sabato 24 ottobre 2026

Campagna acquisti

  

Fra gli autocrati che governano il mondo Recep Tayyip Erdoğan si trova una spanna indietro solo a Vladimir Putin. Non c’è Trump o Xi che tengano, loro vengono prima e probabilmente andranno avanti. Vengono dal secolo scorso, Putin prendendo il potere nel 1999 come primo ministro e dal 2000 da presidente, per poi creare un intersecarsi dei due ruoli con l’unico scopo di tenere saldamente nelle proprie mani il potere. Ovviamente con tanto di suffragio popolare. Le posizioni di comando erdoğaniane prendono avvìo nel 2003 con l’incarico di premier, replicato più volte prima di raggiungere la carica di presidente della Repubblica nel 2014 e della Repubblica diventata presidenziale nel 2018. Ma l’era di lancio anche per lui cadeva nel XX secolo quando per un quadriennio (1994-1998) da sindaco di Istanbul incarnò e propose col Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) il progetto dell’Islam politico. Differentemente da omologhi egualmente concentrati su una personale supremazia il leader dell’Akp, ha sempre avuto una schiera di colleghi attorno, e non parliamo di semplici parlamentari del gruppo, ma di figure di primo piano della sua sponda politica che condividevano il progetto in questione. Certo, gente come Davutoğlu o Gül, rispettivamente ministro degli Esteri e premier a sua volta, e ancora Capo di Stato è stata anche fagocitata oppure s’è allontanata dal grande capo e dallo stesso schieramento in cui aveva militato e raccolto ampi consensi. Scottata dalla sindrome dell’accentramento di potere con cui il leader turco ha stabilito un’egemonia soffocante negli affari di Stato mentre nella sfera privata proponeva e favoriva  elementi del clan familiare. I generi Berat Albayrak, marito della figlia Esra, promosso ministro dell’Economia nel 2018 e rimosso due anni dopo per le turbolenze della finanza interna, e Selçuk Bayraktar, consorte della secondogenita Sümmeye, che comunque da ingegnere, inventore e produttore d’uno dei prototipi di droni di maggiore attrazione nel mercato bellico, se la cava bene di suo. Tuttora il suocero procura a quell’azienda contatti e ingaggi per piazzare il prodotto, un affare considerato non un favore soggettivo ma un bene per il Pil nazionale. C’è da dire che il Paese ha pure cercato di scrollarsi di dosso l’ultra paterna mano di questo padre della Patria che ha surclassato addirittura Kemal Atatürk, ma non ce l’ha fatta. Non c’è riuscito due anni or sono quando il più antico partito della moderna Turchia, quello repubblicano (Chp),  ha provato a contrapporre il suo candidato all’onnivora onnipresenza erdoğaniana. Senza esiti positivi.

  

Le urne hanno confermato l’allora sessantanovenne presidente, perché il suo carisma, le sue entrature politiche a Oriente e Occidente, la considerazione diplomatica di cui gode lo fa restare sulla cresta dell’onda sia quando va in guerra com’è accaduto sul confine siriano, sia quando si auto investe risolutore di conflitti. Del resto la “perla“ che ne sta garantendo stabilità, l’improbabile alleanza col movimento nazionalista degli ex Lupi grigi di Bahçeli, gli ha fruttato prima la conferma del sistema presidenziale che l’opposizione voleva abolire con un referendum. Quindi la campagna “Turchia senza terrore” dalla quale è scaturito lo storico accordo di disarmo e smobilitazione del Partito Kurdo del Lavoratori (Pkk) contro cui lo Stato turco battagliava ben prima della nascita dell’Akp. Tattica, dunque, dentro una strategia di potere che guarda al lungo termine sebbene sul versante della successione intesa come ricambio politico della sua parte il presidente-padrone non manifesti intenti d’investitura verso nessuno. Sta però facendo altro. Una sorta di campagna acquisti, lui ch’è stato calciatore ed è sostenitore della sua antica squadra di quartiere Kasimpaşa riportata in Süper Lig, una campagna rivolta non a giocatori ma a politici. Ha fatto un gran effetto sulla scena nazionale e ha avuto ampie ripercussioni nel Chp il recente passaggio del sindaco di Izmir, da sempre una roccaforte repubblicana, nelle fila dell’Akp. Con tale scelta Cemil Tugay sostiene di poter “collaborare armoniosamente a risolvere i problemi urbani e infrastrutturali” della città che guida. E’ stato un colpo di fulmine, anzi due. Merito degli incontri: col ministro all’Ambiente Kurum che gli ha garantito risorse per avviare lavori, col presidente che gli ha infuso, così dice il sindaco, fiducia e vicinanza. I malevoli ritengano che dietro questi sentimenti ci sia ben altro, però non possono mettere sul tavolo di quelle trattative che cattivi pensieri. In realtà fungono da sospetto le condizioni che uno come Tugay riesce ad aggirare col passaggio di casacca: un possibile arresto da parte della magistratura che dallo scorso anno ha ingabbiato sei sindaci provinciali e ventinove di distretto, accusati di corruzione e gestione irregolare delle municipalità. Il più illustre è Ekrem İmamoğlu, primo cittadino di Istanbul nonché possibile concorrente di Erdoğan per la carica presidenziale. Insomma se è vero che l’ormai anziano inventore dell’Islam politico fa di tutto per non trovare un delfino, per contro elabora efficaci alibi per scippare amministratori, e probabilmente onorevoli, all’opposizione così da garantire un perpetuarsi del dominio suo e del partito. Anziché commissariare e arrestare, iniziative che suscitano sempre scalpore, si può reclutare sotto la propria bandiera. Non quella del Kasimpaşa Spor Kulübü bensì dell’Adalet ve Kalkınma Partisi che va oltre la massima serie del pallone perché è ben centrato fra i pilastri della geopolitica.  

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