domenica 20 settembre 2026

A cercar la bella guerra

  



Che ci fanno gli Eurofighter italiani nella base militare King Fahd di Ta’if, presso La Mecca? Già, che ci fanno? La domanda è di Nasr al-Din Amer, vice capo dell’Autorità per i media di Ansar Allah, che ha aggiunto ”Non siamo in guerra con l’Italia e non vogliamo che venga coinvolta in atti ostili verso il nostro Paese o che sostenga atti di aggressione contro la nostra gente”. Ma quei caccia, operativi a tutti gli effetti, su cui Palazzo Chigi ha dato scarse o nulle informazioni, stanno lì dal mese di marzo assieme a ben settecento nostri militari. Politici distratti e vaghi non avevano circonstanziato l’ennesima prostrazione del governo Meloni quando - nel marzo scorso in pieno bombardamento israelo-statunitense sull’Iran - la coppia Tajani-Crosetto, cioè i nostri ministri di Esteri e Defesa, annunciavano in Parlamento un aiuto richiesto dalle petromonarchie che la maggioranza di governo acconsentiva. Quel dispiegamento di Forze Armate tricolori teoricamente doveva proteggere cittadini e interessi nazionali in loco. Invece. Invece la missione, marchiata Arabia con tanto di logo, s’inserisce nel coacervo delle contraddizioni della geopolitica nella regione, quella degli attacchi contro l’Iran voluti da Netanyahu e Trump, con tragici e sanguinosi effetti sulla popolazione. E quella su ferite non sanate attorno a Sanaa e al territorio dove da oltre un decennio si combatte la guerra civile yemenita (240.000 vittime) fra truppe lealiste, sostenute e protette dal regime saudita, e i sempre più vincenti ribelli Houthi. Pare proprio che la nostra missione cerchi un posto all’ombra, accanto ai leader guerrafondai di Tel Aviv e Washington, in quell’Arabia Saudita che ha ripreso a insidiare i nemici Houthi. Nemici di Riyad, mica di Roma. Tant’è che loro lo sottolineano. Eppure a via Venti Settembre passano altri pensieri che conducono il responsabile del dicastero a concentrare nella penisola arabica ulteriori attrezzature d’alta tecnologia bellica spargendo militari in varie basi. Fattore che non sfugge ai non sprovveduti guerriglieri, molto più attrezzati dei gruppi di vecchini armati di pugnale che manifestano a favore di telecamere quando c’è da parlare di loro. Così fra decisioni prese a senso unico fra ministro e Stato Maggiore in tempi più recenti si è giunti ad ammettere davanti a politici, acquiescenti perché di maggioranza e impotenti perché d’opposizione, che i reparti di quella e differenti missioni viaggiavano da una base all’altra nella regione, venendo, ad esempio dal Kuwait e dagli Emirati Arabi Uniti, per rafforzare quel che i sauditi vogliono rafforzare. Mentre droni e missili viaggiavano sui baschi dei reparti italiani, poiché Iran e petromonarchie si scambiavano e scambiano attacchi diretti, per i reparti nostrani non c’è stata guerra. Fino a quando lealisti yemeniti e Ansar Allah hanno ripreso le offensive e un aereo tricolore è stato colpito. Che fare si dicono ora gli strateghi nostrani? Spostare un bel gruppo di avieri lontano dalle infuocate coste centro-meridionali del mar Rosso, sebbene i più arditi nel governo più longevo della Storia della Repubblica e la premier stessa, premano per impelagarsi ancor più nelle acque contese (siamo o non siamo un popolo di post navigatori, combattenti ed eroi?). Per non esser soli c’è stato un assist, sotto forma di missiva, lanciato all’Unione Europea affinché condivida con le fregate dell’operazione Aspides una presenza armata accanto ai mercantili che vogliono transitare nello stretto diventato angusto di Bab al-Mandab. L’Alta rappresentante estera Kaja Kallas ha annuito, ci sarà da discutere di spese da dividere. Oltre alla futura gloria per respingere possibili bersagliamenti degli Houthi. Ma vuoi mettere l’emozione dell’azione pur non essendo in guerra.


 

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