martedì 14 marzo 2023

Crosetto, la guerra ibrida del Wagner Group

 


Crosetto è un cazzaro (mudak in russo), dice Prighozhin il famigerato cuoco-guerriero di Vladimir Putin, che del ministro della Difesa italiano è quasi una controfigura per pelata, età (Crosetto è più giovane d’un paio d’anni), passione per le armi, imbracciate dal pietroburghese e collocate sui mercati dal cuneese. Dunque affarismo di ritorno, tuttora in atto per il manager del ‘Gruppo Wagner’ mentre il ministro - già senior advisor per Leonardo e presidente della Federazione aziende per l’aerospazio e pure in afflato coi familiari azionista di società di consulenza per difesa e sicurezza - ha mollato ogni precedente ruolo per fiancheggiare la sua pupilla politica, diventata inquilina di Palazzo Chigi. Lo scambio di attenzioni è conseguenza dell’accusa di Crosetto a Prighozhin, che impegna da mesi i propri reparti sul fronte ucraino ma che è ben insediato anche in talune aree di crisi africana. Come il Mali, sguarnito dalla missione francese Barkhane, durata otto anni con risultati inesistenti contro i jihadisti e indigesti alla stessa giunta militare locale tanto da riportare i parà a Parigi. I ‘wagneriani’, che già scorrazzavano in Libia, li hanno rimpiazzati perché dove c’è guerra c’è speranza. E affari. E Prighozhin è un manager pragmatico e spietato. 

 

L’accusa rivoltagli dal dicastero italiano della Difesa prende le mosse dal suo spirito mercenario e dall’intento di creare crepe d’ogni sorta verso i fronti nemici, nella fattispecie lanciare dai territori africani controllati con le armi, l’arma della migrazione sull’Europa antirussa. La questione riguarderebbe i flussi dalla Libia. Ipotesi non peregrina, e Crosetto cita dossier preparati dall’Intelligence nazionale che suppongono cifre considerevoli: settecentomila disperati intenti ad assediare le coste dell’avamposto della Fortezza Europa, che sono poi i lidi italiani. Quelli dove i migranti naufragano e muoiono. Che tutto ciò accada per un disegno predisposto dall’uomo di Putin è da verificare, i report che l’Aise fornisce al governo dovrebbero risultare più concreti. I nostri 007 dovrebbero aver constatato in questi anni l’operato africano dei miliziani Wagner, in Cirenaica innanzitutto. Gli intenti risultano quelli di crearsi basi operative, prevalentemente militari, e perseguire il controllo di giacimenti petroliferi e di materie prime. Al limite rispetto alla sponda dello schieramento di riferimento (Dbeibeh o Haftar) rischiano i pozzi controllati dall’Eni. Finora non ci sono testimonianze d’un coinvolgimento del cinico uomo del presidente russo nei flussi migratori, che pur nell’affarismo della tratta coinvolgono mafie, entità e soggetti vari. Del resto le recenti trasmigrazioni nord africane hanno una provenienza maggiore dal territorio tunisino rispetto a quello libico, e sia le cause sia le tipologie di migranti sono diversi: sub sahariane e tunisine da Sfax o da località limitrofe, egiziane e mediorientali dalla Cirenaica. Gli affari di mister Prighozhin al servizio del proprio zar, non paiono rivolti al business e alla geopolitica della migrazione, ma Crosetto crede fermamente nella guerra ibrida.

giovedì 9 marzo 2023

Netanyahu, faccia di bronzo

 

Ci vuole la faccia di bronzo che sfoggia da decenni, facendo prima il playboy da strapazzo in osservanza a un compiaciuto machismo che continua a ostentare fino e oltre la sua salita in vetta a Israele per plasmarlo con un volto razzista sempre  più senza fondo. Benjamin Netanyahu, premier della sedicente unica democrazia mediorientale è ospite nell’intervista di uno dei direttori più filosionisti del panorama giornalistico italiano: Maurizio Molinari di quella Repubblica che fu di Eugenio Scalfari. Intervista d’apertura odierna, giustificata, diranno a Via Cristoforo Colombo, dall’imminente visita che Bibi s’appresta fare in Italia. Due paginone fitte con tante foto, compresa quella recente d’un compunto nostalgico Ignazio La Russa, ora seconda carica del nostro Stato, assorto con kippah d’ordinanza davanti al Muro del Pianto. Il governo della destra post-fascista attento alla cosmesi e pronto a rifarsi il trucco per ampliare i suoi favori vaga da Orbán a Morawiecki e Rutte, cercando sponde fra Al Sisi e bin Rashid e giungendo, di reazione in reazione, allo strafottente Netanyahu. Questione di feeling… Lui non si cura delle proteste che gli stessi concittadini ebrei, per cui tanto si batte producendo apartheid antiarabo, stanno inscenando da settimane temendo regressioni pericolose per la prevista “riforma” di una giustizia, che a suo dire non può essere Onnipotente. Guidando l’esecutivo più reazionario della storia d’Israele, puntellato dal voto dei Ben Gvir e Smotrich, è contestato per il mancato rispetto delle minoranze, il riferimento è la comunità Lgbtq, i palestinesi non sono affatto contemplati nelle manifestazioni di piazza. Ma tant’è. Chiunque, se vorrà potrà leggere le risposte offerte da Netanyahu, qui ci concentriamo su un concetto e un’amenità presenti nell’intervista.

 

Il primo riguarda uno degli scopi del viaggio a Roma, accanto alla joint venture sull’acquisto del gas del giacimento Leviathan che negli ultimi anni Israele s’è trovata in fondo al Mediterraneo. Si tratta del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale del proprio Stato. Un passo compiuto da Donald Trump in faccia a tutte le dichiarazioni Onu che hanno condannato l’occupazione della città dall’epoca della ‘guerra dei sei giorni’. Una richiesta irricevibile per i membri delle Nazioni Unite che hanno votato compatti contro la proposta (favorevoli solo Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Narau, Palau, Isole Marshall), convinti di respingere i reiterati crimini e le vessazioni con cui l’esercito di Tel Aviv uccide persone, espropria e distrugge case a Gerusalemme est, dove la popolazione palestinese è vissuta da generazioni, un secolo via l’altro. Per tacere degli insediamenti illegali dei coloni, aumentati a dismisura soprattutto nel corso dei vari governi Netanyahu in quell’area orientale della Città Santa, da Ma’ale Adumim a Pisgat Ze’ev. Lo sproloquio del primo Ministro ci riserva anche la citata amenità: il presunto garibaldinismo del padre del sionismo Teodoro Herzl che “vide nel Risorgimento e in Garibaldi un esempio a cui ispirarsi per l’unificazione e la liberazione di un popolo intero”. A Caprera ci sarà stato sicuramente un sommovimento tellurico: va bene che di usurpatori di sue gesta e pensieri l’eroe  dei due Mondi ne ha conosciuti parecchi durante il secolo vissuto e nel Novecento, ma questa poi. Certo Herzl s’era infiammato per l’affare Dreyfus e speso per cercare soluzioni territoriali per una nazione ebraica, dal Sudamerica all’Uganda. Che stravedesse per Garibaldi i nostri studi storici non l’avevano mai scoperto. Chissà quale documentazione Netanyahu fornirà, se la fornirà, alla patriota Giorgia per convincerla della bontà di questa tesi. Magari prossimamente il sagace Molinari ne scriverà su La Repubblica e impareremo qualcosa di nuovo su Risorgimento e Sionismo.

mercoledì 8 marzo 2023

Kabul, vita da talebano

 


Nei mesi scorsi Sabawoon Samim, studente della provincia di Zabul, ha avvicinato alcuni talebani presenti a Kabul raccogliendone le impressioni poi pubblicate dai ricercatori dell’Afghanistan Analysts Network. Ne scaturisce uno spaccato parzialmente inedito poiché anche nella presunta arretratezza dell’Emirato il miliziano cambia ruolo, diventando più impiegato che combattente. Il focoso passato è ancora vivo, ma sedimenta nei ricordi mentre il presente è fatto d’impegno amministrativo al fianco di comandanti trasformati in ministri o peggio in burocrati. Poi: studio di lingue e nozioni informatiche per quel che le attrezzature possono offrire, inurbamento, possibili trasferimenti familiari nella capitale prima temuta quindi accettata, necessità d’ulteriori guadagni sempre in funzione del mantenimento di moglie e figli. E graduale trasformazione estetica con acconciature meno ribelli, barbe più curate, addirittura uso di divise e minore ostentazioni di armi in pubblico (almeno come buon proposito). Omar padre di cinque figli, dal distretto di Paktika, dove torna appena può perché lì ha la famiglia, ha raccontato a Samim d’essere originario del Waziristan (regione pakistana che nel concetto mai morto del Pashtunistan va oltre i confini ‘imperialisti’ di Afghanistan e Pakistan). Ricorda d’avere avuto undici anni nell’ottobre 2001, quando iniziò l’Enduring Freedom statunitense. Furono quei bombardamenti indiscriminati a spingerlo verso la jihad contro gli occupanti. Ha combattuto nelle provincie di Laghman, Nangarhar, Paktia, Paktika, Ghazni prima di diventare rappresentante e poi comandante del suo gruppo. Ora è stanziale a Kabul, con un impegno lavorativo dalle otto alle sedici che non gli lascia spazio per frequentare conoscenti e compagni d’armi d’un tempo. Solo il venerdì, se non torna a casa, c’è il relax a Zazai Park, luogo di svago dei kabulioti, oppure al castello di Paghman, un posto a suo dire impossibile da trovare in tutta la provincia di Paktika. Di Kabul apprezza la relativa pulizia e il modo in cui le strutture sono state modernizzate e migliorate (sic): gli edifici, le strade, l'elettricità, la connessione internet e tanto altro. Si stupisce di trovare taxi anche a mezzanotte, apprezza la fruibilità di ospedali e scuole (magari non per le studentesse, ndr), centri educativi e madrase. Altro pregio della capitale è la sua diversità etnica. Omar incontra uzbeki, pashtun, tajiki che vivono in un edificio e vanno alla stessa moschea. Non cita gli hazara, ma magari non passa per Dasht-e-Barchi… Aggiunge che parecchi hanno un’immagine negativa di Kabul, ma lui ha visto che differentemente dai villaggi, dove molti vanno in moschea per stupire la comunità, la gente di Kabul ci si reca solo per il bene di Allah. 

 

Il più giovane (ventiquattrenne) Huzaifa, originario della provincia sudorientale di Paktia, è sposato e padre di due figli, in guerra ha ricoperto l’incarico di cecchino (…) Frequentava la madrasa dall’età di tredici anni e rivela come la famiglia abbia cercato di fargli lasciare l'Emirato. Ma nella lotta e nel gruppo lui trova amore, sincerità e sete di martirio. Durante la jihad la vita era semplice, dovevano solo pensare ai piani d’attacco e a ritirarsi. Ora è tutto più complesso: chi ha fame li ritiene responsabili dell’aggravamento delle condizioni di vita. Trasferitosi a Kabul, che ha visto per la prima volta due anni or sono, pensava di trovarla colma di malfattori, dopo mesi di permanenza ha cambiato opinione. Certo, in città vivono anche criminali, provenienti da tutto l’Afghanistan, e ha costatato frequenti casi di ferocia contro le donne. Racconta all’intervistatore che quest’ultime si approssimano alla ḥawza (letteralmente la sede della conoscenza, una sorta di seminario) per chiedere lumi sui problemi che le affliggono. Il capo della ḥawza ha insegnato a lui e ad altri mujaheddin che la Shari’a permette di parlare alle donne per orientarle e aiutarle. E’ l’unico interessamento di genere scaturito dai colloqui. Un suo prossimo passo è portare la famiglia in città, dove la gente vive a contatto di gomito ma non interagisce come nei piccoli centri. Una tendenza contraddittoria e positiva al tempo stesso: a differenza del villaggio nessuno s’interessa a ciò che fai, infastidendoti o interferendo nell’altrui vita (Ipse dixit, ndr). Kamran, 27 anni, proveniente dalla provincia di Wardak, è egualmente sposato e due volte padre. Diplomato in una scuola governativa a 19 anni ha abbandonato gli studi “Per il bene della jihad” ed è all’ottavo anno di militanza islamista. Ricorda d’aver partecipato a parecchie battaglie, proprio nella zona d’origine, Sayedabad, dove gli americani lasciavano decine di cadaveri. Negli ultimi tre anni è diventato vicecomandante e responsabile della maggior parte delle attività quotidiane. Fra le paure passate gli si ripresenta il fantasma dei droni che inseguivano il suo manipolo e lo bombardavano. Negli ultimi due anni di guerra precedenti all’estate 2021 i reparti americani e di Ghani erano scomparsi dai campi di battaglia, solo gli attacchi dal cielo potevano colpirli. Si esalta ancora perché non è più braccato, loro (i taliban) possono andare dove vogliono: sono liberi e c'è libertà in tutto il Paese per questo  loda Allah.

martedì 7 marzo 2023

Turchia elettorale, opposizione unita nell’incertezza

 

Se l’opposizione a sei turca partorisce il topolino Kılıçdaroğlu da opporre al sultano Erdoğan, quest’ultimo entra nella campagna elettorale ponendo temi da statista: "Per noi il centro dell’attenzione continua a essere il terremoto e il ripristino dei danni. Non digeriremo una campagna elettorale basata su polemiche politiche quando dieci milioni di concittadini sono tuttora piegati dal terremoto che ha distrutto una parte del Paese" ha dichiarato alla stampa mentre si diffondeva la notizia della candidatura alternativa del segretario del primo partito d’opposizione. L’accordo sul suo nome che tre giorni fa aveva visto il diniego della leader dell’İyi Parti, propensa a una candidatura da scegliere fra i primi cittadini, sempre repubblicani, di Istanbul e Ankara, è giunta per una retromarcia della stessa Akşener. Tornata a dialogare con gli altri cinque alleati del Tavolo, qualora Kılıçdaroğlu venisse eletto, ha spuntato la vicepresidenza della Repubblica per i sindaci İmamoğlu o Yavaş. Gli alleati sorridono soddisfatti, ma l’unità ritrovata avrà bisogno di verifiche perché composta da anime assai diverse. Due partiti (Deva e Future Parti) sono retti da ex strettissimi collaboratori di Erdoğan che non sono ben visti da una buona fetta dell’elettorato kemalista. Per mettere alle strette il partito-regime l’opposizione dovrebbe non solo collaborare, ma aver pianificato un progetto per un Paese esposto a una dura crisi economica. Colpito da una pesantissima inflazione, attualmente una lira turca vale cinque centesimi di euro,  anche i generi di prima necessità diventano meno accessibili per strati sociali che con la disoccupazione sono entrati nella fascia di povertà. Certo, approvvigionamenti alimentari ed energetici non mancano, la Turchia non è l’Egitto né la Tunisia, proprio in virtù del forte peso internazionale raggiunto in base alla pur rischiosa politica estera del Capo di Stato.  

 

Apprezzata non solo da Mosca o Pechino, riavvicinati col ripristino d’una tarda ‘Guerra Fredda’ che le contrapposizioni sulla questione ucraina ha creato con Washington, ma necessaria agli stessi Stati Uniti che, rilanciando la centralità della Nato, non possono rinunciare al maggiore esercito di punta nel Mediterraneo rappresentato appunto dai soldati di Ankara. Per tacere di quanto l’Unione Europea conti su scelte e proposte dell’attuale presidente turco. La questione migrazione, spina nel fianco dell’Unione per le ritrosie e le chiusure dei governi razzisti del blocco di Visegrád, ha trovato nella linea erdoğaniana una soluzione alle proprie contraddizioni. Se a Bruxelles si parla di diritti umani non è detto che in cuor proprio tanti deputati europei sperino che l’unico sisma turco resti quello terrestre, poiché uno sconquasso politico introdurrebbe parecchie incognite. Qualora dovesse prevalere alle urne il “Tavolo dei sei” avrebbe davanti non solo il gigantesco compito della ricostruzione post terremoto (ieri è stato aggiornato il numero delle vittime salito a 46.000), ma dovrebbe ricentrare il suo ruolo geopolitico regionale e nei rapporti con la Ue. All’interno, poi, i diversi orientamenti possono sbizzarrirsi in aperture o chiusure. Le prime, importanti perché coinvolgono un elettorato da 10% o giù di lì, riguarda la minoranza kurda che ha lanciato un apprezzamento non indifferente al neo nominato Kılıçdaroğlu. Il Partito Democratico dei Popoli (Hdp) annuncia di rinunciare a un proprio candidato alle presidenziali e di appoggiare il leader repubblicano se quest’ultimo visiterà la loro sede. Un passo che l’alevita Kılıçdaroğlu farà o forse no. I kemalisti duri e puri che albergano anche nelle sue fila non solo fra i “Lupi grigi” del Mhp, l’alleato governativo dell’Akp, non apprezzerebbero il gesto. E la coperta elettorale per l’opposizione si fa corta. Nonostante le sanguinanti ferite del cataclisma, l’aria pesante continua a circolare nel Paese e non riguarda solo gli stadi. Quanto accaduto in quello di Bursa, dove la tifoseria del Bursapor, terza serie del campionato calcistico, hanno aggredito i giocatori ospiti dell’Amedspor, la squadra kurda di Diyarbakır, è sintomatico d’una spaccatura difficile da ricomporre con le elezioni.

sabato 4 marzo 2023

Elezioni turche, Erdoğan rischia tutto

 


La Turchia mantiene il voto del 14 maggio, politiche e presidenziali. E’ la commessa di Erdoğan davanti alle 45.000 vittime del recente terremoto, ai due milioni di senzatetto, ai trentadue miliardi di euro di danni (solo secondo le prime stime) e alle galoppanti polemiche su: condoni, corruzioni amministrative, imprenditoria truffaldina che edifica colossi di cemento carenti di cemento e soprattutto senza seguire direttive antisismiche da quattro anni stringenti. Però, al di là di tangenti versate ai politici locali su cui indaga la magistratura con già numerosi arresti, scarse o inesistenti erano state le verifiche dello Stato su quei lavori. L’opposizione l’ha denunciato insieme alla stessa scarsa mobilitazione dell’esercito che nei primi giorni dei soccorsi ha utilizzato solo 8.000 militari, mentre nel disastro, tutto sommato meno disastroso del 1999, i soldati sul terreno squarciato della Marmara erano stati 35.000. E’ un raffronto lanciato da chi allora governava, quel partito repubblicano che raccoglie l’alleanza a sei da scagliare contro islamisti e nazionalisti oggi al potere. Erdoğan, che tanto ha atteso l’appuntamento con l’urna nel centenario della moderna Turchia, così da poter proseguire in caso di vittoria la personale carriera di statista ancorato alla presidenza e di prolungare con l’Akp un controllo dell’esecutivo in atto da ventuno anni, ha valutato più rischioso il rinvio della consultazione rispetto a un riscontro immediato davanti a un orizzonte comunque bollente. Del resto la promessa di ricostruire entro un anno le aree distrutte, può attrarre più consensi in questa fase successiva al disastro rispetto alla scadenza alternativa lanciata per novembre. A fine anno, se poco o nulla verrà fatto, l’illusione e il raggiro risulterebbero  palesi. Perciò il presidente rischia tutto. E’ nel suo stile, non sempre votato all’azzardo perché, come accennato, disagi e rabbia dei senza casa potranno crescere nei mesi a venire. Certo, resta la difficoltà nell’approntare seggi nelle aree distrutte: prefetture e sindaci dovranno iscrivere cittadini-elettori senza documenti e senza la possibilità di consultare archivi andati dispersi. 

 

Dovrà intervenire l’apparato statale di cui però c’è chi non si fida proprio nelle zone colpite dal sisma dove maggiore è la concentrazione della comunità kurda, da sempre critica e ostile verso il governo in carica. Nelle mosse che seguono la conferma della tornata elettorale di maggio traspare maretta nella ‘Tavola dei sei’ dell’opposizione. Nel designare lo sfidante al presidente che vorrebbe essere eterno i repubblicani del Chp, Gültein Uysal del Democratic Parti, Temel Karamollaoğlu del Falicity Parti, Ali Babacan di Democracy and Progress Parti, Ahmet Davutoğlu di Future Parti, quest’ultimi due ex ministri e figure di punta del partito di maggioranza da tempo fuoriusciti e diventati fervidi avversari di Erdoğan, hanno approvato la candidatura di Kemal Kılıçdaroğlu, segretario del Chp. Però  non avevano fatto i conti con l’ex lupa grigia, la sanguigna  leader dell’İyi Parti, Meral Akşener. Lei pone il veto verso il tutt’altro che vivido capo kemalista, già in altre occasioni sconfitto da Erdoğan. Al suo posto propone uno dei due sindaci vincenti alle amministrative 2019, uomini sempre del partito repubblicano, ma giovani e dotati di maggiore presa elettorale. Solo che Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul, ha un contenzioso con la magistratura che gli ha inflitto una condanna di reclusione di quasi tre anni per oltraggio a funzionari pubblici e non potrebbe candidarsi, il suo ricorso è tuttora sospeso. Il sindaco della municipalità di Ankara, Mansour Yavaş, è meno carismatico ma agli occhi della leader dell’İyi Parti, appare più idoneo dello sbiadito segretario repubblicano. Questi pensava di poter direzionare facilmente la ‘Tavola dei sei’ sulla sua persona e l’ha presa assai male. D’altro canto l’Akşener ha una fama d’osso durissimo: lasciò il partito nazionalista, diventato alleato di ferro dell’Akp, perché chiedeva le dimissioni del segretario Bahçeli. Non ottenendole sbattè la porta creando un proprio gruppo. Ricomporre il fronte convincendola non sarà semplice.

giovedì 2 marzo 2023

Italia-India, quando impazza il made in Italy

 


Sempre più vocata al mestiere delle armi l’economia nazionale, ammantandosi di geopolitica, cerca partnership con soggetti interessati all’acquisto di materiale bellico. E’ quasi tutto qui il succo del viaggio indiano della premier Meloni con l’aggiunta di “entrare” nell’Indo-Pacific Oceans Initiative, la maschera economica lanciata un anno fa da presidente statunitense Biden contro la supremazia asiatica di Pechino. E se quel cartello - che ha ricevuto l’adesione di India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Australia, Nuova Zelanda, Filippine più la manciata insulare di Fiji e Brunei - ha una funzione prevalentemente politica, l’adesione meloniana assume contorni di uno zelante iper atlantismo in acque oceaniche. Rapportarsi a Delhi dopo anni di freddezza e ostilità per la vicenda dei marò sparatori e assassini di pescatori indiani (la vicenda è del 2012) e d’imbarazzo per lo scandalo tangentizio degli elicotteri AugustaWestland, che è ancora più antico e risale al 2006, sebbene venne alla luce nel 2013, da parte di Palazzo Chigi è un bel cimento. Utile alla politica interna, visto che l’inquilina sta applicando nel merito il “Cencelli del premierato mondiale” che consiste nel puntare su questioni  internazionali per far dimenticare i mali interni. Ma delle antiche magagne italiane non può portare lei il fardello, e ad accoglierla trova un omologo estraneo anch’egli a quelle vicende che riguardavano un Congress Parti in progressiva caduta libera di consensi. Certo, il nazionalista Modi potrebbe sentirsi ancora offeso per il sangue dei connazionali fatti bersaglio di proiettili dai due fucilieri della Marina Italiana, pubblici ufficiali che difendevano interessi privatissimi della petroliera "Lexie" grazie a una legge perorata da un ministro allora della Difesa, oggi seconda carica dello Stato, politicamente allora come ora assai vicino a Giorgia Meloni. Ma i politici dimenticano e poi nel ruolo di statisti pensano a questioni più cogenti per il Paese che non le misere esistenze dei lavoratori, in quel caso del mare per giunta. 

 

Insomma Italia e India hanno sotterrato rancori e s’incontrano con tanto di benvenuto anche per prossimità ideologica fra “patrioti”. Sicuramente la cristianissima Giorgia non parlerà di religione con l’hinduissimo Narendra, rischierebbe incidenti diplomatici peggiori della faccenda marò, visto il fondamentalismo vigente nel Paesone-continente asiatico. I due discuteranno di affari, stilando una corposa lista di mercanzia. La punta di diamante del made in Italy è riassunto in due aziende: Fincantieri e Leonardo, che avevano già ripreso a offrire allo Stato indiano le proprie esperienza e maestrìa nell’approntare la prima portaerei realizzata in India. Indigenous Aircraft Carrier 1 Vikrant, questo il nome, deve tuttora terminare la fase costruttiva, alla quale Fincantieri ha offerto progettazione e altre nazioni, fra cui Stati Uniti e Russia (sì, Delhi conserva aperture a tuttotondo) concedevano rispettivamente spunti per l’impianto propulsivo e quelli per le attrezzature aeronautiche. Ma al di là della Vikrant, il governo indiano è interessato a equipaggiamenti di protezione dagli aerei senza pilota e sistemi di sorveglianza. Qui Leonardo presenta il suo gioiello: Rat 31 DL, radar di sorveglianza 3D in banda L, così recita l’infomarketing dell’azienda, che ha una portata superiore ai 500 chilometri. Il ministro della Difesa dell’attuale governo, Guido Crosetto che in questo caso non è volato a New Delhi, a lungo investito del ruolo di sottosegretario e imprenditore nel settore, oltreché presidente della Federazione Aziende Italiane dell’Aerospazio e Difesa (una sorta di Confindustria della produzione bellica nazionale) e ancora presidente della Orizzonti sistemi navali, società controllata sempre da Fincantieri e Leonardo, per tacere del ruolo di imprenditore nel settore assieme a consorte e figliolo, avrà sicuramente decantato le qualità di tali prodotti nei vari ruoli rivestiti negli anni. Politico, imprenditore, lobbista, legislatore, rappresentante delle istituzioni. E’ il mix privatistico e affaristico che caratterizza il ruolo di un bel pezzo dell’odierno ceto politico nazionale.  

mercoledì 1 marzo 2023

Italia a tutto gas nel Mediterraneo dei migranti e delle armi

 


Gas alternativo - Settantotto miliardi di metri cubi di gas naturale assillano i pensieri dell’attuale premier italiana Meloni e di chi, specialista nel settore come l’amministratore delegato dell’Ente Nazionale Idrocarburi Descalzi, l’affianca da ministro degli Esteri de facto sia che si viaggi verso l’Algeria sia verso la Libia. L’impresa è diversificare l’approvvigionamento nazionale, finito nel vicolo cieco della crisi Ucraina. Il nostro Paese, e un gran pezzo degli Stati dell’Unione Europea, dipendono ancora dalle forniture russe, da un anno oggetto delle note turbolenze legate al  balletto delle sanzioni correlato al conflitto energetico che accompagna quello bellico; riduzione dei flussi e sabotaggi al North Stream 1, il metanodotto del mar Baltico che trasporta il 40% del gas che transita verso l’Europa. Si punta, dunque, a sganciarsi dall’oro di Mosca, che per Roma e l’intera penisola costituisce tuttora il 38% delle forniture, e ampliare altre partnership. Innanzitutto con l’Algeria, oggi a circa il 30% degli acquisti (22 miliardi di metri cubi di metano), che entro un biennio aumenteranno sino a 36 miliardi di metri cubi. E’ quanto prevede la calorosa stretta di mano fra Claudio Descalzi e Toufik Hakkar, suo omologo per Sonatrach, azienda petrolifera algerina, la maggiore società per azioni africana. E’ il passo più importante d’un programma avviato dal precedente governo e ripreso in pompa magna dall’attuale esecutivo, che pensa in grande e vuole varare - così dice - un hub energetico per servire l’intero continente. Invertendo la latitudine della bocca calorica da nord a sud. Sembra facile, ma ci vorranno tempo, denaro, lavoro per creare infrastrutture adeguate che non si sa bene chi finanzierà. Per ora opera il Transmed, duemila km di condutture fra Algeria-Tunisia-Italia fino a Mazara del Vallo. Servirà volontà politica, che sempre deve accordarsi prim’ancora che con gli interessi economici (che bene o male si trovano) con le desiderate, i condizionamenti, le influenze  internazionali. Il ‘Secolo Breve’ ha conosciuto,  oltre a conflitti per l’accaparramento di fonti energetiche fossili e idrocarburi, anche imposizioni e forzature, dai colpi di mano golpisti delle “Sette sorelle” ai colpi di mercato della crisi petrolifera seguita alla guerra dello Yom Kippur. Fino all’odierno sganciamento dal gas moscovita, i cui lucrosi contratti erano stati sottoscritti dall’Unione Europea a inizio Millennio. Il ‘maestro di cerimonie’ Berlusconi e Bush junior, Chirac, Blair - tutti plaudenti durante l’Accordo di Pratica di Mare (2002) - sottovalutavano l’autocrazia di Putin? Chissà. Continuarono a definirlo un partner affidabile sul versante mercantile e strategico anche negli anni esplosivi di Groznyj, quando faceva sventrare città, massacrare i ribelli ceceni e la popolazione medesima. 

 

Piano Mattei - L’Italia che usciva dal boom economico del 1955-60, diventata consumatrice - non certo coi ritmi e le quantità odierne del mondo globalizzato (nel 1965 l’energia mondiale bruciava 4.000 milioni di tonnellate di petrolio,  diventati 10.000 milioni di tonnellate alle soglie del Duemila) - traeva i rifornimenti da quel Maghreb che oggi rincorre. Mattei fu l’ambasciatore economico di accordi e forniture con quell’area geopolitica, ancora in odore di emancipazione e liberazione. Operando addirittura in Libia, dove le memorie di coercizione coloniale avevano il lemma italico. Poi Egitto, quindi Persia e Algeria, terreni minati da ingerenza e presenza lì britannica, qui francese. Un uomo che è stato imprenditore, partigiano, dirigente pubblico, politico di ritorno contro politici di professione, impostore a detta dei detrattori, e vittima per mano di nemici. Che furono diversi, sospettati ma mai trovati. La sua fine è l’anticamera di altri “misteri” stragisti susseguitisi, decennio dopo decennio, nell’Italia contemporanea. Con Mattei s’apriva uno scenario impregnato di speranza e fatti concreti che fu l’Italia del secondo dopoguerra, intitolargli l’attuale progetto energetico governativo sa di maquillage. Infatti alcuni analisti hanno parlato di “trovata pubblicitaria” di Palazzo Chigi. Secondo Zine Ghebouli, studioso di cooperazione euromediterranea e di politica algerina presso l’Università di Glasgow, dopo la firma dell’accordo: “L'obiettivo è passare dalla cooperazione energetica alla cooperazione in economia, difesa e politica estera”. E ancora: "L'Italia non ha né i mezzi coercitivi per combattere il jihadismo né la forza economica per promuovere lo sviluppo in Africa, ha un piano e ha identificato l'Algeria come partner strategico-chiave in questo sforzo". Un disegno che travalica la sfera gasifera citata e punta ad altri affari. Quali? Basta osservare l’elenco del fatturato nazionale e, dopo i colossi energetici (Eni, Enel), quelli bancari (Intesa Sanpaolo, Unicredit) e telecomunicazioni (Tim) svetta Leonardo, la società dell’aerospazio e della difesa che supera le stesse aziende dei trasporti. Il 70% del suo fatturato è dedicato alla sicurezza. E il florido mercato delle armi interessa ai dirimpettai mediterranei del Maghreb. Evidenziava di recente il collega Attanasio, proprio su “Confronti”: “… La collaborazione fra i due Paesi (Algeria e Russia, nda) ha avuto un’accelerazione esponenziale negli ultimi tempi e dovrebbe portare in breve l’Algeria a divenire la più grande importatrice di armi russe al mondo… Mosca e Algeri sarebbero vicini a un accordo di portata colossale che condurrebbe il Paese maghrebino a fare un upgrading netto nelle spese per armi russe e a passare dai 4,2 miliardi di dollari del 2021 ai circa 12 di adesso …”   

 

Competitor - Proporsi hub energetico per il vecchio continente, oltre a fare i conti con gli umori di amici europei grandi e piccoli che potrebbero pensarla diversamente, ci mette in competizione diretta con la Turchia. E’ lei a rappresentare il centro di smistamento di gas verso ovest che garantisce dalla Grecia alla Spagna, dalle coste italiane a quelle danesi di non restare a secco per gli alti e bassi di North Stream 1. I due gasdotti sotto il Mar Nero, Turkstream, che trasporta metano alle sponde del Mar di Marmara, e Blue Stream, che lo rifornisce dal settentrione dell’Anatolia, funzionano. Certo, riforniscono gas russo e se la posizione di Bruxelles continuerà a negare i commerci con Mosca, questo mercato potrebbe chiudere i battenti. Ma i giri dell’energia e dei suoi prodotti sono infiniti: nei primi mesi del conflitto ucraino l’Europa delle sanzioni aveva acquistato senza battere ciglio derivati del petrolio russo dall’India. La competizione si sposta anche sul Mediterraneo, che fu ‘Mare Nostrum’ ma che è stato anche il ‘Mare Bianco’ dell’Impero ottomano, e che più praticamente vede le odierne aspirazioni di potenza regionale di Ankara attraversare il Medioriente e lanciare  Mavi Vatan, la Patria Blu. Un pallino del nazionalismo turco elaborato quindici anni fa dall’ammiraglio Cem Gurdeniz e ripreso dalla carta assorbente della geopolitica erdoğaniana che si accredita nella fascia orientale di questo mare e non solo. Con quali fini è presto detto: economico, energetico, strategico. Se coi rissosi vicini greci e ciprioti, le tensioni passano per lo sfruttamento delle incerte ‘Zone Economiche Esclusive’ comprensive di giacimenti sottomarini (incerte perché ogni Paese traccia a sua discrezione quelle mappe), per il Nord Africa la politica estera turca non è stata alla finestra. 

 

Tripoli bel suol... - Ha puntato diritto sulla Libia, dove più d’un secolo fa venne scalzata dall’Italia “coloniale”. L’ha fatto e lo sta facendo con l’impeto del suo presidente che si rafforza nel caos e nella battaglia. La Libia è uno dei non pochi Stati falliti fra Maghreb e Mashreq, falliti per la caduta di regimi che, in parte, il colonialismo di ritorno europeo ha foraggiato. Accanto alla bontà petrolifera del sottosuolo (il suo petrolio è puro e ha basso contenuto di zolfo), quel Paese si accredita quale hub della migrazione clandestina verso l’Europa. E’ stato, e può continuare a essere, terreno di scontro per politici calati dall’alto: prima l’evanescente benestante Al Serraj, ora il torbido miliardario Dbeibah, sostenuti da parte del blocco occidentale. Contro c’è il ruvido e pragmatico signore della guerra Haftar, foraggiato dall’emiro Khalifa bin Zayed, dal presidente golpista Al Sisi, dalle milizie private di Putin, dallo stesso Eliseo lanciato in un doppiogiochismo diplomatico. Più spericolato di Macron è appunto Erdoğan, che negli ultimi quattro anni s’è speso sulle sabbie e soprattutto nei cieli libici percorsi dai familiari droni Bayraktar, e ha consolidato il ruolo di stratega nel Mediterraneo, diventando il battitore libero dei traballanti governi di Tripoli. Ha avanzato ipoteche sul business energetico: ridimensionato dall’eccessivo giro delle armi quello petrolifero (nel 2022 le esportazioni si sono dimezzate a 600.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente), sempre attrattivo quello del gas, anche perché il giacimento prospiciente le coste libiche pare risultare ancor più fruttuoso dell’egiziano Zohr. E’ lì che si lancia l’Italia con un affare da otto miliardi di dollari: la quota di metano in più (un miliardo di metri cubi disponibile dal 2026, dopo lo sviluppo delle ‘Strutture A&E’) passerebbe sempre nella condotta Green Stream, che opera dal 2004 con 520 km di tubi fino a Gela. In tal modo Roma amplia la partnership con clienti arabi, aggiungendola a quella avviata con Al Sisi infischiandosene del politicamente corretto reclamato per l’Ucraina o l’Iran. C’è poi l’affanno della migrazione clandestina. Del resto del ‘Memorandum’ del 2017, che l’ex ministro dell’Interno Minniti sottoscriveva trattando coi clan del Fezzan, si osservano solo gli effetti delle sopraffazioni perpetuate dalla polizia libica sui migranti, non certo il contenimento dei flussi. Sul tema, che coinvolge il nostro Paese come punto d’approdo, l’Europa fa spallucce, lasciando prosperare i traffici gestiti da una poliforme malavita locale e internazionale. In attesa di vedere gli effetti del patto firmato a fine gennaio da Meloni e Dbeibah, è bene notare come il locale ministro del Petrolio aveva disertato la cerimonia e che la libica National Oil Corporation, è da qualche mese guidata dall’ex banchiere Farhat Bengdara. Costui è schierato con Haftar finora antagonista del premier libico. Ben più che in Algeria quest’accordo, egualmente propagandistico, potrebbe trasformarsi in carta straccia se il boss di Bengasi dovesse risultare “scontento” e mettersi di traverso. 

 

L’altra Africa - Accanto ad Algeria e Libia c’è un’altra Africa, dove la concorrenza diretta al recente attivismo estero del nostro governo è in continua evoluzione, anche perché staziona in quei luoghi da almeno un decennio. Naturalmente parliamo delle presenze più recenti, non del colonialismo entrato nei libri di Storia. Gli interessi che ispirano l’intervento francese, russo, turco sono finanziari, ma soprattutto politici e strategico-militari. Coinvolgono una fascia geografica amplissima che va dall’area sahariana e subsahariana di Mauritania, Mali, Niger, Ciad sino al Sudan, e a Etiopia e Kenia. Abbracciano iniziative in corso d’opera e situazioni fallimentari, come l’operazione Barkhane dalla quale Parigi s’è definitivamente smarcata dopo otto anni attenzione e tensione. Si trattava d’una missione di polizia internazionale contro l’insorgenza jihdista espansa in Stati dai confini labili e dagli intenti altrettanto inaffidabili per l’inconsistenza della classe dirigente locale, in vari casi sponsorizzata dall’Occidente. Fino a conoscere un rovesciamento delle posizioni, com’è accaduto con la giunta militare maliana diventata ostile alla missione. Lì dove la forza delle armi supera quella anche di ragionevoli interessi è più facile discorrere fra simili, cosicché i mercenari del Wagner Group al soldo di Putin hanno rimpiazzato chi, parlando di rigenerazione sociale, s’occupava prevalentemente di basi antiterroristiche. Non che Mosca abbia grandi piani umanitari, ma fuori dai denti continua a scambiare locali risorse del sottosuolo (oro, nickel, uranio e pure petrolio) con favori tattici dei suoi reparti e una nutrita mercanzia di armi. Ankara, per cercare sponde coi governi dell’Africa cui è interessata, si dà da fare nel metter su infrastrutture. Parecchie sono militari: gli aeroporti di Mitiga e Misurata, la base navale sempre a Misurata, la base aerea di Watiyya ancora in Libia. Ma ha costruito l’aeroporto e il porto di Mogadiscio, l’aeroporto internazionale Blaise Diagne a Dakar, le cui strutture e il design sono delle holding turche Limak e Summa sebbene gran parte del finanziamento (400 dei 566 milioni di euro) provengano dal Saudi Binladen Group, la multinazionale della famiglia del noto capo di Al Qaeda. In ogni caso le strutture restano e seducono la popolazione, non solo i loro interessati governanti. 

(pubblicato sul numero di marzo/2023 di Confronti)