E’ fra i centoquaranta, e forse più, annegati e gli ottantamila che raggiungendo Ceuta sognavano d’entrare in Europa che si misurano i grandi assenti alle elezioni marocchine di domani. Tanti giovani fra i diciotto e i venticinque anni le snobberanno nonostante la claudicante monarchia cerchi di rilanciare anche con l’urna il buon nome nazionale. E’ previsto un vuoto milionario e a doppia cifra, oltre dodici milioni, visto che la quota dei ragazzi di quell’età iscritta nelle liste dei votanti non supera il 3%. E accanto agli eclatanti e surreali giorni dell’enclave, tuttora contesa alla Spagna nei piani della dinastia alawita, dove esercito e polizia marocchine spingevano una massa giovanile scontenta e rissosa che già da un anno aveva sollevato proteste e rivendicazioni contro il proprio governo, l’agiatissimo re, con oltre due miliardi di dollari di patrimonio ma malato, a causa di una sarcoidosi, cerca un nuovo primo ministro per offrire al principino Moulay Hassan un terreno solido su cui continuare a regnare. Con una benevolenza molto più esterna che interna, visti i rapporti amplissimi e solidissimi sugellati da quest’ennesimo sovrano-affarista col colonialismo di ritorno francese e non solo. Certo, c’è un pezzo di Marocco benestante e molto più, addirittura miliardario come l’attuale primo ministro, il berbero Aziz Achannouch, che in caso di successo del suo partito (Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti) e della coalizione (Partito dell’Autenticità e della Modernità e Partito dell’Istiqlal) difficilmente ripeterà il mandato. Non solo perché chiacchierato per corruzione ma poiché con le sue sessanta aziende fra cui: Afriquia, Tissir Gaz, National Gaz, Ultra Gaz, Mini Brahim, Speedy, Oasis Café, Maghreb Oxygène, Nissa Min Al Maghrib, Femmes du Maroc che gli fruttano un patrimonio stimato lo scorso anno da Forbes in 1,6 miliardi di dollari, rappresenta l’immagine di quella minoranza di Pase che attraverso la commistione fra affarismo e politica ai danni degli strati più deboli della popolazione s’arricchisce e se ne infischia di eguaglianza, stato sociale, redistribuzione della ricchezza. Non una novità nell’Africa e nel Maghreb bistrattati da nuove figure d’antico sfruttamento, ma il fatto non costituisce un’attenuante. Eppure ciò che i marocchini non ottennero con l’immediata adesione alle cosiddette ‘Primavere arabe’, tutte ahiloro fallite e represse, è rimasta un’incompiuta.
Sia per i ceti più arretrati, sempre costretti alla migrazione più o meno accolta da un’Europa matrigna e sanguigna, sia verso i ceti medi, quelli con salari mensili anche di 4000 dirham (mille e cinquanta euro) oggi in difficoltà rispetto a quando, cinque anni or sono, la citata coalizione d’un centro-destra che potremmo definire laico ha sostituito il partito islamico (Partito della Giustizia e Sviluppo) al governo per un decennio. Così fra una migrazione consolidata che non torna più in patria dai suoli francese e pure italiano dove vive, ma invia ai parenti solide rimesse comunque utili alle famiglie e anche allo Stato, c’è quella disperata vista a Ceuta. C’è pure un mondo giovanile che volta totalmente le spalle al sistema plurisecolare dei Mohammad, però può restare sedotto da un classico dell’alienazione seppur legato al gioco più bello del mondo del pallone. Lì la nazionale rossa marocchina è diventata una realtà, non solo quando ha umiliato con un secco 3-0 al Mondiale qatarino del 2022 i più noti rossi di Spagna, in seguito laureatisi campioni continentali e poi iridati. Ma vincendo, seppure a tavolino, la Coppa d’Africa dell’anno in corso e lanciandosi come sede (con Spagna e Portogallo) per il Campionato del Mondo 2030. Questo come si rapporta alle elezioni di domani? Attraverso un politico che si chiama Fouzi Lekjaa, già rodato e inserito nel Palazzo come ministro del Bilancio del governo uscente e soprattutto in qualità di Presidente della Federazione calcistica marocchina, il suo asso nella manica con tutta la notorietà e l’indotto che deriveranno dai futuri Mondiali. E’ lui l’uomo del destino che arriva a Rabat, in perfetta sintonìa con la Casa reale e il suo raggruppamento politico, in cui milita però anche un outsider di lusso: la cinquantenne e attuale sindaco di Marrakech Fatima Ezzahra El Mansouri. Avvocato di buona famiglia egualmente introdotta nelle sfere affariste del regno, può rappresentare la svolta “femminista” con cui il malandato Mohammed VI vuol consolidare ancor più la presenza di capitali europei nel Maghreb occidentale. Nelle urne, che potrebbero vedere un’affluenza anche peggiore dell’ultima tornata algerina dove ha votato poco più del 20% degli aventi diritto, si prospettano un gioco tutto interno al potere già esistente foriero di ulteriori migrazioni disperate.


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