Sorride, tenuto stretto
dalla madre, Elor Azaria, l’assassino di Abdul Fatah al-Sharif. E’ fuori
anche con due giorni d’anticipo per poter partecipare al matrimonio di suo fratello.
Sarebbe uscito dalla prigione militare israeliana di Tzrifim giovedì
10 maggio. Con nove mesi scontati rispetto a una sentenza di diciotto, condanna
per omicidio colposo, inferiore a qualsiasi pena normalmente inflitta a giovani
palestinesi che lanciano pietre. Ma l’omicidio di cui è responsabile il
soldato Elor è tutt’altro che colposo. Nel marzo 2016 aveva ferito a Hebron due
palestinesi che avevano aggredito con un coltello un militare in servizio nella
città occupata. Uno dei due, al-Sharif, era disteso a terra centrato da un
proiettile sparato dal sergente Azaria. Questi, dopo una decina di
minuti dal ferimento, s’è avvicinato all’uomo giacente a terra e gli ha sparato un colpo alla testa. Un’esecuzione in piena regola secondo la famiglia dell’assassinato,
che ha sostenuto la tesi davanti alla Corte israeliana. Anche talune
associazioni umanitarie si sono interessate del caso, sostenendo che l’azione
compiuta da un militare in servizio rispondeva a un “omicidio a sangue freddo”
e la condanna non poteva ridursi all'omicidio "colposo" sancito dai
giudici. La sentenza, come e forse più di altre, fa i conti con
l’offensiva antipalestinese condotta dal governo Netanyahu su più fronti:
politico, giuridico, diplomatico, mediatico. Un governo che su qualsivoglia terreno
esaspera la profondissima sperequazione esistente fra le due etnìe, con ogni
aggravante addebitata ai “terroristi palestinesi” e ogni giustificazione
rivolta ai cittadini israeliani, in divisa e non. La difesa del sergente ha
sostenuto la teoria dello sparo in testa al ferito, giustificandola col timore
che il palestinese (inerte) vestisse una cintura esplosiva di possibile
attivazione. Ipotesi dimostratasi falsa, e volta a schermare la gravità
dell’omicidio. Alla notizia della scarcerazione di Azaria il premier sionista e un suo ministro
si sono felicitati per la fine della reclusione e la liberazione del soldato. Libero e disponibile a un prossimo assassinio.
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