lunedì 7 maggio 2018

Rohani, tempo di diplomazia muscolare


Avrebbe atteso un altro paio di settimane, così da far coincidere l’esplicito discorso alla nazione col primo anno di rielezione alla carica presidenziale. Ma per un Rohani più nella veste d’implacabile Guida Suprema che di affabile diplomatico grava la data del 12 maggio, il giorno in cui l’omologo statunitense Trump dirà se svincolare il suo Paese dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015 da Obama. Attorno a questo passo che può rinfocolare le tensioni fra i due contendenti d’un quarantennio pesano interessi economici, politici, geostrategici interni e internazionali. Non una questione da poco. Ed entrambi i presidenti che di problemi ne hanno parecchi, sul piano degli intrighi personali il miliardario americano, sul fronte socio-politico l’ayatollah che dal 2013 si regge sul compromesso fra riformisti e moderati, si giocano una fetta del proprio successo futuro. L’ufficialità con cui Rohani ha lanciato il messaggio alla nazione e i termini con cui l’ha posto: “Se lasciano l’accordo gli Stati Uniti se ne pentiranno come non mai nella storia” dice molto di più sul piano geopolitico di quanto la delicatissima vicenda dica sul fronte economico. E quest’ultimo è in condizioni gravissime, perché nel periodo dell’embargo l’Iran ha subìto un pesante tracollo finanziario per la scarsità di commerci con l’Occidente. Gli stessi ritardi nelle transazioni registratisi nell’ultimo biennio, nonostante l’accordo firmato, è uno dei temi toccati da Rohani durante il  cammino elettorale.  

Il presidente uscente ha giocato la sua rielezione contro i conservatori che un anno fa sostenevano i candidati Qalibaf e Raisi. A fine campagna i tradizionalisti avevano fatto convergere i voti su un unico candidato (l’ayatollah Raisi) per evitare di disperderli in più rivoli e favorire Rohani, come nel 2013. Ma non ce l’avevano fatta. La gioventù in cerca di nuove opportunità di lavoro e di speranze avevano sostenuto una seconda volta “l’uomo della svolta”. Ma la svolta non porta frutti e situazione interna è magmatica. Le proteste di piazza di fine 2017, e le nuove fiammate d’un mese fa, mostrano un panorama ingarbugliato e una tensione interna elevata. Fra chi usa la piazza per contestare l’attuale establishment s’è ventilata una regìa del malcontento d’inverno proprio da parte del tradizionalismo che ha una roccaforte nella città santa di Meshhad. S’è parlato anche di un’azione autonoma dei sostenitori dell’ex presidente Ahmadinejad (non a caso in quelle settimane posto agli arresti domiciliari preventivi). S’è detto che certe proteste cittadine scaturiscono da stimoli innescati magari da questi motivi e altri intenti politici e di fazione, però il malcontento serpeggia. E tale malcontento è correlato a due questioni: le mancate entrate di un’economia ancora ingessata dal sistema finanziario mondiale del quale gli Usa detengono molti fili, e le enormi uscite dovute alle guerre logoranti e dispendiose cui l’Iran partecipa. Apertamente in Siria e Yemen, in maniera strisciante in altri focolai mediorientali.

Quest’ultimo è un punto dolente, ma può diventare un elemento di forza della gestione Rohani. Poiché col richiamo delle armi il partito dei Pasdaran, ultimamente più vicino ai tradizionalisti che all’attuale presidente compromesso coi riformisti, si sente tutelato dalla politica del clero come lo fu solo ai tempi del Ruhollah Khomeini che lo creò. L’altro nume del partito combattente, Mahmud Ahmadinejad, riuscì solo a spaccare il Paese, fra l’altro prima delle vicende corruttive che l'oscurarono quasi quanto le rivolte dell’Onda verde. Per qualsiasi presidente della Repubblica Islamica iraniana avere dalla propria parte i pasdaran, significa possedere l’arma delle armi, contro cui solo piazze rivoluzionarie e non meramente protestatarie possono averla vinta. Nel caso dell’accordo sul nucleare che Trump, col solo sostegno di Israele e dell’Arabia Saudita in versione Bin Salman, vuole stracciare, Rohani può spiazzare i propri detrattori interni agitando lo spettro del “Satana statunitense”. In tal modo trova il consenso d’un popolo che alle divisioni interne antepone la sicurezza nazionale. In aggiunta, e sempre sull’accordo nucleare può ricorrere agli altri cinque del cosiddetto blocco 5+1. Due sono giganti amici (Russia e Cina), delle altre tre potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia, Germania) bisognerà comprendere le propensioni filo americane. Ma di quell’America estremista trumpiana, verso cui finora solo Macron sembra apprezzare le follìe. E poi l’alzata di scudi di Rohani, aggregatrice all’interno, ha la certezza di trovare sempre la comprensione putiniana sullo scacchiere mediorientale. Una partita d’interessi reciproci che prosegue la corsa. 

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