martedì 15 settembre 2026

Accordo scordato

  

Di foto, come s’usa, ne hanno fatte molte. Così per le strette di mano e gli assensi a favore di telecamere. L’accordo era storico: nasceva la ‘Nato islamica’, aveva azzardato qualche commentatore. Tutto questo il 7 agosto scorso, in una sede che più santa non si può: La Mecca dove il padrone di casa bin Salman, mister Erdoğan e Sharif hanno messo nero su bianco le loro firme vincolanti per una difesa comune in caso d’attacco a ciascun membro. Un mese dopo la prova del nove. Arriva un assalto dei Partigiani di Dio yemeniti che con droni e missili bombardano infrastrutture militari ed energetiche dei Saud. Però nessuno si muove. Non c’è alcuna reazione bellica da parte dei tre, neppure dei diretti offesi che hanno scelto una risposta diplomatica, ferma ma non graffiante. In realtà i militari di Ryadh un passo marziale l’avevano compiuto, prima. E da questo è scaturita l’offensiva dei miliziani. Nelle ultime settimane i sauditi avevano soffocato e ristretto lo spazio operativo di certe infrastrutture gestite dagli Houthi, da lì i citati lanci sull’aeroporto di Sanaa e qualcosa in più: l’avanzata su Mocha e sull’isola di Perim che consentono un controllo più diretto su Bab el-Mandab. E questo infastidisce maggiormente i sauditi e il mondo, perché produce un sigillo su quel varco e sul passaggio di petroliere. Eppure il portavoce degli Ansar Allah s’è subito speso in rassicurazioni: la chiusura riguarda esclusivamente le petroliere di Ryadh. Una conferma non rassicurante per i tanti Paesi che attendono quei cargo per propri rifornimenti di greggio. E’ questa la guerra tuttora in corso, dopo che i bombardamenti statunitensi sull’Iran, l’alleato-patron dei ribelli yemeniti, si sono quasi spenti come pure le reazioni dei Pasdaran sulle locali petromonarchie, quinta colonna di Washington nel Golfo. Esaminare i motivi dello stato di quiete bellica fra i membri del Patto de La Mecca, è semplice. Il comune denominatore resta il mantenimento della sicurezza nell’area per molteplici ragioni. In testa quelle economiche che direttamente e indirettamene coinvolgono ciascuno fra forniture energetiche, belliche e tecnologie applicate a guerra e pace. I loro legami sono solidi, i commerci pure e serve tenere lontana l’instabilità. Eccezion fatta per un’ostilità palese e duratura e tale non viene giudicata l’ultima mossa degli Houthi. Ma il Convitato di Pietra in questo triangolare dell’ordine è l’Iran. Il Pakistan se lo ritrova sul confine occidentale, ne condivide instabilità interne fomentate dal movimento autonomista dei beluci, da sempre guarda con maggiore apprensione quanto si muove sull’altro immenso limes, quello orientale con l'India. Con un competitore regionale qual è l’Iran messo sotto pressione da oltre un anno dagli attacchi delle aviazioni israeliana e statunitense e soffocato da un embargo economico senza fine, Islamabad non intende interferire. Ne rispetta l’orgoglio e probabilmente lo teme. Anche perché in casa gli islamici sciiti sono una nutrita schiera, oltre trenta milioni di individui che a rigor di logica non vanno stuzzicati creando tensioni col mondo degli ayatollah. Con l’Iran non intende alzare polveroni neppure bin Salman. E’ il motivo per il quale al momento le incursioni degli Houthi godono d’una certa immunità. Ovviamente l’equilibrio è labile, lo sblocco del blocco a Bab el-Mandab, come a Hormuz, dipendono da fattori oggettivamente diplomatici anziché da scaramucce militari. Per il superamento della crisi che coinvolge Teheran, già nei mesi scorsi Sharif e il suo supervisore della forza, il generale Munir, hanno vestito i panni dei costruttori di pace. Ora pur non volendo soffiare sul fuoco il trio dell’Islam stabilizzante, usa l’arma della pazienza per quanto rischi di perdere la faccia davanti al montare d’un ulteriore braccio di ferro con gli irriducibili ribelli. 






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