giovedì 15 giugno 2017

Afghanistan, il ritorno dei marines

La Casa Bianca in accordo col Pentagono ufficializzerà a breve un consistente rilancio del conflitto di terra in Afghanistan. Con tanto di scarponi e uomini al suolo, come ha fatto per tredici lunghi anni, dal 2001 al 2014. Sarebbe più corretto dire che il Dipartimento della Difesa convince il presidente americano a rinfocolare una guerra in corso, avallando il piano che il responsabile militare Nato in loco, il generale Nicholson, ha preparato da mesi. Del resto è facile far combaciare l’orientamento dell’America First con l’orgoglio bellicista mai accantonato e il business delle armi. Così era, così sarà. E magari aiuterà Trump in un momento difficile, difficilissimo, a rischio impeachment dopo le rivelazioni del Washington Post sul Russiagate. L’unica contraddizione è che da tempo le guerre gli States non le vincono, forse anche per questo si vendicano destabilizzando con altri mezzi certe aree geopolitiche dove la loro marginalizzazione è palese. Il presidente afghano Ghani, inventato e tenuto in vita dagli Usa per garantire spazio a linee strategico-politiche spesso ondivaghe, ha avviato una campagna per riformare il ministero dell’Interno da lui definito “il cuore della corruzione nel settore sicurezza”. A suo dire, sarà un passo strategico per garantire l’agibilità spaziale che gli attentati nella zona più controllata di Kabul, dimostrano non esistere.
L’incapacità direttiva ed esecutiva e gli alti tassi di vittime fra le fila dell’Afghan Melli-e Ourdou rappresentano uno degli anelli deboli d’un progetto che finora è costato moltissimo a Washington e agli alleati occidentali. Però se si scorre all’indietro la mappa dei programmi, oltre che dei buoni propositi in genere utilizzati dalla politica per giustificare i costosi finanziamenti alle “missioni di pace”, ci si accorge che gli schemi  sono saltati tutti. Esercito e polizia afghani hanno raggiunto cifre considerevoli: 170.000 unità nel 2011, fino a raddoppiarle nel 2014, data dell’exit strategy obamiana. Ma accanto alle continue defezioni e alla permeabilità delle truppe, ripetutamente infiltrate dai talebani, il bilancio totalmente negativo per inefficienza e inaffidabilità degli uomini in divisa locali si lega inesorabilmente a nuovi progetti. Quelli di reiterato impegno e occupazione territoriali che i tutori occidentali si ripropongono per garantire i propri interessi. Nel giro d’un decennio la storia ripete lo stesso corso: era il 2008 quando, assumendo il mandato, il 44° presidente statunitense premio Nobel della pace, raddoppiava e poi triplicava il numero dei marines impiegati in quel Paese superando le 100.000 unità.
Ciò produsse spese folli, di cui le casse statali in piena crisi Lehman brothers patirono gli effetti negativi, visto che ciascun soldato costava ai contribuenti un milione di dollari annui. Inversamente porre una divisa sulle spalle di un afghano (fra le reclute più numerosi sono i pashtun, seguiti da tajiki e hazara) che riceve uno stipendio medio di 160 dollari mensili fino ai 230 dollari se è posizionato in zona ad alto rischio, costava annualmente fra i 12.000 e i 25.000 dollari. Un risparmio significativo che però presenta il lato oscuro dell’inefficienza. Fra l’altro, come riferiscono le stesse note ufficiali, a questo quadro s’aggiungono le non edificanti ruberie e quell’avvelenamento morale che costringono Ghani a porre in cattiva luce un sistema che non riesce a controllare, ma di cui fa parte. In tal senso la sua denuncia diventa un’auto afflizione, visto che i quadri e i vertici delle locali Forze Armate, i creatori o prosecutori della catena corruttiva, solo in qualche caso sono scelti dagli americani. Da una parte la situazione si tira dietro tare della società afghana, che la guerra certo incancrenisce. Dall’altra si tratta di una casistica nota in ogni latitudine: funzionari o ufficiali approfittano di posizioni di potere anche limitate per trarre vantaggi personali, praticando usurpazioni e frodi e imponendo o ricevendo tangenti. Gli effetti sono comunque devastanti.  

A queste gravità s’aggiungono gli interventi che gli uomini in uniforme possono praticare attorno a grandi business come quello internazionale del commercio dell’oppio. Un’attività che ovviamente prosegue ed è floridissima, basta compulsare i resoconti annuali dell’agenzia Unodoc. Insomma, da decenni le situazioni si ripetono sia in campo bellico sia sul versante socio-economico e tutta la macchina degli aiuti militari, diretti e indiretti, serve ad alimentare quella grande industria mondiale delle armi di cui gli Stati Uniti detengono quasi la metà del business (700 miliardi di dollari nel 2016). A detta di molti analisti il pianto di coccodrillo del presidente afghano sui difetti d’un sistema difensivo inefficace deve fare i conti anche con la rigidità della diarchia che lo unisce e l’oppone al premier Abdullah, ingessando la situazione dei vertici Forze Armate locali, scelti non per meritocrazia ma per protezione politica e appartenenze etnico-tribali. Entrambe sono indissolubilmente legate alla criminalità presente nei vari livelli dell’esercito afghano, un fattore di cui si lamenta Nicholson. E’ il classico circolo vizioso attorno a cui viaggia l’ultima rappresentazione di una nuova legge afghana che per volontà dei “riformatori” interni e dei “supervisori” esterni non cambierà nulla. E mentre la pantomima prosegue, i marines preparano gli zaini.

martedì 13 giugno 2017

Iran, la Guida Suprema accusa gli Stati Uniti di terrorismo

Se l’attacco firmato Isis al palazzo del Parlamento iraniano e al Mausoleo dell’ayatollah Khomeini doveva avviare quel processo d’irrigidimento e rinfiammare i rapporti fra Teheran e Wasghington - una tendenza su cui ha lavorato dal suo insediamento l’amministrazione Trump - il piano sta riuscendo a meraviglia. Perché tenere calma l’ala più intransigente del partito dei Pasdaran non è facile neppure per la componente moderata che pure ha vinto le elezioni di maggio con ampio margine. Qualche giorno fa, intervenendo sull’attacco subìto dopo diverso tempo sul proprio territorio, il capo delle forze armate generale Mohammad Baqeri aveva annunciato “indimenticabili lezioni” da dare ai terroristi del Daesh. Stamane sui media iraniani compare la foto dei cadaveri di quattro miliziani (o presunti tali) avvolti in drappi neri del Califfato che sono stati scovati ed eliminati dai reparti di sicurezza nella provincia di Hormozgan, che affaccia sul Golfo Persico ed è prospiciente al Qatar. Un’eliminazione che propagandata offre un po’ di credibilità alle varie strutture militari del Paese che il duplice assalto di Teheran ha posto in difficoltà e imbarazzo innanzitutto davanti ai concittadini.
Nel suo discorso pubblico Baqeri aveva messo in relazione la simbolica “danza delle spade” offerta dai regnanti sauditi al presidente statunitense in visita a Riyad con gli efferati attentati dei giorni seguenti che hanno fatto 12 vittime (più i cinque jihadisti) e oltre una cinquantina di feriti. Il generale parlava di triangolo fra americani, israeliani e sauditi per incrementare il caos regionale e giustificare armamenti e operazioni repressive. Stamane sul tema è tornato  la Guida Suprema e ha attaccato senza mezzi termini la linea di Donal Trump. “Voi e i vostri agenti siete la fonte d’instabilità nel Medio Oriente. Chi ha creato lo Stato Islamico?  L’America afferma di combatterlo ma si tratta di una bugia” ha retoricamente tuonato l’ayatollah. La tensione fra le parti era comparsa dai mesi scorsi, col divieto d’ingresso sul suolo statunitense rivolto ai cittadini di alcune nazioni musulmane fra cui l’Iran. Nonostante la smentita all’atto presidenziale venuta da più d’una Corte federale, la politica mediorientale della Casa Bianca prosegue una corsa sfrenata volta a favorire vecchie alleanze reazionarie e filo imperialiste, col l’aggiunta del sostegno agli amici e finanziatori della nuova creatura del jihad che spopola da un triennio. Sempre da Trump era giunto il disconoscimento dell’accordo sul nucleare, la creatura diplomatica su cui il chierico Rohani ha fondato la sua riconferma presidenziale.

Il giudizio tranciante “il peggior accordo mai sottoscritto dagli Usa” non rappresenta solo una critica a posteriori al predecessore nello Studio Ovale, è stato il prodromo di quella volontà aggressiva che vede lo spregiudicato presidente americano aizzare anziché placare gli animi di contendenti regionali impegnati su un terreno infuocato. A questo punto non stupisce che Khamenei abbia pronunciato frasi simili: “Il governo americano è contrario a un Iran indipendente, gli Usa hanno problemi con l’esistenza della Repubblica Islamica iraniana. Molte questioni con loro non possono essere risolte”. Se fosse vera quest’ultima dichiarazione, riportata comunque dall’agenzia Fars, l’orientamento politico interno avrebbe mutato indirizzo. Vorrebbe dire che, in base alla sicurezza nazionale, anche moderati e riformisti stretti attorno al neo rieletto Rohani devono fare buon viso all’incrudimento dei rapporti internazionali. Le posizioni di scontro con l’Occidente, sostenute a prescindere dall’ala militarista dei Pasdaran, che anche negli interventi geostrategici come la presenza nella crisi siriana sono maldigeriti dai riformisti, trovano nuovi punti d’appoggio. Il clero conservatore, elettoralmente sostenitore di Raisi, può ridare fiato a posizioni intransigenti che collimano innanzitutto con la difesa nazionale, e l’attuale establishment pur meno sprezzante non può tirarsi indietro. La Guida Suprema ha parlato: le relazioni implodono.   

giovedì 8 giugno 2017

L’orgoglio iraniano e il mistero degli attentatori

Sauditi ispiratori -I petardi odierni non influenzeranno la volontà del popolo” ha sentenziato ieri la Guida Suprema Khamenei al cospetto di centinaia di braccia sollevate e agitate contro Stati Uniti e i loro servi sauditi. In tal modo i presenti, molti dei quali erano basij e pasdaran, additavano direttamente queste nazioni quali mandanti del duplice assalto, e del terzo sventato nella capitale iraniana. Facendo capire che gli esecutori e la sigla dell’Isis siano solo pedine manovrate nei nuovi “Grandi giochi” in corso sullo scacchiere mediorientale. L’attacco, che comunque ha fatto sedici vittime (fonte Teheran Times) di cui sei sono membri dei commando jihadisti, viene ridicolizzato dall’anziano ayatollah come una provocazione che non impensierisce il Paese.  Mentre il ministro degli Esteri Zarif, intervenendo a commento della concitata giornata vissuta dalle forze di sicurezza, dalla politica, dalla cittadinanza ha puntato il dito direttamente sull’Arabia Saudita. Ha ricordato commenti nient’affatto privi di significato esternati da figure di spicco come Mohammed Bin Salman, il giovane rampollo della dinastia Saud che ricopre nientemeno che il dicastero della Difesa. Settimane fa un suo twitt parlava di “battaglia” per l’influenza regionale da condurre all’interno dell’Iran. Cosicché i sanguinosi attacchi ai due luoghi simbolo della Rivoluzione Islamica sembrano una diretta conseguenza di certe idee palesate dal principe. Queste esternazioni non sono finite: anche il ministro degli Esteri di Riyad, Adel al-Jubeir ha accusato il regime degli ayatollah di sostenere i fomentatori del caos, ripetendo il concetto espresso dal suo sovrano contro l’emiro al-Thani: il Partito di Dio libanese e il movimento palestinese Hamas sono organizzazioni terroristiche e chi le sostiene è considerato un regista dell’instabilità regionale. Teorie molto apprezzate a Washington e Tel Aviv e secondo parecchi direttamente ispirate nell’attuale fase.
Incrinare le divisioni interne - Infatti lo scompiglio creato nel grande Paese sciita a neppure un mese da elezioni sentite e partecipate dalla popolazione, segue il tracciato ben meditato di acuire contraddizioni esistenti. Quelle del non nuovo contrasto fra conservatori e riformisti già dal 2013 aggirato dalla proposta politica di Rohani, che da moderato pragmatico ha attirato sul suo progetto la componente dell’Onda verde, repressa e incarcerata nel 2009. I conservatori, religiosi e laici, che si sono stretti attorno al nuovo astro dell’orizzonte clericale Ibrahim Raisi ora sono in prima fila per richiamare le Istituzioni ferite dall’attacco inedito a reagire. A reagire con la forza. I pasdaran, sia quelli intervenuti all’interno dell’edificio del Majlis, sia quelli che pattugliano molte zone della capitale sono i primi accorsi attorno alla Guida Suprema, richiedendo via libera a una vendetta. Questo significa che il governo Rohani, i suoi ministri degli Esteri e della Difesa, dovranno fare i conti con una piazza che chiede una ripresa di un’azione militante (e militare?) contro l’imperialismo statunitense. Non si tratterà di occupare ambasciate, come nei giorni caldi del 1979, né di assaltarle, com’è accaduto a quella saudita in occasione dell’esecuzione dell’imam sciita al-Nimr, ma la spinta del “partito combattente” può diventare una spina nel fianco del presidente moderato che vorrebbe parlare di commercio e sviluppo, non certo di guerra. La politica, però, spesso non si sceglie e la geopolitica ancora meno. Eppure quando quest’ultima ha a che fare con la sicurezza nazionale taluni fronti, come i due gruppi opposti dell’attuale panorama iraniano, anziché dividersi possono unirsi. Certo, questo non appiana i problemi, primo perché si potrebbe prospettare addirittura un conflitto (il terzo) nel Golfo che inverte completamente la rotta di crescita e sviluppo economico. Secondo: a Teheran si creerà un aperto contrasto fra chi deve decidere cosa. Il governo è formato dagli uomini di Rohani che hanno vinto le elezioni, ma gli sconfitti nell’urna vorranno far pesare le loro competenze che in campo militare sono di totale appannaggio appunto del partito Pasdaran.
Chi sono gli attentatori - Attorno alla questione della sicurezza e degli apparati della forza, gli analisti, che pure non escludevano l’ipotesi di un attacco al Paese sciita, lanciano valutazioni sulle cellule del terrore targate Isis. Sugli attentatori rimasti in vita e fermati trapela ancora poco. S’è parlato di elementi che parlano in arabo con inflessione libica, altre fonti hanno ipotizzato un’etnia kurda. I guerriglieri kurdi propriamente detti presenti nei territori  del nord-ovest iraniano, non sono organizzati come altre componenti presenti in Turchia (Pkk), Siria (Ypg), Iraq (peshmerga) e mai si prestano a collaborazioni con l’Isis, che invece combattono nelle aree sotto il controllo del Daesh. Né finora hanno mostrato tatticismi di unirsi con nemici per attaccare un altro avversario. Dunque, gli attentatori di Teheran possono essere miliziani venuto da fuori e sfuggiti ai filtri della Vevak iraniana. Potrebbero essere elementi selezionati e addestrati da taluni Servizi, Mossad e Cia nel genere sono specialisti e non è un segreto che questo tipo di operazioni, ovviamente con altre sigle o senza rivendicazione alcuna, siano state praticate in varie epoche su diversi scenari. Potrebbero essere quegli oppositori al regime degli ayatollah , sconfitti durante lo scontro interno dalla Rivoluzione Islamica nel triennio 1979-81, e dediti prevalentemente al terrorismo come i mujaheddin del popolo. Alcuni loro attentati uccisero personaggi di spicco dell’establishment oltreché migliaia di militanti islamici. Combattuti e duramente perseguitati anche per aver prestato collaborazione alle truppe irachene durante la guerra d’aggressione lanciata contro l’Iran da Saddam Hussein, nel 1985 in seguito ad accordi fra il raìs iracheno e la Comunità internazionale, trovarono sistemazione in un’area a 90 km a nord di Baghdad , denominata Camp Ashraf. Lì, a seconda delle circostanze, venivano blanditi e repressi da quei particolari protettori che erano le truppe statunitensi, durante l’occupazione del Paese, ed erano ampiamente chiacchierati per l’addestramento ricevuto dalla Cia. Tutto ciò mentre il clan familiare che dirige il gruppo (Massoud e Maryam Rajavi) si stabilivano all’estero. Dal 2003 Massoud risulta in clandestinità, la moglie s’è trasferita prima a Parigi e da alcuni anni negli States. Coi tempi che corrono questi “guerriglieri” potrebbero tornare utili al conflitto delle Intelligence che la nuova fase mediorientale sta vivendo.



mercoledì 7 giugno 2017

Teheran sotto l'attacco jihadista

Il terrorismo jihadista arriva a Teheran. Quel che non era accaduto si è verificato stamane con un duplice attacco in due luoghi simbolo: il Parlamento e il Mausoleo dell’ayatollah Khomeini. Un commando di tre persone armate di khalashnikov, ha colpito e ucciso una guardia nel palazzo del Majlis. Si registrano alcuni feriti fra militari e funzionari. Gli assalitori tengono in ostaggio un gruppo di persone mentre l’intera area è circondata da polizia e reparti dell’esercito. In contemporanea nella zona sud della capitale, al Mausoleo di Khomeini posto lungo la via dell’aeroporto internazionale, un uomo s’è fatto esplodere senza provocare vittime. Il luogo è di solito frequentatissimo, tre giorni fa ricorreva l’anniversario della morte del padre della Rivoluzione Iraniana e decine di migliaia di cittadini si erano recate nella moschea, un’area dove sorgono anche due hotel e un parco giochi per bambini. Fortunatamente nell’ora mattutina dell’assalto non c’era la solita moltitudine, un lancio dell’agenzia Fars parla, comunque, di alcuni feriti. Sembra che due membri del commando cui apparteneva il kamikaze siano riusciti a fuggire, mentre è stata fermata una donna. Non c’è stata finora alcuna rivendicazione, sebbene stile e finalità degli assalti rientrino nella prassi jihadista.


Il bilancio delle vittime s’appesantisce: sono dieci le guardie del Majlis a essere cadute sotto il fuoco degli assalitori, un fuoco fitto i cui schiocchi sonori sono stati trasmessi da alcuni media. L’attacco in sé era inatteso, nonostante la tensione internazionale cresciuta negli ultimi giorni attorno alla vicenda dello scontro in seno al Consiglio della Cooperazione del Golfo, con le dinastie Saud e Al-Thani ai ferri corti proprio per presunti apprezzamenti pro iraniani dell’emiro qatarino. Attualmente, nonostante l’intera area del Parlamento che sorge in una zona centrale di Teheran sia completamente circondata da militari e reparti speciali di Pasdaran, alcuni dei quali sono nell’edificio istituzionale, quel che resta del commando è ancora asserragliato all’interno e tiene sotto tiro quattro ostaggi. Mentre anche lì un kamikaze s’è fatto esplodere, l’agenzia Reuters ha mostrato due immagini: nella prima uno dei miliziani si affaccia e guarda fuori sempre imbracciando l’Ak 47, nella seconda lo stesso miliziano tiene sotto tiro un uomo che all’esterno recupera un bambino che gli viene porto da una finestra, probabilmente da un altro membro del commando. Un gesto inedito per uomini del terrore. Una nota del Ministero della Sicurezza iraniana ha affermato che stamane gli attacchi previsti nella capitale erano tre: uno è stato preventivamente sventato, pare si trattasse di un paio di autobomba che sono state intercettate.
Gli altri due che sono invece andati a segno. L’Intelligence interna, che come simili strutture nel mondo mostra di non poter filtrare tutto, ha comunque dichiarato di avere bloccato nei mesi scorsi decine di possibili attentati. Dunque il Paese non era affatto tranquillo come sembrava, sebbene da tempo non subisse le attenzioni distruttive del terrorismo. Il maggiore assalto s’era svolto nella zona meridionale del Baluchistan, provincia dove agiscono gruppi talebani, era il 2010 e le vittime furono 39. Poi si ricordano le uccisioni di alcuni scienziati e ingegneri legati al progetto nucleare che subìrono rocambolesche aggressioni con ordigni esplosivi collocati su moto e auto. Si parlò di opera del Mossad o della Cia, certamente il Vevak non mostrò un’efficienza e soprattutto quella prevenzione che una nazione assediata dall’embargo s’aspettava durante la presidenza del basij Ahmadinejad.  Certo l’articolazione degli agguati odierni, che risultano rivendicati dall’Isis, evidenziano un piano d’azione meditato e preparato da tempo. Gli uomini armati che sparano e si fanno saltare in aria non sono lupi solitari bensì elementi addestrati, occorre vedere se combattenti stranieri filtrati dalle aree sensibili, il citato Baluchistan a sud-est o l’area nord-occidentale dove agisce una guerriglia kurda che qui non è organizzata come altrove. Oppure sono soggetti entranti con quel turismo che da un anno a questa parte ha avuto una sensibile ripresa, seppure le maglie dei controlli risultano copiosi e vigili.
Potrebbe addirittura trattarsi di iraniani dissidenti, non tanto coloro che comunque praticano un’opposizione interna e che hanno dato vita a contestazioni non certo armate, ma chi covando odio verso il sistema degli ayatollah presterebbe il fianco a simili disegni. Congetture a parte, che potranno ricevere maggiore chiarezza conoscendo l’identità degli attentatori uccisi e di quelli fermati (finora il Daesh ha sempre armato la mano di sunniti proprio per rafforzare il proprio progetto ideologico d’attacco agli infedeli cristiani e agli eretici sciiti) resta incontrovertibile la realtà di un piano preordinato con riflessi internazionali e interni. Il Paese era appena uscito da una consultazione elettorale accesa e partecipatissima che aveva rafforzato la linea moderata di Rohani e del suo staff in cui il ministro degli Esteri Zarif rappresenta una delle figure di spicco. Questa componente eredita il pragmatismo conosciuto con Rafsanjani, non rompe con la tradizione e il sistema clericale, ma garantisce spazio al laicità in politica e nella società. Tiene in considerazione i mercati e tende a restituire all’economia quella ripresa di cui la nazione necessita, una linea benvista dalla popolazione che ha ridato fiato alla speranza già espressa nel 2013. Eppure i conservatori non mollano.
Pochi giorni fa il dibattito parlamentare ha riproposto le accuse di vaghezza e vacuità della linea internazionale iraniana che gli avvenimenti di questi giorni e di queste ore possono solo incrudire. I falchi del partito dei Pasdaran, che presentavano la candidatura alla presidenza del sindaco uscente di Teheran Qalibaf orientantosi poi per l’appoggio al chierico conservatore Raisi, mirano a rilanciare una linea dura verso gli Stati Uniti. Questi in pochi mesi con Trump hanno rinnegato l’accordo sul nucleare, studiano provocazioni col bando ai musulmani, rilanciano un rapporto privilegiato d’alleanza con l’Arabia Saudita riempiendola con 110 miliardi di armamenti, osservano in silenzio la dinastia amica proporre e ottenere l’isolamento del Qatar che con l’Iran sta accordandosi per lo sfruttamento comune d’un mega bacino di gas sotto le acque del Golfo. L’abbraccio del presidente americano ai sauditi, sancito anche dalla folkloristica danza delle spade, è l’avallo della partecipazione aggressiva a talune crisi mediorientali in corso. La guerra in Yemen, seguìta a quella civile siriana, vede impegnati su fronti opposti e per interposti combattenti Riyad e Teheran. Ciascuno accusa l’altro d’ingerenza, mentre su vari terreni di scontro resta aperto il conflitto etnico-religioso fra sunnismo e sciismo. Sebbene Pasdaran e reparti scelti iraniani siano da anni impegnati in terra siriana, ora un rafforzamento della presenza militare iraniana in aree d’interesse, sostenuta principalmente dai conservatori, può trovare pieno appoggio anche nella maggioranza di governo.
Nessun iraniano è sordo all’idea della difesa nazionale ora che due luoghi simbolo del Paese, che non ha mai perso il senso dello stato d’assedio attuato dall’Occidente, sono stati violati. Perché, come da tempo più voci sottolineano, il disegno autoctono del Califfato è comunque alimentato da forze esterne. Potenze mondiali e locali, oltre ovviamente a Intelligence e reparti dell’addestramento a ogni sorta di guerra. I lupi solitari, il reclutamento di kamikaze che esistono e s’adattano a un filone ben radicato nella stessa lotta di liberazione di popolazioni oppresse, sono solo una delle facce dello scontro in atto che ridisegna il Medioriente e che può durare decenni. Poiché vede nazioni occidentali o orientali divise fra scelte guerrafondaie che producono guadagni diretti e indiretti sui conflitti e chi per impotenza politica e strategica resta a guardare. Un fronte alternativo alla linea dell’aggressione imperialista e del terrore jhadista sembra non esistere, e quello dell’essere vittima si vuole ovviamente evitare. Per disarticolare il secondo, che pare essere tutt’uno col mondo che dice di combatterlo, dovrebbero cadere le teste di tanti demagoghi della democrazia e della libertà che invece governano il mondo. Moderati e riformisti di Teheran oggi si trovano davanti a un bivio: essere schiacciati da nemici esterni o da avversari interni. Scelta che scotta come l’emergenza in corso.

martedì 6 giugno 2017

Petromonarchie, le accuse fra sodali del jihadismo

I sovrani dei petrodollari hanno da tempo sostituito invidie e rivalità con scontri diplomatici e addirittura conflitti. Dietro l’angolo ci sono sempre interessi economici, pur ammantati da orientamenti religiosi e politici. L’attuale contrasto guidato dai sauditi, e volto a isolare il Qatar ponendogli un cordone sanitario allargato a pesi massimi del mondo arabo come l’Egitto, prende spunto da una sua presunta prossimità col terrorismo, un’accusa che rimanda al mittente perlomeno una chiamata di correo. Riyad e Doha erano ai ferri corti dall’avvio delle primavere arabe che avevano tracciato un solco incolmabile fra i due Paesi. Il regno qatarino voleva cavalcarle anche mediaticamente con l’emittente Al Jazeera, fenomeno di professionalità comunicativa non proprio mainstream, certamente tacciata di partigianerie e orientamento per tesi. La monarchia saudita, conservatrice e coercitrice verso ogni cenno di protesta (come fece sin dal marzo 2011 in Bahrain) considera le piazze mediorientali pericolosissime. Da quegli eventi le cronache sono corse veloci e incessanti, passando soprattutto per la guerra civile siriana, la creazione di un nuovo soggetto jihadista chiamato Isis che affiancava e soppiantava Qaeda, proponendosi e realizzando il proprio Stato Islamico. Imponeva questo disegno in nazioni in disgregazione (Siria e Iraq), con una forza e una capacità organizzativa impressionante e al tempo sospetta, di fronte a potenze globali osservatrici imbambolate (e complici?). Continua a diffondere un sanguinario terrore in un Occidente e un Oriente sconvolti da attentati diffusi con ogni mezzo.
Ma chi finanzia Daesh? Secondo le accuse di Riyad proprio la dinastia Al-Thani. Però tutto ruota attorno a voci senza riscontri certi che, purtroppo, mancano anche per altri sostenitori e donatori provenienti dal Golfo, dall’Anatolia, da nazioni asiatiche ed è possibile sospettare dalle casse di  certe Intelligence che fanno uso e abuso delle pratiche terroristiche per strategie di controllo, com’è accaduto in varie epoche. Certo, il Califfato segue un percorso autonomo sia politico, sia finanziario con propri canali d’approvvigionamento (commerci, traffici, furti) ma in quest’orizzonte le strategie e il doppiogiochismo si compenetrano da parte di tutti. Allora la campagna contro Doha, uno staterello potentissimo e con manìe di grandezza nell’esibire e compenetrare i simboli occidentali dai mega grattacieli creati su un territorio circoscritto (11.000 kmq per 2 milioni e mezzo di abitanti) ai Mondiali del pallone, senza sottovalutare la meticolosa rete d’influenze e contatti che i suoi emiri hanno creato, ha lo scopo di colpire alcuni piani geopolitici del Qatar e dei suoi interlocutori. Il pretesto è fornito da recenti dichiarazioni, effettivamente esplicite e avventatissime che Al-Thani ha pronunciato a favore delle milizie Hezbollah. Di mezzo c’è il mistero di una smentita poiché quelle dichiarazioni sarebbero frutto di un hackeraggio. Ma come, i principi della comunicazione, col fior fiore del professionismo di Al Jazeera, si fanno taroccare le comunicazioni? Può accadere, è successo anche alle Intelligence… Comunque veri o falsi quei concetti rappresentano il pretesto con cui il gruppo coeso della conservazione araba, dopo aver ricevuto il benestare del presidente statunitense, cerca di colpire un soggetto troppo autonomo e intraprendente. La rosa del sostegno al terrorismo rinfacciato al Qatar aggiunge a elementi apertamente jihadisti (l’ex Al Nusra, ora Al Jafash), anche Hezbollah libanese e Hamas palestinese.
E la componente dell’Islam politico più antica e blasonata, la Fratellanza Musulmana, detestata da Salman e dall’astro nascente saudita Mohammed Bin, ma soprattutto odiata e combattuta al Cairo, dov’era più forte e dove è stata messa fuorilegge, imprigionata e torturata dal generale Sisi. E’ vero che tuttora politologi occidentali e arabi considerano l’essenza della Confraternita ispirata più da quel sovversivismo di Qubt in odore di jihad, che dal pensiero originario di al-Banna o dai compromessi che hanno caratterizzato il reinserimento del suo ceto politico dell’ultimo ventennio. Ma proprio la cancellazione di qualsivoglia essenza politica islamica ha ampliato gli spazi per quel jihadismo che  in situazioni complesse (Afghanistan e Pakistan) o di feroce repressione (Egitto) si presenta agli occhi di certa popolazione come l’unica alternativa a un sistema basato su governi-fantoccio, truppe d’occupazione, giunte militari pur celate dietro istituzioni fantasma. Nello scontro per l’egemonia mediorientale i sovrani dei petrodollari non tralasciano colpi bassi, la ricerca del capro espiatorio qatarino serve ai Saud per sviare da se stessi quei sospetti che addossano al clan Al-Thani, sospetti comuni perché comune è la strategia del terrore diffuso predicato dal salafismo wahhabita che ciascuno protegge nelle sue moschee. Con l’aggiunta dei mai dismessi affari e questi ora vedono Doha, terza attrice del gas mondiale aprire un business con Teheran in un enorme giacimento scoperto sotto le rispettive acque territoriali. Per evitare che lo spettro iraniano si materializzi sulla sponda arabica giunge l’ostracismo, per ora diplomatico. Sebbene sarà difficile che il business qatarino viva una condizione di totale apartheid.