“Se non puoi batterli, unisciti a loro” la vecchia massima filosofico-esistenziale che nel mondo degli affari ha il suo lemma in coopetition, può diventare l’evoluzione della crisi Stati Uniti-Iran che sostituisce il conflitto con un reciproco fronte comune d’interessi. Sembra fantageopolitica eppure può avere ragioni proprie che coinvolgono entrambi i Paesi se mettono in un angolo le impuntature ideologiche e seguono il princìpio del vivere quotidiano. Le proiezioni di mercato sul primo passo del “Memorandum d’intesa” indicano in 300 miliardi di dollari l’impegno per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran sottoposto a bombardamenti indiscriminati dal 28 febbraio scorso. Seguendo l’enfasi trumpiana che nei giorni scorsi sosteneva come Teheran avrebbe acquistato a breve prodotti agroalimentari americani da immettere nei propri bazar, molti altri impegni aziendali potrebbero scaturire da una futura pianificazione che sostituisse il conflitto e gli embarghi con una collaborazione. Ci guadagnerebbe il Pil statunitense e anche l’iraniano nel momento in cui disporrebbe dei capitali a lungo congelati dal blocco sanzionatorio. Per tacere del miglioramento delle condizioni sociali di milioni di cittadini causa nell’ultimo decennio di almeno tre rivolte lanciate contro i governi per inflazione e carovita. Nelle frizioni fra i due Stati avviate dalla cacciata dello Shah e dalla proclamazione della Repubblica Islamica, ci fu un precedente durante il percorso presidenziale di Rafsanjani, il grande mercante di pistacchi, che con l’occhio al portafoglio di famiglia e alle casse statali sosteneva la possibilità di riallacciare rapporti commerciali col ‘Grande Satana’ senza subirne l’influenza ideologica, difendendo l’economia interna e salvaguardando le proprie identità culturale e religiosa. In quel periodo (1995) si colloca l’apertura alla società petrolifera Conoco, ex Standard Oil, dunque una delle storiche ‘Sette Sorelle’ che avevano punito Mossadeq, il nazionalizzatore dei pozzi persiani. Certo, l’esperimento non durò a lungo. Ma la storia passata insegna che sono le fasi di massima esasperazione ideologica a creare fratture, come accadeva con la crisi dei 444 giorni d’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran o l’invenzione di George W. Bush di “Asse del male” rivolta appunto agli ayatollah e ai loro alleati mediorientali. E giù conflitti. Nell’ondivago andamento geopolitico fra le due entità statali condizionate dalle rispettive guide politiche, i mandati presidenziali di Ahmadinejad sono diventati escludenti visto che peraltro s’intrecciavano alla seconda presidenza Bush junior che con le ‘missioni di pace’ in Afghanistan e Iraq continuava a infiammare la regione. Le aperture sul nucleare e le speranze di cooperazione economica si ripresentarono con Obama e Rohani, presidenti sui due fronti.
Ma a buone intenzioni, diplomazia e sorrisi non corrispondeva una marcia indietro sulle sanzioni; l’economia e la quotidianità degli iraniani continuavano a soffrire, gli affari a singhiozzare, la borsa della spesa per i ceti più deboli era piena solo per metà e anche meno. Le ristrettezze economiche della popolazione, il conseguente malcontento, le grandi proteste, in geopolitica venivano viste come un’arma per rompere il rapporto fra cittadini ed élite politica, viste le oggettive divisioni in seno al clero, quelle fra clero e laicità militare, fino alle mire di potere assoluto apparso fra gli stessi fedelissimi della Rivoluzione accorpati nel sempre più potente ruolo Pasdaran. Fra la prima amministrazione Trump, che nel 2017 chiudeva le porte all’Accordo sul nucleare e nel 2020 scatenava uno scontro strisciante con l’eliminazione del generale Soleimani, e il suo recente approccio di conflitto totale s’è affacciata un’emergenza che non ha condotto a un cambio di regime. Ha instaurato, invece, una fase insostenibile per il mercato globale con la chiusura dello stretto di Hormuz e ora conduce i guerreggianti a cercare sortite dall’impasse parlandosi e accordandosi. Gli esperti di mercati finanziari individuano favorevoli opportunità per i due Paesi e per l’Occidente in toto. Sicuramente questioni politiche, l’altro elemento del malcontento d’una parte della cittadinanza iraniana per repressioni, problema di diritti, di libertà di genere e pensiero saranno fattori non secondari nel desiderio dell’uscita dal tunnel della ‘guerra fra mondi’. Sta al ceto iraniano che sembra sopravvivere alla durezza di questi mesi ridisegnare una linea di coesione interna per rilanciare quella internazionale. E’ una scommessa. Gli osservatori economici guardano con interesse al sottosuolo iraniano, oltre ai noti giacimenti d’idrocarburi allo sfruttamento di metalli rari, realtà presente ormai da anni ma sempre più proiettata nel futuro. La posizione geografica persiana ripropone ciò che per secoli Oriente e Occidente si sono scambiati attraverso i commerci, prima carovanieri, quindi per vie ferrate e navali. Si guarda, dunque, ai corridoi verso la Cina, l’India, la Turchia, la Russia con un’implementazione di vie aeronautiche e ogni sorta di trasporto. Le aziende americane parteciperanno al business? Se si supera la barriera dell’esclusione aprioristica e ideologica, come sostiene un pezzo della diplomazia di Teheran e anche di Washington, gli spazi s’apriranno. Ovviamente serviranno scelte geopolitiche quali la rimozione dell’Iran dall’interdizione ai commerci imposta dal Gruppo Finanziario Internazionale. Tali scelte concernono valutazioni su tematiche di terrorismo o presunto tale e riportano la controversia nella sfera ideologico-politica. Mentre gli economisti individuano altro genere di preoccupazioni delle aziende di medio e grosso cabotaggio nel fare impresa in loco: la corruzione. Per industriali e manager l’ostacolo non è un problema di veli né la persecuzione agli oppositori bensì la richiesta di tangenti. Cancro che, però, accomuna molte latitudini del globo.


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