l’azzardatissima ipotesi dell’intervento militare sull’isola di Kharg con incursori di mare e d’aria o un più corposo sbarco molto più a sud, direttamente sulle coste iraniane. Il tutto vagamente per: interferire con uno dei maggiori terminal petroliferi locali oppure recuperare l’uranio arricchito, fra l’altro sepolto sotto tonnellate di rocce e sabbia già colpite, “obliterate” secondo Trump nei mesi scorsi coi missili Tamahawk e Mop. Sceneggiate presidenziali a detta non solo di molti analisti, ma dell’Intelligence dell’alleato principe, interessato alla distruzione e al caos non alle missioni irrealizzabili e alle fandonie. Si sta, ancora, così sospesi in una tragedia cercata con banditesco e irresponsabile disprezzo della Storia, dei luoghi e delle sue genti con un reale moto diplomatico avviato per interposta ambasceria di chi preoccupato dagli sviluppi di tanto scialo fa da intermediario fra i duellanti. I ministri degli Esteri di due sodali di Israele, Egitto e Arabia Saudita, assieme a quelli di Pakistan e Turchia da giorni tendono il filo a un negoziato finora incerto, ma davanti a una situazione impossibile da sostenere per le dirette casse delle petromonarchie teatro di distruzioni vitali su giacimenti, campi d’estrazione energetica e impianti di dissalazione il patteggiamento è l’unica speranza d’un respiro lungo. Per ora il loro fiato resta cortissimo, quello iraniano affannoso ma orgoglioso, mentre gli Stati Uniti col proprio presidente lo sprecano in annunci boriosi quanto fumosi. Israele resterebbe in apnea a seminare morte, vedremo chi ha coraggio e forza per frenarlo.



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