mercoledì 21 ottobre 2026

Ricambi bellici

  


Mehrdad Akhlaghi Ketabchi è stato nominato ministro della Difesa iraniano, l’ha deciso il Parlamento della Repubblica Islamica con la maggioranza schiacciante di 237 assensi e 15 voti contrari. L’uomo, sessantottenne, appartiene alla vecchia guardia della rivoluzione khomeinista, è dunque un elemento di fiducia della componente conservatrice legata ai Pasdaran. Ha comunque ricevuto l’investitura anche da quei riformisti presenti nel Majlis insieme al benestare del presidente Pezeshkian che del riformismo interno è espressione. “La Repubblica Islamica dell'Iran non sarà l'istigatore di aggressioni contro nessun Paese, ma difenderà con forza e fino alla morte l'integrità territoriale da qualsiasi aggressione”, questo il messaggio del capo dello Stato al suo omologo e avversario statunitense qualora rivolesse forzare la mano. Ad Akhlaghi è affidata la supervisione della ricostruzione e dell'espansione delle infrastrutture militar-industriali interne, pesantemente prese di mira da Stati Uniti e Israele. La sua ultraquarantennale esperienza nel settore della difesa e nel comparto d’eccellenza, quello missilistico visto che agli inizi del Millennio ha diretto lo specialistico gruppo industriale Shahid Baqeri, fanno pensare a un’attenzione bellica senza mezzi termini. La diretta competenza (negli ambienti è noto con nomignolo di “mister missile”) nello sviluppo della variegata gamma di questi arsenali con armi a breve gittata dai 200 km (Fateh-110) ai 700 (Zolfaqar), passando per la media da 2000 km (Sejjil) e i missili da crociera (Soumar) con 3000 km di potenza, costituisce una premessa per un’ulteriore implementazione del comparto. Al contempo con una simile scelta i vertici di Teheran lanciano un messaggio chiaro sulla volontà di non piegarsi a ulteriori aggressioni senza far pagare duramente agli avversari la voglia di reiterare un conflitto prolungato. Già prima della nomina il portavoce del ministero della Difesa, generale Reza Talaei-Nik, aveva sostenuto che il Paese necessita di “aumentare la quantità e la qualità delle armi strategiche, in particolare missili e droni”. Si procede a carte scoperte per smentire le affermazioni della Casa Bianca di avere azzerato per sempre le capacità militar-industriali iraniane. Da ambo le parti non mancano certo dichiarazioni propagandistiche seppure bluffare può costituire una penalità più che un diversivo. Analisti di guerra ritengono che la linea di Akhlaghi verterà su un rapido incremento di produzione per le difese aeree, punterà sulle tecnologie emergenti utilizzando aziende governative e private, cercherà migliorie retributive per le Forze Armate. Tutto ciò costerà non poco alle casse statali sottoposte allo stillicidio delle sanzioni occidentali. Il sostegno non può che giungere dagli organismi cui Teheran è legata, soprattutto dalla Cooperazione di Shangai, e direttamente dalla Repubblica popolare cinese. Attraverso quei segmenti di relazioni che non incrinano la macro geopolitica delle recenti strette di mano e conseguenti accordi economici fra Trump e Xi Jinping ma che tengono d’occhio quel che c’è attorno. E un esteso Medioriente in fiamme si anestetizza anche con simili equilibri che sembrano squilibrare ma che controbilanciano fasi di eccessi. Lo scenario creato finora da Trump e Netanyahu è risultato un abuso d’ampie proporzioni. Tranne scoprire che un reciproco salvamento dai possibili guai elettorali li elettrizzi ulteriormente. Allora Akhlaghi potrebbe diventare, come i suoi predecessori, l’ennesimo bersaglio, mobile o fisso. Le conseguenze sarebbero non solo incerte ma ancor più catastrofiche sull’ingovernabile tavolo del crescente caos globale.

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