mercoledì 7 ottobre 2026

Savia follìa

  


Poteva mancare il rintocco del proprio campanone uno dei paladini del para sionismo italiano, Giuliano Ferrara, nel giorno del ricordo dell’assalto sanguinario del 7 ottobre? Certo che no. E già il titolo del suo intervento, ovviamente sul suo Il Foglio, prepara il contenuto: Guerra – sì guerra – di verità per il sionismo. L’avvìo è nello stile che ama di più, non tanto per la prosa dell’autrice che pur in odore di brutta retorica era maestra di forma, ma nel contenuto, grintoso fino all’eccesso. Così, all’ombra di orgoglio e rabbia, ma con soggetti diversi va a richiamare un assunto su cui ricama convinzioni solo sue e di chi fa dei teoremi la verità del mondo: “Non tutti gli antisionisti sono antisemiti, ma tutti gli antisemiti sono antisionisti”. Sembra un giochino di parole, non lo è. Poiché la prima affermazione che fa un corretto distinguo viene stroncata dal fango con cui la seconda trascina l’antisionismo facendolo combaciare con l’antisemitismo.  Insomma da scafatone della parola applicata alla prestidigitazione Ferrara rilancia un cavallo di battaglia storico del sionismo che vuol salvare sé stesso e il suo progetto colonialista accusando di antisemitismo chiunque osi criticarlo. Accusando gli stessi palestinesi e i loro geni semiti di antisemitismo. Nell’articolo segue l’elenco delle motivazioni del sionismo teorico e militante nato, ripete Ferrara “anche nel solco dello sterminio degli ebrei d’Europa da parte di nazisti e fascisti”. Questa orribile realtà fu la Shoa, il sionismo teorico e pratico coi testi dell’ungherese Herzl e dell’ucraino Jabotinsky nasceva un cinquantennio prima; quindi negli anni Trenta del Novecento nei villaggi palestinesi ancora sotto il mandato britannico giungevano agguati e stragi da parte dell’Haganah, dell’Irgun, della Banda Stern. I pilastri del futuro Israel Defence Forces. 

 

Perciò “il ripario umanitario, socialismo, democrazia, aspirazione alla pace nella tutela della sicurezza” nella testa dei kibbutzim accorsi a lavorare per quella patria-rifugio nata nel 1948 restarono utopia. Prevalse la prassi politica dei padri dell’intero ceto dirigenziale di Israele - laburisti e conservatori, prima degli attuali sionisti messianici: inanellare guerre anziché convivenza. A suo onore lo conferma lo stesso autore in un passaggio che l’allontana dall’odio della maestra Fallaci: “Ovviamente il sionismo non è irenismo, rose e fiori, illusione e proposta di convivenza, è anche presa di possesso di una terra abitata da comunità arabo-islamiche…” Oibò. Fino a giungere al concetto shock del titolo: “non mollare una guerra in carne e ossa contro il terrore (?) e la congiura per l’estinzione violenta dello Stato ebraico dal fiume al mare e intraprendere una lunga guerra di verità, di chiarificazione storica e politica”. Potrà nel suo ruolo di comunicatore ideologico e post ideologico l’ex togliattiano e craxiano e berlusconiano Giuliano riflettere sul fatto che le sorgenti (Hasbani, Banias, Dan) di quel fiume (Giordano) sono sotto occupazione come lo è la terra dove milioni di abitanti della Palestina, diventata nell’offuscamento mediatico Cisgiordania, sono diventati un popolo assetato senza neppure risorse idriche, figurarsi se possono attentare all’estinzione dello Stato ebraico. Altrettanto si può dire del mare prospiciente a Gaza, dove i pescatori non pescano, i bambini non si bagnano poiché l’unico bagno che Israele permette è quello nel proprio sangue. Potrebbe dirlo, sarebbe una scossa alle incallite certezze del ‘popolo eletto’ che decide le sorti dell’altra comunità semita, soggiogata e vessata. Per ora il nostro non lo dice. Scrive, invece, d’una possibilità quella d’un governo Netanyahu di unità nazionale che definisce, bontà sua, “savia follìa”. Altre menti, diverse sono ebraiche, da tempo sottolineano come la concreta follìa intrapresa da Israele è quella di cercare il proprio suicidio accanto all’ecatombe palestinese.

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