Nato politicamente socialista (Hashomer Hatzair, il gruppo del sionismo che ispirava i kubbutzim) ma diventato presto un sionista dell’oltranzismo reazionario dettato dalle teorie di Žabotinskij, l’ebreo bielorusso Menachem Begin era il primo ministro che il 5 giugno 1982 ordinò l’occupazione del Libano, ben oltre il fiume Litani dove Israel Defence Forces s’era piazzata nel 1978. Così il ‘falco’ che sembrava ammansito dall’accordo di Camp David con cui, su regia dell’America morbida di Jimmy Carter, il leader di Israele restituiva il Sinai occupato dal 1967 all’Egitto di Sadat, rilanciava la voglia di guerra e d’occupazione insita nel sionismo che scorreva nelle sue vene. Fare del proprio Paese uno Stato coloniale che rappresenta il dna israeliano. L’accoppiata d’acciaio in quell’occupazione definita con la solita mendacità “pace in Galilea” univa il premier Begin al ministro della Difesa Ariel Sharon con tutte le stragi del caso di cittadini libanesi e di profughi palestinesi. L’orrore del campo di Sabra e Chatila (un chilometro o poco più a nord di Dahiyet) dove nel settembre dell’82 mentre Beirut conosceva ulteriore guerra innescata sullo scontro civile in atto soprattutto fra milizie dell’Olp palestinese e fazioni cristiano-maronite, vide l’esecuzione all’arma bianca e con piccole armi da fuoco di tremila donne e bambini, più i vecchi rimasti nl campo. Casa per casa, baracca per baracca, anfratto per anfratto. La Falange fascistoide che eseguiva la carneficina era protetta dall’Idf che Sharon aveva posto a “difesa” del campo. Memorie pur orrende che gruppi di attivisti internazionali, continuano da decenni a rilanciare in loco, pur fra mille difficoltà legate all’instabilità politica del Libano, della sua capitale, della sua gente resa ondivaga dalle mire espansioniste di Israele. E’ l’idea d’un falso protezionismo occidentale (di cui le missioni Unifil sono la foglia di fico) prim’ancora dell’insignificanza d’un ceto locale, ancor’oggi promosso non caso dalle capitali europee per impedire una sistematizzazione interna pur fra divisioni confessionali ed etniche. Così il Libano - un non dichiarato Stato fallito nell’amministrazione, puntellato dai capitali d’investimento delle petromonarchie, come negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso lo era coi denari francesi ed europei - resta l’incompiuta. Un boccone appetitoso per nutrire il disegno del Grande Israele, che è sempre stato l’intento di tutti i premierati, i governi e parlamenti sionisti.
Certo, a maggioranza non assoluta, ma con le maggioranze pure parziali le nazioni stabiliscono cammini e strategie. Perché le minoranze non hanno la forza e la voglia di opporsi. Anche perché la strategia coloniale, supportata da guerre perenni, da una cittadinanza in servizio militare continuato ed effettivo, da finanziamenti bellici e tecnologici per attuare tutto ciò, rappresenta la sostanza dei settantotto anni di storia di Israele. Come nel giugno 1982, l’attuale premier Netanyahu vuole assediare la capitale libanese, riprendere a bombardarla come ha già fatto lo scorso anno, portando a oltre tremila le vittime locali. E per la popolazione nella Knesset c’è chi vagheggia il metodo destabilizzante attuato a Gaza, morte e fuga. Una fuga senza alternative se non quella d’una impraticabile deportazione di massa che proprio per la problematica realizzazione lascia le famiglie in bilico. Senza un tetto, senza un lavoro da proseguire o ricercare, senza risorse se non ipotetici aiuti umanitari di cui Israele stabilisce le sorti, con il timore di perire sotto il fuoco incrociato con l’unica entità posta a difesa d’una nazione a brandelli: Hezbollah. Era stato così anche in un’ennesima aggressione dell’esercito di Tel Aviv, nel luglio 2006, la milizia con lo stendardo giallo aveva rintuzzato quegli assalti, ne era addirittura uscita vincente e rafforzata nel morale. Non è durato a lungo perché il Libano in vent’anni ha proseguito la disastrosa via della separazione interna e chi lo “stimolava” dall’esterno ha lavorato per la divisione del Paese e la conservazione delle tribù. Israele non ha mai cessato di puntare su tale debolezza a terrorizzare il confinante Sud bollando come terrorista il Partito di Dio, dicendo di volerlo seppellire, e seppellendo dopo averli triturati col tritolo molti suoi capi. Assieme a loro anche molti libanesi, sciiti e sostenitori di Hezbollah, oggi sotto minaccia di sfratto, a Dahiyeh come a Beirut. Ma questa gente originaria dei luoghi e convinta delle sue ragioni di vita non volta le spalle alla propria storia. Pur rischiando evacuazioni o esecuzioni di massa. Dahiyeh e Gaza City continuano a esistere nella testa di quegli abitanti privati dei luoghi e sempre più della vita.

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