domenica 4 ottobre 2026

Verità senza giustizia

   
   


Fra uno Stato senza diritti qual è l’odierno Egitto e uno con diritti riconosciuti dalla Carta costituzionale e disattesi dal ceto politico che conosciamo in Italia ha camminato il giusto processo per offrire dignità al martire Giulio Regeni. Un processo inseguito con lodevole caparbietà dall’amore genitoriale di mamma e papà Regeni supportati dal rigore professionale dell’avvocato di difesa Alessandra Ballerini e dall’impegno della Procura di Roma, dove prestano servizio i giudici Lo Voi e Colaiocco. Tutto giusto eppure tutto limitato da una serie di vuoti a perdere. La totale mancanza di collaborazione dei giudici egiziani, ossequiosi con la linea omissiva del loro Paese; la prolungata contumacia dei quattro imputati che pur individuati con tanto di generalità, volti, indirizzi, ruoli ricoperti nei servizi d’Intelligence d’appartenenza non hanno presenziato al processo in corso in Italia; la loro mancata estradizione sono risultati determinanti producendo una punizione tutto sommato lieve e soprattutto inapplicabile in assenza di volontà politiche di Roma e del Cairo. Il dibattimento è rimasto azzoppato, limitato da simili carenze e ha condotto al paradosso d’una sentenza a metà che stabilisce e punisce i reati di rapimento e sevizie per tre di loro e non riesce a farlo per il più alto in grado, il generale Sabir. Ma soprattutto non condanna nessuno per l’omicidio di Regeni perché mancherebbero le prove. 

 

Insomma dopo giorni della sua illegale prigionìa, interrogatori a base di ‘posizione del pollo’, bastonature, scariche elettriche, bruciature d’ogni genere inflitte dai colonnelli Helmi, Ibrahim, Sharif e dal generale Sabir, tutti al servizio di Abdel Fattah al-Sisi 5° presidente d’Egitto, su quella che è diventata la soluzione finale mancherebbero le prove? Indecoroso. Certo, la citata impossibilità d’interrogare i mukhabarat mostra sia la difficoltà di condurre un dibattimento efficace, sia l’impianto evanescente del processo ad assassini di fatto latitanti e fantasmi per una reale giustizia. Stupiscono i soddisfatti commenti di taluni sostenitori del risultato processuale che facendo eco a Colaiocco affermano: “E’ una sentenza storica. La Corte ha affermato che quanto è accaduto a Regeni è attribuibile agli apparati di sicurezza egiziani”. Di conseguenza si condannano tre agenti della forza per lo scorticamento del giovane e nessuno per il conseguenziale trapasso? Il corto circuito è palese, poiché se Giulio è morto direttamente per le reiterate torture è stato certamente svilito fino al decesso da quelle pratiche. Allora sul fronte della giustizia proprio non ci siamo. Che poi accanto agli esecutori materiali dell’omicidio vada additato e condannato politicamente l’apparato istituzionale responsabile del paranoide clima repressivo che ha triturato migliaia di attivisti locali prima di Regeni, è un’inconfutabile verità. Fra l’altro per esplicitare la condanna politica e morale al suo regista: il presidente al Sisi, occorrono il coraggio e la volontà che mancano al silente esecutivo Meloni come negli anni precedenti sono mancati ai governi Conte, Gentiloni, Renzi. Tutti uniti nella postura di mani tese all’affarismo italico in terra d’Egitto (oggi giunto a sette miliardi di euro) che salva Sisi e la sua gang aguzzina dallo scontare le proprie infamie. Se qualcosa insegna questo processo definito “storico” è la sostanziale diversità fra una parvenza di giustizia dove assassini e mandanti restano impuniti e inafferrabili e ciò che dev’essere una vera giustizia che conduce a condanne non virtuali e aggirabili con biechi giri di valzer geoeconomici.