domenica 21 settembre 2025

La geopolitica dell’ipocrisia

 


Riconoscere uno Stato Palestinese, come intende fare domani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il Regno Unito, assieme a Canada e Australia, dopo cento e otto anni dalla Dichiarazione di Balfour, ma soprattutto dall’avvìo dello sterminio dei gazawi che dura da quasi due anni, rappresenta l’ennesima incongruenza d’una geopolitica occidentale incentrata sull’ipocrisia. Meglio tardi che mai, sentenzieranno i Soloni dei passi piccini piccini che girano in tondo su sé stessi confermando un’assoluta inutilità. Ma una realtà schiacciata e scacciata, già con la Nakba del 1948, come quella della Palestina storica che proprio i governi britannici sacrificavano alla nascita di Israele, contrapposta alla millenaria vita dei locali arabi e beduini, è un tarato controsenso tenuto in vita per decenni. Durante i quali lo Stato sionista, allora a maggioranza laburista, faceva di tutto per affermare la sua identità etnica a discapito di altre comunità; missione proseguita dall’epoca dei kibbutz a quella d’una nazione sempre più centralista e militarista. Altro che utopia collettiva… Insieme a colleghi europei, il leader britannico Starmer parla di “speranza di pace a una soluzione di due Stati”, come se tutto ciò ch’è accaduto dalla firma degli Accordi di Oslo (1993) in poi non si fosse mai verificato. Gli stessi Ilan Pappé, storico, e Eyal Weizman, architetto, quest’ultimo con doppia cittadinanza britannico-israeliana, da tempo testimoniano la finalità di pulizia etnica e le strategie d’occupazione attraverso le colonie nel presunto territorio destinato ai palestinesi della Cisgiordania. Prigionieri anch’essi in una casa che non è mai stata loro, perché continuamente minacciata da Israel Defence Forces e da ebrei armati. Gli intenti della politica d’ogni governo di Tel Aviv, laburista, Likud, sino all’oltranzismo ebraico delle più recenti formazioni presenti nella Knesset, da anni riduce qualunque capacità di vita ordinaria per i palestinesi, fino ad attentarne l’esistenza interrompendola con azioni armate, ancor più se si verificano rivolte - le Intifade del 1987 e del 2000 - o  singole iniziative di ribellione personale anche omicide. 

 

 


L’alibi è la ‘sicurezza’ d’Israele e della sua gente, che però continuamente minaccia la vita della comunità araba pur nei territori assegnati, che si riducono sempre più. Per i 730 chilometri del Muro voluto da Sharon (2003), per continui insediamenti di coloni provenienti da cento Paesi del mondo che nulla hanno a che vedere col Medioriente, rivendicando un diritto atavico che è pura promozione della sopraffazione e sostituzione etnica.  In queste ore non un membro di Hamas ma Chris Doyle, direttore del Consiglio per la comprensione arabo-britannica (CAABU), afferma: “Molti palestinesi avrebbero voluto celebrare questo momento simbolico, ma non possono. La realtà è che il riconoscimento non porrà fine ai bombardamenti, alla carestia, al genocidio né al sistema di apartheid che i palestinesi stanno sopportando". Perché la soluzione finale con cui Netanyahu e Trump puntano a svuotare la Striscia, deportare il milione e mezzo di cittadini rimasti e comunque sfollati, affamati, sfibrati da malattie endemiche che li possono cadaverizzare da un giorno all’altro, accanto a chi è fucilato da terra e dall’aria, è il futuro previsto per tale Stato fantasma. La cui controfigura è la West Bank ebreizzata dai coloni che raggiungono il milione e non si fermano, secondo la logica di togliere spazio al nemico, soffocarlo in dimensioni sempre più esigue, stritolarlo, farlo impazzire. Mentre le risoluzioni di un’entità, purtroppo decotta qual è l’Onu, vagano vuote nel Palazzo di Vetro, perché inapplicate, visto che da Oltreoceano non si vuole farle applicare. E non solo per il famigerato ‘diritto di veto’ dei Grandi, mai cancellato nell’organismo internazionale, ma perché la politica americana, Democratica o Repubblicana e ora Maga, ha sempre voluto e imposto questo. E vuole eternizzarlo.

martedì 16 settembre 2025

L’inferno di Gaza

 


E’ fuga dall’inferno. Inferno di bombe, crolli, macerie sulla carne per chi arranca nella polvere. Di corpi che bruciano dopo aver visto per ventitrè mesi spegnersi ogni tipo di persona: conoscenti e sconosciuti, genitori e fratelli, vecchi e donne, adulti e lattanti rinsecchiti, combattenti, imam, preti della pace. Tsahal ammazza chiunque per ripulire la Striscia. Pulizia etnica. Genocidio. Oggi lo dice pure una commissione indipendente delle Nazioni Unite, immediatamente bollata da Israele come antisemita. Mentre dal cielo droni e missili abbattono gli edifici già spettrali rimasti ancora su, entrano carri e bulldozer a spianare quel che resta coi cannoni e con le lame d’acciaio. Azzerare per purificare e incamerare un territorio impossibile da rivendicare con qualsiasi falsificazione della terra dei padri.  Eppure il mondo lascia fare. A cominciare dal Segretario di Stato americano Rubio, giunto per omaggiare Netanyahu, rassicurarlo che sì, anche questo può farlo e l’affare futuro andrà in porto. Mano sul cuore e volo a ritroso. Con trecentocinquantamila in vagabondaggio forzato verso non luoghi, visto che tutta la Striscia è un ammasso di pietre e cemento terremotati, e duecentomila fra morti e feriti, il primo passo del Grande Israele si sta compiendo. Basterà deportare l’altro milione e mezzo di anime in pena. Numeri enormi, certo. Ma fra la morte per affaticamento, denutrizione, svilimento in un’esistenza sinistrata, l’Erode dell’infanzia palestinese e il tycoon suo protettore sono certi che la deportazione verso il Sudan, il deserto libico, qualche isola dell’arcipelago indonesiano verrà accettata da chi ha la certezza di rimanere profugo vita. Il vertice arabo, riunito ieri a Doha, perde il suo tempo a condannare Tel Aviv più per l’attacco alla capitale qatarina, alla funzione mediatrice dell’emiro al-Thani che alla disintegrazione del territorio gazawi, all’ecatombe dei suoi abitanti, alla disgregazione degli stessi costretti a soluzioni di confino socio-politico. Sessanta nazioni, anche potenze regionali di peso coi presidenti - la Turchia di Erdoğan, condanna, stigmatizza il banditismo d’Israele, l’Iran di Pezeshkian, propone di tagliare i legami con quel Paese, l’Egitto di al Sisi minaccia di rivedere gli accordi precedenti, ma già il Pakistan col filo americano Sharif annuncia solidarietà al Qatar più che ai palestinesi, e il vicepresidente indonesiano Raka parla vagamente di sopravvivenza delle nazioni islamiche, dignità dei popoli, santità del diritto internazionale. Parole sacre, concetti giusti però nessuna azione, quasi fosse un’assise dell’Unione Europea, di quelle che annunciano giustizia al cospetto di chi fa del sopruso criminale una ragione esistenziale. Dunque, per chi scappa e vaga, senza rifugio, speranze, luce futura, resta l’abbaglio del sole cocente, il caotico ammasso di povere cose recuperate a rischio d’essere schiacciati sotto gli ennesimi condomini abbattuti. Resta un errare perpetuo fino all’esaurimento di forze. E forse, se non si crepa oggi, una tenda lacera, un giaciglio di polvere, l’ennesima elemosina d’un pasto per poter andare più in là. Sempre comunque in un tratto, centrale o inferiore, dei quaranta chilometri già adesso scippati. In attesa di finire chissà dove tranne nella Palestina che semplicemente Israele tutta, non Netanyahu, ha deciso di sotterrare.  

lunedì 15 settembre 2025

No pasan

 


Non passano loro, i ciclisti della Israel-Premier Tech, e non passa l’intero gruppo della Vuelta, fermato a cinquantasei chilometri dal traguardo finale di Madrid, perché nella capitale era rivolta. Migliaia di spettatori hanno divelto le transenne occupando il percorso, si sono scontrati con la Guardia Civil, hanno esaltato una protesta che aveva già avuto in più punti della corsa a tappe dissensi, proteste, accuse alla formazione creata ad arte dall’immobiliarista  israeliano-canadese Sylvan Adams per sostenere Israele attraverso il ciclismo. Certo, nel progetto partito undici anni or sono, c’è anche un ex corridore israeliano, Ran Margaliot, professionista poco conosciuto, per i limiti agonistici d’una carriera spesa fra i giri di Slovenia, Picardia, Baviera, tutte gare minori. Margaliot, nel progetto di Adams e del socio statunitense Baron, è servito a offrire credibilità agonistica a un’operazione che ha tutto il sapore di propaganda politica, non tanto perché Israel Cycling Academy sottolineasse un’appartenenza statale pur in un’iniziativa privata, ma per l’insistenza con cui il suo mentore, che tre anni fa ha trasformato la denominazione in Premier Tech (azienda canadese di elettrodomestici per la casa), conservava ostinatamente il nome Israel accanto allo sponsor. Del resto Adams si fa vanto di promuovere nel mondo sportivo la causa d’Israele. Operazione di supporto all’attuale linea governativa e di Stato che gran parte del mondo considera indegne. C’è, dunque, poco da stupirsi se le contestazioni piovono sul manipolo di faticatori del pedale ingaggiati dalla squadra, che nei giorni scorsi aveva rimosso dalla maglia il riferimento a Israel, mentre le bandiere palestinesi dal bordo dei tornanti baschi invadevano il percorso. Non è servito. Nel finale madrileno  una marea umana ha bloccato tutto. Alla faccia di Adams e del suo progetto di “diplomazia sportiva”, già utilizzata nel periodo dello sdoganamento d’Israele nel mondo arabo con gli “Accordi di Abramo” cui Israel Cycling Academy contribuiva partecipando al Giro degli Emirati (sic). 

  

Ora il sindaco della capitale spagnola Martinez-Almeida grida alla vergona gettata addosso al Paese dai manifestanti e pure dal premier Sanchez, ritenuto “responsabile della violenza vincitrice sullo sport”. Martinez-Almeida un cinquantenne il cui curriculum lo dà già ventenne inserito nel Partito Popolare fino all’ingresso in pompa magna nella municipalità nell’anno 2019, in virtù dell’alleanza del suo partito con le formazioni Ciudadanos (gruppo liberale nato nel 2005) e Vox (più recente raggruppamento di estrema destra che proprio nelle elezioni dell’aprile 2019 fece un balzo al 10% con punte nella Spagna provinciale e pure nei distretti di Madrid e Valencia). Il rampante Martinez-Almeida sotto il doppiopetto liberale cela parentele imbarazzanti quale nipote del diplomatico franchista Emilio de Navasqués. Sarà questo lo spirito che l’ha avvicinato alla ricca borghesia barcellonese monarchica, nazionalista, nostalgica da cui proveniva il primo presidente di Vox, il professor Quadras-Roca? O forse è più a suo agio con l’attuale leader del gruppo alleato Abascal Conde, sociologo rude abbastanza da definirsi esplicitamente reazionario, antiislamico e antifemminista per onorare la memoria del nonno sindaco nella Spagna franchista. Gente che in ogni proclama, in qualsiasi affermazione pubblica rigurgita concetti di violenza inaudita, e poi addita gli avversarsi, li accusa, li incolpa di “seminare odio”. Come fa la loro amica, la presidente italiana del Consiglio Giorgia Meloni. Anch’ella beneficiaria di un’alleanza di comodo e d’affari con cui guida fra astensioni maggioritarie un’Italia già “rieducata” dal suo padre putativo Berlusconi e imbesuita da un’opposizione talmente balbettante da risultare scioccamente inutile. Forse le nostre piazze, in troppi casi tradite eppure palpitanti, seguendo l’esempio degli ostinati espectadores de ciclo amantes de la libertad, possono alzare la propria voce, da opporre ai passatisti, ai colonizzatori e usurpatori dello sport, ai massacratori del popolo di Palestina.

 

 


martedì 9 settembre 2025

Bombardare le trattative

 


I quindici missili dell’aviazione israeliana sganciati su un’area residenziale nella qatarina Doha, dov’era ospitato e riunito il vertice Hamas, ha un duplice valore. Quello immediatamente espresso dal governo israeliano: controbattere a suon di bombe l’assalto di ieri nelle strade periferiche di Gerusalemme est, inizialmente pensato come spontaneo e comunque lodato dal Movimento islamista, quindi rivendicato come proprio. Da qui il via libera al raid denominato “Giorno del giudizio” che doveva colpire i restanti leader vecchi e nuovi della resistenza palestinese: Khalil al-Hayya, presidente dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshal, Zaher Jabarin. Israele afferma che il colpo è riuscito, facendo intendere che, com’era accaduto ad altri capi palestinesi, l’omicidio mirato è compiuto. La forza palestinese ha rintuzzato la notizia dicendo il contrario: il terzetto è salvo, a perdere la vita sono stati il figlio di al-Hayya, Hammam, e il funzionario del partito Jihad Lubbad. L’ulteriore intento dell’operazione era quello di stoppare l’iniziativa trumpiana d’inseguire un tavolo di trattative, al quale Hamas aveva risposto favorevolmente. Le bombe di oggi pomeriggio ribadiscono la chiusura di Netanyahu verso qualsiasi accordo, anche momentaneo e parziale, rilanciando la linea dell’occupazione di tutta la Striscia, l’evacuazione della popolazione locale, strada unica e forzata senza nessuna alternativa. Poiché per l’odierno raid, Tel Aviv ha avvisato Washington, traspare il doppio taglio con cui il premier d'Israele impone al presidente-tycoon il tragico ‘giorno per giorno’ che disegna il drammatico futuro mediorientale. Comprese le mosse atte a invadere e bombardare Stati sovrani - non solo i nemici libanesi, iraniani, yemeniti, ma gli stessi Paesi alleati dove gli statunitensi conservano proprie basi, come al-Udeid - mentre trova conferma il doppismo del presidente americano. Lui proclama di condurre il gioco, militare e diplomatico, nella regione; invece risulta un complice succube di quanto il sionismo ortodosso e l’ebraismo fondamentalista mettono sul piatto dell’imposizione geopolitica internazionale.

lunedì 8 settembre 2025

Fuoco a Gerusalemme

 


In due, disperati più che accecati di rabbia, stamane hanno preso a sparare nell’agglomerato di Robot, Gerusalemme est, quartiere e territori occupati. Contro un autobus strapieno e contro la cittadinanza ebraica presente alla fermata. Erano, perché li hanno freddati, palestinesi. Venivano dai dintorni di Ramallah, quella della Muqata di Arafat e del sogno che fosse una nuova Palestina, una patria in nuce. Invece era solo illusione compromissoria, era Cisgiordania soffocata dall’occupazione e dai coloni, soprattutto gli haredi una branca degli ultraortodossi che girano armati e fanno fuoco. Pure loro a freddo. Così i due attentatori che stamane hanno assassinato sei cittadini israeliani, fra cui quattro rabbini, e ferito altre dieci persone, sono finiti crivellati loro stessi. Sangue su sangue. Come sia potuto accadere fra muraglie e contro muraglie, una selva di check-point e polizia e militari e civili ebrei armati fino ai denti non è facile capire. Effetto sorpresa da parte di due sfuggiti a ogni controllo, partendo dai villaggi di Qatanna e Qubeiba. Luoghi ora già circondati da blindati e, c’è da giurarlo, puniti in giornata o al più domani. Come? con arresti, sbancamenti perché Netanyahu, che ha mollato ogni impegno accorrendo sul posto per comiziare a suo vantaggio l’accaduto, promette vendetta sulla cerchia degli aiuti. Su chi ha procurato mitra, pur artigianali e imprecisi,  ma efficaci nell’impattare da posizione ravvicinata, nel caos che s’è creato appena è partito il primo colpo, con la gente che si riversava fuori dal bus preso di mira. Perciò i commenti nell’area sono del tono: “Il nemico vuole solo ucciderci, per questo dobbiamo ripulire Gaza e prenderci la Cisgiordania”. Nessuno rivendica un gesto criminale che pare opera diretta di quegli abitanti di serie B, reclusi e frustrati per quel che gli accade attorno, per le esecuzioni di civili che in contemporanea hanno visto crepare quaranta gazawi. Fare paralleli non esiste e non ha senso, ma questi sono i rapporti: sei a quaranta. Duemila a sessantatremila, morto più, morto meno in un calcolo non feroce e cinico bensì approssimativo e reale. Lo Shin Bet sostiene che di simili mattanze volanti ne sventa dieci e più al mese. Stavolta non l’ha fatto, non c’è riuscito, non ha voluto come un po’ per il 7 ottobre? Non lo sapremo mai, anche perché la geopolitica sta avanti e oltre. Ha già scelto cosa far fare a Israele: occupare tutto, trucidare a discrezione, evacuare con lusinghe e con la forza, ogni angolo dove i palestinesi vivono per cancellarne la memoria. Come di quei villaggi e paesini dove la loro progenie trascorreva giorni e notti fino alla metà degli anni Quaranta. E di cui è scomparso qualunque ricordo.  


 

giovedì 4 settembre 2025

Cina vicinissima

 


Fanno più effetto le fitte e perfette file di divise multicolori che percorrono a passo marziale la piazza Tienanmen oppure lo scorrere iper armato di ordigni nucleari (DongFeng-61, JL1 Fulmine), i missili antinave supersonici, i carri e i droni, al cospetto di cittadini estasiati e orgogliosi più del regista e padrone dell’intero spettacolo di grandiosa grandezza dell’Oriente più evoluto? Entrambi. Ma la seconda voce si trascina a suo conforto l’effettiva capacità di questa potenza che è esibizione di tecnologia. L’odierna Cina antioccidentale, anche perché un certo Occidente la stuzzica e continua a bistrattarla, sta raggiungendo quello status per cui gli imperi s’innalzano e s’impongono: la tecnica creata e applicata. La padroneggia ovunque, e ora che ne mostra gli effetti anche nell’antico mestiere delle armi, su cui i nemici storici, nipponici e statunitensi, avevano la meglio diviene lo spettro da cui difendersi. In realtà è più d’un ventennio che l’ora ics è attesa da politologi e analisti economici, ma chi pratica gli effetti di queste materie, che per il dominio del mondo sono accampate fra la Casa Bianca, il Pentagono e Wall Street, dunque dai tempi di Bush junior, passando per Obama, Trump, i generali e i finanzieri posti ai vertici di quegli organismi, ha nicchiato facendo finta che il Dragone esistesse solo nei brutti sogni. Certo, ancora oggi che uno Xi Jinping vestito da Mao Tse Dong si bea sul palco godendosi la propria Pace Celeste, le classifiche del Pil globale mettono gli affari statunitensi davanti a tutti, coi propri sei trilioni di dollari di vantaggio a trainare il carro capitalistico del pianeta. Ancora oggi JB Morgan e Bank of America primeggiano in tutte le Borse, anche in quelle asiatiche di Shanghai e Singapore. Però non durerà. Lo dicono gli advisors di Manhattan, e le statistiche dei numeri che pongono sempre più studenti cinesi (e indiani) nelle università del mondo e conseguentemente negli organismi della ricerca tecnologica e poi della finanza internazionali,  così da scavare spazi per la trasformazione della supremazia e creare sorpassi. La demografia presenta il conto quando s’accompagna a pianificazioni statali, e in questo lo statalismo postcomunista in salsa capitalistica punta a fare Bingo, con la soddisfazione nell’iperuranio dell’uomo che alla scomparsa del grande Timoniere tirava la volata a simili soluzioni, Deng Xiaoping. 

 

 


Forse l’ex “capo architetto” della riforma economica cinese, solo approssimandosi alla dipartita terrena subodorava che il grande balzo avrebbe aperto scenari catastrofici per il cosiddetto Vecchio Mondo, ma chi osservava da un mondo egualmente antico e compassato aveva tutto il tempo di attendere sulla sponda del fiume il passaggio di cadaveri. Capitalismo di Stato, mix di statalismo e privatizzazione, controllo socialista del capitalismo, capitalismo collettivistico burocratico, le definizioni d’un orizzonte socio-economico fino a mezzo secolo addietro sconosciuto si sono sprecate in questi anni. Fra l’altro i tratti sono in divenire e sono mutati dal 1980 ai giorni nostri, con tanto di tratti d’indicibile profitto, corruzione, criminalità speculari alle peggiori storie delle fortune (capitalistiche) indissolubilmente legate al crimine, come ricordava il Balzac di Papà Goriot, perché certi vizi non hanno latitudini geografiche e possono riprodursi ovunque. Ma non sono tali righe una disamina sul dna cinese, non ne avrebbero le competenze che illustri studiosi di sistemi economici realizzano da tempo, proponendo distinguo e contraddizioni di questo Paese, idealizzato prima e dopo il Sessantotto per marxismo-leninismo allo stato puro, con comuni agricole, studenti-operai, ore di studio e lavoro a forgiare una nuova gioventù per una società migliore, comprensiva di ‘rivoluzione culturale’ e Rivoluzione con la maiuscola. Del cambio di passo di Deng, s’è ricordato, e si può pure rammentare la Tienanmen della rivolta studentesca dell’Ottantanove - rivoluzionaria? borghese? - la cortina dell’epoca ne discorreva poco. A Occidente s’insinuava, s’ipotizzava, dall’interno un Deng matusa  celava tutto, soprattutto le vittime d’una repressione protratta nel tempo. Fu l’ultimo anelito d’una Cina  ideologica e ideale? Forse. L’immagine dei Novanta e molto oltre è data dalle impattanti China National Petroleum Corporation, Sinopec, China State Construction Engeneering attive, attivissime ed efficaci sulle piazze mondiali, accusate d’impossessarsi dei tesori dell’altrui sottosuolo in Africa, Asia, Sudamerica. Accusate da chi? dalla concorrenza che pratica il medesimo scippo dall’epoca del colonialismo seicentesco. Nel pieno rilancio dei blocchi commerciali, geopolitici, geo militari, imperi invecchiati e innovati si confrontano, proponendo adesioni. Con uno spazio per le utopie scarso o nullo; i sistemi forti s’espongono per imporsi, gli altri osservano più o meno persi o angosciati.

lunedì 1 settembre 2025

L’altro organismo

 


Il mondo bloccato dai blocchi si mette in posa e mostra l’altra faccia, riassunta dal padrone di casa Xi Jinping e dalla signora Peng, usignolo del Belcanto cinese, che hanno accolto il parterre dei re esclusi dai sovrani d’Occidente stretti alla corte imperiale trumpiana. E’ il mondo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai cresciuto, dopo più d’un ventennio di vita, e che ha aggiunto agli iniziali membri kazaki, tajiki, uzbeki, kirghizi, le ben più corpose nazioni asiatiche d’India e Pakistan, e le ambiziose potenze regionali turca e iraniana. Non un contropotere, un possibile secondo dominio in un’umanità sottomessa ai signori della terra e delle guerre. Il clou dell’incontro è previsto mercoledì con una parata militare, a ricordo dell’80° anniversario della resa giapponese sullo scenario asiatico del Secondo conflitto mondiale che pose fine alle ostilità, ma la per ora pacifica Cina tiene a sottolineare la sua accresciuta forza bellica, rispetto a fasi recenti. Un balzo tecnologico che confeziona anche terribili strumenti di morte, come i caccia J-10 sfornati per il Pakistan, finora appannaggio delle major armate statunitensi, Lockeheed Martin e sorelle. Certo, nel 2024 l’impatto della spesa militare mondiale poneva Pechino, pur seconda coi suoi 314 miliardi dollari nella tragica graduatoria produttiva, assai lontana dai mille miliardi annui stanziati da Washington, però la rincorsa di chi fa affari a tuttotondo probabilmente assottiglierà la distanza. Che certe presenze nello Sco siano compartecipi è vero, ma è un dato di fatto che tuttora osservano i grandi dal basso verso l’alto. Così l’attenzione degli analisti è rivolta ai soci di maggioranza, quelli iniziali come la Russia e gli acquisiti, l’India. E che l’attuale meeting abbia un contorno propagandistico da contrapporre alle frequenti assise della Nato e agli appuntamenti dei ‘volonterosi’ pro Ucraina, è un’altra scontata verità. Eppure le sempre più marcate spaccature globali, gli embarghi, i veti che logorano una globalizzazione solo un ventennio addietro tanto in voga, aggiungono solchi a una polarizzazione ricercata caparbiamente dalla strapotenza statunitense che con la seconda stagione del presidente-tycoon dichiara di cercare pace attizzando conflitti, mentre ha già lanciato la lacerante guerra dei dazi. 

 

 

E’ il potere stracciante dell’economia a compiere il miracolo di rivitalizzare un padrone che le guerre aveva iniziato a farle già da un quarto di secolo, col benestare europeo in Cecenia e Georgia, e le prosegue. Ma con l’odierna riapparizione nella Sco Putin esce dall’isolamento geopolitico e dalla persecuzione degli embarghi, stringe mani, prende applausi come fosse il Jude Law che lo interpreta ne Il mago del Cremlino. Dominio della realtà sulla finzione. I dazi che il bandito-imbonitore Trump impone al 50% all’India, rea d’aver acquisito idrocarburi russi, fanno riabbracciare dopo un quinquennio Modi e Xi, lasciatisi con una tregua armata sui confini ghiacciati del Ladakh, e ora decisi a collaborare per un futuro radioso dei rispettivi popoli che da soli fanno un quarto della cittadinanza   globale. E nella tensione dell’Indo-Pacifico che comunque la Casa Bianca tiene viva dando sponda alle rivalse di Taiwan, perdere la stima indiana, ora in viaggio verso Pechino, non è un passo di grande lungimiranza. Sulla rappresentanza della comunità mondiale dello Sco ai commenti sempre relativi al peso demografico dell’Organizzazione che vale quasi la metà della popolazione terrestre, c’è chi contrappone il ruolo del Pil. Effettivamente molti dei Paesi Europei, gran sodali degli Usa, lo vantano, per ora, assai più corposo rispetto a Uzbekistan e soci. Però ci sono gli Stati osservatori, da cui possono derivare nuove adesioni. Fra i più solventi spiccano le petromonarchie del Golfo, che coi presidenti Usa patteggiano piani affaristico-politici per il Medioriente, tipo “Accordi di Abramo” oppure stabiliranno ridisegni della Striscia Gaza, comprensivi di resort o meno, ma amano lasciarsi le mani libere per i propri interessi finanziari da patteggiare con chi vogliono. Lo stesso vale  per la Turchia erdoğaniana, liberata dall’incubo del conflitto interno coi kurdi e tornata in prima fila per gestioni d’un Medioriente sottoposto alla pressione del disegno del Grande Israele. Le mosse di Xi, almeno sulla carta, sembrano più vantaggiose delle infide clausole trumpiane. La partita è aperta, ma la diplomazia dell’accoglienza e del sorriso funziona meglio di quella della pacca su una spalla e della bastonata sull’altra distribuite dallo Studio Ovale. A Tianjin anche armeni e azeri, fino al 2020 l’un contro l’altro armati, dialogano. Magari obtorto collo, ma tant’è.