venerdì 16 settembre 2022

Samarcanda, Sharif un richiamo allo SCO

 

Telecamere e taccuini puntati su Xi Jinping e Putin nel vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) che riunisce e allarga sempre più adesioni e interessi dell’altro mondo, quello che l’egotismo occidentale trascura o demonizza, hanno portato a Samarcanda molte presenze rispetto all’originario manipolo di Repubbliche ex sovietiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan) con cui Cina e Russia percorrevano i primi passi nel 1996. Nel globo che cambia con una ridefinizione di alleanze, spazi e prospettive Pechino e il proprio passepartout della “via della seta” attraggono giganti e pesi medi dell’economia, della demografia, del geopolitica d’un immenso Medioriente. Dunque prima Uzbekistan, poi India, Pakistan, Iran, e Turchia più osservatori e partner dialoganti: Bielorussia, Azerbaijan (doveva partecipare pure l’Armenia ma l’attuale crisi armata con gli azeri ha tenuto a casa il contestato premier Pashinyan) e Sri Lanka, Nepal, Cambogia. Altri Stati potranno inserirsi nell’organizzazione che finora raccoglie il 44% della popolazione mondiale e un quarto del suo Pil. Alle visioni d’ampio respiro cui incontri a due, dei leader russo e cinese per le destabilizzazioni prodotte dalla guerra in Ucraina e dai conseguenti conflitti economici (per ora su gas e cereali), ai dialoghi informali ma sostanziali come quello immortalato dai cronisti presenti fra Erdoğan, Aliyev, Putin, Lukashenko, Raisi, ha cercato spazio un intervento ufficiale dell’attuale primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. Che ha ammonito: “In questa fase non dobbiamo compiere l’errore di ignorare l’Afghanistan”. 

 



Più che per la tragedia alimentare che coinvolge da mesi oltre trenta milioni di abitanti di quelle province, più che per le oppressioni rilanciate ai diritti delle donne su lavoro, studio, libertà di movimento e di vita, l’interesse di Sharif è rivolto alla sicurezza. E lui non lo nasconde. Un assillo che riporta in casa - oltre il lungo confine che da un secolo e mezzo ha lacerato il Pashtunistan, tanto caro all’etnìa maggioritaria in terra afghana e alle teorie d’una parte degli attuali talebani, il potente clan Haqqani, e di molti jihadisti presenti di là (Isis Khorasan) e di qua (Tehreek-e-Taliban e Lashkar-e-Tayyiba) - la questione di un’infinita violenza cieca e sanguinaria. Per il premier pakistano rafforzare la sicurezza nel martoriato Paese confinante produce effetti benefici per l’esistenza di milioni d’individui oggi intimoriti anche nell’uscire di casa per paura degli attentati, e poter dare fiato a un’economia inesistente nell’Emirato. Assente, prim’ancora che per le cautele diplomatiche che non portano nessuna nazione a riconoscere il nuovo regime per non offrire sponda all’intransigenza degli studenti coranici, perché qualsiasi investimento necessita di tranquillità, non di bombe di qualsivoglia natura. La stessa Cina, presente da quasi un quindicennio nelle miniere di quella terra e interessata alle sue ‘terre rare’, dovrebbe impegnarsi per la stabilizzazione. Il consiglio è scaturito da valutazioni indirette, Sharif non s’è permesso di dettare l’agenda a Xi, gli allungava la mano sia per l’emergenza dei recenti disastri delle inondazioni casalinghe, sia per iniziative future. Il presidente cinese annuendo ha parlato di cooperazione nei settori agricolo, industriale, e pure tecnologico e scientifico, facendo fischiare le orecchie all’indiano Modi mostratosi freddo con l’omologo pakistano e venendo ripagato con la stessa moneta. Xi ha invitato Sharif a Pechino per il prossimo novembre, se si discuterà anche di sicurezza in Afghanistan e sui confini i due Stati è presto per dirlo.

giovedì 15 settembre 2022

L’Emirato e i soldi afghani

 

La vicenda dei 9.5 miliardi di dollari dello Stato afghano, bloccati da un anno per volere del presidente statunitense Biden come punizione per l’assenza di diritti civili e di genere frutto dell’operato talebano, sta avendo un’evoluzione. 3.5 miliardi di dollari erano stati sequestrati nei mesi scorsi direttamente per volere della Casa Bianca che si preoccupava di offrirli a “beneficio della popolazione afghana”. Ma a propria discrezione. Ora quel denaro è stato sbloccato e convogliato su un fondo fiduciario ospitato in Svizzera presso una sedicente ‘banca d’insediamento internazionale’ che provvede esclusivamente alle procedure di servizio. Dunque non entra nel merito degli orientamenti politici e dell’uso dei dollari. Il fondo viene sorvegliato da un apposito ufficio con la presenza di un rappresentante del governo statunitense, uno del governo svizzero (sic), il capo della Banca centrale afghana nonché ex ministro delle Finanze del governo Ghani, un accademico statunitense, rimasto nel consiglio della Banca centrale dell’Afghanistan. Secondo la valutazione di esperti di economia e finanza la mossa difficilmente potrà risolvere i problemi di crisi alimentare che riguarda oltre 30 milioni di abitanti del Paese. Ci sono poi altri 3.5 miliardi di dollari impugnati in giudizio contro l’Emirato come una sorta di risarcimento contro l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, che com’è noto non è frutto di alcun piano progettuale né esecutivo dei turbanti di Kabul, Kandahar e neppure di Quetta. Comunque una Corte statunitense dovrebbe decidere lo sblocco di quella cifra, che potrebbe essere depositata su un ulteriore fondo. Infine due miliardi e passa di dollari di pertinenza afghana giacciono in banche europee e degli Emirati Arabi. Quali ovviamente è un segreto, non solo bancario. Chi deciderà di direzionarli alla popolazione o alla Banca centrale afghana oppure (è difficile che accada, ma non tralasciamo l’ipotesi) al governo degli studenti coranici non è dato sapere. Da parte sua il governo talebano è impegnato a sviluppare nuove entrate che possano sostituire quel 75% di capitali in precedenza provenienti dalle amministrazioni americane e da Paesi donatori.

martedì 13 settembre 2022

Armeni e azeri, voglia di guerra

 

Chi provoca chi, sulla frontiera armeno-azera, con spari nella notte e soldati colpiti a morte, tutti da una parte sola quella armena. Il cui premier Pashinyan, parlando di aggressione nemica, denuncia quarantanove vittime, un’escalation spaventosa dopo il mese di conflitto di due anni or sono. Allora Yerevan aveva pianto oltre tremila morti, comunque pochi rispetto ai trentamila del precedente conflitto del 1992, frutto non a caso della disgregazione dell’Unione Sovietica. Sull’ultima crisi avevano fatto pesare il bisogno di pacificazione i due Paesi (Russia e Turchia) che i fronti in lotta (Armenia e Azerbaijan) per il conteso Nagorno Kharabakh tiravano per la giacca sperando in un aperto appoggio, se non militare perlomeno politico. Né Putin né Erdoğan, che pure avevano indirettamente duellato sullo scacchiere siriano e su quello libico, s’erano prestati al richiamo. Anzi, dopo un mese di spari e spostamenti di truppe Putin, incredibile ma vero, aveva spinto per una rapida pacificazione. Certo, pace armata, ma tensione soffocata. Sul confine armeno s’erano schierati duemila “portatori di pace” di Mosca che vigilavano dai propri tanks. Finora non era accaduto nulla di eclatante, ma nel commento di alcuni analisti l’improvvisa fiammata delle truppe di Baku potrebbe derivare proprio dallo sbandamento, non solo militare, che i russi registrano nell’area Kharkiv con una ritirata, tutt’altro che strategica, dal sapore di rotta. Così, Aliyev e il suo entourage pensano di cogliere la palla al balzo e schiaffeggiare gli armeni che difficilmente dovrebbero ricevere conforto dai russi, afflitti in Ucraina da questioni più cogenti. E questo nonostante dal maggio scorso sia in vigore il ‘Trattato di Sicurezza Collettiva’ stipulato da Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, un accordo secondo il quale qualsiasi aggressione a uno dei membri viene considerata un attacco all’alleanza militare difensiva. Per ora Lavrov ha invitato i contendenti ad attenersi agli accordi armeno-azeri stipulati nel novembre 2020, favorevoli più a Baku che a Yerevan. Ma negli attuali bollori della geopolitica, anche di quella minuta, ben poco di quel che si sottoscrive resta congelato a lungo.  

 

Chi è interessato può leggere:

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https://enricocampofreda.blogspot.com/2020/10/nagorno-karabakh-lindesiderata-guerra.html

 

https://enricocampofreda.blogspot.com/search?updated-max=2020-11-12T01:30:00-08:00&max-results=7&start=7&by-date=false

sabato 10 settembre 2022

Pakistan, polarizzazione politica e cortocircuito economico all’ombra della galassia talebana

 


Perdere la guida del governo, com’è accaduto nei mesi scorsi a Imran Khan, è inusuale in Pakistan. In verità lo è anche concludere il quinquennio di mandato, visto che nei settantacinque anni di storia interna leader e partiti politici hanno conosciuto colpi di mano militari (con Zia-ul Haq e Musharraf), attentati e assassini (di cui fu vittima Benazir Bhutto), condanne per corruzione (Nawaz Sharif), ma non sono incappati in tradimenti in corso d’opera che ora vedono l’ex premier Khan gridare al complotto. Chi l’ha disarcionato, nell’aprile scorso, è un manipolo di alleati che ne sosteneva l’esecutivo. Al voto di sfiducia - non proprio un fulmine a ciel sereno, perché anche certi deputati del suo schieramento, Pakistan Tehreek-e Insaf, storcevano il naso al barcamenarsi social-politico-teologico del premier - lui aveva risposto puntando i piedi. Chiedeva al presidente Alvi di sciogliere il Parlamento, tempo due settimane subiva il definitivo tracollo: la Corte Suprema pakistana dichiarava quella mossa anticostituzionale. Da quel momento le fazioni pro e contro Khan hanno avviato una contrapposizione che polarizza il clima interno molto più di quanto hanno fatto per anni i maggiori partiti (Partito del popolo pakistano e Lega Musulmana-N), e quanto sul fronte armato realizzano esercito e gruppi del fondamentalismo jihadista. Khan, un vip del panorama cronachistico e mondano per aver guidato la nazionale dalla mezzaluna verde al successo in Coppa del Mondo di cricket trent’anni fa, nella seconda metà dei Novanta scelse lo scenario politico. Il suo organismo, denominato Movimento per la Giustizia, non impensieriva nessuno, né i citati grandi partiti incardinati sui clan familiari, né la lobby militare che osserva, favorisce e ‘corregge’ le mosse di quest’ultimi. Nel 2013 l’exploit: Khan entra in Parlamento circondato da 34 deputati. E nella vincente campagna elettorale del 2018 lancia: sostegno ai valori islamici, come la Lega Musulmana-N, liberismo come PPP e Lega stessa, ma parla d’incremento dello stato sociale, di lotta all’ossessiva corruzione e all’invadente burocrazia, e pure di revisione del sistema poliziesco e dell’onnipresente ombra militare. Una novità, quasi una scheggia impazzita, catalogata dai politologi come dirompente populismo in una nazione infiammata da un populismo marchiato jihad, dentro e oltre i confini.

 

Confini, peraltro, porosissimi nella lunga fascia occidentale segnata, centoventi anni prima e nella metà di secolo precedente la nascita del Pakistan, dalla ‘linea Durand’ che inventava uno Stato afghano dividendo il Pashtunistan, la terra dei pashun, patria dei taliban che non riconoscono monarchie, repubbliche, parlamenti e sanciscono proprie leggi religiose (dell’Islam sunnita) al più relazionate al pashtunwali. Questo passato che non passa e segna la presenza talebana in un’area definita dell’Af-Pak, è l’entità con cui la politica a cavallo di un limes che unisce più che limitare deve fare i conti da decenni. Khan premier ci si è tuffato, vociando a favore dell’Islam fra seguaci fedelissimi; avvicinando le ragioni dei rissosi Tehreek-i Labbaik e del loro capopopolo da lui scarcerato; incontrando i vertici dei temibili e terroristici Tehreek-i Taliban senza comunque stipulare alcun accordo con loro. Passi di realismo politico su cui s’è incrinata l’alleanza che lo sosteneva, sebbene chi lo criticava dall’opposizione, come l’odierno premier Sharif, stia percorrendo la stessa via. E allora qualche verità ci dev’essere nei gridati e partecipati incontri in cui l’ex campione arringa la folla, sebbene per questi raduni sia accusato di terrorismo per aver puntato il dito sugli intoccabili: poliziotti diventati torturatori e magistrati compiacenti. Non è chiaro se ciò che definisce un complotto americano per bloccarlo sia vero, però Khan è il politico pakistano meno allineato all’alleato statunitense che continua a vigilare sulle centosessantacinque testate atomiche collocate su quel terreno. E’ il premier che si recava a Mosca alla vigilia dell’attacco all’Ucraina (lo sapeva? forse no) ma era lì a stringere la mano a Putin e patteggiare forniture di metano, visto che l’agognato gasdotto Tapi resta fermo. E poi a Washington non piace che nei quattro-anni-quattro di governo populista del PTI il grande porto della più abitata metropoli pakistana sia diventato un’enclave economica cinese insinuata nel medioriente arabico. 

 

Allora nell’incontro-scontro fra America e Cina, avvampato più delle estati del cambiamento climatico, scrollarsi di dosso un soggetto che punta a fare il condottiero fuori dai tavoli dove si scrivono le sorti del mondo alleato e di quello dominato, ci può stare. Per non essere un contaballe Khan dovrà mostrare prove, ma se non finisce arrostito da una condanna per ‘terrorismo’ ammessa dalle leggi interne per chiunque infanghi le forze dell’ordine e quelle della giustizia, tenterà nuovamente la partita nell’urna. Intanto chi l’ha rimpiazzato deve predisporre tamponi più che per la pandemia che ha incrinato il Pil - le vite umane non sono state granché conteggiate - per i buchi economici, i mancati affari, la disoccupazione dilagante, l’inflazione arrembante salita al 25%, i disastri che non mancano mai come le recenti alluvioni. E a questo, pur ipercriticato, Khan sembrava orientato svariando sul mercato asiatico, mentre Sharif ripropone la ricetta liberista ‘politicamente corretta’ che guarda unicamente a Occidente. Biasimato anche il sogno di grandezza regionale, non tanto nell’improbabile rivalità con l’elefantiaca India, bensì nell’offrire sponda e interlocuzione ai nuovi padroni d’oltrecortina: i mullah post Omar. Certo, quando si guarda in Afghanistan i pensieri sono raramente pacifici perché quel mondo non è pacificato da chi ci entra più che da chi ci vive oppure è costretto a farlo. Il secondo Emirato ha tratti guerreschi, nonostante la tanta diplomazia profusa da Baradar che s’è speso a Doha e poi a Oslo, prima per pavimentare l’uscita dell’US Army dal pantano generato, quindi per rimediare alla vendetta di Biden che vuole affamare la gente dell’Hindu Kush. E’ il clan Haqqani a dire l’ultima parola su tante cose: così ragazze senza scuola, donne in casa, polizia religiosa per via. E questo gruppo nella ribollente galassia del Pashtunistan diviso che a un certo punto si chiama Pakistan, è un tutt’uno coi fratelli fondamentalisti, taluni fedeli al deobandismo, che sono più radicali di loro: Lashkar-e-Tayyiba, Jamat-ul Da’awa, Jaish-e Muhammad, sigle che esistono da anni o che mutano, ma continuano a trasudare sangue, perché finora non guardano oltre gli attentati che seminano morte e panico diffuso. Vogliono distruggere lo Stato pakistano, loro, senza sentire altra ragione. 

 

Sono organizzati per ceppo tribale, con manipoli formati da parenti per evitare infiltrazioni e tradimenti, risultano difficili da estirpare anche con l’intervento del militarismo più ferreo. Nel 2014 nel Waziristan subirono l’operazione Zarb-e azb, cioè ‘colpo acuto e tagliente’, il cui motto era: “cerca, distruggi, ripulisci, mantieni” il vademecum dei trentamila soldati pakistani impiegati contro i gruppi fondamentalisti locali supportati anche da Qaeda. I miliziani combatterono, molti rimasero sul terreno, i superstiti ripiegarono a ovest oltre il confine che non c’è, ma dove i tank del generale Raheel Sharif non gli mordevano le terga. Furono sfollate 80.000 famiglie, circa un milione di persone. Il territorio del nord Waziristan pareva normalizzato, invece lì e nelle aree tribali (Fata) tutto è tornato come prima; dunque taliban e fratelli fondamentalisti controllano ogni pietra, perché per la legge vigente la polizia non può entrare nelle aree tribali. Contraddizioni d’un sistema complesso e immutato, anche perché la politica che non veste la shalwar kameez ma il tight come i fratelli Shafiz, non disdegna di finanziare le madrase del deobandismo, dove si formano gli ulema del fondamentalismo politico-religioso e gli stessi combattenti anti Stato. Scrutando questo mondo si comprende come il gioco delle parti, che poi è un doppio e triplo giochismo ipocrita, conduce le danze su uno scenario rimasto immutabile nell’essenza machista, patriarcale e capitalista, una trinità radicata anche nella Umma islamica. E’ un po’ tutto il ceto ufficiale pakistano, che mira alle Istituzioni e al potere nazionale, la conseguenza di quel che appare agli occhi d’una popolazione cresciuta a dismisura e sempre più numerosa nonostante i costanti flussi migratori all’estero. Sulle spaccature degli ultimi mesi sicuramente infileranno naso e mani i militari, per un periodo bonari con la novità rappresentata da Khan, e l’ancor più intricata e viscida Intelligence. E’ la forza di cui la nazione gode, ma sono quei “poteri forti” pericolosi per gli spiragli di democrazia, richiamati da tutti ma non si sa quanto amati. 

 

Il secondo Paese musulmano al mondo per numero d’abitanti è oggi il maggior contenitore di profughi d’etnìa pashtun (1.3 milioni) che fuggono da quei pashtun che non vorrebbero: gli studenti coranici. E’ ciò che accade in un divenire dove l’Occidente ha viziato l’aria, imponendo il decrepito modello dei governi-fantoccio, mentre l’Emirato promette quel che non vuol mantenere nei costumi e nel quotidiano, davanti a un’economia semplicemente inesistente perché chi “aiutava” ha insinuato l’idea dell’assistenza che produce l’effetto rimbalzo dell’inerzia e  sudditanza eterne. Quanto si muove d’intorno a Kabul e ai distretti chiamati tuttora Afghanistan sono interessi di entità geopolitiche minori, ma meno afflitte. Negli oltre 1.300 km di confine con lo Stato tajiko i sei punti di attraversamento fra le due nazioni sono da un anno in mano talebana e chi vuole espatriare deve ricevere l’assenso loro e di chi sta al di là. Su questo limite i turbanti dell’Emirato sono coadiuvati dai combattenti della Jamaat Ansarullah, l’ala tajika del Movimento Islamico dell’Uzbekistan a Dushambe bollata come terrorista. Così il locale presidente Rahmon, adducendo ragioni di sicurezza, negli ultimi mesi ha mobilitato truppe verso una frontiera diventata nient’affatto tranquilla. Da parte sua l’Uzbekistan è concentrato sulla questione degli impianti di cui l’Afghanistan è privato da decenni, con l’aggravio dei venti anni d’occupazione della Nato che dei 2000 miliardi di dollari lì convogliati ha fatto scempio senza creare alcuna infrastruttura. Tutt’oggi il 60% delle forniture elettriche presenti sul territorio afghano provengono dall’Uzbekistan, sebbene i mullah non stiano pagando le forniture, sostenendo di non poterlo fare. Comunque, nonostante i black-out, la corrente corre. Fra i confinanti settentrionali a tendere una mano alla pochezza economica afghana c’è pure il Turkmenistan, che durante il primo Emirato s’era posto in posizione neutrale davanti a Omar. Ora da Ashgabat dicono che i bistrattati vicini necessitano di quell’assistenza che l’Occidente nega, però solo un’economia normalizzata può portare sicurezza e stabilità. Volendo far seguire alle parole fatti sempre aleggia il progetto del gasdotto Tapi, basato appunto sul business energetico. Se ne parla da più d’un decennio, le condotte sono già posate in territorio turkmeno, parzialmente altrove, nulla nel lungamente belligerante e travagliato Afghanistan. I taliban, accettando i lavori in loco, avevano promesso 30.000 unità per controllare i cantieri nelle provincie attraversate dalle condutture. Ma l’incapacità di garantire la sicurezza anche in pieno centro di Kabul ha bloccato nuovamente tutto, come ai tempi di Ghani e degli americani. Quella pipeline fa gola all’esplosivo dell’Isis Khorasan e chi finanzia non vuol gettare denaro al vento. In attesa di chissà quale vigilanza, il Tapi resta fermo. Nel loro pragmatismo spiccio i coranici hanno patteggiato con Ashgabat un migliaio di tonnellate di metano per tirare avanti nei prossimi mesi. Poi si vedrà. Un fatalismo di cui è impregnata la politica di questa fase, da Kabul a Islamabad. 


 

giovedì 8 settembre 2022

Egitto, i falsi abbracci di Sisi

 

La nazione abbraccia tutti, anche coloro con opinioni talmente diverse dal governo che fino a ieri venivano incarcerati preventivamente, affinché non cadessero nella tentazione “terroristica”. Così recita l’attuale dottrina-Sisi esaminata dal Pomed (Project On Middle East Democratic) che ne discute con alcuni avvocati dei diritti. La realtà è comunque variegata e per comprendere le mosse del presidente-padrone vengono individuati due filoni: motivazioni interne, questioni globali. Dopo anni di politiche economiche inefficaci, Sisi prova a coinvolgere altre entità politiche per farsi suggerire soluzioni. Lo spettro di bassi redditi per milioni di lavoratori è già realtà e si vorrebbe evitare che lo scontento tracimasse nell’inarrestabile dissenso prodotto dalla crescente povertà. Peraltro il presunto dialogo serve ai rapporti internazionali del presidente che si trascina il fantasma di una repressione rivolta a tutti, anche a semplici cittadini. Di tale decennio si conoscono sparizioni di persone, uccisioni, carcerazioni protratte nel tempo, torture reiterate che ne hanno oscurato l’immagine, non gli affari. Affari però che, secondo una consolidata tradizione, rendono solo alla sua cerchia familiare e ai vertici delle Forze Armate, non alle casse dello Stato. Rilanciare la sua figura all’estero per convincere un maggior numero di finanziatori e donatori è diventata l’ossessione del satrapo, con l’occhio prevalentemente rivolto a Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale, i due pilastri del sostegno passato e presente dell’Egitto. Il prossimo novembre il Paese ospiterà a Sharm El-Sheikh la conferenza sul clima denominata Cop27 e Sisi si sta spendendo personalmente per avere i maggiori leader mondiali nell’assise, guidata da Joe Biden. Per come va la geopolitica attuale affidare al capo della Casa Bianca la direzione dei lavori risulta limitante, un bel pezzo del blocco asiatico, prossimo più a Pechino che a Washington, non gradirà. Ma tant’è, Sisi tira dritto. Il suo intento è cancellare, o in ogni caso sbiadire, l’immagine di dittatore che oppositori interni e organismi internazionali di diritto gli hanno confezionato. 

 

La vicenda del dialogo nazionale va avanti dalla scorsa primavera. La presenza fra i membri della struttura organizzatrice del capo dell’Intelligence, il generale Abbas Kamel, può avere una duplice lettura: proseguire da vicino un controllo assillante su ogni genere d’iniziativa, ma anche mostrare un volto diverso, addirittura da parte dei mukhabarat, sul futuro interno. Coinvolti esponenti del Sindacato dei giornalisti (Diaa Rashwan) e del Consiglio Supremo della Regolazione dei Media (Mahmoud Fawzy) che sono due ‘tecnici’ di regime, fattore che già di per sé evidenzia il tratto formale dell’iniziativa. Però nell’Ufficio dei fiduciari compaiono anche avvocati dei diritti che dovranno seguire un asse di confronto politico, sociale, economico. A luglio s’è consumata la chiusura verso i Fratelli Musulmani, la cui presenza era richiesta da alcuni partecipanti. La motivazione è giunta dalla bocca di Rashwan: chi non riconosce la Costituzione del 2014, si autoesclude da sé perché quella Carta è la legge della nazione. Puntualizzazione fra le righe: la citata costituzione venne emendata nel 2018 per permettere a Sisi di conservare la presidenza fino al 2032, anziché terminare il secondo mandato nel 2022. Ma nessuno l’ha ricordato. Disponibile al disegno ‘riconciliatorio’ il Movimento Civile Democratico, che riunisce alcuni gruppi dell’opposizione. Accanto a soggetti funzionali a tutti i balletti della lobby militare, come il “socialista” Sabahi, l’apertura è giunta da alcuni dissidenti esteri che hanno rilasciato interviste in tivù e in qualche caso sono tornati in patria. Il ricercatore Amr Hamzawy, direttore del Middle East Program at the Carnegie Endowment for International Peace, rientrato al Cairo da Washington, dimostra certamente fegato. Invece parecchi attivisti presenti nel Paese, in condizione di clandestinità o inerti per timore della repressione, non si fidano. Riportano appunto la propria esperienza attuale, per non parlare di nomi noti: Hala Fahmy, Abdel Aboul-Fotouh, Abdel Fattah, Ahmed Douma tuttora sottoposti a una detenzione che durerà. Una lista che s’allunga a quattromila prigionieri politici privati non solo di dialogo, ma di qualsivoglia possibilità di liberazione.

martedì 6 settembre 2022

L’India del 'riciclo'

 

Seelampur, che il fiume Yamuna distanzia da Delhi solo a quattro chilometri sulla sponda sinistra, è uno dei luoghi dove l’indiano povero che deve mangiare va a ravanare in discarica. Un cimitero particolare che dismette tecnologia da cui si ricava non direttamente cibo, come pure si vede in taluni sobborghi di Calcutta con immondezzai annessi alle casupole, bensì materiale di scarto dell’hi-teach che viene concentrato proprio lì. Una parte arriva dall’area casalinga di Bangalore, a oltre duemila chilometri sud del Paese. Ma anche dalla cinese Hangzou 4.200 chilometri in linea d’area e settemila via terra oppure direttamente dagli Stati Uniti, che inviano cargo stracolmi di container dal Pacifico e dall’Atlantico. Così uomini, donne, ragazzini giungono sui montarozzi del distretto di Shahdara, dove sorgono anche edifici colorati, ma s’indirizzano nel punto di concentrazione, dismissione, smembramento, riciclo di computer, televisori, cellulari, batterie e ogni ben di dio dell’elettronica. Fase ciascuna pericolosissima per persone, luoghi, cose, ma si deve pur mangiare… Chi la frequenta può guadagnare un pugno di rupie, duecento, cioè due dollari e poco più, se è un minorenne. Oppure una decina di dollari se è un uomo fatto con forza di braccia e resistenza per le ore e ore di raccolta, frazionamento e trasporto verso i compratori, che poi sono trafficanti a tutti gli effetti. Per raggiungere quelle cifre, questi dannati, lavorano un giorno intero con martelli, pinze, cacciaviti, seghe. I meno attrezzati sassi. Sono coscienti, comunque, che in miniera o in una cava di pietre la fatica salirebbe. L’oro che lì ricavano sono appunto metalli anche preziosi - oro e argento - presenti a filamenti in alcuni congegni, più comunemente il preziosissimo rame, e alluminio, e piombo. 

 

La separazione dalle scocche di plastica, ad esempio dei vecchi pc, avviene sul posto, nei mesi estivi sotto il solleone, in altri casi in luoghi deputati allo smontaggio, con l’aggravio del trasporto di roba che deve tornare in discarica: le dette plastiche che non hanno valore per il mercato tutto interno ai materiali del “riciclo hi-teach”. Usiamo questo termine perché lo pronunciano le stesse autorità locali che non solo chiudono gli occhi sui rapporti ‘mercantili’ fra spazzini-smembratori e piazzisti-mafiosi dei metalli, ma fanno rientrare in un’economia virtuosa l’intera catena, pur privata di qualsiasi responsabilizzazione sull’inquinamento diretto e indiretto della zona. Tacendo, ovviamente, sulla salute pubblica di chi, martellata dopo martellata, entra in contatto con litio, cadmio, respira acidi senza protezione alcuna, perché le mascherine non sono state usate per la Sars figurarsi per simili lavoretti, e alla fine ne cosparge il terreno.  Insomma l’occhio vede, il cuore non duole. Del resto gli anni della pandemia di Covid-19 che hanno fatto vacillare Pil, occupazione legale e illegale e in certi casi la possibilità alimentare di milioni di cittadini, hanno incrementato il colpo di spugna ai già scarsi controlli. E comunque per chi esegue quel compito, importante sono i due o dieci dollari. E anche quest’ultimi per sfamare una dozzina di bocche in famiglia possono non bastare:  l’economia indiana è in ripresa, però l’inflazione cresce trascinando in alto qualsiasi prezzo. In epoca di pandemia sono venute meno pure talune statistiche, così i dati a disposizione sul materiale elettronico mandato al macero risultano vecchi d’un triennio: ammontavano a 53.6 milioni di tonnellate globali, con tanta robetta in viaggio dall’Occidente e 3.2 milioni di tonnellate di scarti fatti in casa. 



venerdì 2 settembre 2022

Emirato afghano, proseguono le esplosioni mortali


 


Mentre gli baciava la mano, ha tirato la cordicella ed è deflagrato con l’esplosivo che indossava sotto la shalwar kameez. Il kamikaze s’è portato via l’imam Mujib Rahman Ansari, molto vicino ai talebani dell’Emirato, alcune guardie del corpo che lo circondavano, non così accorte da evitargli l’attentato, e i fedeli più vicini in attesa del suo sermone alla preghiera di mezzogiorno. E’ accaduto a Herat, nella Moschea Gazargah, distretto orientale della città più occidentale dell’Afghanistan. Il governatore della provincia ha annunciato diciotto vittime e una quarantina di feriti; uno dei maggiori portavoce dell’Emirato - Zibihullah Mujahid - ha chiesto punizioni esemplari per i membri della rete che sostiene gli attentatori. Un ultimo intervento pubblico dell’imam Ansari, nel giugno scorso, aveva destato attenzione per la foga con cui aveva sostenuto l’amministrazione dei coranici contro le critiche rivolte per la contrazione dei diritti e le difficoltà alimentari che affliggono milioni di persone. L’omicidio segue, di tre settimane quello d’un altro chierico dal nome altisonante, Rahimullah Haqqani, che però non era imparentato con nessuno dei capifila del famoso clan, alcuni dei quali ricoprono da un anno cariche ministeriali. Rahimullah era comunque un leader religioso d’alto profilo nel panorama interno, anch’egli ucciso con un’esplosione ravvicinata organizzata nel suo ufficio, posto in un seminario islamico, mentre riceveva il killer-suicida che celava l’esplosivo dentro un arto di plastica. Nei suoi interventi pubblici l’imam Haqqani attaccava pesantemente la linea del terrore, praticata dagli attentati dell’Isis Khorasan, a suo modo un ‘illuminato’ che contestava la chiusura delle scuole superiori femminili: “Non c’è alcuna giustificazione nella Shari’a per dire che l’istruzione femminile non è consentita” aveva ripetuto più volte, anche in contrapposizione con la scelta operata nella primavera scorsa dai vertici talebani. L’Isis aveva cercato di farlo fuori già nel 2020 in un paio di occasioni, una in una madrasa di Peshawar, in territorio pakistano. Per l’ennesima volta le misure di sicurezza dell’Emirato sono parse ampiamente approssimative, perlomeno per quelli che possono essere definiti obiettivi sensibili. E’ vero che nei momenti di preghiera la calca favorisce un’infiltrazione difficile da controllare, ma i due agguati ai chierici sono riusciti per la penetrazione in luoghi e fra persone che potevano essere evitati. La morte di entrambi, infatti, è frutto della prossimità visto che il potenziale dell’esplosivo risultava limitato. La novità, rispetto a quanto avevano finora mostrato gli attentati a simboli religiosi scagliati contro moschee e fedeli sciiti, è la ricerca della morte fra islamici sunniti. Tutti i martiri di cui hanno parlato le note ufficiali sono sunniti, e i due religiosi erano fieri accusatori dell’Isis-K.