Finisce per non finire la triangolare crisi Usa-Israele-Iran. Forse a breve terminerà la chiusura dello stretto di Hormuz, e non è neanche detto perché la geopolitica dell’aggressione di cui l’America trumpiana vanta il diritto d’autore cogestito con Israele non necessariamente marchiato Netanyahu, patteggia mentre bombarda, promette per non mantenere, giustifica addossando agli avversari ogni colpa e nefandezza. Nello sdoganamento della schizofrenia la politica mondiale si fa per annunci, sorrisi più minacce, colpi improvvisi che maramaldeggiano i comportamenti. Lo mostrano i cento e più giorni d’attacchi a singhiozzo a caccia di Pasdaran e miliziani Hezbollah, colpiti ai vertici e non di più, mentre chi muore e soffre è la popolazione, iraniana e libanese. Il mondo è obnubilato, vaga senza dire nulla che non sia “Sissignori” ma egualmente riunisce i suoi leader. Li mescola con mediatori e potentati mediorientali, ospitati nella ridente località termale di Èvian-les-Bains, memore d’altre conferenze internazionali (quella del 1938 voluta da Delano Roosevelt per la questione dei profughi ebrei provenienti dalla Germania nazista e del 1962 con cui la Francia gollista rinunciava alla colonia algerina). Non s’insegue la Storia, si porta l’attuale crisi globale dell’energia e dei commerci a tentare di ‘passare le acque’ in Alta Savoia per poi poterle attraversare nel mar Arabico, tramite il mai tanto celebrato passaggio Levante-Ponente e viceversa. Gli avvezzi alle pantomime d’una presunta stabilità, iniziando dal patron di casa Macron e passando per l’invitato di lusso Trump, sono intorno al tavolo con volenterosi europei e aggiunti di secondo piano, fra i quali spiccano la nostra primo Ministro Meloni e l’omologa giapponese Takaichi. Quindi l’inquietante sfilza di capi che vanno dal brasiliano Lula, un sempreverde della politica meno verde quando s’è trattato di sfogliare l’Amazzonia, l’indiano Modi, conciliante solo in casa d’altri vista la linea razzista perseguita dal suo governo. Quindi gli interessati geograficamente a stabilizzare l’instabilità, dal più diplomatico emiro al Thani, campione del soft power dei petrodollari, al più schierato fra gli emiri, l’emiratino bin Zayed, alleato d’acciaio della coppia Trump-Netanyahu, che qualche acciacco dal conflitto in corso l’ha ricevuto.
Presenti anche due statisti (sic, l’egiziano al Sisi e il pakistano Sharif) che potrebbero offrire nuova luce regionale a quella che i politologi considerano un patto tramontato, quegli Accordi di Abramo che per volere trumpiano conciliavano i rapporti fra un pezzo del mondo arabo e Israele. Ora, pensando a un diretto coinvolgimento di Turchia ed Egitto, il nuovo fronte passa per Arabia Saudita e Pakistan, l’intento è tenere a bada con la forza di eserciti e pure con la deterrenza atomica i colpi di testa d’Israele. Che comunque rappresenta l’ennesima scommessa dell’evoluzione prossima ventura nel caldissimo Medioriente volutamente disastrato da chi ripropone un colonialismo galoppante. Riguardo a ciò che si sottoscrive ‘col collo storto’ tramite applicazioni digitali o pezzi di carta, e qui la cervicale duole soprattutto al tycoon statunitense che perde sull’intera linea, il famoso stretto è e sarà controllato dai Guardiani della Rivoluzione con tanto di pedaggio, al più condiviso con l’Oman. Se si vorrà azzerare la misura, Teheran chiederà altro. Per quel che lo riguarda direttamente ballano sanzioni da ritirare o ridurre sensibilmente e addirittura il nucleare di cui Washington non vuol parlare in quest’occasione. Quindi c’è il riverbero sull’occupazione del Libano meridionale da parte dell’esercito di Tel Aviv di cui il diplomatico Araghchi e il risoluto Qalibaf richiedono il ritiro totale. Netanyahu fa orecchi da mercante, però la questione va risolta se non si vuole che l’intera possibile pacificazione crolli come un castello di carte. Agli amiconi europei di Trump spetterebbe (spetterà) l’operazione più defatigante: sminare lo Stretto. Per farlo dovranno interagire con le corvette dei Pasdaran. Certo i recenti bombardamenti statunitensi hanno ridotto il loro potenziale bellico sull’acqua, visto l’affondamento di diverse unità navali. Trenta ne ha rivendicate il Pentagono, la Repubblica Islamica non ha confermato, ma la perdita nel marzo scorso in pieno Oceano Indiano, della moderna Iris Dena era stata ammessa dallo stesso ministro degli Esteri Araghchi che definì l’episodio “un’atrocità in mare”. Proprio perché le ferite sono apertissime, senza contropartite non ci saranno favori. E tutto potrebbe ricominciare.


Nessun commento:
Posta un commento