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Le notizie sul ruolo di Ignazio Benito La Russa durante il famigerato “giovedì nero“ della città di Milano (12 aprile 1973) raccolte dalla controinformazione, come si definiva un tempo, sono conosciute, conosciutissime seppure sbiadite prima che dal trascorrere dei decenni, dall’andamento d’un amplissimo buonismo politico consociativo. All’epoca erano diffuse dalle organizzazioni che in quegli anni attuavano l’antifascismo militante volto a impedire che nelle località italiane i mazzieri del Movimento Sociale Italiano e della galassia neofascista (Fronte della Gioventù, Fuan, Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo) continuassero a uccidere impunemente attivisti di sinistra e anche semplici cittadini. Non era il 1920 ma poco ci mancava. Ai rinnovati squadristi offriva sponda la casa madre dove principalmente i leader, ma non solo, entravano, uscivano, tranquillamente tornavano e con un’elezione parlamentare ottenevano salvifiche immunità penali. Quel giorno, quel pomeriggio di violenza, terrore e orrore, La Russa, un ventiseienne e non proprio un ragazzino, non solamente era in testa al corteo non autorizzato dei militanti missini insieme agli onorevoli Franco Servello, Francesco Petronio, Ciccio Franco, risultava addirittura responsabile del Servizio d’ordine. Più giusto definirlo servizio del caos e del sangue, visto che dalle fila dei manifestanti si staccarono due lanciatori di bombe a mano Srcm, in dotazione dell’esercito italiano (Vittorio Loi e Maurizio Murelli) che uccisero l’agente di Pubblica Sicurezza Antonio Marino e ferirono un altro agente e un passante. Durante le successive indagini e il processo il partito missino, sebbene fosse rappresentato il piazza da onorevoli e attivisti cercò di dichiararsi estraneo all’azione omicida di Murelli che comunque risultava iscritto a quel partito. Lui e Loi vennero condannati (diciannove e diciotto anni di reclusione) mentre la Camera dei deputati non concesse l’autorizzazione a procedere nei confronti di Servello e Petronio, ritenuti dai magistrati dell’indagine organizzatori di tumulti e scontri. Il Movimento sociale italiano, oltre a finanziare i due imputati rei di omicidio, propose d’offrire alla famiglia del poliziotto assassinato un risarcimento di venti milioni di lire. La cifra non fu mai versata.

A queste vicende note e purtroppo posizionate nei tanti armadi della vergogna e del terrore del neofascismo ha fatto riferimento la storica Michela Ponzani nel salotto televisivo “Otto e mezzo”, col merito di trattare vicende scomode ai rapporti morbidi e scoloriti imposti dal realismo politico non solo dei tempi recenti. Anche nei citati anni Settanta, la militanza antifascista, e la conseguente proposta di porre fuorilegge il Movimento sociale italiano, partito eversivo nel programma, nella pratica, nella direzione e nell’attivismo, venne avversata dai cosiddetti partiti dell’arco costituzionale. Soprattutto la Democrazia cristiana, sostenitrice della teoria degli opposti estremismi e il Partito comunista italiano, intento a ingraziarsi alcune correnti dell’area di quel partito, minimizzavano la funzione eversiva, para-golpista, sanguinaria del neofascismo, criminalizzando al contempo la difesa territoriale antifascista. La tendenza s’è protratta nei decenni, anche davanti alla graduale scoperta d’implicazioni criminose del neofascismo, spesso legate ai Servizi d’Intelligence nazionali ed esteri, e a gruppi di criminalità organizzata. Questa normalizzazione, lo sdoganamento istituzionale ha premiato l’attuale presidente del Senato La Russa, nel frattempo cresciuto, divenuto dal 1992 parlamentare della Repubblica, capogruppo alla Camera non più per il Msi ma per la sua derivata politica, Alleanza nazionale, quindi ministro della Difesa nel secondo governo Berlusconi, e superando in fama e ruoli il padre Antonino, ai suoi tempi passato dal Partito nazionale fascista di mussoliniana memoria al Msi almirantiano. Insomma il La Russa un tempo capelluto e barbuto, che foto d’epoca ritraggono mentre arringa i camerati-picchiatori, da immarcescibile passatista continua a commemorare il Duce fra piazzale Loreto e Monumentale, eppure è riuscito a diventare seconda carica della Repubblica nata dalla Resistenza e dunque antifascista. Un perfetto ossimoro che gli starà stretto, sebbene gli amati e ambìti scranni attraggano molto più della coerenza. Tanto lui di tale radice costituzionale può nostalgicamente fregarsene. Il guaio è che se ne son fregati - della Costituzione antifascista - anche i diciassette deputati dell’opposizione che nell’ottobre di quattro anni fa hanno conferito a La Russa, quel consenso che l’ha collocato sullo scranno di Palazzo Madama. Servivano 116 voti, ma sedici alleati (di Forza Italia) non si fecero vivi. Perciò Ignazio Benito l’ha voluto democraticamente un bel pezzo del Parlamento italiano, come accadde a Benito con l'Italia liberale di Facta. Sì, insomma un po’ più in piccolo, ma anche questa è Storia. In fondo gli si può imputare un qualsiasi giovedì nero, mica le spedizioni punitive. E poi domani ricorre la Marcia su Roma...

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