lunedì 14 novembre 2022

Istanbul, chi c’è dietro l’ennesima strage

 

A uccidere sei persone e ferirne ottantuno nella centralissima Istiklal Caddesi di Istanbul non è stato un o una kamikaze, ma una carica esplosiva nascosta in una sacca abbandonata dall’attentatore che la trasportava. Potrebbe essere la giovane scambiata inizialmente come miliziana-suicida, che è fra le persone fermate e interrogate dalla polizia. Il ministro dell’Interno turco Soylu già trae personali conclusioni sostenendo che gli autori della strage “sono legati al Ygp, i guerriglieri kurdo-siriani vicini al gruppo fuorilegge Pkk”. Infatti, secondo notizie fornite dallo stesso ministero, la donna fermata e interrogata dichiara d’essere entrata in Turchia dalla regione di Afrin. Anche altri passanti risultano fra i ventisei bloccati dagli agenti assieme ad alcuni militanti del Partito kurdo dei lavoratori già nel mirino delle forze dell’ordine. Perché questa è la pista che il governo sta dando per indicare la matrice dell’attentato, inseguendo quanto in altre occasioni s’era verificato. In realtà più che il Pkk, che ha sempre indirizzato anche azioni omicide contro militari pur usando l’esplosivo, sono i Falchi della libertà del Kurdistan (Tak) - fazione indipendentista che considera moderati i membri dello storico partito kurdo - ad avere precedenti stragisti verso i civili. Nel terribile 2016 compirono un attentato, peraltro rivendicato, piazzando un’auto-bomba in un luogo trafficatissimo di Ankara, Güven Park. Morirono 37 persone a 125 furono ferite. Il mese successivo a Bursa seguì un loro attacco suicida in una moschea. Nei comunicati pubblicati in altre occasioni l’intento di colpire lo Stato turco in uno dei suoi gangli economici più proficui, il turismo, può rappresentare un indizio o la motivazione che Soylu cerca per archiviare il caso. 

 

L’opposizione a Erdoğan getta sospetti sul sanguinoso episodio e sulle rapide conclusioni contro il terrorismo kurdo. Il tema della sicurezza nazionale polarizza sempre l’interesse della popolazione, colpita tremendamente da un’inflazione feroce e dalla svalutazione della lira, peraltro in epoca di pandemia incentivata da personalissime teorie dello stesso presidente in totale dissenso con vari ministri delle Finanze che si sono succeduti e coi crismi classici del monetarismo mondiale. C’è chi avanza sospetti di un caos telecomandato da apparati interni, per proporre ulteriori strette securitarie che da tempo hanno soffocato i media d’opposizione e quelli alternativi e gli avvocati dei diritti sostenitori d’ogni dissidenza. Del resto l’anno che verrà è una data storica per la Turchia moderna e un appuntamento che Erdoğan attende da tempo per coronare la sua carriera politica. Giungere al centenario della nazione come nuovo padre della Patria, come e più di Kemal Atatürk, è il sogno del ragazzo del popolare quartiere di Kasımpașa, incarcerato per militanza islamica e riscattatosi come leader, premier, presidente. E moderno sultano come lo considerano sia i detrattori, sia i fedelissimi. Gli altri, le minoranze kurde e armene, i pochi marxisti rimasti in circolazione, i forse più numerosi sindacalisti non istituzionalizzati, gli intellettuali non di regime, lo vivono da dittatore. In realtà così lo cataloga anche qualche suo omologo, ma non lo dice. Al di là di vicinanze, solo di comodo che ha avuto in Siria con Putin, Erdoğan s’è mostrato come il leader mondiale dell’ultimo ventennio più imprevedibile, scaltro, opportunista e a suo modo vincente. Tutto ciò gli offre molte chances internazionali. Ma il logoramento che ogni potere produce pone lui e il suo partito davanti all’incertezza nella tornata elettorale e presidenziale previste per giugno o luglio prossimi. Certo fra l’Akp, oggi dato al 32% e i repubblicani del Chp fermi al 26% il distacco è ancora netto. Però l’umiliazione dei sindaci persi nel 2019 in tutte le grandi città turche a vantaggio proprio del Chp, che comunque continua a mancare d’un adeguato leader, risuona come spettrale precedente. Per vincere ancora, Erdoğan è disposto a tutto?

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