Pensare che l’assassinio della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh da parte dell’esercito di Israele possa venir denunciato come crimine, secondo quanto chiede l’Autorità Nazionale Palestinese, è una speranza che si schiude e appassisce appena viene pronunciata. E non perché il premier di Tel Aviv Bennett abbia già schermato i suoi militari, accusati da molti testimoni di aver fatto fuoco a freddo sulla troupe televisiva, sostenendo che si tratta di “accuse senza fondamento”. Ma perché da decenni la politica d’Israele è basata sulla certezza dell’impunità nell’uso della forza su tutti i Territori occupati della Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza, finanche fra gli arabo-israeliani di casa. Insomma su ogni palestinese si presenti al cospetto della sua polizia e dell’Israel Defence Forces durante operazioni di ordine pubblico. Shireen volto notissimo, non solo perché appariva su un’emittente che segue la geopolitica di ogni angolo del mondo, era conosciuta dagli stessi militari israeliani, fossero pure giovani di leva, perché era spessissimo presente di persona nei momenti caldi, com’era ieri nel campo profughi di Jenin dove le truppe di Tsahal compivano un raid. Non sono bastati l’elmetto, il giubbotto antiproiettile su cui era evidenziato a caratteri cubitali la scritta “Presse” a salvarle la vita. E’ stata proditoriamente colpita al volto, per chiuderle la bocca per sempre, come in un delitto di mafia, come quei gesti criminali compiuti dai mafiosi della geopolitica. Assassinata perché era una palestinese, nota, ma pur sempre palestinese, dunque passibile di esecuzione sommaria, come tanti conterranei diventati da settantaquattro anni senza terra. In più era una comunicatrice, puntuale, rigorosa, appassionata - questo dichiara chi l’ha conosciuta e amata come collega, come autrice di reportage, in genere segnati da sangue e dolore - o anche chi l’ha incrociata quale semplice spettatore, magari distaccato e disincantato. Anche il più lontano dal sostegno alla causa palestinese, le riconosceva impegno e ardimento in un territorio quotidianamente lacerato se non apertamente martoriato. Shireen è diventata una martire in quel luogo, non lontano dalla nativa Bethlehem, sezionata, come peraltro tutta la West Bank, dal muro dell’apartheid. Lei lavorava non certo per morire, evidenziava quel che da decenni è sotto gli occhi del mondo della geopolitica e della stessa informazione, senza che la maggioranza dei suoi attori se ne preoccupi. Quel sistema del doppio livello, che discetta su aggressori e vittime secondo convenienze e preferenze. Stamane Abu Akleh ha ricevuto gli onori da quello Stato di Palestina, costretto a non essere tale dalle usurpazioni dalla geopolitica, da vessazioni e soprusi quotidiani che la sua gente subisce da truppe d’occupazione, lasciando da settantaquattro anni cadaveri su una terra santa, maculata di sangue.
giovedì 12 maggio 2022
martedì 10 maggio 2022
Elezioni in Libano, l’illusione del cambiamento
Se nel Libano devastato dalle famiglie della politica e dal sistema della partizione, prima che dalla conseguente corruzione e dalla pandemia di Covid, va in scena tutto il già visto trentennale, gli elettori della diaspora hanno offerto una scossa. Hanno votato nel fine settimana con un’affluenza al 60% che è appena un po’ più dell’ultimo 56% di quattro anni or sono, ma esprime una speranza. Passionalmente di un ritorno a casa che qualsiasi concittadino rimasto a Beirut, Tripoli o nella Bekaa, sconsiglia vivamente. Proprio perché l’afflizione generale è data dall’impossibilità di cambiare e scrollarsi di dosso non il fatalismo levantino, ma l’aria ferma e fetida d’un ceto politico che “democraticamente” decide a priori per la cittadinanza. Eppure qualsiasi politologo ripete la verità sacrosanta della necessaria ripartizione prevista dal sistema interno che, offrendo garanzia alle maggiori comunità religiose, islamica e cristiana, ne tutela cittadini sunniti e sciiti da una parte, maroniti dall’altra, con tanto di etnìe e minoranze, alawite, druse e pure armene. Il tutto per non rivivere l’incubo della guerra fratricida fra chi, pur non considerandosi parente, è comunque convivente. Il meccanismo sarebbe passabile se la politica non ci mettesse lo zampino di usare la spartizione per favorire i più ossequioso fra gli adepti. Così il libanese d’ogni fede e censo fuori da logiche di partito, si sente abbandonato se non proprio turlupinato dai clan familiari, sempre gli stessi che da due decenni hanno congelato potere e affari. Aumentando per sé il primo e limitando sempre più i secondi contro ogni logica d’interesse diffuso. Qualcuno è saltato: Saad Hariri, che a gennaio ha annunciato un definitivo ritiro dai vertici dello Stato e non rinnova pretese, provocando nello schieramento che guidava, Movimento Futuro, sollievo e preoccupazione. La prima sensazione è legata all’ingombrante figura che era diventato, ereditando tutto il peggio del liberismo paterno fatto d’intrighi e corruttela, senza però un briciolo di slancio e carisma del genitore, fattosi largo sugli appalti edilizi e i finanziamenti sauditi del dopo guerra-civile. Saad è stato solo un burattino saudita, in un quadro mediorientale mutato da conflitti spostatisi più a est, con l’inquietante presenza del fondamentalismo del Daesh.
La preoccupazione – non solo del maggior gruppo politico sunnita – è data dalla sfiducia degli elettori verso le garanzie create dalla ripartizione. Le ribellioni di strada del 2019 indicavano questo, e dopo la pessima gestione di beni comuni e dell’ordinaria sicurezza messa in ginocchio dall’esplosione nei magazzini del porto della capitale del 4 agosto 2020, con morti, feriti, mutilati, sfollati e disperati tuttora in corso d’opera, in tanti hanno giurato odio e disprezzo a qualsiasi politico di professione. Ci si attende, dunque, la protesta del voto, una grande astensione sebbene l’anticipo di consultazione all’estero non l’abbia registrato. Fra gli espatriati hanno agito giovani volontari della cittadinanza attiva che, tramite la tecnologia e il tam-tam sui social, hanno sospinto coetanei e loro parenti verso i seggi allestiti nei Consolati. Del resto anche la gioventù, soprattutto beirutina, aveva animato l’ottobre di protesta di tre anni fa e il desiderio di cambiare rotta, cui ciascun partito aveva promesso di prestare ascolto. Per poi tradirlo. Dalla crisi sunnita puntano a ricavare vantaggi in aree a loro più congeniali il Partito di Dio e le Forze Libanesi, sempre militanti, sempre armate, sempre contrapposte, come quando hanno dato vita (ottobre 2021) a sparatorie nel quartiere Tayouneh, con vittime e ospedalizzati. Del resto come il Majlis, l’Assemblea Nazionale, i cui 128 seggi sono in ballo nelle elezioni del 15 maggio, seppure ciascuna componente avrà una rappresentanza, certi quartieri beirutini restano presidiati come caserme secondo le appartenenze: ad Ashrafiyyeh sventolano i vessilli con la croce, Dahiya è impavesata di giallo. E’ in altri grandi centri come Tripoli, che fu l’ultima tradotta palestinese, che la disillusione giovanile per i partiti funziona meno o per nulla. La necessità di appartenere a qualcuno cammina nel quotidiano, serve per lavorare, per nutrirsi in fase di borsa nera e crisi alimentare, spettri che nessuno avrebbe immaginato. Poi la politica fa i suoi giri di valzer. Nella seconda città-porto Hezbollah sostiene l’ex ministro Karami, figlio e nipote di altri ministri, tutti sunniti, lui è l’ennesimo affarista di governo. Un’apertura che avrà un ricambio di favori. “Mesci al-alhal” dice un proverbio che suona più o meno “le cose vanno avanti”. Dove, l’elettore non sa.
lunedì 9 maggio 2022
Bharatiya Janata Party, la strategia del caos
Nelle elezioni concluse un mese fa in cinque Stati indiani, il premier Narendra Modi e Amit Shah, ministro dell’Interno e della Cooperazione, alla testa del Bharatiya Janata Party, hanno mostrato tutto il loro livore verso la componente musulmana infiammando i comizi coi princìpi più razzisti dell’hindutva (la dottrina del fondamentalismo hindu). I loro proclami aggressivi servono a offrire protezione ideologica, e spesso anche legale, ai picchiatori e provocatori delle squadracce di vari gruppi (Bajrang dal, Sri Ram Sene) che attaccano gli islamici, distruggendone abitazioni e rivendite. In tal modo l’azione violenta diventa tutt’uno con le teorie politiche rivolte a milioni di famiglie hindu che per proprio conto non usano violenza, però indirettamente aderiscono a una radicalizzazione di mentalità e comportamenti. Esasperare il comunalismo, creando contrapposizioni confessionali è diventato l’elemento costante del partito di maggioranza che con questa modalità cementa l’aggregazione. In tanti casi le celebrazioni hindu, momenti gioiosi da festeggiare, diventano occasioni di contrapposizione e attacco ad altre comunità religiose. Il mese scorso, l’ultima ricorrenza di Ram Mavami, il compleanno del dio Rama, ha prodotto nel Gujarat processioni terminate con la vandalizzazione della moschea Gebanshah Takiya. Distrutti anche numerosi dargah (mausolei islamici), case private e rivendite di cittadini musulmani. Devastanti scene simili si sono verificate a Jahangirpuri, l’area a nord-est di Delhi. Testimoni, sfuggiti alla furia hindu, hanno raccontato alla stampa d’opposizione che la polizia lasciava fare e accompagnava i picchiatori che hanno fatto un morto e parecchi feriti. |
A chi voleva denunciare l’accaduto è stato consigliato di lasciar perdere: la polizia in certi casi rovescia i ruoli e accusa le vittime di provocazione. Taluni esponenti dell’hindutva, hanno dichiarato che “la folla si è ribellata a coloro che deridevano il dio Ram”. Un copione già visto in tante occasioni. C’è chi come il premier rieletto proprio ai primi di aprile nell’Uttar Pradesh, Yogi Aditynath, il monaco fondamentalista in predicato a rimpiazzare Modi al vertice del Bharatiya Janata Party e della nazione, ha lanciato accuse alla “plebaglia rissosa” che infanga il suo disegno di “legge e ordine”. E’ uno specchietto per le allodole. Gli squadristi arancioni che innescano gli scontri, non finiscono mai puniti, fra l’altro portano disordini negli Stati dove la stessa opposizione al Bjp è forte. Così i leader del partito hindu possono ribadire alla gente d’essere l’unica garanzia d’una vita tranquilla davanti al rischio del caos. Un bersaglio di tale strategia è Ashok Gehlot, premier del Rajasthan, il grande Stato nord-occidentale confinante col Pakistan. Le risse innescate in quel territorio dai seguaci dell’hindutva hanno prodotto una campagna del Bjp contro di lui, capo locale del Partito del Congresso, accusandolo di non saper gestire l’ordine pubblico e di non garantire la sicurezza. Una ripetizione di quanto dal 2013 il partito di Modi ha fatto nel popolosissimo Uttar Pradesh, lanciando la presa del potere nazionale che tuttora detiene. L’erosione, tramite la guerriglia strisciante, d’una normale quotidianità ha avuto uno stop solo nei primi mesi della pandemia, nella primavera-estate 2020. Già dopo lo sbandamento sociale, conseguenza delle chiusure e della crescita della disoccupazione, la strategìa del caos è tornata a insidiare i luoghi non governati dagli arancioni.
sabato 7 maggio 2022
Secondo Emirato, tempo di burqa
venerdì 6 maggio 2022
India, la raffineria del petrolio sanzionato
La linea dell’embargo a gas e petrolio russi decisa dal Parlamento di Bruxelles, su ‘suggerimento’ della Casa Bianca, è diventato il mantra politico-mediatico delle ultime settimane. Però le notizie che provengono da altri angoli del mondo rivelano trasferimenti di prodotti petroliferi non rispondenti a premesse e decisioni. Il caso dell’India è emblematico. Il colosso asiatico si è ampiamente smarcato dai solleciti provenienti da Washington, non solo in occasione delle assemblee delle Nazioni Unite del 2 e 24 marzo scorsi, astenendosi dalla condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, ha proseguito una politica di equidistanza fra le potenze mondiali dettata da opportunità e interessi. Senza scomodare settant’anni e oltre di storia recente, che hanno tenuto vicine Russia e India dall’epoca dell’indipendenza di quest’ultima dal giogo coloniale britannico, la nazione indiana tuttora in crescita, non può permettersi il lusso di rinunciare a riserve energetiche a prezzi ribassati. Un maggiore accostamento a Mosca il governo Modi l’aveva mostrato nell’ultimo biennio, quando le contrapposizioni con la Cina nella freddissima area di confine del Ladakh s’erano scaldate al punto di provocare risse all’arma bianca fra reparti di frontiera in cui non erano mancate le vittime, peraltro quasi tutte indiane. Pur attento agli equilibri geopolitici l’esecutivo del Bjp, il partito hindu, ha vissuto l’affanno della crisi economica conseguenza della pandemia, del crescente tasso di disoccupazione, delle pesanti proteste contadine, e dallo scorso autunno la volontà di rilancio del Pil fa i conti con una frenetica ricerca di approvvigionamenti energetici per le proprie industrie. Pur rifornendosi dalle petromonarchie, il rapporto con Mosca diventa indispensabile. Se prima del conflitto (dicembre 2021) l’India acquisiva 300.000 barili al giorno di greggio, a marzo 2022 gli acquisti sono più che raddoppiati (700.000 barili), in barba a qualsiasi embargo. Le recenti elezioni interne in alcuni importanti Stati della Federazione, l'Uttar Pradesh su tutti, favorevoli al partito di maggioranza consolidavano l’idea di surclassare le indicazioni dell’amministrazione Biden. Del resto gli out-out per le sanzioni sugli idrocarburi di Mosca prospettano ampi svantaggi per Delhi, visto che ora il greggio russo può essere comperato sul mercato mondiale a un costo competitivo. Dice il ministro delle Finanze indiano Sitharaman: “Se il petrolio è disponibile a prezzi addirittura scontati (anche 30 dollari in meno al barile, attualmente prezzato 105 dollari, ndr) perché non comperarlo?” Nessuno in patria gli dà torto.
Dopo l’ennesimo boicottaggio lanciato dall’Unione Europea il mercato internazionale dell’oro nero si affolla di nuovi acquirenti, specie asiatici. L’India è in prima fila e non vuol lasciare campo libero alla concorrenza cinese. E, a dimostrazione che la globalizzazione confligge con la politica delle guerre e degli embarghi perché i mercati prevalgono su tutto, diventa di pubblico dominio la notizia che cospicue quantità di greggio russo acquistate dall’India, raffinate dalle mega aziende locali Reliance o Nayara, raggiungono l’Europa. In che modo? Semplicissimo: come prodotti raffinati - diesel e simili - che il mercato indiano esporta ai clienti occidentali. Dunque chi pratica l’embargo delle riserve energetiche di Putin ne diventa indirettamente acquirente. Il governo Modi segue la sua strada, ha trovato nei prezzi ribassati del greggio e nelle entrate delle esportazioni della sua raffinazione un sostegno finanziario che, finora, gli ha permesso di non aumentare il prezzo degli idrocarburi ai suoi cittadini, un welfare tutt’altro che trascurabile. D’altra parte nei rapporti geopolitici a est la Casa Bianca non forza la mano come fa con gli alleati occidentali. Il colosso indiano, restìo a seguire le volontà americane, viene tenuto buono perché può servire in funzione anticinese. Per altro anche le relazioni diplomatiche indiane con gli Stati Uniti tengono alta la barra contro l’espansionismo economico delle cento ‘vie della seta’ in Oriente. Il rapporto mercantile sviluppatosi nei mesi più difficili della pandemia di Covid ha visto i ministeri del Commercio indiano e russo trovare vantaggi dall’esportazione di derrate alimentari e medicinali in cambio di petrolio. Ultimamente i due Paesi trattano anche carbone, quello russo verso l’India. Sebbene quest’ultima non sia affatto carente, la sua produzione interna è pari a 777 milioni di tonnellate annue e in quello in corso è previsto un aumento per altre 100 milioni di tonnellate. Le proiezioni per il biennio 2023-24 mirano a superare addirittura la soglia del miliardo di tonnellate annue. Affinché gli altiforni della siderurgia brucino a pieno ritmo, alla faccia di qualsivoglia contenimento dell’inquinamento atmosferico causato dai combustibili più pericolosi.
giovedì 5 maggio 2022
Falchi e colombe nell’Emirato afghano
L’uomo è leader della famiglia talebana ormai da sei anni, ma solo dalla scorsa estate è investito d’un ruolo mai ricoperto da nessun turbante. Con esso offre spazio alla tendenza più conservatrice sostenuta dal presidente della Corte Suprema Hakim Sharai, dal ministro degli Affari religiosi Mohammed Saqeb e dai fa rigidi operatori del famigerato organismo della virtù. Akhundzada ha cercato di spiazzare i colleghi che maggiormente si sono spesi nella pacificazione con gli statunitensi, su tutti Abdul Baradar, e l’attuale ministro degli Esteri Muttaqi impegnato da mesi in incontri con rappresentanti occidentali e orientali per far fronte alla terribile crisi alimentare interna. Il subdolo affondo di Washington, che ha bloccato i 9.5 miliardi di dollari di fondi afghani nelle banche statunitensi, è stato parzialmente superato per l’intervento dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, fornitrice di derrate alla popolazione. Un merito dei buoni uffici ricercati da Mattaqi anche con confinanti meschini e interessati come il Pakistan. Con taluni soggetti politici presenti in quei territori - nelle aree tribali denominate Fata, nel Waziristan settentrionale dove i taliban locali conducono il proprio Jihad contro Islamabad - ha flirtato per decenni il clan Haqqani. Questo gruppo è l’altra figura detentrice dell’attuale potere afghano, incentrato sugli ex combattenti, per nulla disposto a concessioni politiche verso etnìe diverse da quella pashtun, né a ex amministratori che vorrebbero riproporsi (Karzai, Abdullah) o giovani-simbolo senza radici (Massud junior). La Shura di Quetta, il maggior Consiglio talebano, è da sempre variegata e rissosa, l’attuale contrasto fra un ‘possibilismo riformatore’ e l’ala dura che guarda al passato riproponendolo senza ripensamenti, è in corso col suo enorme bagaglio di spettri e le angoscianti incognite.
domenica 1 maggio 2022
Nell’Emirato afghano l’aiuto arriva dalla Umma islamica
Dove aveva lasciato l’Afghanistan, ridiventato Emirato, il circo mediatico globale dopo le calde e affannose giornate dello scorso Ferragosto?
Fra le potenze regionali che avvinghiano i confini afghani - l’Iran a ovest, il Pakistan a est - Islamabad ha più possibilità d’infilarsi nei nuovi orizzonti dell’Emirato, proseguendo l’ambiguo dialogo con gli studenti coranici tornati statisti. Peraltro anche i vicini del nord - uzbeki e tajiki, le cui etnìe sono presenti in territorio afghano - mostrano un’apertura ai turbanti. Su quest’orizzonte è viva l’attenzione delle potenze che restano dopo il disimpegno americano: Russia e Cina. La prima si muove condizionando ex satelliti sovietici come Kazakistan e Turkmekistan, due ‘Stati redditieri’ il cui sottosuolo ricco di gas, petrolio, uranio è appetibile anche all’immensa fabbrica cinese. Pechino in Afghanistan ha le mani su rame e terre rare e le conserverà fino al 2037, con la prospettiva di proseguire. 60 milioni di tonnellate del primo, 1.4 milioni del cocktail dei diciassette minerali-base indispensabili per l’Hi-tech, e ancora ferro, oro, alluminio, litio. Il popolo afghano ha sotto i piedi un patrimonio stimato mille miliardi di dollari, ma come altri Paesi colonizzati finora l’ha ceduto al più forte o al più scaltro, anche per gli interessi privati di suoi politici. L’ultimo episodio, lontano ormai un quindicennio, ha riguardato la miniera di rame Mes Aynak, non lontana dalla capitale e da un sito archeologico datato cinquemila anni fa. Tre miliardi e mezzo di dollari il corrispettivo pagato dai cinesi per lo sfruttamento e incamerato da Watan Group di cui la famiglia Karzai è socia. Nessuno ha mai visto l’ex presidente versare neppure qualche spicciolo di quella cifra nelle casse dello Stato. E di ruberia in ruberia tre generazioni si son dovute arrangiare facendo guerre o scappando da esse. La Cina guarda al territorio afghano anche per il tracciato di un’ennesima via della seta che attraversa l’ostile Xinjiang srotolando le merci a ovest. Se uno sviluppo della medesima sale verso Kirghizistan e Uzbekistan, via Osh e Buchara, il tratto nell’Emirato da Balkh punta verso il Turkmenistan (Merv), entra in terra iraniana, va da Mashhad a Tehran e prosegue. Se i cinesi non bluffano, pagheranno dazi, il problema è chi li gestirà e per fare cosa.
Nei primi mesi dell’anno i talebani sono stati molto attivi sul versante diplomatico. Cercati e aviotrasportati a Oslo hanno incontrato rappresentanze di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e poi un altro blocco: russi, cinesi, iraniani, pakistani, qatarini. Il ministro degli Esteri Muttaqi ha tessuto un’ampia tela di relazioni. Il tentativo d’uscita dall’isolamento l’ha portato ad aprirsi pure coi rifugiati all’estero di altre fasi della travagliata storia del Paese. Questo il mantra: “Gli Accordi di Doha rappresentano una buona base per un rilancio delle relazioni col mondo. Gli afghani meritano di vivere dignitosamente nella loro terra, non devono essere forzati a migrare da questioni economiche”. Un lamento rivolto al fabbisogno alimentare, tralasciando il tema delle libertà. E se l’ovest non vuol rispondere, la Umma islamica sembra aprire braccia e tasche. Da inizio marzo è presente a Kabul l’ufficio dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, oltre un cinquantennio di vita e 56 membri, l’Afghanistan vi aveva aderito nel 1969. La sede locale, posta sotto la direzione di Muhammad Saeed al-Ayash, coordinerà gli sforzi dei musulmani per sostenere le difficoltà finanziarie del Paese. Sono in discussione piani per agricoltura e assetto viario, utili alla collettività per possibili sbocchi lavorativi. Qatar, Emirati, Kuwait quali finanziatori ne hanno discusso col viceministro dell’Economia Din Hanif. La diplomazia orientale non si ferma. Il Pakistan ha ospitato una sessione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’OIC, ponendo al centro l’offerta di recupero economico, stabilità e sicurezza in terra afghana. Annunciato un prossimo intervento dell’Accademia Islamica del Diritto per favorire comportamenti tolleranti verso l’educazione e la tutela delle donne. In prima fila come sostenitore d’un approccio inclusivo, il premier Khan. Autore d’un moto d’attivismo con cui cerca di tamponare le contestazioni per una disastrosa gestione della politica economica interna, cui ha aggiunto lo scioglimento del Parlamento che stava per sfiduciarlo. Questo blitz istituzionale apre un’ulteriore crepa nella labile democrazia pakistana che può riportare l’esercito a decidere sul futuro d’un Paese lacerato.















