lunedì 31 gennaio 2022

Afghanistan, dal gelo di Kabul a quello di Oslo

Norvegia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e poi Russia, Iran, Qatar, Cina, Pakistan. Nei giorni scorsi la delegazione talebana guidata dal ministro degli Esteri Muttaqi, condotta su un aereo norvegese sino a Oslo, ha discusso con tutti i rappresentanti d’un pezzo di mondo interessato alla crisi umanitaria prima che socio-politica dell’Afghanistan. Alle parole spese bisognerà vedere se seguiranno fatti perché, come in altri colloqui e su altri tavoli, ciascuno avanza propri interessi primari. Che sono: per l’Emirato di Kabul lo scongelamento dei fondi bloccati nei mesi scorsi dagli Stati Uniti; per le delegazioni occidentali garanzie di sicurezza interna nel controllo del territorio da insediamenti terroristici e diritti civili per le donne; per le delegazioni orientali ancora sicurezza rispetto alle formazioni terroristiche che possono trovar riparo sul terreno afghano e insidiare con cellule armate alcune nazioni. Ciascuno avanza suoi intenti, solo i delegati Onu e di certe Ong attive nel Paese, hanno richiamato l’attuale emergenza primaria: la carenza di forniture alimentari in un inverno durissimo, seguìto a due stagioni di siccità spaventosa che ha azzerato la produzione agricola interna, già sotto dimensionata per i conflitti locali. Ma c’è chi ricorda che i taliban, ora vestiti con le mimetiche dell’imploso esercito di Kabul, operano vendette, in questi mesi hanno fatto fuori un centinaio di ex militari fedeli a Ghani nonostante avessero promesso un’amnistia. Hanno compiuto una cinquantina d’esecuzioni a sangue freddo di miliziani, o sospetti tali, dell’Isis Khorasan privandoli di processo; hanno effettuato esecuzioni capitali per impiccagione di persone accusate di furto. Hanno chiuso scuole femminili, sebbene il portavoce governativo Zabihullah dichiari che dal prossimo febbraio verranno riaperte. E ancora: restrizioni al lavoro femminile e alla stessa circolazione per via senza un uomo di famiglia, oltre alle bastonature di manifestanti e dei sempre odiati giornalisti. 
Alcune esponenti afghane ammesse agli incontri norvegesi ribadiscono come la sostanza talebana non sia cambiata, osservatori ne notano l’accresciuta diplomazia e la disponibilità al dialogo, seppure quest’ultima sia legata alla prima che mira a trovare alleanze evitando l’isolamento internazionale. Anche perché alla diffusa ostilità di una parte della popolazione, soprattutto dei centri urbani, che non tollera il reiterato fondamentalismo, s’aggiunge la concorrenza politico-militare dei dissidenti che da anni si propongono con la sigla dello Stato Islamico, insidiandone la supremazia nelle aree rurali e mettendo a nudo la presunta capacità talib di controllare ogni angolo del Paese. Non è stato così durante il tragico quinquennio dei reiterati attentati che dal 2016 hanno tracciato lunghissime strisce di sangue un po’ ovunque. Al Gotha talebano - che col premier Akhund, Sirajuddin Haqqani ministro dell’Interno, Yaqoob della Difesa - s’è spartito il potere incentrato sulla forza, mancano le forze tecniche per condurre economia e amministrazione. Si tratta di due settori resi spettrali dal ventennio dell’occupazione Nato e dai governi fantoccio che ne hanno accondisceso il conseguente vuoto di orizzonti, ma questo non salva i turbanti dal ruolo assunto, anzi ne complica la prassi come dimostrano i sei mesi finora trascorsi. Condurre a una sorta di normalità una popolazione abituata a vivere di promesse e sussidi, resa succube da intenti di dominio interno ed esterno dovrebbe prevedere una rifondazione cui il clan talebano e i vecchi clan che nuovamente si ripropongono, è di questi giorni l’autocandidatura dello spolpatore Karzai, non possono né vogliono praticare. Tacendo i progetti degli stessi interlocutori del tavolo di Oslo, in gran parte interessati solo alla propria agenda.

domenica 30 gennaio 2022

Afghanistan, Karzai parla all’Emirato Islamico

Un po’ imbolsito, evidentemente la crisi alimentare in corso non lo tocca, e ovviamente invecchiato il decano presidente dell’Afghanistan americano, Hamid Karzai, si ripresenta al suo popolo con un’intervista trasmessa da Tolo tv. Rilancia un proprio ruolo di mediatore con l’Emirato di Kabul per la formazione d’un governo inclusivo. I concetti ruotano attorno al processo di pacificazione e riconciliazione del Paese in cui s’era impegnato l’ex presidente Ghani, riparato presso gli Emirati Arabi Uniti all’arrivo delle milizie talebane nella capitale. Quel dialogo inter afghano, presente negli accordi di Doha che aveva visto il vice di Ghani Abdullah nel ruolo di responsabile. Colloqui precedenti all’offensiva finale dei turbanti che un po’ trattavano, un po’ snobbavano l’assise convinti, come poi è stato, di poter giungere al potere per dissolvimento dell’esercito e dell’amministrazione che collaboravano con la Nato. Però la loro voglia di rivincita, le promesse d’una trasformazione di fatto inesistente, l’assenza d’integrazione di altre componenti politiche (sebbene su alcune figure come Ghani o nuove proposte quali Massud junior Baradar e soci avessero posto il veto) e ancora la stretta sulle professioni al femminile e sulla stessa scolarizzazione delle ragazze, oltre alla persecuzione di donne che avevano ricoperto ruoli politici, amministrativi e militari nella vecchia gestione, hanno portato la Comunità internazionale a uniformarsi al blocco degli aiuti lanciato dalla Casa Bianca. Uno stallo che da settembre scorso ha congelato anche i fondi (9.5 miliardi di dollari) destinati alla nazione. Da qui l’isolamento che però non giova all’Emirato. E la ricerca di sponde dalla Cina, vogliosa di proseguire i suoi affari minerari in aree pacificate, ma meno propensa a spendersi per il riconoscimento del governo talebano in consessi geopolitici rispetto a Pakistan e Iran. Quindi per smuovere acque rimaste ferme e congelate nell’inverno in corso, il vecchio Karzai che è pur sempre un capobastone d’un ramo pashtun che conta, si rifà sotto sottolineando la necessità d’uno sblocco dello stallo. Afferma che l’isolamento è sconveniente per tutti: “Il mondo vuole un governo inclusivo? lo vuole l’Onu? Un governo che rappresenti ogni componente, assicuri i diritti delle donne e il loro inserimento nella società?”. Visto che l’Emirato starebbe provando ad accettare un rilancio del confronto inter afghano, la strategia internazionale dovrebbe mutare. Dunque, anche la redistribuzione degli aiuti tramite dipartimenti governativi, Ong, Nazioni Unite. Il nuovo inviato speciale statunitense per gli Affari afghani, Thomas West, indica all’Emirato Islamico la via di questo genere di consultazione interna per una gestione condivisa. La contraddizione è che gli interlocutori sarebbero vecchi e nuovi padroni d’una nazione azzerata. Col popolo che resta a guardare affamato e in affanno.

mercoledì 26 gennaio 2022

Tre milioni e mezzo d’indiani armati

Non sono dieci né piccoli. L’odierna India si discosta dal titolo del celebre giallo di Agatha Christie (Dieci piccoli indiani) e - celebrando il giorno della sua Costituzione (26 gennaio 1950) successiva di tre anni dall’indipendenza dal Raj Britannico - sfoggia orgogliosamente il proprio apparato militare che la fa potenza, addirittura la quarta militare del globo. Senza un grande pubblico, per via della pandemia da Covid che infiamma il mondo, sono sfilati davanti al palazzo presidenziale di New Delhi odierni battaglioni e reparti storici, fra performance acrobatiche e folkloristiche truppe cammellate. Vanto nazionale con cui il governo del premier Modi, naturalmente presente per il saluto delle autorità, concilia tradizione e muscolarità del Paese. Del resto, scrutando le informazioni fornite dal sito Global Firepower che esamina le Forze Armate nel mondo, l’India si colloca al quarto posto dietro Stati Uniti, Russia e Cina. La classifica viene stilata considerando svariati elementi: disponibilità e diversità degli armamenti, numero dei militari, fondi, popolazione totale, tecnologia nazionale, condizioni geografiche, logistiche, industriali, finanziarie, alleanze. L’insieme delle voci determina un punteggio ipotetico, ritoccato dalla combinazione che viene monitorata nel corso dell’anno. Col suo miliardo e trecento milioni di abitanti l’India vanta un personale militare di circa 3,5 milioni di effettivi (il secondo dopo la Russia), oltre duemila aerei di cui 692 da combattimento, 4.184 carri armati, 295 unità navali per un totale di oltre 55 miliardi di dollari destinati alla difesa. Per la cronaca l’Italia ricopre l’11° posizione dietro Brasile, Pakistan, Regno Unito, Francia, Sud Corea, Giappone. I nostri militari sono 357.000, gli aerei 831 (415 da combattimento), 200 i carri armati, 143 le unità navali e il Parlamento destina alla difesa circa 30 miliardi di euro all’anno (nell’anno appena concluso sono stati 25, con aumenti dell’8% e del 15.7% nei confronti del 2020 e del 2019). L’India è anche una delle potenze nucleari del globo, sebbene in fatto di testate nucleari il suo impatto sia minore. Ne possiede 150 (i dati ripresi dall’Osservatorio MilɆx sono del 2020), il dirimpettaio pakistano ne vanta dieci in più, la Cina più del doppio (320), sebbene gli Stranamore restino sempre Russia e Stati Uniti rispettivamente con 6.375 e 5.800 testate. Anche a noi la Nato fornisce la “bomba”. Per la precisione quaranta di vecchia tipologia, ma è in corso d’opera la sostituzione con le più moderne B61-12, collocate nei bunker atomici di Ghedi, in provincia di Brescia e Aviano, nell’area di Pordenone.

 



martedì 25 gennaio 2022

Hariri, un addio che il Libano non rimpiange

Finisce con un ritiro l’eclissi politica dell’ex premier libanese Said Hariri, già oscurato da un quinquennio per volere di bin Salman, ben più cinico e delinquenziale degli interessi di casa Saud da sempre mallevadrice della famiglia Hariri. Ma papà Rafiq riusciva a muoversi fra sceicchi ed emiri, suoi sponsor per tutti gli anni Novanta a sostegno d’una “rinascita” libanese che faceva il verso al Libano coloniale francese un po’ bordello, un po’ paradiso fiscale dei magnati europei o d’Oltreoceano. Così la ricostruzione della bella Beirut avveniva con grattacieli sauditi che soffocavano gli edifici primi Novecento, l’unico fiore ereditato del capitalismo parigino ereditato dalla capitale levantina. Di fronte alla spettrale immagine urbana post guerra civile, ridare alloggio a due milioni di cittadini era esigenza primaria, però la rinascita aveva orizzonti edilizi e bancari, fra le prime diversificazioni dei petrodollari sauditi che viaggiavano anche verso altri lidi. Durò poco più d’un decennio la ricetta con cui Rafiq Hariri curava il suo Libano, cedendo ovviamente a cristiano-maroniti un’altra fetta di affari e spartendo il potere per tre anche con la comunità sciita. L’accordo stipulato a Taif prevedeva riconoscimenti alle tre etnìe più i drusi, poi le periodiche elezioni consegnavano percentuali di seggi nel Majlis. Però la maledizione governativa legava inevitabilmente gli uni agli altri, nessuno schieramento riusciva a fare il pieno di voti e governare fuori da patteggiamenti, compromessi, passi a metà, voltafaccia. In più ogni componente continua a vivere attorno a gruppi di potere più che stagionati: i nomi degli Hariri, Gemayel, Geagea, Aoun, Jumblatt, Nasrallah conservano clan, dinastie o i medesimi protagonisti da oltre un trentennio. Il percorso che doveva cambiare il volto della nazione e non è giunto da nessuna parte. Per interessi, tensioni interne, ingerenze esterne, veti incrociati, fino all’instabilità voluta da terzi - Israele, Siria, Iran - o all’incuria responsabile di “sciagure” come l’esplosione al porto beirutino che ha sotterrato oltre duecento persone e devastato un pezzo di città. 

 

Hariri figlio, prigioniero dell’entourage paterno comprensivo anche di affari familiari, aveva guidato l’esecutivo una prima volta nel 2005 a ridosso dell’attentato a Rafiq, fatto saltare in aria con un camion-bomba, quindi nel 2009. Poi ancora nel 2016 fino al 2019 quando un’economia senza risorse, che non fossero aiuti del Fondo Monetario, al solito subordinati a contropartite politiche, o le sempre meno interessate capitalizzazioni delle petromonarchie che investivano altrove, collassava. I cittadini libanesi si sentivano alla stregua non solo dei palestinesi stanziali da decenni nei campi profughi, ma del milione e passa di siriani parcheggiati per sistemazioni difficilmente contrattabili. Inflazione alle stelle per una lira interna senza valore davanti a un’economia stagnante, imprenditori latitanti o espatriati su altri mercati e un ceto politico disposto a quadrato, più o meno armato, delle proprie enclavi e dei privilegi ereditati.  Dopo il botto del porto il presidente francese Macron apparve per promuovere un soccorso protezionistico dal tanfo neocoloniale. Del resto gli stessi padrini sauditi oltre a tenere in ostaggio, anche fisico, Said non lanciavano progetti, disinteressati a un territorio su cui il Partito di Dio, per una fase difensore della patria dal grinfie israeliane, si trasformava in milizia mercenaria a sostegno della Siria di Asad, quasi smarrendo la memoria di quando Damasco era l’altra faccia di Tel Aviv in fatto di spartizione del cedro libanese ridotto a fuscello. Così al fantasma di suo padre, l’Hariri minore aggiungeva quel disinteresse o, assai probabilmente, l’incapacità di spendere voce per un popolo prim’ancora che diviso in quattro, differenziato fra i pochi che possono e i tanti costretti ad arrangiare le giornate. Sotto lo spettro d’uno Stato fallito, davanti alle proteste d’una gioventù che provava a superare logiche spartitorie cementate da ogni etnìa, l’ex premier si consolava con un’amante sudafricana cui regalava milioni di dollari. Erano suoi, non del disastrato erario, ma l’immagine pubblica e privata era distrutta ben prima dell’attuale ritiro.

domenica 23 gennaio 2022

Insulti a Erdoğan, arresto e rischio galera per una giornalista

Dice un proverbio: ”Un toro non diventa re entrando nel palazzo, è il palazzo che diventa fienile”. E ancora: “Una testa coronata diventa più saggia, vediamo che non è vero”. Tagliente saggezza dei motti che se si trasformano in metafore, come il portavoce del presidente turco Erdoğan sta insinuando per accusare la nota giornalista Sedef Kabaș, possono produrre danni gravi: da uno a quattro anni di reclusione. Per ora la commentatrice televisiva ha negato ogni riferimento al Capo dello Stato, ma Fahrettin Altun, sua voce all’esterno del Palazzo, è tranciante: “Una sedicente giornalista insulta clamorosamente il presidente su un canale televisivo col solo scopo di diffondere odio”. La cosa si fa seria e le registrazioni di Tele1 vanno in mano alla magistratura. Kabaș non è proprio l’ultima arrivata in fatto d’informazione e conduzione televisiva. Dopo un primo periodo alla Cnn International, dalla fine degli anni Novanta ha condotto programmi e interviste per diverse tv turche. Quindi ha intrapreso uno studio e un dottorato presso l’Università di Marmara su un tema delicato: la qualità delle interviste nel contesto giornalistico della stampa turca, mettendo in discussione quella che definisce “l’élite del discorso” nell’orientare le percezioni del pubblico. Nei suoi programmi in video ha dialogato con intellettuali e letterati. Poi s’è infilata nello “scandalo corruttivo del dicembre 2013”, occupandosi ovviamente dei risvolto socio-politici. Si trattò d’indagini su: abuso d’ufficio, corruzione, concussione, tangenti, contrabbando in cui venenro coinvolti ministri (Interno, Economia, Ambiente) del governo Erdoğan, a quell’epoca premier. Indagato anche suo figlio Bilal. La dimissione dai rispettivi dicasteri e un rimpasto governativo attenuarono l’inchiesta giudiziaria. Successivamente il partito di maggioranza Akp accusò i magistrati e i poliziotti coinvolti nello scavo documentario e negli interrogatori, di agire con intento politico, quali aderenti al movimento gülenista, ex alleato con cui Erdoğan era entrato in durissimo conflitto. L’operato giornalistico su quella vicenda di scontri intestini rimasta in buona parte oscura, non giovò alla Kabaș, evidentemente bollata, dal circolo del premier poi presidente, come una voce sgradita. Nel 2019, in un clima autoritario ben più pesante di quello del quinquennio precedente, la conduttrice incappò in una condanna di circa un anno proprio per “insulti al presidente”, pena sospesa e rinviata. Ora, a seguito di quel precedente, la giornalista è agli arresti e rischia fino a  quattro anni di reclusione. La direzione di Tele1 con Merdan Yanardag ha criticato l’iniziativa repressiva: “Questa posizione è un tentativo d’intimidire giornalisti, media e società”.  Reprimende per boutade anche meno esplicite hanno precedenti: nel 2014 l’ex miss Turchia, Merve Buyuksarac, aveva condiviso sul suo profilo social un post satirico sull’inno nazionale che, per le denunce da parte di alcuni cittadini, conduceva chi aveva fatto girare il post davanti ai pubblici ministeri. La modella venne condannata a quattordici mesi di galera, il suo avvocato la difese sostenendo che la parodia non le appartenesse, non era stata elaborata da lei. La pena venne sospesa a condizione che non ci fossero recidive nei cinque anni successivi. Da quella fase la stretta autoritaria è cresciuta: si sono registrate oltre 160.000 indagini per presunti insulti all’autorità statale nella persona del presidente. Se da una parte 35.500 sono state archiviate, quasi 13.000 hanno prodotto arresti.

martedì 18 gennaio 2022

Albertone per sempre

La fisicità di Alberto Michelotti ti travolgeva, sempre. Su un campo di calcio averlo come marcatore, poteva essere più ingombrante che come arbitro. Ma la stazza, che sentivi anche quando ti sedeva al fianco per osservare foto dei bei tempi del suo calcio, ch’erano anche i bei tempi d’un certo calcio, era colma di gioia di vivere. L’aveva appresa da ragazzo dietro la mamma, in condizioni che definire essenziali era fare un complimento. Decoro tanto, denari non ne vedeva quel popolo inurbato di qua e di là dal ‘Perma’. E chi ricordava che Oltretorrente le camicie nere non erano arrivate per l'ardore degli 'Arditi del Popolo', non viveva sicuro fino a tutto il percorso della guerra. Quella Parma che si ritrova dietro la statua al partigiano è la città proletaria da cui veniva l’Albertone. Forte, roccioso già da giovanotto quando giocava portiere e lavorava da meccanico. Sistemato poi nella ‘sua’ officina che ricordava orgoglioso da uomo fatto con le sue grandi braccia, e il calcio non più giocato ma diretto, in un mondo dove i fischietti giravano solo in mano a ragionieri e assicuratori, per quanto alcuni meritori e impeccabili per il ruolo. Il giovanottone parmigiano dalla faccia aperta, la battuta dialettale in tasca, usata quanto i cartellini del mestiere, sembrava un marziano. Arrivò tardi alla Scala del calcio - San Siro, Comunale, Olimpico - ma ci rimase da sovrano. Quando lasciò al San Paolo lo omaggiarono col Modugno nazionale. E gesti suoi, non stizzosi, però seri e severi come la legge può essere, intaccarono un Totem chiamato Gianni Rivera, da lui espulso, contro l’universo mondo, forse con l’unico assenso del Giuànbrerafucarlo che non amava gli abatini. A calcio e sport, suoi spazi conosciuti dai più - ai quali ha offerto emozione, passione, sorrisi (ah, quella risata da simpatica canaglia che non era, perché buono e generosissimo) e un’infaticabile dono divulgativo - univa l’altro incommensurabile ardore: la melomanìa. Passione morbosa sì, per la musica che, immagino, i loggionisti del Regio hanno medesima degli altri Olimpi musicali, con la dote geografica d’avere a tiro di schioppo Busseto e Roncole, lì dove il Maestro ha lasciato che il tempo si fermasse. Non si fermava mai Alberto, nei suoi rapporti d’arte canora che l’aveva insignito – onore e onere – del ruolo di Don Carlos, nella prestigiosa istituzione cittadina del “Club dei 27”. E come dimenticare un giorno d’ancora inverno, quando il giovanotto plurisettantenne ch’era, mi accoglieva fra le braccia vicino alla statua dell’eroe. “E l’altra che amo?” diceva l'ospite. “Certo” e subito passammo per i giardini a salutare il simbolo cittadino col mitra d’ordinanza. Parlare fitto, calcio che fu, calcio del momento, nasi storti, qualche melanconìa, dopo un pasto luculliano in ora quasi da convento, giungeva l’attimo del Rigoletto. S’entrava con Alberto Don Carlos nel Ducale. Un onore da piangerci al ricordo. E gustare le sublimi note, fra Maddalena e Gilda, con commenti e chiacchiere dopo una giornata da leoni. Resti per sempre Alberto, dal pallone al palco. Il calcio non ha mai conosciuto un figlio del popolo così gioiosamente appassionato della vita, dei sentimenti, della gente.    

lunedì 17 gennaio 2022

Uttar Pradesh, un’elezione per limitare l’odio

Akhilesh Yadav è il politico che pedala contro l’odio. Quarantanovenne, col simbolo del suo partito (Samajwadi) che è una bicicletta, contrasta il premier uscente dell’Uttar Pradesh, il più popoloso Stato indiano chiamato alle urne fra un mese. L’avversario, il sacerdote hindu Yogi Adityanath, è un peso massimo dell’intransigenza, un seminatore d’odio pronto a sostituire il leader Modi alla guida del Bharatiya Janata Party e anche del prossimo governo della federazione indiana. Lo scontro che si prospetta nell’Uttar Pradesh può diventare la chiave di lettura per il futuro nazionale del gigante indiano, sempre più al centro degli interessi d’una geopolitica internazionale che concentra a oriente il fulcro della supremazia globale. In quello Stato settentrionale indiano nel 2017 il Bjp ha rilanciato il suo progetto di forza basato su un violento nazionalismo ideologico-confessionale con cui cementa il consenso dell’elettorato anche davanti alle controversie economiche dell’ultimo biennio. Dovute alla pandemia, ma pure all’incapacità del fazioso ceto dirigente di cui Modi si contorna di pianificare e organizzare adeguatamente un processo di redistribuzione di ricchezze, che possono diventare ondivaghe per il Pil del Paese se si concentrano nelle mani di lobby ristrette ed egoisticamente chiuse. Yadav s’è formato in una Scuola militare, poi ha studiato ingegneria ambientale. E’ figlio d’arte, suo padre l’ha preceduto alla guida del gruppo, il giovane è entrato nella Camera bassa (Lok Sabha) nel 2000 e ha assunto la leadership della formazione Samajwadi un decennio fa. Si tratta d’un partito locale, di orientamento socialista tendenzialmente pacifista, con trent’anni di vita, non certo una potenza come il Partito del Congresso e soprattutto l’attuale gigante indiano del nuovo millennio: il partito hindu. Eppure uno sgambetto al Bjp questo raggruppamento lo fece proprio sotto la direzione di Akhilesh Yadav, diventato nel 2012 premier dell’Uttar Pradesh. 

 

Nelle prossime settimane agli elettori del popoloso Stato non potrà chiedere l’impossibile: rovesciare la percentuale che cinque anni fa ha visto il partito di governo far man bassa di seggi: 325 su 403. Però offuscarne una progressione che sembra incontrastata forse sì, com’è accaduto nella primavera 2021 nel Bengala occidentale, dove un gruppo locale, Trinamool Congress, ha fermato un successo dato per scontato dai vertici del Bjp. Nel Pradesh il popolo islamico s’attesta al 20% del totale, dunque 40 milioni di uomini e donne che nell’ultimo biennio, se non sono finiti sulle pire della cremazione dopo il decesso per Covid, hanno visto bruciare dal radicalismo hindu i loro banchetti d’ortaggi e chincaglierie o la propria rivendita di carne. Oppure sono state molestate e assalite da azioni ben peggiori del ‘Bulli Bai’, l’umiliazione sui social subìta da ragazze musulmane da parte di fondamentalisti hindu. Certo, il monaco arancione farà di tutto perché non ci siano intoppi, quest’elezione ha per lui un valore assoluto. Il risultato interno avrà un gran peso nella sua scalata al vertice del partito, che nonostante i malumori di altri esponenti è considerata probabile anche perché quest’ultimi abbandonano il Bjp anziché contrastare l’ala estremista dell’hindutva. Una conduzione di Adityanath traccerebbe solchi assai più profondi di quelli che segnano l’attuale già accesa furia confessionale hindu, scagliata mesi addietro anche contro i cristiani, accanto all’ostracismo anti islamico. Proprio nell’Uttar Pradesh questa comunità mentre pregava all’aperto, pratica consentita dalla legge, era rimasta vittima di aggressioni  di gruppi paramilitari hindu, spesso sotto gli occhi indifferenti della polizia.  E uomini pubblici, come il monaco-premier Yogi, continuano a predicare contro il cosiddetto ‘love jihad’, con cui viene bollata la possibilità d’incontro e relazione fra giovani di fede hindu e musulmana. A suo dire è un subdolo sistema per praticare conversioni religiose forzate. La forza dell’amore è, dunque, schiacciata dal potere. Un potere fazioso che cresce a dismisura.